Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo ricordo del grande artista palestinese Sliman Mansour scritto da Pina Fioretti. All’arte di Mansour, che appartiene all’intera storia di resistenza e di lotta del popolo palestinese e non sopporta furbe appropriazioni indebite, abbiamo fatto ricorso (*) nella nostra denuncia del genocidio sionista-occidentale ancora in corso a Gaza. (Red.)
La sera del 24 agosto è scomparso a 79 anni Sliman Mansour. E’ stato il più grande rappresentante dell’arte palestinese contemporanea. Nato nel 1947 a Birzeit, ha frequentato le scuole di Betlehem e Beit Jala con l’intenzione di proseguire i suoi studi accademici negli Stati Uniti. L’aggressione coloniale israeliana alla Palestina nel 1967 gli impedì di proseguire gli studi all’estero, e si iscrisse all’Accademia di Belle Arti di Bezalel di Gerusalemme che frequentò dal 1967 al 1970.
Mansour divenne famoso nel 1973 per la sua opera “Il cammello dei fardelli» (Jamal Al- Mahamel), in cui è rappresentato un vecchio palestinese di Gerusalemme con la città sulle spalle, racchiusa all’interno di una forma simile a un occhio. In una intervista, l’artista dichiarò di essere stato colpito dai facchini di Gerusalemme, vecchi uomini apparentemente fragili ma capaci di trasportare sulle spalle pesi enormi.
Il titolo dell’opera gli fu suggerita dal grande scrittore palestinese Emile Habib. Mansour non si aspettava il successo che quel dipinto avrebbe avuto. La tela infatti diventò in breve tempo un messaggio politico di grande impatto. C’era stata la seconda occupazione della Palestina nel 1967 e gli artisti e gli intellettuali palestinesi raccoglievano e rielaboravano i traumi e il fermento politico della propria gente.
In un primo momento l’artista aveva collocato sulle spalle del facchino oggetti vari, successivamente decise che quel vecchio palestinese avrebbe portato sulle spalle la Cupola della Roccia, l’intera città di Gerusalemme, trasformando il dipinto in una potente metafora. Il vecchio rappresenta la memoria, il suo corpo incarna il popolo palestinese che porta sulle spalle la propria terra, la propria storia, la propria identità ma anche il peso della perdita, dello sradicamento, della pulizia etnica e dell’occupazione.
Nel sacco a forma di occhio è ben visibile la Cupola della Roccia a indicare il diritto al ritorno.
In breve tempo questo quadro divenne un’icona della lotta dei palestinesi e fu riprodotto in manifesti, poster, cartoline e adesivi. Non rimase chiuso in gallerie ma si trasformò in una fortissima immagine politica.
C’è anche una storia curiosa legata alla prima versione originale. Nel 1976 l’originale fu acquistato, durante una mostra a Londra, dall’ambasciatore libico, che intendeva regalarlo a Muʿammar Gheddafi. Per molti anni si credette che il dipinto fosse andato distrutto nel bombardamento statunitense della Libia del 1986. A quel punto Mansour realizzò altre versioni dell’opera.
Successivamente, però, l’originale del 1973 ricomparve: secondo una ricostruzione pubblicata nel 2025, fu individuato nella collezione di un privato a Londra e autenticato come la prima versione
Mansour entrò ben presto nel mirino della censura e dell’attenzione del governo di occupazione. Questo non gli impedì di continuare a dipingere per la Palestina. La sua arte si perfezionava con la sua osservazione e il suo amore per la propria terra. Nei suoi dipinti compaiono contadini, donne con abiti ricamati, ulivi e aranci, villaggi, nonché i simboli della chiave, della prigione e dei posti di blocco, insieme ai diversi elementi della vita palestinese. Insieme ad altri artisti fondò l’Associazione degli Artisti Palestinesi e inaugurò la Galleria 79 a Ramallah. A questo spazio è legato un aneddoto molto interessante. Nel 1980 insieme agli artisti Nabil Anani e Issam Badr, Mansour inaugurò una mostra di arte che durò soltanto tre ore. Infatti le autorità militari dell’occupazione israeliana irruppero nei locali della Galleria 79, sequestrarono il materiale e portarono via i tre artisti. Dopo l’occupazione del 1967 in Cisgiordania, Israele aveva imposto il divieto di sventolare la bandiera palestinese. Durante l’interrogatorio ai tre artisti venne contestato che per le loro opere avevano utilizzato i colori della bandiera palestinese. Anni dopo in una intervista Mansour ha raccontato che in quell’occasione fu Issam Badr a domandare all’ufficiale israeliano cosa sarebbe successo se avessero dipinto un fiore usando rosso, verde, nero e bianco. L’ufficiale rispose che sarebbe stato confiscato e aggiunse che anche un’anguria sarebbe stata confiscata. Un dettaglio interessante, che l’articolo sottolineava, è che secondo i ricordi di Mansour fu l’ufficiale israeliano a menzionare per primo l’anguria, non Badr. Se si pensa a cosa sia divenuta oggi l’immagine della fetta di anguria, questo episodio che coinvolse nel lontano 1980 Mansour e i suoi colleghi artisti, ci fa riflettere sulla capacità dei palestinesi di trasformare in simbolo di lotta qualsiasi forma di restrizione, divieto e oppressione.
Dopo la prima Intifadha, nel 1987, in linea con il gruppo artistico che aveva fondato,“Verso la sperimentazione e la creatività”, aderì al boicottaggio economico contro Israele attraverso l’impiego di materiali locali. Per realizzare le sue opere, anche quelle astratte, Mansour utilizzava legno, paglia, gesso, argilla, calce, grasso animale e pigmenti naturali delle piante autoctone.
Pochi giorni prima della sua morte, è stato presentato il libro “Sulle tracce dell’orco, una biografia non autorizzata: memorie di Suleiman Mansour”, curato da Rana Anani sulla base di lunghe interviste con l’artista condotte tra il 2020 e il 2023.
Ha realizzato un considerevole numero di opere artistiche ed è stato insignito di molti premi, ha partecipato a Festival artistici e ha lavorato nel campo dell’insegnamento, nel fumetto e nella documentazione degli abiti tradizionali e dei ricami popolari palestinesi.
Uno dei grandi meriti di Sliman Mansour è stato quello di aver dipinto immagini che si sono trasformate in simboli collettivi che hanno oltrepassato i confini del sistema dell’arte.
Terminiamo questo ricordo di Sliman Mansour con un olio su tela del 1978 “Children of Jerusalem”.

(*) Per esempio in questa iniziativa a Venezia, il 18 maggio dello scorso anno.


