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La Cina ha raggiunto la maturità imperialista? La nostra risposta, sulla traccia di un certo V.I. Lenin

In una fase storica come questa, segnata da una corsa sempre più accelerata al riarmo e ad una nuova guerra inter-capitalistica globale, per chi come noi vive e opera in Italia, un paese che è parte integrante, e non proprio di ultima fila, della NATO, dell’UE e delle altre istituzioni del campo imperialista occidentale, è di fondamentale importanza fissare in maniera categorica che il nostro primo nemico è qui, «in casa nostra»: il “nostro” governo, il “nostro” capitalismo, giunto non da ora allo stadio imperialista, il “nostro” stato, e le alleanze di cui è membro.

Ma ha egualmente grande importanza orientarsi in modo chiaro sulla natura e le caratteristiche del campo avverso all’Occidente, ed in particolare sul carattere della formazione economica sociale e dello stato cinese.

In un precedente articolo abbiamo dimostrato che la Cina di oggi è, alla stregua dei criteri di analisi marxisti, un paese pienamente capitalistico; e che di fronte ai rapporti sociali reali lì esistenti le mistificazioni ideologiche del PCC non reggono. Al centro della struttura economico-sociale cinese di oggi vi è infatti la compravendita della merce forza-lavoro in un mercato del lavoro dominato dal capitale privato e statale.

Con questo articolo facciamo un passo ulteriore per rispondere alla domanda: la Cina ha raggiunto lo stadio imperialista del capitalismo, oppure no? Anche in questo caso la nostra risposta – che è : , la Cina ha raggiunto la maturità imperialista – è fondata sui criteri di analisi marxisti così come messi a punto da Lenin ne L’imperialismo. E ha precise conseguenze politiche. Perché qualifica il campo di potenze e di paesi che la Cina sta adoperandosi ad aggregare da capofila, come uno schieramento che non si batte contro il campo occidentale per liberarci dal capitalismo imperialista, ma per contendere agli Stati Uniti e agli imperialismi occidentali il dominio sul mercato mondiale.

Lungi dall’essere un fattore di pace, la folgorante ascesa della Cina come grande potenza a piena maturazione imperialista è uno dei principali fattori dell’acuirsi della lotta per una nuova spartizione del mondo in sfere di influenza, che spinge al riarmo generalizzato, a nuove guerre regionali e verso una nuova guerra mondiale.

Chi a “sinistra” nega la maturazione imperialista della Cina e descrive la Cina di oggi come un paese “socialista”, in tutto o in parte, pur se a “socialismo di mercato” (!?) e  “con caratteristiche cinesi”, presentandolo comunque come un nuovo modello economico-sociale da imitare, e addirittura un baluardo contro l’imperialismo, si arruola in realtà in un campo di forze altrettanto capitalista-imperialista che la Cina sta lavorando ad aggregare. Ed è – ne sia consapevole o meno, forse molti non lo sono – per una nuova apocalittica guerra inter-capitalistica globale, non contro di essa, nella folle speranza che sia l’Occidente a perderla e che l’eventuale sconfitta dell’Occidente possa – sull’immenso deserto di una Gaza mondializzata – aprire le porte ad un “mondo migliore”.

Noi siamo invece strenuamente contro la corsa al riarmo, anzitutto contro il riarmo dell’Italia e dell’UE; e strenuamente contro questo sempre più apertamente invocato, e pianificato, regolamento di conti tra le grandi potenze del capitale, perché sarebbe una catastrofe di inimmaginabili proporzioni per le masse lavoratrici di tutto il mondo, per l’umanità in generale, per l’ambiente naturale, che ne pagherebbero i mostruosi costi – chiunque dovesse, alla fine, prevalere.

In vista di questo scontro epocale prodotto dall’implosione del sistema capitalistico, l’internazionalismo proletario coerente fa appello non agli Stati capitalisti nemici del «nostro», ma al proletariato di questi paesi, al campo internazionale degli sfruttati e degli oppressi, affinché nella congiuntura storica eccezionale che si è aperta, ci rifiutiamo di farci la pelle gli uni con gli altri, e ci uniamo nella battaglia comune per il rovesciamento rivoluzionario del capitalismo, per il socialismo.

***

La nostra valutazione è che il capitalismo cinese (un misto di statale e privato quanto alla proprietà dei mezzi di produzione, tenuto insieme da un forte dirigismo statale) ha ormai raggiunto la maturità imperialista, e date le sue dimensioni, è oggettivamente il principale contendente degli Stati Uniti per la supremazia a livello globale. Ciò porta alla formazione di un “campo” di paesi e di stati a direzione cinese, che si contrappone a quello a direzione USA (alla cui ombra sono finora ingrassati gli imperialismi europei).

In questo articolo, che è una rielaborazione di una relazione tenuta a un momento di formazione della TIR, facciamo riferimento alla definizione che Lenin dà dell’imperialismo capitalista. Quando indica i “cinque contrassegni dell’imperialismo”, Lenin si riferisce al sistema mondiale che ha assunto i caratteri dell’imperialismo, più che ai caratteri specifici che rendono un paese “imperialista”. In altri termini, è il sistema capitalistico mondiale che ha sviluppato i “cinque contrassegni” approdando alla sua fase imperialista, che Lenin vede come “fase suprema” del modo di produzione capitalista, dove 6 grandi potenze si spartiscono il mondo – con la guerra e il massacro di decine di milioni di persone in corso mentre scrive.

Sintetizzando al massimo, scrive Lenin: “l’imperialismo è lo stadio monopolistico del capitalismo”. Facendo un parallelo con la biologia, un paese semplicemente capitalista e un paese imperialista non rappresentano due specie diverse, sono due “stadi” nella evoluzione della stessa specie: lo stadio della “libera concorrenza” tra tanti produttori e quello dei monopoli che controllano il mercato. La libera concorrenza sul mercato produce la concentrazione e il monopolio. Quel che è comune ad entrambi gli stadi è che si fondano sullo sfruttamento del lavoro salariato. I monopoli guardano lontano, allo sfruttamento dei proletari anche in altri territori.

  1. Concentrazione del capitale e monopoli

Il primo contrassegno indicato da Lenin è “la concentrazione della produzione e del capitale che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica”. Come si pone la Cina di oggi-2026 in termini di concentrazione della produzione e del capitale?

Tra le prime 500 imprese del mondo per giro d’affari nel 2024 (classifica Fortune)

  • 138 erano americane (frutto dell’accumulazione durante 150 anni, a partire dai robber barons in poi, e attraverso due guerre mondiali e il dominio del dollaro, che hanno portato gli USA alla supremazia mondiale);
  • 124 erano cinesi (risultato di 40-50 anni di eccezionale accumulazione estensiva-intensiva dall’avvio della politica liberista);
  • solo se sommiamo i quattro paesi che seguono nella classifica: i grandi gruppi giapponesi (40), tedeschi (39), francesi (28) e britannici (17), si arriva al totale della Cina.
  • La Cina è alle costole degli USA non solo per numero di grandi gruppi monopolistici, ma anche quanto a dimensioni complessive: il fatturato delle imprese USA in classifica (anno 2023) è stato di 12,4 trilioni di dollari, contro 10,1 trilioni delle imprese cinesi (pari a circa 4 volte il PIL italiano);
  • le imprese cinesi superano quelle americane per attività (49,9 contro 41,3 trilioni di dollari), e per numero di dipendenti (22,3 milioni per la Cina contro 20,1 milioni per le imprese americane). Entrambi i dati sono sicuramente sottostimati, perché non includono i lavoratori esternalizzati, ma in ogni caso le 128 grandi imprese cinesi occupavano direttamente un numero di lavoratori pari a tutta la forza-lavoro italiana. La dimensione media delle 128 imprese cinesi nella classifica 2023 era di ben 174mila addetti – una dimensione sconosciuta in Italia, dove il gruppo con più occupati, Poste italiane, ha 120 mila dipendenti e stacca di molto il secondo, Banca Intesa.

Questi dati ci confermano che il processo di concentrazione della produzione e del capitale in Cina è già avanzato ai livelli americani. Questo è stato reso possibile dalla creazione di un vero mercato nazionale (di 1,4 miliardi di persone…), attraverso la più gigantesca costruzione di infrastrutture di trasporto (ferrovie, autostrade, aeroporti), energetiche e di telecomunicazioni della storia del mondo, effettuata in pochi decenni – rispetto alla quale impallidiscono le mitiche costruzioni ferroviarie negli Stati Uniti a fine ‘800, che diedero slancio al capitalismo statunitense.

La rete ferroviaria ad alta velocità della Cina, con 50.000 km, copre i due terzi dell’alta velocità mondiale. In pochi decenni la Cina è passata da un insieme di economie locali, a scala provinciale, a un unico mercato nazionale, il che ha permesso di concentrare le imprese locali in aziende leader nazionali  nei vari settori (con potere di mercato – monopolistico, appunto). Ciò ha anche permesso enormi economie di scala, e il rapido sviluppo di tecnologie di livello internazionale, competitive sul mercato mondiale. Il passaggio da un’industria produttrice ed esportatrice di beni di consumo della catena dell’abbigliamento a un’industria che è oggi la maggior produttrice ed esportatrice in quasi tutti i settori industriali (con un export di prodotti a tecnologia medio-alta pari o superiore a USA ed Europa) è avvenuto con sorprendente rapidità, anche grazie all’impianto, nei primi due decenni del secolo, delle tecnologie sviluppate negli USA, Europa e Giappone, da parte dei loro grandi gruppi alla conquista del mercato cinese – obbligati, come condizione di ingresso, a condividere le informazioni tecniche essenziali per il funzionamento degli impianti (in Cina niente impianti chiavi-in-mano). Assimilato lo stato dell’arte in gran parte dei settori, le imprese cinesi, che hanno a disposizione il più grande bacino di tecnici e ingegneri del mondo (3,5 milioni di laureati STEM ogni anno, a fronte di 820 mila negli USA), si sono spesso portate all’avanguardia e oggi dominano la maggior parte dei settori industriali. Dalla tabella che riprendiamo dall’International Yearbook of Industrial Statistics 2025 dell’UNIDO (United Nations Industrial Development Organization) possiamo osservare che, su 23 settori del’industria manifatturiera:

  • nel 2000 la Cina era al primo posto tra i paesi produttori in soli 4 settori: tessile, abbigliamento, cuoio, elettronica (qui nella produzione di componenti di minor pregio, e assemblaggio del prodotto finito), gli USA in 17 settori, il Giappone in 1 (l’auto).
  • Nel 2023 la Cina era al primo posto in 20 settori, gli USA in 3 (carta, coke, aerei), mentre sono in seconda posizione in 16 settori. Il Giappone, che nel 2000 era secondo in 13 settori, ora raggiunge solo il terzo posto, in 8 settori.

In 20 anni la Cina ha ribaltato i rapporti (di forza) con gli USA e le altre maggiori potenze. La posizione delle imprese cinesi è dominante (usiamo come criterio un peso triplo del paese in seconda posizione) non solo nel tessile-abbigliamento-cuoio ed elettronica, ma anche nei minerali non metallici (tra cui le terre rare), nei metalli di base (48,8% della produzione mondiale contro il 7,7% degli Stati Uniti), nei computer ed elettronica (42% contro 11%), nelle macchine elettriche (58,7% contro l’8,6% degli USA), nei macchinari (38 contro 10%), mentre nell’auto ha una produzione 2,5 volte quella degli USA (32% contro 13%).

È chiaro da questi dati che i gruppi cinesi hanno acquisito un potere di mercato su scala mondiale in numerosi settori, sviluppando marchi propri che determinano ormai i nuovi standard mondiali (si pensi ai pannelli solari o alle auto elettriche). Huawei, Xiaomi, Haier, Midea, Hisense, BYD, la Cina non è più – e non da oggi – semplice catena di montaggio degli iPhone di Apple. Ne prendano nota degli attardati che si immaginano d’essere ancora davanti alla Cina di trenta-quaranta anni fa.

Questo vale anche per il settore strategico delle materie prime, dove la Cina domina l’estrazione e soprattutto la raffinazione per molti minerali strategici.

Quota della Cina nella capacità mondiale di raffinazione

Rame 45%

Litio 68%

Cobalto 77%

Grafite 94%

Terre rare 92%

Manganese 91%

La limitazione dell’export di questi materiali costituisce una potente leva politica, utilizzata contro i super-dazi di Trump, costretto a fare retromarcia se non voleva che le imprese di punta statunitensi nell’elettronica-AI e nel militare rimanessero senza i materiali indispensabili per la produzione. Questo potere di mercato permette inoltre ai monopoli cinesi di imporre prezzi che garantiscono loro superprofitti. Il che avviene anche in un’altra serie di prodotti industriali.

Quota della Cina nella produzione mondiale di

Pannelli fotovoltaici >80%

Auto elettriche >50%

Acciaio >50%

Cantieristica navale 55%

In quest’ultimo settore, strategico perché veicola gran parte del commercio mondiale, e comprende anche la costruzione delle navi militari, all’inizio 2025 la Cina deteneva il 63,7% degli ordini mondiali. Al secondo posto c’è la Corea con il 28% della produzione, al terzo il Giappone con il 17%. Agli altri paesi le briciole (Italia 0,64%, USA 0,04%). In una corsa al riarmo navale, tra USA e Cina non c’è partita.

Quanto poi alle centrali nucleari, la Cina sta costruendo 34 delle 62 centrali in costruzione nel mondo

Certo, la Cina non è ancora dominante in alcune tecnologie di punta quali i chip per l’intelligenza artificiale, ma possiamo dire con fondata certezza che è solo questione di tempo, dato l’enorme apparato di ricerca e la centralizzazione dello sforzo scientifico in questi settori da parte del governo.

Rispetto al primo contrassegno dell’imperialismo indicato da Lenin, la concentrazione della produzione e dei capitali, possiamo quindi affermare senza ombra di dubbio che non solo la Cina supera la prova, ma si pone al primo posto nel mondo anche per la forza dei suoi gruppi industriali, la cui produzione complessiva è quasi il doppio di quella degli amerikani (4,66 trilioni di dollari nel 2023 a fronte dei 2,5 trilioni degli USA), e una concentrazione dei capitali paragonabile a quella degli Stati Uniti. Questo risulta da una valutazione d’insieme dell’economia cinese, dai dati complessivi della struttura produttiva cinese, e non da singoli esempi, che si possono trovare a sostegno di qualsiasi tesi.

2. Il capitale finanziario

Il secondo contrassegno dell’imperialismo, secondo Lenin, è “La fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo “capitale finanziario”, di un’oligarchia finanziaria”. Nei 110 anni seguiti allo scritto di Lenin sull’imperialismo, la finanziarizzazione dell’economia ha avuto ulteriori enormi sviluppi; alle banche si sono aggiunti altri operatori finanziari quali i fondi di investimento e altri “veicoli finanziari”, mentre la Borsa, che Lenin osservando soprattutto la Germania vedeva in “decadenza” sotto il dominio delle grandi banche, ha nel secolo successivo mantenuto invece un suo ruolo importante nella centralizzazione dei capitali, soprattutto nei paesi anglosassoni, mettendo i risparmi privati a disposizione delle grandi imprese, e accelerando così la velocità di concentrazione e centralizzazione del capitale.

Ebbene la Cina in pochi decenni ha doppiato gli Stati Uniti per la forza delle proprie banche, e si avvicina agli Stati Uniti anche per la capitalizzazione delle Borse.

Tra le prime 100 banche del mondo per attività nel 2025, la Cina ne contava 23 con il 35% di tutte le attività, seguita dagli Stati Uniti con 11 banche e il 14,2% delle attività. Il finanziamento delle aziende cinesi – ed anche estere – con la raccolta dei risparmi interni è un potente acceleratore della concentrazione industriale, che ha permesso alle imprese cinesi di realizzare altissimi tassi di investimento (intorno al 40% dei PIL, circa doppi di quelli delle vecchie potenze).

Ripartizione prime 100 banche del mondo
 N. bancheAttività (mld $)% su prime 100
Cina234657735,1
USA111883714,2
Francia6125229,4
Giappone899897,5
UK689506,8
Canada667125,1
Spagna340373,0
Germania435622,7
Sud Corea526622,0
Italia221491,6
Svizzera220251,5
Brasile418301,4
India215471,2
Russia213361,0
Paesi Bassi212611,0
Fonte: nostra elaborazione su dati S&P Global Market Intelligence report, aprile 2026

Le prime 4 banche del mondo sono tutte cinesi: Banca Industriale e commerciale, Banca dell’Agricoltura, Banca delle Costruzioni, Bank of China. La loro forza, e quella delle altre 19 banche tra le prime 100 del mondo, è tale che possono accompagnare con prestiti le imprese cui sono collegate nella loro espansione all’estero.

L’idea diffusa che il capitalismo cinese sia forte nell’industria, ma non nella finanza, è quindi del tutto infondata, anche se la espansione delle banche cinesi all’estero è solo agli inizi.

Anche nelle Borse la Cina sta risalendo la classifica verso i primi posti. Gli Stati Uniti sono qui nettamente in testa, con capitalizzazione di 36 trilioni di dollari per il Nasdaq e 31 per il New York  Stock Exchange: 67 trilioni in totale, due volte il prodotto lordo degli Stati Uniti (quale parte di questa cifra sia una bolla, sarà il tempo a dirlo).

Ma la Cina è seconda, con la Borsa di Shanghai terza a 10,2 trilioni di dollari (T$), Shenzhen sesta a 7,3 T$ e Hong Kong settima a 6,2T$ di capitalizzazione, per un totale di 23,7 T$, quanto le principali Borse europee, inclusa Londra, e Tokyo messe insieme. L’enorme processo di estrazione di plusvalore da parte del capitalismo cinese, nei confronti di 700 milioni di proletari interni, si traduce in una stratosferica massa di profitti  e dividendi, che attrae masse di capitali dalla Cina e da tutto il mondo, che fanno gonfiare i valori azionari. Ciò sta rafforzando la classe dei grandi capitalisti cinesi, quella che Lenin chiama “oligarchia finanziaria”.

Anche in questa classifica la Cina si colloca seconda dietro gli Stati Uniti con oltre 600 miliardari (seguita dall’India che precede la Germania e ha quattro volte i miliardari della Gran Bretagna, sua ex potenza coloniale, mentre l’Italia del capitalismo familiare si colloca in sesta posizione, davanti agli altri paesi europei e al Giappone).

Numero miliardari in US$, 2025
1USA989
2Cina+Hong Kong610
3India229
4Germania212
5Russia149
6Italia90
7Canada82
8Brasile70
9UK57
10Francia53
11Sud Corea50
12Giappone45
13Israele41
14Spagna39
15Indonesia35
16Messico24

Fonte: Forbes

Secondo la classifica cinese Hurun, nel 2025 i cinesi (individui o famiglie) con patrimonio netto di 1 miliardo di dollari o più erano 1.021. Nelle prime posizioni troviamo i proprietari di TikTok, Tencent, CATL (batterie), Xiaomi, Midea (elettrodomestici), Geely e BYD (Auto), Alibaba (commercio online) e di altri settori come le bevande, i mega allevamenti di suini, i bit coin, chimica, farmaceutica, droni, reti di consegna di ordini online, ecc. L’oligarchia finanziaria cinese tende a replicare quella amerikana.

Si tratta di una “oligarchia finanziaria” che esercita il potere del denaro appropriandosi del prodotto del lavoro di milioni di lavoratori, i cui membri si accordano e si scontrano, utilizzando gli apparati statali, per estendere il perimetro del loro dominio su scala internazionale. Possedere, o controllare un capitale di 1 miliardo di dollari significa avere “diritto” di appropriarsi del lavoro di decine di migliaia di salariati, in Cina o all’estero. Non è solo “ricchezza” che permette una vita sfarzosa, è un potere sociale. Un potere sociale che negli Stati Uniti si esprime apertamente con attività lobbistiche per influenzare le decisioni dello Stato a favore dei propri interessi, sostenendo un candidato contro un altro, mentre in Cina i miliardari e i milionari veicolano i loro interessi dentro il Partito, per arrivare a misure che li favoriscano.

Anche sotto l’aspetto della formazione del capitale finanziario e di una “oligarchia finanziaria” la Cina ha quindi maturato tutte le caratteristiche dello stadio imperialista del capitalismo. Caratteristiche che spingono i suoi capitali a cercare sbocchi all’estero, ad entrare con sempre maggior forza nella spartizione del mercato mondiale e delle risorse del globo.

3. La grande importanza dell’esportazione di capitali in confronto con l’esportazione di merci

La Cina è da anni il primo paese esportatore di merci. Nel 2025 il suo export è stato di 3,772 miliardi di dollari (MD), seguita dal blocco UE con 2.985 MD e dagli USA con 2.185 MD. La produzione industriale, e anche agricola, della Cina è cresciuta enormemente, superando le dimensioni del pur enorme mercato interno di 1,4 miliardi di persone, e creando un crescente surplus commerciale, giunto nel 2025 a quasi 1.200 miliardi (992 nel 2024), che contrasta con il deficit commerciale USA di 1320 MD. Se sommiamo l’attivo USA e il passivo cinese nel commercio di servizi, abbiamo per gli USA un deficit della bilancia commerciale di circa 1.000 MD, a fronte di un attivo cinese di circa 1.100 miliardi.

E’ da notare che nonostante l’offensiva protezionista americana il volume dell’export cinese nel 2025 è cresciuto del 9,2%, a fronte di una crescita in valore del 5,5%, perché le imprese cinesi hanno ridotto i prezzi all’export. Le esportazioni dirette dalla Cina agli USA sono diminuite del 20%, e del 10,4% quelle verso la Russia, ma sono aumentate a due cifre le esportazioni verso il Sud Est dell’Asia e India, Africa (+25,8%) e Sud America; +8,4% anche verso l’Europa. Nel complesso: le esportazioni verso gli USA sono diminuite di 105 miliardi, quelle verso il resto del mondo, soprattutto verso i paesi a medio e basso reddito, sono aumentate di 301 miliardi…

Come evidenzia il grafico tratto dal bollettino del WTO Global Trade Outlook and Statistics, Marzo 2026, è in corso un chiaro “disaccoppiamento” tra Cina-USA, con il commercio reciproco dimezzato e il passivo USA di circa 1.000 MD. Per questa via la Cina incassa valuta estera con cui fare investimenti all’estero, mentre gli USA, per pagare l’import, devono sempre più stampare dollari, con i quali gli esportatori possono acquistare attività negli Stati Uniti.

L’esportazione di capitali è una caratteristica fondamentale della fase imperialista del capitalismo rispetto all’esportazione di merci perché con essa le imprese non conquistano solo fette di mercati esteri, ma si insediano su quei territori con propri impianti produttivi, e si impossessano della forza lavoro locale e delle risorse locali (agricole, minerarie).

La Cina è passata in breve tempo da importatrice a esportatrice netta di capitali in termini di investimenti diretti esteri (IDE). Da un livello minimo nel 2000 (meno di 200 MD) lo stock di IDE in Cina è salito al secondo posto nel mondo dietro agli USA con oltre 3.600 MD: capitali statunitensi, europei, giapponesi, investiti in joint venture con imprese cinesi, in fabbriche con le ultime tecnologie per conquistare il mercato cinese. Volkswagen, ad esempio, per diversi anni ha venduto più auto in Cina che in Germania, e ancora oggi la Cina è il suo secondo mercato, dove nel 2024 ha venduto 2,9 milioni di autoveicoli, in gran parte prodotti nelle 18 filiali cinesi del gruppo. La condizione posta dallo stato cinese alle imprese estere per farle accedere al proprio mercato è stata la cessione delle tecnologie. In breve tempo le aziende cinesi hanno così sopravanzato i partner occidentali nelle tecnologie produttive e nei prodotti (esempio: le auto elettriche, nelle quali le case cinesi hanno ormai più della metà della produzione mondiale).

Negli ultimi 15 anni le imprese cinesi hanno moltiplicato gli investimenti diretti all’estero, con tre scopi principali: 1) utilizzare manodopera a più basso costo che in Cina (ad es. Sudest asiatico), in produzioni destinate prevalentemente all’export; 2) entrare nei mercati locali, aggirando anche le eventuali barriere protezionistiche (sia negli USA e Messico che in Europa); 3) assumere il controllo sulle materie prime necessarie alla propria industria. Secondo i dati dell’agenzia dell’ONU UNCTAD, nel 2024 la Cina, con uno stock di 3.118 MD di investimenti diretti all’estero era al terzo posto nel mondo, quasi alla pari con i Paesi Bassi (sede di numerose multinazionali), e davanti a Canada, Gran Bretagna, Germania, Giappone, Francia (Hong Kong, investendo soprattutto in Cina, e nelle Isole Vergini, un paradiso fiscale, non può essere sommata alla Cina). Da sottolineare è la velocità esponenziale della crescita degli IDE cinesi, aumentati di 10 volte dal 2010 al 2024, mentre quelli statunitensi sono semplicemente raddoppiati e quelli dei Paesi Bassi sono cresciuti «solo» del 50%.

Stock di investimenti esteri diretti
(in miliardi di US$)
Paese investitore20102024
Stati Uniti48109758
Paesi Bassi21923183
Cina3173118
Canada9982793
Gran Bretagna16862285
Germania13652252
Hong Kong9442216
Giappone8312151
Francia11731679
Svizzera10431287
Corea (Sud)144763
Spagna653632
Italia491609
Taiwan191532
Brasile149360
India97260
Russia336230
Arabia S.27229
Messico120207

Fonte: nostra elaborazione su dati UNCTAD

Il flusso di IDE cinesi in uscita ha raggiunto il massimo nel 2016-17, per poi scendere, ma sempre su valori elevati, in seguito a due fattori: un’aumentata prudenza, dopo numerosi casi di investimenti problematici, e i crescenti controlli in USA, Europa e altri paesi per impedire che le imprese cinesi prendano controllo di risorse strategiche.

I principali paesi destinatari degli investimenti cinesi sono: Stati Uniti (200,7 miliardi in oltre 20 anni, secondo i calcoli dell’American Enterprise Institute, che tuttavia considera solo quelli sopra la soglia dei 95 milioni); qui oltre a impianti produttivi, ci sono molti investimenti immobiliari e nei servizi. Seguono l’Australia, con 106,8 M$, soprattutto per le sue risorse e imprese nel settore minerario, e il Regno Unito (104,7 M$ secondo AEI, £134 M, pari a $174 M$ secondo il Sunday Times, che include anche gli investimenti minori): tra gli investimentii più significativi: una quota del 33,5% della Hinkley Point Nuclear Power Station, controllata dalla francese EDF, il 49% della HSBC, prima banca britannica e ottava del mondo, quote in AstraZeneca (farmaceutica), BP, Shell, Diageo (alcolici); società cinesi possiedono 17 scuole private, tre football club tra cui il Manchester City, Odeon UCI Cinemas e Cineworld, QHotels e Skyscanner, il 10% dell’aeroporto di Heathrow, il 49% di Neptune Energy, il 9% di Thames Water e il 90% di Logicor. Al quarto posto c’è il Brasile, con uno stock di 72,6 MD (fonte AEI), ma nel 2025 il Brasile è stato la prima destinazione degli investimenti cinesi, con 6,1 miliardi di dollari; gli investimenti nell’energia elettrica sono al primo posto, seguita dal settore minerario, triplicato a 1,76 MD. Altri settori di investimento sono il petrolio (la cinese CNPC ha acquisito, in società con l’americana Chevron, nove blocchi di esplorazione offshore, di fronte all’estuario del Rio delle Amazzoni). Inoltre la cinese BYD ha aperto in Brasile, a Camaçari (Bahia) il suo primo stabilimento per la produzione di auto elettriche, conquistando il 90% del mercato locale. Gli investimenti USA in Brasile restano nettamente più importanti di quelli cinesi, che tuttavia hanno avuto una forte progressione, e si collegano al fatto che dal 2009 la Cina è il primo partner commerciale del Brasile. A seguire, tra le destinazioni degli investimenti diretti cinesi, abbiamo Svizzera, Canada, Germania, Indonesia, Singapore e Francia, in una combinazione di opportunità economica ed espansione strategica. È da notare che la quota degli investimenti esteri diretti effettuati dalle imprese non statali è aumentata dal 30% del totale nel 2014 al 55% nel 2024.

Questi investimenti fanno delle imprese cinesi, statali e private, dei “datori di lavoro” (prenditori di profitti e sovra-profitti, a seconda dei casi) che impiegano forza lavoro dei paesi destinatari. Secondo il China Daily a fine 2023 c’erano 48 mila imprese cinesi all’estero, con un fatturato di 3,5 trilioni di dollari (molto più del PIL italiano) e 4,3 milioni di dipendenti diretti – il che fa pensare che vi sia un numero molto maggiore di dipendenti terziarizzato in imprese in appalto o interinali. Ipotizzando una redditività del 5% (ci teniamo volontariamente bassi), avremmo 175 miliardi di dollari l’anno di profitti ricavati dalle attività estere.

Un’altra forma assunta dall’export di capitali cinesi sono i prestiti all’estero. La Cina è diventata il primo paese creditore per prestiti internazionali in essere, con 2.100 miliardi. Spesso questi prestiti vanno a finanziare progetti della Belt and Road Initiative (Nuova Via della Seta) di costruzione di infrastrutture, strade, ferrovie, porti, dighe, centrali elettriche, ecc. per più di mille miliardi di dollari. I prestiti prevedono in genere, oltre alla restituzione del capitale, il pagamento di interesse (che secondo E. Touissaint è in genere più basso di quello delle istituzioni internazionali e delle banche occidentali), ma in molti casi il progetto viene ripagato concedendo la gestione dell’infrastruttura per 20-99 anni (con il diritto alla riscossione di pedaggi autostradali, tariffe ferroviarie, ecc.). In non pochi casi i prestiti cinesi, come quelli gestiti dall’FMI e dal Club di Parigi, hanno portato dei paesi indebitati sull’orlo del fallimento, tanto da far parlare dell’uso della “trappola del debito” per condizionare a proprio vantaggio i governi dei paesi poveri indebitati. In ogni caso anche i prestiti cinesi sono capitali in cerca di profitto, che inevitabilmente è parte del plusvalore estratto dal lavoro dei proletari e delle proletarie locali, e sono volti a esercitare influenza economica e politica, non certo beneficenza.

Due esempi tra tanti: il presidente della Tanzania John Magufuli ha definito “sfruttatori e imbarazzanti” gli accordi per i prestiti collegati ai progetti della Nuova Via della seta, e ha affermato che i finanziatori cinesi hanno posto «condizioni così dure che solo dei pazzi potrebbero accettare», poiché al suo governo era stato chiesto di fornire loro una garanzia di 33 anni e un contratto di locazione di ben 99 anni per la costruzione di un porto (un termine temporale preso tale e quale dal vecchio colonialismo). Magufuli ha dichiarato che gli appaltatori cinesi volevano appropriarsi del terreno, ma che il suo governo ha dovuto risarcirli per i lavori di perforazione necessari alla realizzazione del progetto [fonte: The Economist, 18 dicembre 2020]. Nel maggio 2021, il presidente della Repubblica Democratica del Congo Félix Tshisekedi ha chiesto una revisione dei contratti minerari firmati con la Cina dal suo predecessore Joseph Kabila, in particolare dell’accordo multimilionario «minerali in cambio di infrastrutture» di Sicomines.

Collegati alla “Belt and Road Initiative”, con la quale la Cina ha espanso la propria sfera d’influenza economico-politica negli ultimi 13 anni, e spesso ai prestiti da parte delle banche cinesi, sono i grandi lavori di costruzione di infrastrutture. È interessante la mappa dei maggiori paesi destinatari delle costruzioni estere da parte delle imprese cinesi nel ventennio 2005-2024.

Queste grandi opere implicano stretti rapporti con i governi, e la loro distribuzione geopolitica è indicativa dell’influenza cinese. Arabia ed Emirati ai primi posti (opere in cambio di petrolio), insieme a Pakistan, Indonesia, Malaysia e Bangladesh per l’Asia, Algeria, Nigeria e Angola, tre produttori di petrolio, in Africa.

4. La Cina in Africa: sviluppo e dipendenza

Ne L’imperialismo Lenin afferma che, se da un lato “la possibilità dell’esportazione di capitali è assicurata dal fatto che una serie di paesi arretrati è già attratta nell’orbita del capitalismo mondiale” (dopo più di un secolo TUTTI i paesi sono entrati nell’orbita del capitalismo globale), dall’altra “l’esportazione di capitali influisce sullo sviluppo del capitalismo nei paesi nei quali affluisce, accelerando tale sviluppo”. Questo vale per tutti gli investimenti di capitali, indipendentemente dalle intenzioni degli investitori, nel senso che tende a espandere il lavoro salariato e il mercato riducendo l’autoconsumo precapitalistico. È però vero che le potenze coloniali hanno attuato politiche estrattiviste, di rapina delle risorse minerarie e agricole, costruendo solo quel tanto di infrastrutture necessarie al loro trasporto. Ora gli stati indipendenti ex-colonie cercano di costruire le infrastrutture di comunicazione e trasporto necessarie a connettere le economie locali in un mercato nazionale, e il proprio mercato nazionale con quello dei paesi limitrofi, spesso non comunicanti, e col mercato mondiale.

La “Nuova via della seta” è volta a connettere i paesi di Asia e Africa – e d’Europa – alla Cina per accrescere il commercio, ma risponde anche a queste esigenze dei giovani capitalismi, accrescendo al contempo la influenza politica cinese, in competizione con le vecchie potenze coloniali. L’approccio è comunque sempre capitalistico, con i caratteri imperialisti che stiamo descrivendo. Per andare nel concreto, esaminiamo alcuni aspetti della penetrazione cinese in Africa.

La Cina è dal 2012 il primo partner commerciale dell’Africa nel suo complesso, anche se è superata dall’insieme dei paesi UE, che esportano in Africa meno della Cina, ma importano dall’Africa quasi il doppio (189,5 miliardi contro i 99 della Cina). Con l’accordo di libero scambio firmato nel 2025, che annulla le tariffe doganali per il 99% dei prodotti di oltre 30 paesi africani, la Cina intende aprire il proprio mercato ai prodotti agricoli e ai primi manufatti di questi paesi, per rafforzare i legami con essi in generale, e gli investimenti in questo continente ancora in forte crescita demografica, conteso nel secondo dopoguerra tra le vecchie potenze coloniali europee, USA e URSS, le potenze emerse vincitrici dalla Seconda Guerra Mondiale, che hanno appoggiato i movimenti di decolonizzazione per accrescere la propria influenza, ed ora anche dalle nuove potenze emergenti quali Turchia, Emirati, India, e la superpotenza cinese.

La Cina è divenuta primo esportatore di armi nell’Africa Occidentale e Centrale, dove numerosi governi hanno estromesso o limitato la presenza militare ed economica della Francia, mentre la Russia ha dovuto ridurre il proprio export, dovendo “consumare” gran parte delle armi che produce nella guerra in Ucraina. Anche Turchia e Israele si stanno inserendo nel vuoto lasciato dalla Francia: la Cina ha il 28% dell’export di armi verso l’Africa Occidentale, contro il 14% della Francia e l’11% di Russia e Turchia. Il maggior gruppo dell’industria bellica cinese, Norinco, nel 2024 ha firmato un accordo complessivo di fornitura e assistenza con il governo del Mali durante la visita del suo presidente a Pechino. Contemporaneamente, la cinese Ganfeng ha investito in joint venture con l’australiana Leo Lithium nel progetto minerario di Goulamina, in Mali, per la produzione di spondumene, da cui si ricava il litio per le batterie.

La battaglia per mantenere una posizione monopolistica nel mercato del litio per le batterie in forte espansione spinge la Cina a una crescente penetrazione in Africa, dopo che l’Australia, principale fornitore di spondumene alla Cina (79% del suo import nel 2023), ha deciso di limitare l’export per sviluppare una propria industria del litio raffinando in casa. Oltre che in Mali, le imprese cinesi hanno investito miliardi in miniere e impianti di raffinazione in Zimbabwe, che nel 2022 ha vietato l’esportazione del minerale di litio grezzo, imponendo la costruzione di raffinerie per la produzione di spondumene a fianco delle miniere. Lo spondumene viene quindi esportato in Cina, per il processo finale di raffinazione da cui si ottiene il litio utilizzabile nella produzione delle batterie.

  • L’impresa cinese Sichuan PD Technology Group, controllata dallo Yahua Group, ha riattivato la miniera di Kamativi nel Nord-Ovest dello Zimbabwe, che controlla insieme a un partner locale di minoranza. La miniera, dove si estraeva stagno con 3mila operai, era stata chiusa nel 1994 a seguito della caduta del prezzo del metallo. Oltre alla raffineria, è stata costruita una diga per fornire l’acqua necessaria. La capacità prevista è di 300.000 tonnellate/anno di concentrato di spondumene.
  • La cinese Zhejang Huayou Cobalt ha investito 300 milioni di dollari per una raffineria presso la miniera Arcadia a Garomomzi (acquistata nel 2021 da una società australiana per $422 milioni), con la capacità di lavorare 4,5 milioni di tonnellate di minerale da cui ottenerne 400.000 tonnellate di concentrato/anno.
  • La cinese Sinomine nel 2023, con un investimento di $300 milioni, ha avviato la raffineria di Bikita (provincia di Masvingo) per la produzione di 240.000 t di spondumene/anno più 360.000 t di petalite (altro materiale da cui si ricava il litio). Con 11 milioni di tonnellate, Bikita sarebbe la più grande riserva di litio conosciuta al mondo.
  • Il Chengyin Lithium Group ha a sua volta avviato un’altra raffineria di concentrato di litio (investimento di $130 milioni) presso la miniera Sabi Star, in gran parte inesplorata, acquistata per $77 m.

Le imprese cinesi hanno costruito altri impianti di raffinazione del litio anche in Etiopia, Congo e Namibia. La produzione africana di litio è triplicata nel 2024, passando dal 4% al 10% del totale mondiale. Le imprese USA sono svantaggiate in questa battaglia del litio sul suolo africano perché a seguito dell’offensiva protezionistica di Trump non hanno accordi di libero scambio con i paesi africani, e perché l’Inflation Reduction Act di Biden impone, per avere i crediti fiscali sulle auto elettriche, il requisito che il 40% (a salire fino all’80% nel 2027) del valore delle batterie delle auto elettriche sia prodotto negli USA o nei 20 paesi con cui gli USA hanno accordi di libero scambio. In questo modo gli Stati Uniti si tagliano fuori dal litio africano a favore della Cina, che ha una capacità di raffinazione del litio pari a 15 volte quella USA, che questi cercano di recuperare, aggirando l’IRA e promettendo a Congo e Zambia di raffinare il minerale di litio in loco e di finanziare la ferrovia del corridoio di Lobito (dallo Zambia all’Angola). In Mozambico ancora gli USA finanziano lo sviluppo di miniere di grafite (per lubrificanti, batterie, celle combustibili), da raffinare in Louisiana. Attualmente gli USA dipendono al 100% dall’import, quasi tutto dalla Cina per le forniture di grafite, e le restrizioni poste dalla Cina all’esportazione di questo minerale spingono gli USA a cercare alternative.

Da questi rilevanti esempi è evidente come gli investimenti cinesi in Africa sono estrattivisti quanto quelli delle ex potenze coloniali, e sono funzionali al mantenimento e rafforzamento del monopolio mondiale delle aziende cinesi nella produzione di materiali divenuti strategici – un monopolio dal quale il capitale cinese può realizzare sovrapprofitti ed esercitare potere economico-politico su larga scala. Quando gli USA di Trump hanno cercato di strangolare l’export cinese con l’imposizione di dazi stratosferici, la Cina ha risposto limitando l’export di terre rare – altri materiali strategici – verso gli USA, costringendoli a fare retromarcia sui dazi. Nel confronto inter-imperialista la Cina ha armi economiche non inferiori agli USA.

L’esempio dello Zimbabwe rivela un altro risvolto del carattere imperialistico dell’esportazioni di capitali cinesi. La produzione di tabacco, primo prodotto di esportazione dello Zimbabwe, era crollata dai 260 milioni di kg nel 1998 a 48 m kg nel 2008 a seguito dell’espropriazione delle terre di alcune centinaia di grandi imprese agricole dei bianchi e della loro distribuzione a 140 mila piccoli agricoltori neri, privi di capitali e di conoscenze tecniche. La cinese Tianze Tobacco Co., filiale del monopolio del tabacco cinese CNTC, un colosso con un fatturato di $232 miliardi nel 2024, attraverso prestiti ai contadini per la meccanizzazione, consulenza tecnica e acquisti garantiti, ha risollevato la produzione di tabacco, risalita nel 2025 a 352,7 milioni di kg, per un valore di $1,2 miliardi, di cui 790 milioni esportati in Cina. Già di per sé favorire questa monocultura di un prodotto che, com’è scritto su tutti i pacchetti di sigarette, UCCIDE, non è il massimo del progresso sociale. Ora poi, a fronte dell’aumento della produzione, è cresciuto anche l’indebitamento verso i finanziatori cinesi per le decine di migliaia di agricoltori neri, che rischiano di perdere le terre loro distribuite (date in garanzia per i prestiti), se il prezzo del tabacco resta basso.

E non si tratta solo del tabacco. Da un articolo del South China Morning Post del 15 giugno 2024 dal titolo La Cina non è nel business degli haircut (taglio di capelli, che nel gergo finanziario significa cancellazione di debiti) apprendiamo che il ministro delle Finanze dello Zimbabwe, Mthuli Ncube, aveva chiesto  ai paesi creditori la riduzione del pesante debito estero, pari a 13 miliardi di dollari, di cui 6,7 miliardi già in sofferenza. La situazione del debito estero dello Zimbabwe si era aggravata in seguito alle sanzioni imposte dagli USA nel 2001 contro l’esproprio delle terre di 4.000 proprietari terrieri bianchi attuato da Mugabe. Il governo dello Zimbabwe si era poi impegnato a risarcimenti per 3,5 miliardi di dollari (nel 2024 ha stanziato 55 milioni).

Lo Zimbabwe ha $4,1 miliardi di debiti verso il Club di Parigi (soprattutto Germania, Francia, Gran Bretagna, Giappone e USA) e $2,1 miliardi di cui 1/3 scaduti, verso la Cina, che oltre agli investimenti nel litio ha finanziato la costruzione di centrali elettriche ed aeroporti.

La Cina, come il Club di Parigi, ha rifiutato di condonare una quota del debito. Secondo un analista citato nell’articolo i cinesi “possono negoziare uno scambio minerali contro debito”.

Un altro esempio di uso imperialistico del potere finanziario e dell’esportazione di capitali per la rapina delle risorse naturali di altri paesi: le terre dei contadini, le risorse minerarie, dal litio all’oro. E per lo sfruttamento della manodopera locale. Un esempio è la miniera di uranio di Rössing in Namibia, che la cinese China National Nuclear Corporation (CNNC) ha acquistato dall’australiana Rio Tinto nel 2019 (una quota del 68,6%, mentre il governo iraniano ha il 15% e la sudafricana IDC il 10%, il 3% al governo della Namibia, che ha il 51% dei diritti di voto) con l’impegno a conservare le condizioni salariali e normative esistenti. Ma l’anno successivo la direzione cinese ha licenziato nove rappresentanti del sindacato MUN (Mineworkers Union of Namibia), che avevano rifiutato di accettare cambiamenti in peggio dell’accordo, su ferie, assistenza medica, salari e licenziamenti; hanno inoltre imposto la chiusura della sede sindacale MUN nella miniera, l’abolizione dei rappresentanti sindacali per la sicurezza e una riduzione dei giorni di malattia pagati.

Nonostante un arbitrato abbia dichiarato illegittimi i licenziamenti, la Direzione ha rifiutato di reintegrarli, ricorrendo anche alla corruzione di esponenti governativi (https://namibiadailynews.info/namibian-rossing-mine…/). Abituate ad avere a che fare con sindacati filo-aziendali controllati dal PCC, le imprese cinesi, anche quelle statali come CNCC, attaccano i sindacati dei lavoratori all’estero, in maniera non meno pesante delle multinazionali occidentali, che temono boicottaggi in altri paesi.

Conclusioni politiche

Da questa analisi della posizione della Cina rispetto ai “contrassegni dell’imperialismo” indicati da Lenin, appare evidente come la Cina, nel suo imponente sviluppo capitalistico di mezzo secolo, abbia pienamente maturato quei caratteri della concentrazione del capitale, della creazione di monopoli, dello sviluppo del capitale finanziario, dell’esportazione di capitali (in cui è la prima o la seconda economia al mondo, davanti o dietro gli Stati Uniti, a seconda del parametro considerato) – un processo che inevitabilmente spinge lo Stato che di quei capitali è l’espressione ad espandere la propria sfera di influenza economica, politica e militare alla scala internazionale, anzi: mondiale. [In un prossimo articolo verremo, ovviamente, sul ruolo dello Stato cinese in tutto questo processo – n.]

Ne L’imperialismo Lenin polemizza con il dirigente della socialdemocrazia tedesca Karl Kautsky secondo il quale l’imperialismo non si può identificare con il “moderno capitalismo” giunto ad un certo grado di sviluppo. Per Kautsky, l’imperialismo è essenzialmente una politica, una certa, ben definita politica “preferita” dal capitale finanziario, che consisterebbe nell’assoggettamento e nell’annessione di territori agrari da parte delle nazioni capitalistiche industriali. Per Lenin “questa definizione non vale un’acca”. Dopo aver osservato che gli obiettivi delle potenze imperialiste in guerra tra loro vanno oltre la conquista di territori agricoli e riguardano anche aree capitalisticamente sviluppate, Lenin rileva che Kautsky “separa la politica dell’imperialismo dalla sua economia interpretando le annessioni come la politica “preferita” del capitale finanziario, e contrapponendo ad essa un’altra politica borghese… Si avrebbe che i monopoli nella vita economica sarebbero compatibili con una politica non monopolistica, senza violenza, non annessionista; che la rispartizione territoriale del mondo […] sarebbe compatibile con una politica non imperialista”. Ed invece «una lotta contro la politica dei trust e delle banche che non colpisca le basi economiche dei trust e delle banche si riduce a un pacifismo e riformismo borghese condito di quieti quanto pii desideri».

Teniamone conto anche per l’oggi: chi pensa di combattere l’imperialismo senza combattere e rovesciare la sua base economica, il sistema capitalista, condisce di pii desideri la sua posizione che resta del tutto interna all’orizzonte ideale e materiale borghese. Questo (il condimento di pii desideri) nel migliore dei casi; perché in tanti altri casi si tratta di una consapevole manipolazione di dati e di teste in contrapposizione alla prospettiva anti-capitalista rivoluzionaria.

Tornando alla Cina: avendo essa maturato al suo interno le basi economiche dell’imperialismo, alla pari delle vecchie potenze dell’Occidente transatlantico e del Giappone, i suoi capitali nella loro espansione internazionale entrano inevitabilmente in collisione con quelli concorrenti per l’assoggettamento di più forza lavoro, per l’accaparramento di materie prime, per la conquista di mercati. L’idea che la Cina possa comportarsi diversamente, e puntare a una espansione economica solidale con i popoli degli altri paesi non trova riscontri nella realtà, come dimostrano gli esempi concreti dell’espansione cinese in Africa.

Ritenere che la forte presenza di capitale statale e la centralizzazione delle strategie economiche attraverso il Partito Comunista Cinese possano mutare il segno della proiezione cinese all’estero, rovescia anch’essa i rapporti reali: dal momento che lo stesso PCC è divenuto da decenni luogo di mediazione tra i molteplici gruppi capitalistici statali e privati cinesi, e di elaborazione di una linea “nazionale” cui tutti i gruppi sono chiamati ad attenersi. Una linea inevitabilmente in collisione con le linee degli stati imperialisti concorrenti, che si è espressa nella BRI (Nuova via della Seta) e cerca mediazioni e alleanze internazionali dentro organismi come la SCO (Shanghai Cooperation Organisation) e i BRICS+. Ma che certamente non è una linea di sostegno ai popoli oppressi, come ha dimostrato il perdurante e determinante sostegno cinese all’economia di Israele nel mentre questa mostruosa macchina di distruzione e di morte schiacciava con un genocidio la resistenza rivoluzionaria dei palestinesi di Gaza (1).

L’ascesa cinese, che oggettivamente attacca la supremazia amerikana facendo tornare il mondo a una condizione multipolare simile a quelle che hanno preceduto le due guerre mondiali, non è portatrice di pace, come vogliono illudersi (e illudere) alcuni a sinistra. Al contrario, innalza inevitabilmente la posta in gioco e spinge tutte le potenze capitalistiche al riarmo generale in preparazione di una nuova guerra mondiale – l’ultima prova, se ce ne fosse stato bisogno, è il recente summit NATO ad Ankara. Con il suo primato industriale la Cina presenta il maggiore potenziale in questo riarmo. Il tempo diventa un fattore cruciale, ed è per questo che gli imperialismi europei hanno tanta fretta. Ucraina, Sudan, Congo, Palestina, Libano, Iran sono altrettanti banchi di prova (e di sperimentazione) in questa preparazione.

Al modo di Kautsky le posizioni campiste riducono il concetto di imperialismo alla politica di alcuni Stati (USA in primis) e centrano la loro (presunta) “lotta antimperialista” sull’appoggio alle potenze concorrenti rispetto agli Stati Uniti e all’UE, arruolandosi di fatto nel campo dell’imperialismo cinese, spacciato per «socialista» (!?) o, quanto meno, per «anti-imperialista».

Come abbiamo osservato più volte, è la ripetizione dell’abbaglio disastroso preso negli anni della Resistenza: per sconfiggere il nazi-fascismo, andava bene anche l’alleanza con l’imperialismo anglo-americano, spacciato per progressista e (in qualche misura) «liberatore». Salvo accorgersi con 80 anni di ritardo (i marxisti e i proletari più coscienti lo videro subito) che è stato ed è un imperialismo non meno feroce di quello nazi-fascista, e – a differenza di quello – assai più solido, che non è durato 12 o 23 anni, bensì un secolo, ed è ancora in piedi, benché vacillante!

Ai sostenitori di questa prospettiva disastrosa che non si vergognano di considerare «socialista» un paese in cui tutte le categorie tipiche del capitalismo dominano i rapporti sociali (profitto, interesse, rendita, lavoro salariato, merce, etc.); un paese nel quale il diritto di sciopero è stato espulso dalla Costituzione nel 1982; che non si vergognano a considerare «comunista» un partito la cui ideologia è non da oggi smaccatamente l’ideologia del «capitalismo di stato»; un partito i cui iscritti operai sono in inesorabile diminuzione a meno del 9% (nel 2021); un partito che vanta tra i suoi membri un numero crescente di mega-miliardari; un partito in cui dirigenti di azienda e di stato, professionisti e quadri tecnici superiori sono ormai il 40% degli iscritti…; a costoro noi contrapponiamo l’unica prospettiva liberatoria, per difficile che sia da realizzarsi: la lotta internazionale e internazionalista della classe lavoratrice, ben inclusa quella cinese!, per rovesciare questo infame e decadente sistema capitalista di sfruttamento dell’uomo sull’uomo e di brutale saccheggio delle energie della natura, che ha generato e continua a generare le infinite guerre del capitale e ogni altro tipo di orrore.

Mentre scriveva L’imperialismo nella primavera del 1916, Lenin non poteva sapere che di lì a un anno e mezzo i bolscevichi avrebbero guidato una rivoluzione vittoriosa, che avrebbe innescato il primo, grande assalto al cielo del proletariato internazionale. Oggi le basi oggettive, sociali, per la rivoluzione proletaria sono maturate enormemente, con i lavoratori salariati divenuti maggioranza dell’umanità – i loro reparti più numerosi sono ora proprio nel nuovo baricentro asiatico dell’accumulazione mondiale di capitali. Ma le condizioni soggettive della nostra classe appaiono, al momento, molto più arretrate di quanto fossero 110 anni fa. E tuttavia se un nemico di indiscutibile intuito politico com’è Donald Trump mette all’ordine del giorno negli Stati Uniti la lotta al «comunismo», al «terrorismo rosso», all’antifascismo, evidentemente c’è nel sottosuolo del suo paese e nel mondo qualcosa che lo inquieta…

Ed è proprio su ciò che sta maturando nel sottosuolo (e non sempre solo nel sottosuolo) negli Stati Uniti, in Italia, in Europa che dobbiamo puntare: per far crescere una coscienza di classe e internazionalista nelle lotte delle masse lavoratrici in difesa delle proprie condizioni di vita e contro la raffica di licenziamenti in arrivo, nelle mobilitazioni contro i sacrifici e l’incremento della repressione statale e padronale che il riarmo, l’economia di guerra e la corsa guerra portano e porteranno con sé. Il nostro primo nemico è “in casa nostra”: mai dimenticarlo.

E quanto alla Cina, se c’è chi sciaguratamente guarda alla sua classe dominante, ai suoi capitalisti e ai suoi burocrati neo-confuciani «rossi» come ai possibili salvatori dell’umanità, noi invece guardiamo allo sterminato esercito proletario cinese, che già un secolo fa, nei suoi anni giovanili, diede prova a Shanghai e a Canton del suo grande valore, e si è riconfermato nei conflitti che prepararono la Rivoluzione culturale e (nonostante tutto) nel corso di essa, nel 1989 operaio, assai più radicale e pericoloso per i denghisti di Cina e di tutto il mondo di quello studentesco, come pure nel decennio dei grandi scioperi di inizio anni 2000… Di sicuro non ci mancheranno in Cina e in Asia i compagni e le compagne di lotta. Una lotta non semplicemente «contro l’Occidente», contro l’imperialismo statunitense-occidentale, bensì contro il capitalismo in quanto tale, oggi più sfruttatore, predatore e guerrafondaio che mai.

(1)

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