Un blog per chi ama la lotta e sogna la rivoluzione

6. Nella Spagna 1923-’35 si accumulano le sostanze rivoluzionarie (2° parte)

Il tiepido riformismo della prima maggioranza repubblicano-socialista scontenta tutti.

Il blocco agrario-industrial-finanziario, poggiante sulle stampelle tradizionali di chiesa ed esercito, teme che questi cambiamenti facciano da volano a “pretese” ben più radicali da parte dei lavoratori.

Questi ultimi, passata rapidamente la sbornia per l’avvento della repubblica, non si accontentano delle briciole. Vogliono arrivare al dunque.

Viene a delinearsi nel campo proletario la tendenza a “fare politica coi sindacati” piuttosto che coi partiti. Cosa che per certi versi dà un grosso impulso al protagonismo delle masse, peccando però decisamente nella prospettiva e nell’articolazione della lotta.

L’altro elemento che emerge è il ruolo assunto dalla socialista UGT. Essa in quanto a iscritti è in “rimonta sull’anarchica CNT, arrivando a coprire (Catalogna e Aragona escluse) un po’ tutto lo spettro delle categorie proletarie e anche gran parte del territorio nazionale, compreso un crescente peso tra i lavoratori delle campagne.

La prospettiva rivoluzionaria in Spagna non poteva prescindere dalla lotta politica dentro il sindacato riformista UGT (per altro in via di radicalizzazione insieme all’ala sinistra del partito) e dentro sindacato rivoluzionario CNT.

Ciò non è compreso dalle correnti politiche marxiste. E sono guai, perché la situazione  sta rapidamente volgendo verso uno scontro di classe feroce come non mai.

La destra si compatta e attacca. Nell’autunno del 1933 vince le elezioni e va al governo.

Inizia il cosiddetto “biennio negro”, infarcito di stragi proletarie e culminato con la gloriosa insurrezione delle Asturie, dove per due settimane gli operai in armi respingono i tagliagole dell’esercito e della Legione straniera, proclamando la Comune (ottobre 1934).

La repressione sarà durissima: migliaia di morti e 30mila incarcerati tra gli insorti.

La strada della riscossa, nonostante la bruciante sconfitta, parrebbe però tracciata: il fronte unico di classe, espresso in quelle settimane proprio nelle Asturie dalla potente sigla che unisce lavoratori socialisti, anarchici, comunisti, l’UHP (Unión Hermanos Proletarios).

Tentativo fatto, e poi abortito, nel resto del paese con le Alianzas Obreras; sabotate dal settarismo anarchico e dall’elettoralismo dei burocrati socialisti.

Sarà una lezione difficile da digerire. La quale, non dando i  frutti sperati, porrà su un terreno decisamente svantaggiato le successive, imminenti, lotte delle classi sfruttate.     

Al governo verde-rosa Azaňa-Caballero, nei suoi vari rimpasti tra il 1931 e il 1933, non riesce la quadratura del cerchio. L’oligarchia agrario-industrial-finanziaria è comunque spaventata dalle pur timide riforme del primo esecutivo della seconda repubblica, nonostante il pugno di ferro da esso mostrato verso le agitazioni (scioperi, tumulti, semi-insurrezioni) delle masse proletarie.

La chiesa cattolica è indignata perché offesa nella sua “sacralità” (non nei suoi proventi). Non a caso già muove la cattolicissima Navarra, nella figura sociale dei piccoli proprietari terrieri, arretrati politicamente, carlisti (1), gelosamente separatisti anche verso i non meno cattolici Paesi Baschi. (2) 

L’esercito è a sua volta inorridito. L’ideale degli ufficiali, scrive H. Thomas (3), consiste nella difesa della Spagna castigliana, apolitica, ordinata, monda da tutto ciò che non è spagnolo, e cioè: separatismo, socialismo, massoneria, comunismo, anarchismo. L’ufficiale spagnolo “sogna il colpo di Stato che gli permetta d’innalzarsi al di sopra dei suoi amici affermati nel mondo degli affari.” (4)

Proprio la recente, parziale concessione dell’autonomia alla Catalogna, ad esempio, è cosa che non va proprio giù alle gerarchie militari.

                                            Anarchici e socialisti nei sindacati

Ma anche dall’altra parte della barricata, cioè quella proletaria, c’è ben poco da festeggiare. L’avvento della repubblica (aprile 1931) era apparso come l’inizio di una nuova era per milioni di sfruttati, ma nel breve volgere di qualche mese le nuove istituzioni non solo non hanno aggredito alla radice  problemi di fondo come la questione agraria (5), ma hanno addirittura continuato, sotto la veste democratica, a reprimere nel sangue le rivendicazioni operaie.

Balzano agli occhi già da ora un paio di caratteristiche del movimento proletario spagnolo, oltre alla sua determinazione e disponibilità alla lotta.

In primo luogo il ruolo primario dei sindacati rispetto ai partiti politici. Non solo la CNT nei confronti della FAI (quest’ultima sorta ben diciassette anni dopo la fondazione del sindacato anarchico), ma anche della UGT nei confronti del PSOE. Questo partito, seppur nato nel 1879, cioè undici anni prima della UGT, è un organismo che cresce stentatamente, dovendosi appoggiare ad essa per sviluppare una decente azione di massa.

Mentre la CNT è forte in Catalogna, Andalusia e Aragona, la UGT, influente tra i minatori delle Asturie e nella capitale, presenta una migliore strutturazione organizzativa, una disciplina di organizzazione e una diffusione abbastanza omogenea sul territorio nazionale (eccetto la Catalogna, dove conta pochissimo). (6)

Considerando che in un paese prevalentemente agricolo come la Spagna le adesioni sindacali dei proletari dei campi predominano rispetto a quelle dei proletari di fabbrica, la CNT si caratterizza come sindacato più marcatamente “industrialista”. Infatti, mentre il grosso degli iscritti CNT è in Catalogna e in particolare a Barcellona, dove arriva a rappresentare circa il 70% dei lavoratori e delle lavoratrici, la UGT è “spalmata” un po’ in tutto il paese, con una quota importante di mano d’opera agricola (circa il 40% degli iscritti nel 1932).  

In poche parole, e siamo alla seconda caratteristica, su questa base il movimento dei lavoratori agricoli di Spagna può avere una prospettiva nazionale solo passando dalla UGT. Ma essa ben si guarda dal mettersi in questa ottica. Il socialismo spagnolo è minimalista, gradualista, legalitario…mai si sognerebbe di mettere in discussione quella tranquilla “marcia verso il progresso” di cui si sente depositario.

Quindi in Spagna non si esce dal corto circuito tra una CNT che scatena insurrezioni di qua e di là senza un obiettivo preciso (“picchia e ripicchia alla fine il muro del privilegio crollerà”), esaltando suo malgrado  un “comunalismo” a sfondo localistico; e una UGT che, anche quando veramente scoppiano moti rivoluzionari passibili di irradiazione, o si gira dall’altra parte oppure cerca di ridurre i danni, svilendo il movimento in chiave elettoralistica.

La testardaggine della lotta di classe imporrà a breve (come vedremo) dei radicali cambiamenti di paradigma, provenienti direttamente dalle masse proletarie in lotta .  E sarà la Comune delle Asturie. Ma tale pregresso va debitamente tenuto in conto, perché determinerà, al di là delle singole volontà o dei singoli atti di eroismo, un clima di reciproca sfiducia e diffidenza, per non dire di ostilità, che farà da ostacolo alla formazione e al decollo di fronti unici proletari di lotta.

                                                    La destra all’attacco

Intanto sul terreno politico si va verso la rivincita della destra. Nell’estate del 1933 Azaňa si dimette. Pressato dai poteri forti di cui sopra, lascia la presa, cedendo il posto a una coalizione di destra fondata sul binomio Lerroux- José Maria Gil Robles, un cattolico integralista fondatore della CEDA (Confederación Espańola de Derechas Autónomas). Il partito è fondato su tre cardini: Patria, Autorità, Gerarchia. Lo scopo non è un semplice ricambio governativo ma “la conquista dello Stato e l’instaurazione di un nuovo regime autoritario e corporativo.” (7)

Fa il suo esordio anche la Falange Espaňola, guidata dall’avvocato José Antonio Primo de Rivera, figlio del dittatore. L’impronta decisamente fascista di quest’ultimo movimento, che non esita a scatenare agguati e assassinii di militanti operai, è racchiusa nella seguente dichiarazione del suo capo: “La Patria è una totalità storica, superiore a ciascuno di noi e a ciascuno dei nostri gruppi. A questa unità devono inchinarsi classi e individui.” (8)

La coalizione, col radicale Lerroux primo ministro, va al governo (con l’appoggio ma senza il coinvolgimento diretto della CEDA) dopo aver vinto nettamente le elezioni del novembre 1933.

In occasione delle quali la CNT fa questa volta – a differenza del ’31 – una diffusa propaganda astensionista. Si vuole da un lato “punire” i falsi amici dei lavoratori del biennio appena trascorso, e dall’altro far uscire allo scoperto le forze repressive dello Stato, per risolvere la decisiva battaglia.

Inizia così un periodo di fortissime tensioni sociali e politiche denominato “Bienio Negro” (1933-’35). Da molte parti – e noi ci associamo – l’inizio della guerra civile e dei moti rivoluzionari viene datato proprio col novembre del 1933. Anche perché comincia a prendere corpo una virata “a sinistra” del PSOE, e quindi della stessa UGT, che avrà ripercussioni notevoli nella conduzione delle lotte proletarie e nella stessa psicologia di massa; senza con questo abbattere – fatte sempre le dovute eccezioni – quel muro di diffidenza tra le organizzazioni operaie su cui ci siamo prima soffermati.

Già alle elezioni in PSOE si era presentato da solo, evitando accordi coi repubblicani di sinistra. Probabilmente sia Caballero che la “destra” e il “centro” del partito (Basteiro e Prieto) subodorano aria di scaricamento del partito da parte della classe dominante. Timorosi anche di uno scavalcamento ulteriore da parte delle correnti libertarie, si decidono per una radicalizzazione della lotta sociale, lasciata peraltro nelle mani di Largo Caballero. Sentono sicuramente la pressione delle masse lavoratrici agricole aderenti alla UGT (quota di iscritti/e decuplicata dal 1930 al 1932!)

Il fatto che il governo Lerroux sia determinato a cassare le riforme del governo precedente, a pestare duro sui salari, e a trattare come “sovversivi”, alla pari, socialisti e anarchici, spinge ancora di più verso lo scontro PSOE e UGT, prospettando una situazione di aperta guerra sociale.    

G. Brenan (9) si sofferma sugli scioperi insurrezionali in Aragona di parte CNT, indetti nella prospettiva di farli seguire da scioperi generali in altre regioni (dicembre ’33). Avvengono così proclamazioni del “comunismo libertario” a Saragozza, Huesca, Barbastro, seguiti da scioperi diffusi e chiese date alle fiamme. L’agitazione interessa anche parte della Catalogna, del Levante e dell’Andalusia. Ma in quattro giorni tutto è stroncato dall’intervento di Guardia Civil ed esercito.

La “prova generale della rivoluzione” costa alla CNT 67 morti, 87 feriti, 6.000 arresti e la sua messa fuorilegge.

Sembra l’ennesima azione sconsiderata degli anarchici, ed in parte di certo lo è (10), ma lo sesso Brenan, che anarchico non è, ci invita a vedere tali azioni nell’ottica sindacalista rivoluzionaria di una “lenta ma ripetuta preparazione” alla quale occorra versare lacrime e sangue, prima che sopraggiunga il “botto” dell’auto-emancipazione degli oppressi.

E’ infatti ferma convinzione di questi libertari che il lavoro maggiore da parte dei rivoluzionari debba essere svolto nella fase pre-rivoluzionaria (che va suscitata).

Il segreto della resilienza CNT sta nella sua ramificazione sociale e territoriale, nel fondare la sua attività non su “capi” inamovibili o strutture “fisse”, ma su una responsabilizzazione fluida e articolata, in grado di affrontare le emergenze ripartendo dai problemi quotidiani dei lavoratori e dalle campagne per la liberazione dei prigionieri politici caduti nelle mani del nemico.

In fondo, nota ancora Brenan: “La vera forza della CNT non risiedeva comunque nelle rivolte armate, ma nella capacità di resistenza sul piano sindacale.” (11)

E’ opinione diffusa nella sinistra dell’epoca, compresa quella riformista, che si marci verso la soppressione di ogni spazio democratico ad opera di movimenti fascisti in netta ascesa in tutto il continente europeo. La vittoria nazista in Germania è datata gennaio 1933. In Austria, poco più di un anno dopo (febbraio ’34), il proletariato viennese viene schiacciato militarmente dal reazionario governo Dollfuss. Sempre in quei giorni, in Francia, le manifestazioni di piazza della formazione di estrema destra Croix de Feu ribaltano i governi.

C’è aria insomma di “fascismo alle porte” e questo, oltre ai fattori interni, spiega in gran parte la “virata a sinistra” del PSOE. Ma è una virata che non vuole di certo ribaltare il potere borghese, bensì accattivarselo di nuovo dopo avergli messo paura.

Largo Caballero, convertito al “leninismo” (sì proprio lui, il ministro del collaborazionismo di classe!), proclama solennemente nei comizi la “dittatura del proletariato”, senza avere la minima idea di cosa ciò significhi. Il capo della “sinistra” del partito, l’indiscusso leader della UGT, usa la frase rivoluzionaria allo scopo di riconquistare quel “paradiso democratico” appena perduto, utilizzando il proletariato come massa di manovra.

E’ il destino del riformismo, quando per necessità che nulla hanno a che vedere con la rivoluzione  si ammanta della fraseologia rivoluzionaria…

Fatto è che il danno non ricade principalmente sul partito promotore di una simile sciagurata politica (il che sarebbe un’opera di pulizia morale e sociale), ma sull’intera classe proletaria.

In Spagna, tra la fine del ’33 e l’inizio del ’34, accade proprio questo.

                                              Nascono le “Alianzas Obreras”

Nel dicembre del ’33 vengono alla luce in Catalogna le “Alianzas Obreras” (A.O.), organismi di fronte unico proletario sorti per iniziativa della UGT, del PSOE, della Unión Socialista, della Sinistra Comunista (12), del Bloque Obrero y Campesino (12a), dei Sindicatos de Oposición e dell’Unión de Rebassaires. Tali soggetti, tolti i Rebassaires e parte del Bloque, sono tutti esponenti di realtà proletarie, compresi questi “Sindicatos de Oposición” che rappresentano in sostanza gli scissionisti CNT. (12b)

L’Accordo che li lega è fondato sul raggiungimento di due obiettivi: 1) impedire il colpo di Stato o la dittatura; 2) salvaguardare tutte le conquiste della classe lavoratrice. Scrive Munis (13) che trattasi di “gretto difensivismo, ma anche di un grande stimolo per l’azione…di un passo importante per creare organismi operai di potere.” (14)  

La CNT, in quanto trattasi di coalizione “politica”, non aderisce alla A.O.

Fa sapere che è disposta a un accordo con la sola UGT, ma non coi suoi “vertici”…Un modo come un altro per mandare tutti a quel paese…

Il PCE da parte sua apprezza, salvo starsene fuori e scagliarsi subitamente contro i “social-fascisti” del PSOE. Per poi – appena qualche mese dopo – in omaggio ai ribaltoni staliniani, diventare addirittura l’alfiere di un nuovo Fronte, quello Popolare con i ”social-fascisti” di ieri! (15)   

Il PSOE, visto che l’A.O. sorta in Catalogna è anche cosa socialista, “adotta” tale organismo di fronte unico; ma senza crederci e per usarlo in maniera strumentale. Da un lato vuole comunque tenersi buona la piazza autonomista catalana facendo leva sul movimento operaio; dall’altro intende spostare il tiro sulla centralità madrilena, dove il PSOE può svolgere il ruolo di primattore.

La manovra opportunista è descritta da Pĭo Moa (16) quando egli si sofferma sulla “sovrapposizione di istanze” ad opera del PSOE nella fase che avrebbe dovuto preparare l’avvento della “dittatura proletaria”… Il 3 febbraio del ’34 nasce a Madrid un “Comitato Organizzatore dell’Insurrezione” composto da PSOE, UGT e Juventudes Socialistas (organismo giovanile che secondo Munis è “in ebollizione”). L’organismo, naturalmente segreto, è presieduto dallo stesso Caballero, con Prieto (il finanziere!) al suo fianco. Il progetto prevede di irradiare simili Comitati in  tutto il paese, insieme a un “Sistema Clandestino di Interrelazione” preposto allo spionaggio, al sabotaggio, alla penetrazione nelle caserme. Insomma: una combinazione tra lotta armata e sabotaggio sistematico da far confluire in uno sciopero generale rivoluzionario.

Curiosi questi riformisti inverati che di colpo si mettono a fare gli anarchici, senza peraltro possederne le qualità…Ma è giusto anche vedere in tale metamorfosi socialista il segno di una lotta di classe “reale” che attraversa le fila del partito, coinvolge i suoi militanti operai e prepara le resa dei conti.

Diremmo solo che, dal momento che la rivoluzione non si improvvisa e i quadri rivoluzionari a loro volta non si improvvisano, di tutto questo marchingegno insurrezionale, alla prova dei fatti, rimarrà ben poco.

In quella realtà come le Asturie invece, dove le A.O. saranno prese sul serio esse, poggiando su una enorme spinta di massa, porteranno i loro frutti nonostante la sconfitta. Dalle altre parti, di contro, verranno alla fine messe ai margini: sacrificate a una “insurrezione generale” che poteva essere ma che non fu.

Le A.O., nonostante i proclami, non verranno mai impiegate per la direzione effettiva della lotta di massa dal febbraio all’ottobre ’34. Il PSOE le usa come spauracchio guardandosi bene dal farle assumere il ruolo di coordinamento nazionale delle lotte e di farle vivere attraverso l’elezione diretta dei rappresentati di base, piuttosto che coi “fiduciari” di organizzazione. Eppure in mezzo vi furono scioperi generali riusciti a Madrid (22/4) e in altre città, ma soprattutto quello contadino del giugno. Uno sciopero ritenuto da Munis addirittura “lo snodo della rivoluzione”.

                                              Verso l’ottobre rosso del 1934

La situazione era peraltro diventata ancora più incandescente quando alle tensioni sociali si erano nuovamente sommate quelle regionali.

Nell’aprile del ’34 Lerroux, travolto da scandali e corruzione, si dimette. Al suo posto un altro radicale: il massone Ricardo Samper, che durerà pochi mesi.

Luis Companys, esponente dell’autonomismo catalano, presidente della Generalitat dopo Macía, lancia la sfida a Madrid sulla legge relativa all’affitto dei terreni coltivati a vite. Barcellona rivendica un arbitrato che Madrid non intende concedere. I numerosi e influenti piccoli proprietari catalani (i “rebassaires”) sono sul piede di guerra.  Come se non bastasse, anche i baschi ora alzano il tiro, pretendendo da Madrid una autonomia non meno esplicita di quella catalana.

Nel giugno avviene lo sciopero agrario forse più imponente mai verificatosi fino allora nel paese. Ed è proprio in tale occasione che la linea “rivoluzionaria” decisa dai dirigenti del PSOE e della UGT mostra la corda. Il giorno 5 inizia lo sciopero, indetto stavolta da UGT e CNT assieme, per costringere i proprietari terrieri non solo a rispettare lo Statuto del Lavoro ma anche a concedere forti aumenti salariali e assumere i disoccupati.

Lo scontro è durissimo, arrivando a bloccare l’uso dei macchinari nei campi e all’uccisione di proprietari terrieri e crumiri. Si protrae fino al 13 giugno, coinvolgendo circa 100mila braceros nel sud della Spagna. Sarebbe il momento di far entrare in azione le A.O. e dichiarare lo sciopero generale di solidarietà, allargare la lotta e buttare giù il governo reazionario con un forte movimento di massa, potenzialmente in grado di sfociare in insurrezione armata.

Ma niente di tutto ciò accade.

Il compromesso “sindacale” che concluderà la lotta, con il prezzo di 16 morti, centinaia di feriti e 7.000 arresti, avrà l’effetto di deprimere i contadini, lasciando soli gli operai che insorgeranno a ottobre. (17)

Il PSOE “appoggia” l’agitazione, ma è troppo impegnato a preparare il “colpo decisivo” per perdersi in una “vertenza sindacale”. Quando il “momento” sembrerà arrivare, da lì a qualche mese, esso sarà imposto dall’avversario. Non c’è che dire, proprio una strategia di prim’ordine…(18)

La destra infatti non intende più tergiversare. Crede sia giunto il tempo dell’affondo. Vuole tra l’altro costringere i socialisti a compiere mosse avventate.

Così, siamo a ottobre 1934, Gil Robles ritira il suo appoggio a Samper e chiede allo screditato, redivivo Lerroux di formare un nuovo esecutivo in cui stavolta siano presenti tre ministri CEDA. Quando ciò avviene, la reazione proletaria nel paese è immediata.

L’UGT proclama sì lo sciopero generale di protesta, ma “pacifico”.

A Madrid, dove i lavoratori ritengono comunque iniziata la fase insurrezionale e che i proclamati intenti pacifici siano solo una furberia per ingannare l”avversario, una folla di scioperanti si raduna nei pressi degli edifici ministeriali in attesa di armi…che non arrivano. Non perché non ci siano (le sezioni e i circoli socialisti e UGT le hanno pur raccolte), ma per il semplice motivo che i dirigenti si sono dileguati…(notte del 5 ottobre).

Avvengono comunque, con i mezzi che si hanno a disposizione, quattro giorni di scontri a fuoco tra manifestanti e Forza Pubblica, con vittime (34), prima che la rivolta venga domata.

A Barcellona la CNT è estranea al movimento (Gil Robles, Azaňa e Caballero sono la stessa cosa) e  l’Esquerra, dopo aver tentato la prova di forza rivendicando l’indipendenza, vista la mal parata desiste dall’alzare il livello dello scontro, lasciando comunque anch’essa vittime sul terreno.

In tutta la Catalogna si contano 107 morti. Finisce tutto nel classico modo: proclamazione dello “stato di guerra” in tutta la Spagna, migliaia di arresti e relative deportazioni dei militanti.

                                Vittoria e sconfitta della “Comune” asturiana

Dove invece non finisce per niente è nelle Asturie. Qui i lavoratori hanno preso le cose tutte terribilmente sul serio. Pur avendo un peso non indifferente, gli anarchici sono la seconda forza dopo i socialisti. Questi ultimi sono militanti operai provati da esperienze di vita e di lotta durissime, in gran parte minatori e non impiegatucci in carriera (19). Qui l’A.O. funziona da quando è sorta e, coinvolgendo pure gli aderenti alla CNT e altre formazioni minori, ha preso il nome emblematico di “Unión de Hermanos Proletarios” (UHP). Nelle Asturie esiste, ed è operante, il fronte unico proletario, debitamente organizzato e armato (la dinamite abbonda).

Una volta giunta la notizia dello sciopero generale l’insurrezione comincia con l’assalto alla caserma di Sama. Poi si avanza verso Oviedo, la capitale regionale. L’occupazione della fabbrica d’armi di La Trubia procura ai rivoltosi 30mila fucili e molte mitragliatrici. Il 9/10 Oviedo è occupata coi villaggi adiacenti, poi tocca Gijón.

Brenan valuta in 70mila i proletari protagonisti attivi dell’insurrezione (40mila UGT, 20mila CNT, 9mila comunisti). L’evento produrrà, sempre secondo l’autore, “una enorme impressione”.  

Dal 5 al 18 ottobre viene così instaurata dai proletari in armi la “Comune delle Asturie”, o la altrimenti detta “Repubblica Socialista delle Asturie”, retta da Comitati che gestiscono tutti gli aspetti della vita civile; con un Esercito Rosso a sostegno composto da 30mila volontari effettivi bene armati, suddivisi in 20mila aderenti all’UGT, 4mila alla CNT e 6mila di altra estrazione (perlopiù comunisti).(20)

Entrano in piena attività Comitati di Approvvigionamento e Tribunali Rivoluzionari, che non esitano a eliminare esponenti dell’alta borghesia, prelati, militari che oppongono resistenza.

La gestione dei Comitati non è omogenea: mentre le aree sotto l’influenza social-comunista privilegiano il controllo “centralistico” delle fabbriche occupate, in funzione della lotta armata, puntando su un “socialismo distributivo” (e mettendo le mani sulla Banca di Spagna!), quelle influenzate dagli anarchici aboliscono il denaro e socializzano quanto possono le attività economiche, mettendo già in evidenza quelle che saranno le linee di fondo delle trasformazioni sociali post-luglio del ’36.  

Pesa comunque enormemente il sostanziale isolamento in cui vengono a trovarsi gli insorti. Mai come nella guerra civile e nelle rivoluzioni, di cui la Comune delle Asturie per la Spagna è la precorritrice, il tempismo e la coordinazione sono questione di vita o di morte. Un movimento contadino prostrato e l’assenza di larga parte della classe operaia non potevano portare che al suo accerchiamento e alla sua soppressione.

La famigerata Legione del “Tercio”, fatta appositamente arrivare dal Marocco, insieme alla Guardia Civil e all’esercito, riusciranno a porre fine alla Comune, dopo una asprissima battaglia che lascerà sul terreno un migliaio di operai uccisi, 3.000 feriti e circa 30mila reclusi. A dimostrazione dell’appoggio popolare all’insurrezione e della determinazione dei rivoltosi, le truppe reazionarie perderanno a loro volta più di 300 effettivi.

La repressione della soldataglia, guidata tra gli altri dal boia Francisco Franco , non guarderà in faccia nessuno: esecuzioni sommarie, torture, stupri, accanimento contro donne, uomini di ogni età, bambini. Città e villaggi diventano terra bruciata. Gli “straccioni” devono amaramente pentirsi per aver osato tanto!

Nel 1936, quando ci sarà da regolare i conti coi militari golpisti, i proletari terranno bene a mente precedenti come quello delle Asturie.

Qualche considerazione supplementare va comunque fatta. Siamo di fronte a un evento, quello della “Comune” asturiana, che è paragonabile alla Comune di Parigi del 1871 come insurrezione a carattere decisamente proletario, determinazione nella lotta, tentativo di sostituire la macchina del potere borghese con quella proletaria dopo averla demolita.

Anche i limiti insiti nelle due rivoluzioni sono simili: coalizione di forze proletarie compatte nel combattere il comune nemico, ma animate da diversi modi di intendere il “potere proletario”. Lo scarso centralismo militare. L’isolamento rispetto al resto del paese. La situazione internazionale sfavorevole.

Relativamente alla realtà politica spagnola abbiamo avuto nelle Asturie dei socialisti non allineati al socialismo riformista del PSOE; degli anarchici non allineati alla “fobia del potere” e all’isolazionismo della CNT; dei comunisti appartenenti al PCE a loro volta non più allineati o non ancora allineati vuoi al settarismo stalinista del “socialfascismo” (21), vuoi alla nouvelle vague del “Fronte Popolare antifascista”. I più coerenti sono gli appartenenti alla Sinistra Comunista, i quali sin dal ’31 propugnano fronte unico e lotta rivoluzionaria per il potere, senza però avere, vista la loro esiguità, la benché minima possibilità di impiantare manovre tattiche “in proprio”.

Da tale bizzarra combinazione nasce la “Comune” asturiana, stroncata dalla repressione dello Stato repubblicano, presieduto dal cattolico “democratico” Alcalá Zamora.

La paura che si impossessa delle classi dominanti è tale che personaggi come il presidente catalano Companys, il riformista “rivoluzionario” Caballero e lo stesso repubblicano di sinistra, ex capo del governo, Azaňa vengono condannati a lunghe pene detentive in quanto “istigatori” dell’Ottobre…

                                         Le Asturie interrogano e insegnano

Le Asturie mettono in discussione nella pratica il caposaldo anarchico in base al quale ogni potere è, in quanto tale, un’oppressione e uno sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Dunque da combattere sempre e ovunque, in qualsiasi forma esso si manifesti.

A. Paz (22) parla delle Asturie come “grande vittoria proletaria”, portatrice della “democrazia operaia diretta”, nonostante la sconfitta.

Il merito va secondo lui assegnato al “socialismo più rivoluzionario” esistente nel paese; a una CNT “non logorata” dai salassi repressivi e dalle dispute interne; alla “unione rivoluzionaria del movimento operaio”. Fin qui sarebbe una valutazione condivisibile, se non scadesse nel voler mettere comunque la ciliegina anarchica sulla torta, sostenendo la “superiorità” della Gijon libertaria sulla Oviedo socialista. E cioè la superiorità del metodo “antiautoritario” su quello “burocratico” prendendo come esempi singoli fatti d’armi; a fronte però di una direzione della “Comune” saldamente in mano all’UGT asturiana. A partire da quei Comitati Rivoluzionari e dai Sottocomitati (divisi per zone) i cui presidenti sono esponenti socialisti. Con la loro mentalità, “burocratica” quanto si vuole e pure con evidenti limiti politici, questi dirigenti fanno comunque funzionare una “macchina” che per essere spezzata richiede l’impiego di ben 40mila tagliagole in divisa perfettamente addestrati ed equipaggiati…

Lo storico H. Thomas ricorda non a caso come “perfino gli anarchici riconobbero la necessità di una temporanea dittatura (del proletariato, NDR). Anche se il loro accordo coi comunisti era dovuto solo al fatto che tutta questa attività, essendo limitata ad un gruppo di pueblos, non sollevava problemi di organizzazione dello Stato. In alcuni pueblos i comunisti si preoccupavano di instaurare una loro propria dittatura piuttosto che mandare gli uomini al fronte; ma, di regola, la parola d’ordine della UHP era sempre sincera.” (23) 

A. Nin, il massimo esponente in quel periodo della Sinistra Comunista, lamenta la “tiepidezza” dei caballeristi verso le Asturie, e la non entrata in scena delle masse contadine e semi-proletarie a fianco della piccola borghesia radicale e del proletariato (24).

Giusta la messa a fuoco di un movimento dimezzato e alla fine isolato, seppur lo stesso Nin (uno dei fondatori del POUM) a sua volta finisca col mettere in evidenza l’eccessivo (e deviante) peso da lui assegnato alla lotta per “la rivoluzione democratica” in Spagna; la quale, secondo lui, avrebbe dovuto comprendere (come in effetti ahimè poi avvenne) una perniciosa sudditanza verso alleanze “politiche” con la piccola borghesia autonomista.

Il richiamo insistente di Nin alla mancanza di un partito rivoluzionario come l’alfa e l’omega della rivoluzione è così monocorde al punto da diventare stucchevole e fuorviante. Per non dire auto-assolutorio, dal momento che sfuma il programma rivoluzionario nelle “alleanze democratiche”, pur mantenendo una prospettiva formalmente “socialista”.

Certo che per vincere il proletariato ha bisogno di un partito rivoluzionario, ma in quella concreta situazione in rapido avvolgimento verso la guerra civile il compito prioritario dei comunisti non poteva esimersi dall’intervento massiccio, con tutte le forze disponibili, in entrambi i sindacati di massa: CNT e UGT.

Intervento teso a far sorgere Comitati di lotta sulla falsariga dei Soviet russi.

Era esattamente in questi sindacati, e non nei partiti, non nelle alleanze “progressiste”, non nei “fronti popolari”, che poteva essere veicolata tutta l’energia rivoluzionaria della classe.

Nelle Asturie tutto ciò per sommi capi avviene, ma i centristi come Nin non ne traggono insegnamento alcuno. (25)  

Chi sul terreno fa un bilancio tutto sommato più consono al nostro modo di vedere le cose è G. Munis, anche lui esponente della Sinistra Comunista ma critico verso Nin.

Attaccato l’isolazionismo dei massimi esponenti CNT, Munis ritiene che a Barcellona l’A.O. senza la zavorra del massimalismo socialista, abbia ottime prospettive. Però il problema è che essa a sua volta non “apre” alla CNT, non rimette alle fabbriche la nomina dei suoi delegati. Anzi: ammicca con la borghesia regionalista. Quella stessa borghesia che, come abbiamo visto, per l’ennesima volta lascerà soli i proletari contro lo Stato centralistico di Madrid.

Il responsabile principe di una simile tattica è individuato in Joaquĩn Maurin, segretario di quel “Bloque” che confluirà poi nel POUM con Nin.

Anche Munis considera l’insurrezione delle Asturie una “vera” insurrezione, grazie alla quale il proletariato spagnolo si poté ricompattare. Proprio da lì arrivava il messaggio chiaro e forte che senza organi democratici di potere, senza una milizia operaia armata, senza una coesione su scala nazionale non si può vincere. (26)

Ma era davvero possibile vincere già nell’ottobre 1934, evitando magari al proletariato spagnolo la terribile prova della guerra civile del 1936?

Munis non condivide l’ottimismo di Nin sulla possibilità di condurre a fondo l’offensiva in quelle condizioni. Riprendendo l’atteggiamento a suo tempo avuto da Marx sulla Comune di Parigi, egli ritiene che l’insurrezione sia stata prematura. Non per questo i rivoluzionari, quando comunque essa parte, quando le masse “danno l’assalto al cielo”, debbono avere esitazioni. Il loro posto di battaglia è già assegnato.

Al punto che Munis, sulla base dei rapporti di forza, ritiene alla portata una lotta per imporre le dimissioni di Samper, lo scioglimento del parlamento e l’indizione di nuove elezioni “senza insorgere prematuramente”…Ci si sarebbe potuti così approfittare della situazione per “estendere le A.O. e armare gli operai”.

In pratica egli propende per una serie di rivendicazioni politiche di “fase”, a “ondate crescenti”, ancorate alla realtà, in grado di fare maturare concretamente tra le masse, nella lotta, la coscienza che solo il ribaltamento del dominio borghese può costituire la via d’uscita.

Le Asturie ci dicono tutto questo, e crediamo che non sia poco.

La Comune asturiana fu “la prima battaglia della guerra civile” per Brenan.

Una prima battaglia, ci sentiamo di aggiungere, che non istruì molto nella guerra a venire.

Nel luglio del ’36 e per tutto il periodo rivoluzionario che ne seguì (primavera del ’37), solo sporadicamente e a macchia di leopardo il movimento proletario seppe fare tesoro degli insegnamenti politici della Comune.

Per certi versi si potrebbe dire che la Comune andò più vicino ai canoni della rivoluzione proletaria di quanto sia riuscita ad andare l’insurrezione dell’estate di due anni dopo. Senza con ciò nulla togliere alla grande mobilitazione del ’36 e alle realizzazioni che cercò di implementare.

Una cosa però teniamo in conclusione a sottolineare: la Comune asturiana fu un segnale importante, valido a livello internazionale, ma colto ahimè solo da esigue minoranze, di come la vera lotta dovesse essere indirizzata contro il capitalismo e lo Stato borghese, non racchiusa nella falsa e ingannevole alternativa tra “fascismo” e “democrazia”!           

Note

 1 – I carlisti appartenevano a un movimento monarchico conservatore di stampo cattolico-tradizionalista. Negli anni ’30 del secolo scorso svolgono una ferma opposizione alla repubblica spagnola.

 2 – La destra è decisamente contro le autonomie regionali. Con il governo Azaňa-Caballero la Catalogna aveva ottenuto uno Statuto, facendo della Generalitat il governo regionale, deputato a legiferare su istruzione, polizia, imposte). Il catalano aveva affiancato lo spagnolo come lingua ufficiale. Deputati catalani avevano ottenuto seggi alle Cortes.

A questo punto anche i Paesi Baschi (600mila abitanti) rivendicano una autonomia almeno di pari livello, includendo pure la questione agraria. Bilbao è città industriale già da fine ‘800 (miniere, ferro, cantieristica). Vi risiedono pure importanti banche, che sviluppano notevoli affari con l’estero. I nazionalisti baschi però, legati alla chiesa cattolica e arabofobi,  non si intendono con la sinistra repubblicana. Sono anti-centralisti ancor più dei catalani. Il loro leader è l’avvocato José Antonio Aguirre.

 3 – H. Thomas, Op. cit.

 4 – Ibidem

 5 –  G. Brenan (Op. cit.) scrive come la repubblica introduca aumenti salariali nelle campagne e pure leggi sul lavoro (vedi articolo precedente), ma sostiene come la grande proprietà sia colpita, e parzialmente, solo nella Spagna centrale e meridionale; dove si mettono a disposizione dei contadini senza terra solo terre incolte, dopo selezione, costringendo pure le famiglie a indebitarsi per poter lavorare. Nulla viene fatto nei confronti dei piccoli proprietari e verso il problema dei fitti. Nel varo di queste leggi pesa la divisione tra l’uso collettivo delle terre propugnato dalla UGT e la loro suddivisione in piccoli appezzamenti sostenuta dai repubblicani. Il risultato della riforma agraria fu in sostanza quello di compattare ancora di più un fronte di lotta proletario che le borghesie degli altri paesi (vedi l’Italia) erano riuscite a dividere con un certo successo.

 6 – Ancora Brenan (Op. cit.) riporta una breve cronologia sulla storia della UGT.

Nata nel 1888 con impronta sociale moderata e disciplinata. La categoria che la tiene a battesimo è quella dei tipografi, propensi ad attuare scioperi pacifici e solo rivendicativi. Il numero esiguo di aderenti iniziali (3.300) raddoppia solo nel 1898. Esprime fiducia nel parlamento e nei municipi. Il suo leader, fondatore anche del PSOE, è il tipografo madrileno Pablo Iglesias Posse, che sarà anche il primo parlamentare socialista (1910). Prevale all’interno di questo sindacato una “rigida moralità”.

Dopo la perdita di Cuba da parte della Spagna (1898) e la conseguente crisi politica e sociale, il numero degli effettivi UGT sale a 26.000. Bilbao, Madrid, Asturie sono le direttrici della penetrazione operaia targata UGT, racchiusa nelle importanti categorie degli edili, dei metallurgici e dei minatori. Sul modello del socialismo belga si punta alla diffusione delle Casas del Pueblo. Non sono esclusi dalla sua storia, anche se rimangono eventi rari, momenti di convergenza col sindacato anarchico CNT, nello sciopero generale che investe tutta la Spagna (agosto 1909). Si oppone alla guerra in Marocco, senza farsi con questo paladino della sua indipendenza. Con la prima guerra mondiale l’UGT inizia a penetrare anche tra contadini e braccianti del mezzogiorno, guidando scioperi vittoriosi. Il sindacato non aderisce all’Internazionale Sindacale Rossa, emanazione dell’Internazionale Comunista. In quegli anni emerge Largo Caballero come presidente.

Quest’ultimo (F. Morrow, Op. cit.) accetta la soppressione della CNT da parte del dittatore Primo de Rivera allo scopo di liberarsi dello scomodo concorrente, “facilitando” le azioni del suo sindacato. Non per niente Primo de Rivera lo nomina Consigliere di Stato. Esperienza che lo proietta come ministro del Lavoro nel governo repubblicano verde-rosa del ’31-’33. In tale veste, fa passare norme che rendono illegale lo sciopero politico, introducendo pure un preavviso scritto per gli scioperi almeno 10 giorni prima che vengano effettuati. Introduce la presenza fissa della polizia alle assemblee operaie. Appoggia la repressione delle agitazioni contadine. Un piccolo Noske insomma.

Nel ’34, finita l’esperienza dei governi di coalizione coi repubblicani, “si converte”…

Arrestato e condannato dopo le insurrezioni d’ottobre, studia i classici del marxismo e proclama la “dittatura del proletariato” e la “rivoluzione sociale” come uniche soluzioni alla crisi spagnola.

Per A. Paz, l’uomo “studia Lenin ma non capisce che la rivoluzione proletaria passava per l’alleanza operaia rivoluzionaria della CNT con la UGT”. Munis è molto più drastico, considerando la vicenda della “conversione” di Caballero “una frode”.

Brenan (Op. cit.) presenta una tabella relativa alle adesioni e alle sezioni sindacali UGT nei primi anni ’30:

UGT iscritti       Sezioni sindacali        Anno       

 277.011                   1.734                 dic. 1930

 958.451                   4.041                 dic. 1931

1.041.539                 5.107            giugno 1932

Una crescita molto evidente e rapida, dovuta in gran parte alle adesioni contadine legate alla riforma agraria. Adesioni di “spinta” al sindacato affinché affondi contro i proprietari terrieri. La maggior parte dei nuovi iscritti è composta infatti da braccianti, piccoli agricoltori e impiegati del commercio.

Un censimento degli iscritti al 1932 da la seguente suddivisione per settori lavorativi: 445.411 lavoratori agricoli; 287.245 operai, minatori, ferrovieri; 236.829 impiegati d’ufficio e del commercio.

 7 – P. Preston, Op. cit.

 8 – H. Thomas, Op. cit.

 9 – G. Brenan, Op. cit.

10 – L’anarchico italiano Camillo Berneri, direttore del giornale “Guerra di classe”, vittima dello stalinismo nelle giornate di Barcellona del maggio 1937, interviene a più riprese in quella che chiama “crisi dell’anarco-sindacalismo, cioè dell’anarchismo”.

Essa consisterebbe nella “fiducia eccessiva nelle masse (che) ha trattenuta e fuorviata la funzione di pattuglia di punta degli anarchici, che si sono lasciati cullare dall’illusione che il popolo potesse insorgere, senza una serie di fattori preparatori di un’atmosfera rivoluzionaria. Questa fiducia eccessiva è un riflesso di entusiasta ottimismo populistico in alcuni, ma in molti altri, in quasi tutti ha radice nell’immoralità di non sentire profondamente la bellezza di battersi per dei principī, prescindendo dalle possibilità di trionfo facile e sicuro. “ C. Berneri: “Ancora sull’anarco-sindacalismo: fallimento o crisi?”, “Guerra di classe”, 1930, in : “Pietrogrado 1917 Barcellona 1937, La Fiaccola – 1990)

11 – G. Brenan, Op. cit.

12 – La “Sinistra Comunista” operante in Spagna in quel periodo, di matrice trotskysta, divisa al suo interno riguardo al pensiero e alle indicazioni politiche dello stesso Trotsky, non va confusa con la “Sinistra Comunista” di matrice bordighiana. Di ciò ci occuperemo in altre puntate.

12a – Il “Bloque” nasce nel 1930 a Barcellona, a seguito della fusione del Partito Comunista Catalano (PCC) e della Federazione Comunista Catalano-Baleari (FCCB), includendo anche militanti valenciani della FCL, Federazione Comunista del Levante. Segretario è Joaquín Maurín. La formazione sostiene una federazione di nazioni socialiste spagnole, a partire da quella catalana, e l’autonomia dei partiti comunisti nazionali. Lo scivolamento verso tale forma di “regionalismo comunista” porterà il “Bloque” a essere succube del catalanismo, e a praticare alleanze politiche con democratici e stalinisti. Tale deriva si riprodurrà all’interno dello stesso POUM, sorto nel 1935 dall’unione del “Bloque” con la “Izquierda Comunista” di A. Nin.

12b – I cosiddetti “Trentisti”, cioè gli anarco-sindacalisti oppositori della linea e dei metodi della FAI, espulsi dalla CNT (vedi puntata precedente).

13 – G. Munis: Op. cit.

14 –  Ecco la sostanza del Patto dei partiti e dei sindacati aderenti alle “Alianzas Obreras”: “Considerando che la borghesia si è fusa per dare battaglia al proletariato esaltando il nazionalismo, cioè il fascismo. E considerando che la questione consiste se vincerà la controrivoluzione fascista o la rivoluzione proletaria, lo scopo delle “Alianzas” è quello del mantenimento e difesa di ogni conquista democratica del proletariato e di deroga alle leggi repressive; di ostacolare con tutti i mezzi lo sviluppo e l’attività del nazionalismo fascista; di preparare l’azione rivoluzionaria per la battaglia definitiva, Nel momento in cui le circostanze ci siano propizie, di insediare la Repubblica Socialista Federale.” Per l’organo del PSOE “El Socialista” le “Alianzas” sono “strumenti di insurrezione e organismi di potere comparabili ai Soviet russi.”

15 – In estrema sintesi, la differenza tra il Fronte Unico (deliberato dal III° Congresso dell’Internazionale Comunista nel 1921) e il Fronte Popolare (uscito ufficialmente dal VII° Congresso della stessa I:C., diventata nel frattempo staliniana, 1935) è riconducibile alla finalità politica e alla collocazione di classe del partito comunista.

Il Fronte Unico consiste in una tattica di unione delle organizzazioni operaie su degli obiettivi comuni di difesa, per spostare la maggioranza del proletariato sulle posizioni rivoluzionarie di abbattimento del capitalismo. Mantenendo una rigida autonomia politica ai partiti comunisti.

Il Fronte Popolare invece, individuando il nemico non nel capitalismo in ogni sua espressione, ma nel solo fascismo, promuove formule politiche di alleanza tra le classi nella direzione della “democrazia avanzata”, “progressiva”, “popolare” o che dir si voglia, deviando la lotta per il socialismo.

Va aggiunto che il Fronte Popolare calzava perfettamente, negli anni ’30, con la politica dell’URSS di alleanza con gli imperialismi “democratici”, in vista della nuova spartizione del mondo uscita nel 1945 dalla Conferenza di Yalta. Torneremo ancora sul tema in seguito.

16 – Pío Moa: “Le origini della guerra civile spagnola”, Edizioni della Meridiana -2006

17 – “La direzione del PSOE e della UGT, trovatasi coinvolta, di malavoglia l’appoggiò (lo sciopero agrario del giugno 1934, NDR), ma evitando accuratamente la sua diffusione solidale nelle città. I repubblicani di sinistra rimasero impassibili. In cinque giorni lo sciopero terminava in quasi tutte le parti e il raccolto era salvato.” (Ibidem)

In realtà lo sciopero si protrasse ben oltre i cinque giorni e causò danni ingenti. Ma non è questo il punto. Conviene tener presente che l’autore, Pío Moa, è un “pentito”: aderente al PCE in gioventù, coinvolto anche in attentati, in età “matura” è passato al revisionismo storico di marca franchista, cercando di addossare la responsabilità della guerra civile al comportamento delle sinistre, partendo proprio dal cruciale 1934. Ciò detto, e preso atto che egli forzatamente da un lato minimizza la portata degli eventi mentre dall’altro calca sulla violenza “perversa” della sinistra (sic), ènon è di poco interesse riprendere alcuni passaggi delle sue opere, dove non ha peli sulla lingua nel mettere alla finestra i “panni sporchi” del PSOE.  

18 – Per Munis (Op. cit.) lo sciopero contadino del giugno ’34 fu “lo snodo della rivoluzione”. Sgombrando il campo dalle Cortes e dal debole governo Samper, non si sarebbe potuta realizzare la “successiva barbara persecuzione dopo l’insurrezione d’ottobre.” Invece: “il risultato immediato fu la disfatta dei contadini, a medio termine quella del proletariatoe il fallimento della svolta a sinistra dei socialisti, infine a tutto ciò seguì il Fronte Popolare e il governo Negrín-Stalin, precursori di Franco. La sequenza del processo storico avrebbe invece potuto essere: vittoria proletario-contadina, scioglimento delle Cortes, dualismo di poteri, presa del potere da parte del proletariato e dei contadini.” A eterna condanna dell’opportunismo di Caballero e &, in quanto “alla rivoluzione si arriva organizzando le masse e portandole ad affrontare la reazione, e questo non si può né ci interessa farlo a porte chiuse.”

19 – Le strutture portanti della UGT nelle Asturie, messe alla prova da decenni di dure lotte sindacali, facevano riferimento al sindacato SOMA (Sindicato de Obreros Mineros de Asturias). Lo spirito classista era molto radicato, arrivando a ottenere adesioni di oltre il 60% dei lavoratori. Ramón Gonzáles Peňa, ad esempio, operaio, sindacalista, deputato socialista, divenne il presidente del Consiglio Rivoluzionario di Oviedo, la capitale regionale.

20 – H, Thomas, Op. cit.

21 – Dal 1928 al 1934 circa, l’Internazionale Comunista di marca staliniana definiva i partiti socialisti più pericolosi del fascismo, e dunque da combattere più del fascismo. E ciò non in funzione di una tattica proletaria, cosa di per sé già abbastanza suicida, ma nella prospettiva di collegare le correnti borghesi più nazionaliste alla politica estera russa, preoccupata per una ventilata, imminente, aggressione militare da parte delle “democrazie” di Gran Bretagna e di Francia. La linea del “socialfascismo” ebbe una particolare quanto funesta applicazione nella Germania di Weimar, favorendo l’ascesa di Hitler. Col 1934, cambiando il quadro internazionale, avvenne il passaggio dell’I.C. ai “Fronti Popolari”.

22 –  A. Paz, Op. cit.

23 – H. Thomas, Op. cit.

24 – A. Nin. Op. cit.

25 –  Nin è convinto che la partita decisiva dell’ottobre ’34 poteva essere vinta in Catalogna, solo se si fosse condotta una lotta “offensiva”: “Mantenersi sulla difensiva in Catalogna, dove le condizioni erano favorevoli per l’offensiva, è stata la morte dell’insurrezione.” (Op. cit)

Fermo restando che una insurrezione che sta sulla difensiva è sconfitta in partenza, e sottolineando l’importanza di un movimento concertato di forze rivoluzionarie che non ci fu, il fulcro della lotta rimanevano le Asturie; dove nei fatti il proletariato aveva superato – attuando un vero Fronte Unico – tutte le ambiguità e le trappole delle “alleanze democratiche” con la borghesia.  

26 – G. Munis, Op. cit.

articoli correlati

Scopri di più da Il Pungolorosso

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere