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I volenterosi della guerra totale alla Russia – e l’Italia è nel mazzo (a modo suo)

La sostanza del summit della “Coalizione dei Volenterosi” che si è riunita lunedì 24 a Kiev, parte in presenza, parte da remoto, è questa: andare ad una guerra totale con la Russia. Con le conseguenti decisioni.

Esercitazioni militari in Polonia

La prima di queste decisioni riguarda la conferma delle esercitazioni militari che si terranno in Polonia fra ottobre e novembre, sotto la regia della Francia e della Gran Bretagna, che parteciperanno con mille e cinquecento soldati. Si tratta della prima iniziativa del genere gestita dai “volenterosi” e, nelle stesse dichiarazioni ufficiali, non si esclude che una parte dei contingenti impiegati potrebbe rimanere ai confini ucraini come testa di ponte del futuro dispiegamento della “Multinational Force Ukraine”, che diverrebbe operativa dopo un ipotetico cessate il fuoco.

Ma già questa ipotesi, lungi dall’essere un richiamo ad una possibile fine delle ostilità, è al contrario la garanzia che il fronte “occidentale” si muove con la volontà di proseguire la guerra ad oltranza. La Russia ha infatti ribadito, anche in questi giorni, che considera inaccettabile la presenza di truppe NATO ai confini dell’Ucraina, rifiutando al contempo l’altro elemento chiave del fantomatico piano di pace cui ha fatto riferimento Zelensky, cioè un ritiro simultaneo e simmetrico dei due eserciti e l’istituzione di una zona cuscinetto nel Donbass sotto controllo e/o amministrazione internazionale. Una proposta esclusa da Lavrov, il quale ha dichiarato che non è pensabile che territori russi siano amministrati da paesi e organismi terzi.

Le esercitazioni militari di autunno in Polonia e l’ipotesi di mantenere un contingente in via permanente sul suolo polacco, infrangono per l’ennesima volta una delle tante “linee rosse” dichiarate invalicabili e sistematicamente violate in questi quattro anni e mezzo di guerra. Non più solo consiglieri militari, “volontari” arruolati nell’esercito di Kiev, esperti di guerra elettronica e così via, ma vere e proprie truppe operative sul terreno. Non a caso, il ruolo-guida dell’operazione (di cui potremo valutare l’ampiezza nei prossimi mesi) è in capo ai due paesi che, nel declino/trasformazione dell’alleanza atlantica determinato dagli USA, aspirano al ruolo di architrave dei nuovi equilibri militari del vecchio continente, grazie al loro armamento nucleare autonomo e all’esperienza maturata sul campo.

L’Italia, invece, come la Germania, ha escluso l’impiego di truppe, mettendo l’accento sull’invio di generatori elettrici, necessari per affrontare un inverno che si preannuncia quanto mai duro. Ma ciò non significa affatto che il governo Meloni intende ridimensionare il suo impegno bellico, quanto piuttosto che esso potenzierà le forniture militari rinunciando all’invio di truppe. Una decisione che l’accomuna a Berlino, che pure è il principale finanziatore dello sforzo bellico di Kiev.

Nel darne notizia, i giornali hanno sottolineato che il governo Meloni mantiene così ferma la propria posizione rispetto a tali incontri, decidendo di non partecipare direttamente, ma di collegarsi in video da Palazzo Chigi. Un modo per ostentare una differenza con i partners europei, in omaggio al suo preteso ruolo di pontiere con Washington, recentemente ridicolizzato dalle polemiche con Trump. In realtà, si tratta di un escamotage puramente mediatico, che ricorda il Clinton di molti anni fa, quando l’allora presidente americano confessò di aver fumato uno spinello “ma senza aspirare” … Ecco, anche Meloni “non ha aspirato”. Ciò non toglie che il suo governo è immerso fino al collo nelle manovre militari e affaristiche della guerra in Ucraina.

Costruzione in Ucraina di missili a lungo raggio

Questo ci porta alla seconda decisione del summit dei volenterosi, che testimonia della volontà di proseguire e spingere sempre più a fondo la guerra alla Russia.

La riunione di Kiev, infatti, ha dato il via libera ad un poderoso piano per la costruzione di missili a medio-lungo raggio direttamente in Ucraina, grazie alla condivisione dei dati riservati necessari alla loro costruzione, per la quale mancava ancora l’assenso del premier britannico. Si tratta dei missili Scalp, prodotti dalla Mbda, un consorzio formato da Airbus, Bae Systems e l’italica Leonardo. Non è una decisione di poco conto, perché amplia enormemente la capacità di Kiev di colpire in profondità il territorio russo, non solo con gli sciami di droni prodotti ormai in gran quantità dall’industria bellica ucraina, ma con armi ben più potenti e sofisticate, capaci di infliggere alla Russia danni molto superiori a quelli (molto rilevanti) che ha già subìto. E infatti i vertici del Cremlino hanno prontamente dichiarato di essere già all’opera per individuare e distruggere i siti in cui verranno prodotti.

La possibilità di costruire in loco missili a medio-lungo raggio in società con Francia e Inghilterra supera quindi uno dei limiti delle capacità offensive dell’Ucraina, cui il governo Zelensky aveva tentato di mettere fine con la richiesta alla Germania di fornire i missili Taurus, una richiesta rimasta sempre inevasa.

Ma la costruzione di missili a lunga gittata non è l’unica novità di questa escalation bellica, né è limitata alle decisioni di Parigi e Londra. Anche l’Italia, pur muovendosi in sordina, mostra la ferma volontà di non rimanere indietro nel sostegno militare a Kiev. Certo, il centro studi tedesco Kiel Institute ha certificato che Roma è all’ultimo posto in Europa per valore delle forniture militari all’Ucraina: si va infatti dai 24,9 miliardi della Germania ai 15,8 miliardi del Regno Unito, ai 6,3 della Francia per arrivare infine ai 3 miliardi dell’Italia (esclusi i finanziamenti non militari). Ma il governo Meloni è ben deciso a rafforzare questa sua posizione, perché non intende perdere terreno rispetto agli altri Stati dell’UE, potendo contare su un’industria bellica di livello internazionale.

L’Italia di Meloni-Mattarella fa la sua parte…

Ecco allora che il tredicesimo “Decreto Aiuti”, che diverrà operativo ad ottobre, interviene a colmare questa lacuna. Da quello che trapela dai programmi pur secretati dal governo, sono previste cessioni di batterie contraeree Samp-T, versione NG, in grado di intercettare e distruggere missili balistici, di intercettori Aster 30 e di radar Kronos ad ampio raggio, tutto armamento prodotto in comune da Italia e Francia. Si tratta di dispositivi la cui fornitura era stata sospesa perché le scorte nei depositi dei due paesi erano arrivate al livello minimo e la cui produzione è già stata potenziata per far fronte a questa nuova tornata di aiuti militari. Repubblica, in un articolo del 26 agosto, sostiene di aver avuto conferme sull’impegno dell’esecutivo in tale direzione. Grazie ai finanziamenti dell’UE verranno approntate quattro batterie Samp-T NG le cui prestazioni, a detta degli esperti, sono pari, se non superiori, ai più famosi Patriot prodotti negli USA, per la cui produzione a Kiev, su licenza, Trump sembrava aver dato l’assenso, salvo rimangiarsi successivamente tale decisione. Non a caso Zelensky, in attesa delle batterie italo-francesi, ha chiesto all’amministrazione americana di poter accedere almeno al cinque per cento delle scorte USA.

Per quanto riguarda gli intercettori Aster 30 NIBT, Roma e Parigi ne avrebbero autorizzato la produzione in loco, contribuendo così ad un sostanziale salto di qualità della produzione bellica autonoma dell’Ucraina. In attesa che l’accordo divenga operativo, l’Italia manderà entro ottobre una fornitura prelevata dalle proprie scorte e così farà la Francia. Per i radar a grande raggio d’azione, Parigi ne fornirà sei, prodotti dalla sua società Thales, e l’Italia uno, prodotto da Leonardo.

Finché c’è guerra c’è speranza, recitava un vecchio film. E del resto gli articolisti di Repubblica, appartenenti al mondo dell’informazione “progressista” (!), non esitano ad informarci che “il valore complessivo dell’intera operazione [la fornitura d’armi a Kiev col tredicesimo decreto-aiuti – n.] dovrebbe essere vicino ai tre miliardi di euro …. Salverà tanti civili dai bombardamenti, rafforzerà la lotta contro gli invasori e creerà occupazione nelle nostre industrie”. Insomma, l’economia di guerra “ci” salverà…

… e punta molto su Leonardo e Leonardo Ukraine LLC

E proprio Leonardo è un perno essenziale dell’industria bellica italiana, sul cui potenziamento il governo punta molte delle sue carte.

Come si sa, è stata recentemente costituita Leonardo Ukraine LLC, controllata interamente da Leonardo International. Leggendo le note ufficiali di questo gruppo, si può avere un’idea chiara del modo di muoversi dell’industria bellica di cui Leonardo rappresenta un esponente di spicco, campione del made in Italy nel campo degli strumenti di morte.

Ma lasciamo parlare direttamente Leonardo. Questa impresa “guarda con interesse alle tecnologie e alle applicazioni militari sviluppate da Kiev nella guerra con la Russia… una partnership che dovrebbe prevedere forme di cooperazione con l’industria ucraina dei droni, … dove il gruppo italiano sta consolidando la joint venture LBA Systems con la turca Baykar… Leonardo testerà inoltre in Ucraina il Michelangelo Dome, il sistema di difesa aerea integrata e multi-dominio che sta sviluppando”. Il vantaggio dell’Ucraina, dice l’AD Lorenzo Mariani, “non sta soltanto nella capacità di produrre molti droni a costi contenuti, ma nella velocità con cui ogni soluzione viene provata, corretta e rimessa in campo”. Si noti, en passant, il linguaggio asettico con cui questi “operatori della difesa” parlano delle prove sul campo: quanti morti ha fatto il drone? Quanta distruzione ha causato? Questi i test cui si riferisce l’AD sopra citato.

Leonardo inoltre coopera con Brave 1, il polo statale ucraino che riunisce circa 2500 aziende e oltre 5.000 soluzioni tecnologiche, tra cui più di 500 produttori di droni, oltre 300 imprese specializzate nella guerra elettronica e nell’intelligence dei segnali e più di 200 sviluppatori di prodotti basati sull’AI. Una cooperazione ad ampio raggio fra l’industria bellica italiana e quella ucraina, quest’ultima rapidamente diventata un vero e proprio hub della produzione di armamenti e dispositivi bellici a livello europeo, su cui il governo Zelensky punta per rilanciare l’economia di un paese ormai devastato. Da granaio di Europa e, per certi versi, del mondo, a grande fabbrica della morte per conto terzi.

Da quanto abbiamo sommariamente ricostruito, è evidente che il vertice di Kiev di lunedì segna un’ulteriore escalation della guerra fra NATO e Russia sul suolo ucraino.

Rilanciare l’opposizione alla guerra reazionaria tra NATO e Russia

Ne escono confermate le tesi che abbiamo sostenuto fin dallo scoppio del conflitto, a partire da quella sopra richiamata: la guerra in Ucraina è una guerra reazionaria fra NATO e Russia, condotta da entrambi i fronti per finalità di dominio, che riapre la lotta per una nuova spartizione del mondo, a seguito della crisi dell’egemonia planetaria dell’”ordine occidentale”.

Chi pensava che il conflitto si sarebbe risolto in una sorta di guerra-lampo, agendo come un fattore di riequilibrio dei rapporti interstatali, deve arrendersi di fronte all’evidenza. Esso dura da più di quattro anni e non accenna a finire, nonostante il terribile massacro di centinaia di migliaia di proletari ucraini e russi, le distruzioni e le indicibili sofferenze che ha prodotto. Ed è destinato a durare e aggravarsi, come confermano le decisioni della “Coalizione dei Volenterosi” e le minacce di ritorsioni della Russia, perché entrambi i fronti non possono accettare una sconfitta, che assumerebbe il carattere di una minaccia ai loro interessi strategici, una vera e propria minaccia esistenziale.

La guerra in Ucraina ha rappresentato un giro di boa per il capitalismo mondiale, spostando in modo determinante lo scontro dal terreno economico a quello militare. Essa ha dato impulso ad una gigantesca corsa al riarmo e al militarismo in tutto il vecchio continente, rafforzando in modo esponenziale la tendenza verso un nuovo conflitto mondiale. Nei paesi dell’Unione Europea sono cresciuti enormemente gli stanziamenti per la guerra, sia nei bilanci di ogni singolo paese, sia con l’attivazione di linee di debito comune, superando nello spazio di un mattino “regole finanziarie” considerate intoccabili.

Allo stesso tempo, si va imponendo la progressiva militarizzazione di tutta la vita sociale, con l’integrazione sempre più stretta fra esercito, propaganda bellica, scuola e università; si torna a battere sulla necessità di superare il carattere volontario dell’arruolamento e reintrodurre la coscrizione obbligatoria (come nelle misure preparatorie predisposte dal governo tedesco); si procede verso l’economia di guerra, con la riconversione in senso bellico di imprese civili e la riorganizzazione in tal senso delle stesse infrastrutture (potenziamento e finalizzazione al trasporto di armamento delle linee ferroviarie) ; si restringono ovunque i diritti democratici, con limitazioni crescenti del diritto di sciopero (di cui è esempio in Italia l’estensione della legge 146 alla logistica privata); si inasprisce la repressione contro i movimenti di lotta in tutti i settori, dalle proteste contro le cosiddette “grandi opere” ai movimenti per il diritto alla casa, dalle proteste contro il degrado ambientale a quelle di solidarietà con la resistenza palestinese e contro il genocidio a Gaza; si creano nuovi reati e si aumentano le pene allo scopo di pacificare preventivamente o con la forza il fronte interno in vista delle guerre in preparazione. Ovunque, le organizzazioni politiche di classe, i sindacati conflittuali, gli organismi sociali che promuovono lotte e mobilitazioni sono additati sempre più come i nemici interni, coloro che remano contro gli interessi nazionali, i “disfattisti” da isolare e perseguire.

I partiti borghesi, di destra e di sinistra, alimentano la propaganda di guerra, in proprio e attraverso i mass media che controllano, giustificandola come una necessità ineludibile. Sul Corriere della Sera di martedì 25, per fare solo un esempio, troviamo un articolo a firma di Goffredo Buccini che lamenta la mancata determinazione dell’UE “nonostante la presenza dei Volenterosi e la preziosa spinta operativa anglofrancese per la causa della libertà ucraina”. Non solo. L’articolista ridicolizza i sacrifici crescenti che la guerra impone (“tra i 50 e i 70 euro pro capite” appena…) e non esita ad affermare che “… scuole e ospedali diventano macerie se non vengono difese da forze armate credibili contro ogni aggressore.”

L’articolo non manca di omaggiare Zelensky, “eroe che ha galvanizzato la resistenza contro l’invasore” e si conclude degnamente ricordando la repressione in Russia con la frase “Dovremmo provare a ricordarlo… aspettando i Patriot”.

Una propaganda incalzante, spudorata, costruita su catene di menzogne, nella quale si distingue anche il PD, deciso sostenitore della guerra fino in fondo alla Russia e, semmai, critico dell’understatement di Meloni.

La guerra fra NATO e Russia, dunque, è una guerra contro i proletari ucraini, contro quelli russi e contro il proletariato di tutti i paesi. Se le classi dominanti mettono in campo tutti gli strumenti che hanno a disposizione per portare gli sfruttati a scannarsi l’un l’altro, per noi, per i rivoluzionari internazionalisti, la consegna è opposta: disfattismo da entrambi i lati del fronte contro gli oligarchi e i generali della NATO e dell’Ucraina e contro gli oligarchi e i generali della Russia e dei suoi alleati.

In tutte le situazioni, dobbiamo impegnare le nostre forze non solo per affermare questo “principio”, ma per farlo valere in ogni nostra iniziativa, in ogni mobilitazione, per far sì che le lotte operaie, le proteste contro l’economia di guerra e i sacrifici che essa impone ai proletari, tutte le battaglie sociali e contro la militarizzazione, la corsa al riarmo, la repressione si intreccino strettamente a questo cardine strategico, contribuendo alla formazione di un campo internazionale degli sfruttati capace di opporsi agli schieramenti imperialisti che si fronteggiano.

E questo è tanto più necessario in un momento in cui la guerra in Ucraina, a dispetto del suo incrudimento crescente, appare dimenticata, sia dalla massa dei lavoratori e delle lavoratrici, sia negli stessi ambienti militanti.

Nello stretto di Hormuz come a Kiev gli spazi di ricomposizione pacifica dei conflitti sono sempre più stretti. La marcia verso un nuovo conflitto mondiale, capace di ingoiare e distruggere la stessa civiltà umana, può essere fermata solo regolando definitivamente i conti col capitalismo. Questo è possibile solo con l’azione organizzata delle masse proletarie, contadine, sfruttate, che rappresentano la grande maggioranza della popolazione umana. Rilanciare la lotta contro la guerra in Ucraina in una prospettiva disfattista e internazionalista è parte integrante di questa azione.

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Questo un nostro testo di inquadramento della guerra in Ucraina, scritto nell’ottobre 2022.

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