Se ne occupa perfino la Repubblica di oggi (2 novembre), ma la gran parte dei siti più o meno antagonisti, incredibilmente, l’ignora: nella sua guerra al nemico interno, che è la classe lavoratrice statunitense nella sua accezione più vasta, Trump sta ricorrendo anche all’arma della fame. Da ieri, infatti, è sospeso il pagamento dei buoni alimentari (food stamps) a 42 milioni di poveri – il 15% della popolazione – che hanno bisogno dell’aiuto dello stato per mangiare qualcosa ogni giorno. Su The Guardian Joel Berg la definisce “la più grave catastrofe della fame dai tempi della Grande Depressione“. Alcuni stati, come il New Mexico, hanno già dichiarato l’emergenza alimentare.
https://www.theguardian.com/us-news/2025/oct/24/government-shutdown-food-stamps-snap
Dal 1° ottobre gli Stati Uniti sono in shutdown – cioè in una situazione in cui è temporaneamente sospesa l’attività delle istituzioni federali perché il bilancio per il 2026 non è stato ancora approvato. In una situazione come questa, non nuova da quando l’indebitamento statale statunitense è diventato stratosferico (ad oggi è di 38.000 miliardi di dollari), la Casa Bianca può fare ricorso ai fondi di emergenza. La banda Trump l’ha fatto per le paghe dei militari e – ovviamente – per schierare una vera e propria armata davanti alle coste del Venezuela, ma si rifiuta di farlo per finanziare il programma federale dei buoni pasto (SNAP – Supplemental Nutrition Assistance Program).
Questo programma, gestito dal Ministero per l’agricoltura, è di modesta entità. Dà agli assistiti l’esorbitante cifra di 187 euro al mese a persona (in media) per l’acquisto di specifici beni, indicati in dettaglio: pane, cereali, frutta e verdura fresca, latte, formaggio, yogurt, carne, pollame, pesce, semi e piante che possono essere coltivate per produrre cibo e bibite analcoliche. Dati i limiti di reddito fissati, vi possono accedere solo working poor, lavoratori/lavoratrici con salari insufficienti per vivere, disoccupati di lunga durata, individui disabili, madri single con figli piccoli, anziani con scarsi mezzi di sussistenza. Ne sono esclusi, invece, gli immigrati “illegali”, privi di permesso di soggiorno. Molti sono neri e latinos. Quindi l’attacco trumpiano – che da qui al 2034 prevede tagli a questa voce di spesa pari a 187 miliardi di dollari – va ancora una volta a colpire in maniera prioritaria il proletariato “di colore”, indicato proditoriamente al proletariato bianco come quello che vive (per comoda scelta) di sussidi.
Per queste decine di milioni di statunitensi, molti dei quali sono comunque bianchi, così poveri da essere alle prese con problemi di sopravvivenza, la sospensione dei buoni pasto va ad aggravare le difficoltà prodotte dall’aumento dei prezzi susseguente ai nuovi dazi. In questi giorni nei supermercati statunitensi si notano, scrive Linkiesta del 30 ottobre, “scaffali più vuoti del solito, marche conosciute sostituite da generici, prezzi raddoppiati su prodotti di uso quotidiano. Dalla carne al latte in polvere, dal vino al pane, la lista degli aumenti è lunga e racconta di un’America che paga sulla propria pelle le conseguenze dei dazi voluti da Donald Trump”. Le stime fornite da S&P Global e dallo Yale Budget Lab sono queste: le aziende statunitensi trasferiranno sui cittadini oltre 900 miliardi di costi aggiuntivi. In media, per “riempire il carrello della spesa”, saranno necessari 2.400 dollari in più l’anno. Una vera mazzata per i milioni di famiglie indigenti, già colpite dal blocco dei buoni pasto – un blocco che prolungherà i suoi effetti per alcune settimane quand’anche dovesse essere revocato, com’è improbabile, oggi stesso.
Trump scarica la colpa di tutto ciò sull’ostruzionismo dei democratici che ha portato allo shutdown. Questi, a loro volta, sostengono di fare ostruzionismo perché Trump e soci hanno deciso di tagliare brutalmente (-26,2% in un solo anno) i fondi per i programmi sanitari di sostegno agli anziani e ai disabili (Medicare) e ai più poveri (Medicaid). Tagli non meno pesanti sono previsti per l’istruzione e l’accesso alla casa. In totale la spesa sociale dovrebbe diminuire di 163 miliardi, a fronte di 175 miliardi stanziati per “la sicurezza dei confini” fino al 2034. In realtà i tagli alla spesa federale per la sanità sono un altro modo per incrementare la povertà – già oggi sono 100 milioni i cittadini statunitensi pesantemente indebitati con le assicurazioni sanitarie, che sono tra le corporations più potenti del paese e hanno annunciato ulteriori, vertiginosi incrementi dei loro premi in un paese in cui per ogni prestazione sanitaria devi prima saldare il conto salatissimo. Da quasi mezzo secolo, del resto, gli ospedali statunitensi sono quotati in borsa come for profit hospitals…
Ecco alcuni effetti di quello che Trump ha definito, in modo insultante, “Big Beautiful Bill”, tale senza dubbio ma solo ed esclusivamente per le oligarchie finanziarie, di borsa, industriali, della macchina bellica – le cui spese toccheranno il prossimo anno i 1.000 miliardi di dollari, beneficiata anche dalla ripresa degli esperimenti nucleari.
Se questo non bastasse, vediamo l’indice di disoccupazione salire (sono 7.384.000 i disoccupati riconosciuti ufficialmente) e – lo nota lo stesso Sole 24 ore di oggi – il primo anno dell’epopea millenaria del MAGA va a chiudersi con 1 milione di occupati in meno: “Il 2025, per gli Stati Uniti, è l’anno dei licenziamenti. Un milione quelli annunciati, altri sono in agguato. Nel pubblico impiego, con i tagli pre e post-Musk, con lo scontro al Congresso sul budget e il conseguente shutdown. Ma ora la drammatica staffetta nella corsa a ritroso del mercato del lavoro passa al settore privato, dal retail ai media, dalla finanza alla tecnologia”. Ed in prima fila sono proprio le Big Tech, che licenziano in massa mentre varano grandi piani di investimento nell’AI. Nei primi 5 mesi dell’anno il settore hi-tech ha perso 94.000 posti di lavoro. Ma è appena l’inizio perché – sostiene Layoffs.fyi – è solo nel 2025 che l’AI è “uscita dai lavoratori per entrare negli organigrammi aziendali”. E dunque la cosiddetta “ottimizzazione” (dei profitti) ha appena iniziato a far sentire i propri effetti. Non si tratta più di automazione di segmenti marginali del processo di lavoro, perché l’AI è già in grado di scrivere codici, selezionare il personale, analizzare montagne di dati in tempi infimi, creare contenuti. Certo, l’impatto sarà differente a seconda dei settori e dei segmenti, però ciò che indica le prospettive future è che il colpo più duro sta arrivando al “cuore del tech: lo sviluppo del sofware”. E le imprese che lo stanno promuovendo sono traboccanti di profitti. Amazon e UPS, per citarne solo due, hanno già annunciato decine di migliaia di licenziamenti, che colpiranno senza dubbio anche i colletti bianchi.
La guerra di classe di Trump agli immigrati, ai neri, ai poveri, all’intera classe lavoratrice – che ha nella sospensione dei buoni pasto per 42 milioni di indigenti un nuovo vergognoso capitolo – si intreccia strettamente con la guerra di classe delle imprese ai propri dipendenti. Non esagerano quelli che negli Stati Uniti avvicinano la decisione di Trump e della sua gang al piano hitleriano per affamare (“sottomettere e sfruttare”, per dirla con G.Aly), durante la seconda guerra mondiale, decine di milioni di persone nei paesi dell’Est Europa. Solo che qui l’affamamento intenzionale di una quota importante della classe lavoratrice avviene ai danni dei propri stessi connazionali. Affamare per ridurre ancor più il valore complessivo della forza-lavoro allargando a dismisura l’area dei lavoratori poveri che, secondo le stime dei sociologi critici, arriva già oggi a coprire più di un terzo del lavoro salariato. Affamare per costringere ad accettare orari di lavoro più lunghi e gravosi, per accentuare la concorrenza (involontaria) dei disoccupati verso gli occupati. E, perché no?, per fare una selezione eugenetica, sfoltendo le fila del proletariato dai più “deboli” – non essendo sufficienti a tale scopo le morti per droga, per suicidio, per violenze di vario tipo. Ciò che sancisce, se ce ne fosse bisogno, il grado a cui è giunto il declino dell’imperialismo statunitense e il processo di disgregazione della società statunitense.
Concludevano in questo modo la puntata precedente:
“La cricca trumpiana si fa interprete della necessità ineluttabile, in una prospettiva di sistema ben presente alla Corporate America, di comprimere e deteriorare all’estremo bisogni e condizioni di vita della massa della popolazione proletaria, cercando così di risalire la china di un declino inesorabile. Ciò genera inevitabilmente, come dev’essere chiaro a Trump e al suo lugubre seguito, un’estensione ed una radicalizzazione dei conflitti sociali e politici; sicché il trattamento brutale fin qui riservato alle popolazioni del Sud globale viene ora rivolto anche contro il “nemico interno”, in funzione preventiva, e in modo quanto mai aggressivo se la politicizzazione radicale può condurre alla solidarietà militante con le masse oppresse del Sud del mondo. Del resto, in quest’epoca di crisi sistemica, la violenza statuale interna è in crescita ovunque, ed è limitante identificarla con il trumpismo. Basti pensare al decreto-sicurezza firmato Meloni-Mattarella, o alla persecuzione del movimento Palestine Action da parte del governo laburista inglese, o ancora, tornando oltreoceano, alla violenta repressione delle acampadas ancora ai tempi di Genocide Joe. Il trumpismo è un’interpretazione conseguente di una tendenza strutturale del capitalismo globale, in particolare di quello statunitense e occidentale”.
Il blocco dei food stamps in corso è un altro tassello di questo cammino obbligato che è al tempo stesso un disegno politico, come lo è l’utilizzo dello shutdown per licenziare centinaia di migliaia di dipendenti pubblici nel campo dell’istruzione, dell’assistenza, dei servizi sociali. Non a caso Trump e i suoi progettano un allargamento ulteriore dell’uso della Guardia nazionale nelle principali città con almeno 500 soldati in ognuna delle capitali dei 50 stati, “pronti a sedare in 24 ore ogni forma di tumulti sociali”. Vedremo, vedremo…

