Venditori di fumo e stracci vecchi non potendo più negare la rovina verso cui viaggia il pianeta, ora hanno trovato e messo in vendita quella che noi chiamiamo “la teoria dell’adattamento”! Dalle ruvide sortite di La Russa al fisico Giulio Boccaletti (autore di un lungo articolo su «Il Foglio» di lunedì 17 agosto), senz’altro più raffinato del senatore demo-fascista, tutti sostengono: dobbiamo accettare che si tratta di una situazione grave e persistente, quindi dobbiamo dare prova di resilienza, adeguarci, adattarci, individuando i possibili rimedi.
Boccaletti lo sostiene in un modo insolitamente perentorio per i giornali di destra: «Il clima sta cambiando perché l’aumento in atmosfera di gas serra di origine umana cambia l’energetica del pianeta. Non so come dirvelo: questa roba è certa. […] Che ci sia un problema serio è indubbio, e negarlo significa semplicemente illudersi. Il dibattito deve focalizzarsi su cosa fare, non se si debba fare qualcosa». Il gran caldo, sostiene, «si può governare».
Naturalmente ci si può occupare solo degli effetti, evitando accuratamente di alludere alle cause del cambiamento climatico, figurarsi poi di indicarle. Se dovesse prendere piede questo indirizzo, state sicure/i che i padroni dei mass media scatenerebbero i negazionisti chiamando in causa le tempeste solari, le inclinazioni dell’asse terrestre, una nuova era climatica «come ce ne sono sempre state», e via negando l’evidenza scientifica.
Ma Boccaletti, benché più raffinato di La Russa, non intende dibattere di scienza. Per lui occuparsi di scienza, e cioè di come si è arrivati a questo punto, è tempo totalmente perso (notevole per uno che ha studiato fisica, scienze atmosferiche e oceaniche!). Riconosce, per esempio, che l’Europa «si sta scaldando molto più rapidamente di altre zone del pianeta per una serie di fattori geografici e dinamici», che però non indica. Noi, al contrario, li indichiamo, almeno i due principali: 1) le guerre, con il loro prodotto di alti inquinanti – l’Europa ha in corso da oltre quattro anni una guerra devastante sul proprio territorio, in Ucraina, ed è contigua alla regione in cui l’asse Stati Uniti-Israele, supportato dall’UE, ha realizzato un genocidio e portato la guerra in 7 paesi; 2) l’alta temperatura delle acque del Mediterraneo, il Mare Nostrum su cui si affacciano diversi paesi del Medio Oriente. Ed entrambi sono fattori causati dall’attività del sempre più scellerato sistema economico che tutti gli «esperti» temono di chiamare in causa con il suo nome : il capitalismo!
Silenzio assoluto sulle cause, ma non sui costi dei «rimedi». Sia gli articolisti di destra che quelli di sinistra preannunciano al pubblico, infatti, che ci saranno costi che “il paese” dovrà affrontare. Quale “paese”? Non certamente il “paese” (la classe) di quelli che hanno riempito l’aria di anidride carbonica, metano, polveri sottili, metalli pesanti, metalli rari ricaduti in mare e qualche manciata di uranio e radioattivi di ultima generazione. Non certo le sei più grandi multinazionali dell’energia (tra cui l’italiana ENI) che guadagnano 1.800 dollari al secondo alimentando il caldo estremo… Facile indovinare a chi sarà presentato il conto.
Ma andiamo a vedere quali sono i rimedi prospettati da questi opinionisti «esperti» – esperti anzitutto, come detto, nell’occultare le cause reali della catastrofe climatica in corso. La gran parte di loro concorda ormai sulla necessità di farla finita coi carburanti fossili e di passare all’elettrico, perno della «transizione green». Ma non ci dicono come ricaricheremo le batterie di auto e le apparecchiature informatiche, come fronteggeremo l’aumento – che con queste misure si preannuncia vertiginoso – di domanda di elettricità di treni e tram e come alimenteremo i forni ad arco elettrico per fondere i metalli necessari alla produzione metalmeccanica. Non ci dicono con quale acqua – visto che loro stessi parlano di crescente caldo e crescente siccità – raffredderemo i megacomputer che ci costruiscono filmini, racconti, traduzioni simultanee, articoli di giornale e diagnosi mediche in pochi secondi con l’uso dell’intelligenza artificiale. Né, tanto meno, ci parlano del «lato oscuro della transizione energetica e digitale», cioè dello smisurato costo che la natura e la forza-lavoro viva (soprattutto dei minatori del Sud del mondo) sono e saranno chiamati a sopportare per «superare» il ricorso al petrolio, al carbone e al gas. Per tutti questi consiglieri dei governi capitalistici non si può, non si deve mettere in discussione né la folle ipertrofia produttiva di questo sistema, né il sacro criterio del profitto aziendale, né le guerre – nulla insomma di ciò che ci ha portati sull’orlo dell’abisso, come riconosce anche «la Repubblica» (lunedì 17 agosto).
Le contraddizioni radicali in cui si avvolgono, e cercano di avvolgerci, questi venditori di stracci vecchi non finiscono qui. Il colmo della presa in giro lo raggiungono quando fanno appello alla politica nazionale. Non che sia male chiamare in causa i governi nazionali, e tanto più bastonarli – se ne avessero il coraggio. Ma se c’è un fatto accertato è che il vento, le correnti marine, l’aria non hanno confini. Non si potrà fare alcun blocco navale per fermarli. O per stoppare o deviare verso paesi terzi le migrazioni di massa di popolazioni provenienti da paesi che i massimi inquinatori del mondo (gli imperialismi occidentali) hanno rapinato, inaridito e devastato da secoli. Quindi il livello di soluzione di questi problemi non può che essere internazionale – laddove impazza invece ovunque il più demente «sovranismo» -; e non può che essere radicalmente anti-capitalista e anti-imperialista, laddove il 100% dei rimedi esibiti in questi giorni (e in precedenza) hanno come loro comune denominatore la preoccupazione di preservare il modo di produzione capitalistico e la dominazione imperialista.
I più rozzi tra questi opinionisti da operetta tirano in ballo, come fattore di primo rilievo dei disastri ambientali in corso, i comportamenti individuali, la pretesa della comune umanità lavoratrice di «vivere al di sopra dei propri mezzi, al di sopra delle proprie possibilità». Si rivolgono a quelli che vogliono il condizionatore accusandoli di non sopportare gli stenti come i loro nonni dei bei vecchi tempi, di voler fare la doccia quotidiana, invitano a spegnere i fornelli prima dell’ebollizione e a far ammorbidire i pasti per inerzia termica. Si sprecano i suggerimenti per il risparmio energetico a chi è già con l’acqua alla gola. E intanto che il “consumatore” stringe la cinghia e mangia meno carne, gli allevamenti intensivi aumentano esponenzialmente la loro produzione, e le Spa di lusso moltiplicano i consumi di energia per chi «se la merita», potendola pagare con i proventi dello sfruttamento del lavoro e del saccheggio della natura.
Davanti all’evidente gravità raggiunta dai cambiamenti climatici di cui centinaia di milioni di persone stanno facendo dura esperienza, viene da chiedersi dove sono finiti i movimenti ambientalisti – e non solo in questa Italia che batte tutti i record di ignavia, opportunismo e vigliaccheria politica. Proprio quando le battaglie per la difesa dell’ambiente e della vita delle specie – dalla Germania alla Spagna al Bel Paese – vengono dai fatti sbattute in prima pagina come urgentissima necessità, vediamo molti battere in ritirata, e pressoché nessuno prendere iniziative di impatto e di rottura.
Il fatto è che non è più tempo di appelli o di politiche istituzionali tinti di verde, ma vuoti di sostanza, è tempo di reale lotta alle cause del disastro di cui ci tocca subire le conseguenze. Che fare: piantare alberi per rimediare alla mostruosa deforestazione in atto dal Sud America all’Indonesia, o per compensare le emissioni di gas serra (cosa assolutamente impossibile)? Oppure piantarla, una volta per tutte, con la produzione di gas serra, con le guerre in corso e con i governi guerrafondai che ne stanno programmando altre ancora più devastanti? Piantarla con la folle distruttività del capitalismo che ci propone di cambiare il nostro frigo ogni due anni a favore del nuovo modello che inquina meno, e tace su dove finiranno quelli che dismettiamo? Che ci propone di cambiare l’auto in favore di quella elettrica, nascondendoci dove depositeranno le batterie esauste, dove metteranno i motori endotermici che non ci servono più, e soprattutto cosa costa alla natura e alla classe lavoratrice l’estrazione frenetica delle «terre rare» necessarie all’elettrico. Piantarla con la propaganda che rispolvera le centrali nucleari ma senza dare le necessarie rassicurazioni né su incidenti e rischi né sul destino dei depositi delle scorie radioattive…
Tenendo conto dell’estrema gravità della situazione e del silenzio nelle piazze, ci verrebbe da dire: dovrà nascere una nuova generazione di attivisti per l’ambiente capace di collegare tra loro le singole battaglie, le richieste parziali e finalizzarle tutte all’obiettivo della lotta al capitalismo come sistema sociale, come modo di produzione, di cui l’attuale situazione è il frutto. Ma non siamo così pessimisti, e osservando l’evoluzione di una Greta Tunberg che ha saputo cogliere il nesso profondo tra la battaglia per l’ambiente e la solidarietà alla resistenza del popolo palestinese, ci viene da rinnovare l’invito a chi negli anni scorsi è stata/o attiva/o a fare un passo avanti richiesto dal salto di qualità nel processo delle catastrofi ambientali che è sotto i nostri occhi.
A differenza di altri ex-compagni che socializzano ormai un’attitudine di schifo reazionario verso il proletariato industriale, non siamo pessimisti neppure nei confronti dei proletari con i calli alle mani, perché anche loro sono sempre più alle prese, su scala di massa, nella stessa Europa, con un peggioramento delle condizioni ambientali, a cominciare dal caldo estremo, che ha un impatto quotidiano pesante sui luoghi e le condizioni di lavoro. E che li mette, e tanto più li metterà, di fronte all’esigenza vitale di difendere la propria salute e quella delle proprie famiglie nell’unico modo possibile: con la lotta agli sfruttatori e ai loro governi, e con l’organizzazione di classe.
Lavoro da fare ce n’è, e il materiale da elaborare non manca. Ci limitiamo a tre questioni.
La prima riguarda la produzione di cibo. Morte, distruzione e fame sono prodotte a piene mani dal capitalismo, dalle sue politiche colonialiste, dalle sue tendenze strutturali che avanzano verso l’imperialismo. La produzione è la parte visibile di questo processo economico e consiste anche di una quantità di merce del tutto inutile a partire proprio dal bisogno, umano e di tutte le specie, più elementare: il cibo. A fronte della “fame nel mondo”, della malnutrizione e sottonutrizione di un quarto della popolazione mondiale, la produzione di cibo aumenta costantemente impiegando quote sempre maggiori di acqua d’irrigazione e di energia sia per i processi meccanici di coltivazione sia per le concimazioni e la lotta ai “nemici” delle colture condotta a colpi di diserbanti e pesticidi che in parte si riversano in fiumi e mari: la frutta lucidata a dovere nasconde lo scarto di quanto non è sufficientemente bello per essere venduto. Secondo ISPRA, il 23% dello spreco alimentare avviene nella fase della produzione primaria e altre quote di produzione agricola si perdono durante la distribuzione. Questa sovrapproduzione, insieme ai rifiuti che genera e al loro smaltimento, ha una grossa parte di responsabilità nell’incrementare la crisi climatica “partecipando” ad essa con spreco di energia – quasi tutta fossile – e acqua.
La seconda questione riguarda il ricorso all’elettrico da fonti rinnovabili. Esso non mette in conto che l’estrazione dei minerali rari – le terre rare – richiede acque di lavaggio del minerale estratto che vengono successivamente riversate nei bacini naturali che diventano i secchi della spazzatura dei residui della lavorazione delle materie prime. Noi non siamo degli ambientalisti “puri”, e anzitutto accusiamo il regime capitalistico che fa dello sfruttamento bestiale dei bambini il suo strumento di produzione preferito calandoli in fosse acquitrinose per riportare in superficie i minerali raccolti e scavati nel terreno con le sole mani o con attrezzi di fortuna che spesso il piccolo minatore produce da sé nel tentativo di diminuire la sua fatica e aumentare la sua produzione mineraria: una bestialità che ognuno che abbia coscienza non può mettere da parte. L’auto elettrica cammina con il sudore, il sangue e la vita bruciata di milioni e milioni di donne, uomini e bambini dei continenti «di colore».
Infine, un posto d’onore spetta all’obsolescenza programmata che ha subìto l’accelerazione e l’incremento sia in quanto produzione di rifiuto, sia in quanto produzione ed impiego di materiali e risorse con il relativo carico di inquinanti e gas serra. L’obsolescenza programmata – che trova nel telefonino più aggiornato e potente, più rapido e ricco di funzioni quasi del tutto inutili con giochi e podcast che ne celebrano l’idiozia – provvede a rinnovare il mercato di merci con un incremento di rifiuti e spreco energetico che non vengono mai messi nel conto economico globale. Come in tutto il suo processo, il capitalismo privatizza gli utili e scarica sulla società le perdite.
Quindi i materiali per una battaglia organizzata – qui indichiamo solo i passaggi fondamentali – abbondano. Ma non si può passare ad un’azione efficace trascurando la realtà di un sistema che può anche accettare di arretrare su una questione particolare (l’auto a benzina) ma che, essendo in possesso di risorse, metodi di controllo e manipolazione, e potere politico, riesce a spostare su altri prodotti e addirittura su interi settori di prodotti le stesse logiche lasciando immutato, se non peggiorato, il contesto. L’ambientalismo privo del contenuto anticapitalista è poco più che un gioco a somma zero, anzi: è un gioco a perdere!
Lavoro da fare ce n’è, anche se non ci nascondiamo la difficoltà – sia per i movimenti ambientalisti che per le forze dichiaratamente anticapitaliste – di compiere un salto di qualità per collegare ambiti di lotta apparentemente distanti, ma in realtà strettamente intrecciati.
Aggredire le cause del disastro ambientale incombente, anziché adattarsi ad esso nell’illusione di poterlo governare, non comporta di assumere un atteggiamento massimalista, incapace di darsi obiettivi concreti. Significa invece rafforzare cooperazione e integrazione reciproca sul terreno della lotta, per costruire piattaforme capaci di investire tutti questi aspetti.
La lotta contro le guerre in atto e contro quelle che si preparano con il forsennato riarmo in corso e il varo di una vera e propria economia di guerra, è il primo di questi compiti. E deve diventare un terreno comune di mobilitazione dei movimenti ambientalisti che non vogliano trasformarsi in un paravento “verde”, utile a coprire la marcia del capitalismo mondiale verso un abisso capace di ingoiare la stessa civiltà umana. Lo sviluppo dell’industria bellica e la crescente militarizzazione della vita sociale debbono assolutamente essere fermatio, perché portano con sé la progressiva sottrazione di risorse indispensabili ad arrestare e invertire il degrado dell’ambiente, della vita associata, delle condizioni di lavoro della massa dei proletari.
Unire strettamente la lotta per la difesa della salute di lavoratrici e lavoratori nelle fabbriche, nei magazzini, nei campi, nei servizi, ecc., (ad es. dal caldo estremo e da condizioni di lavoro insostenibili) a quella contro il disastro ambientale e la tendenza alla guerra diventa allora uno snodo fondamentale. E la battaglia per una radicale riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, per aumenti salariali svincolati dalla crescita della produttività che è la causa prima della perdita della salute, degli incidenti e delle morti sul lavoro è la condizione per combattere il disastro ambientale non come una battaglia d’opinione ma schierando su quel fronte le forze di classe e tutti i movimenti e i militanti sensibili e disposti a battersi.
Analogamente, la battaglia per ridurre le emissioni di gas serra e l’uso di combustibili fossili non può avere come suo obiettivo quello di passare all’auto elettrica, lasciando inalterato il sistema di mobilità centrato sul trasporto privato individuale. La lotta deve concentrarsi sul potenziamento del trasporto pubblico e sulla sua gratuità per i proletari, obiettivi che cozzano frontalmente con gli interessi delle classi dominanti, strutturati invece attorno alla riduzione della spesa sociale, per destinare le risorse del bilancio pubblico all’accumulazione, al sostegno delle imprese e sempre più, nella fase che si è aperta, al riarmo e alla guerra.
Come si vede da questi esempi che non sono affatto esaustivi, non mancano gli obiettivi concreti per cui lottare e mobilitarsi. Anche sul terreno ambientale, l’alternativa non è fra l’adattamento al degrado crescente o la mera propaganda del rovesciamento immediato del sistema capitalistico, essendo questa la causa ultima del disastro in corso. Si tratta di individuare e praticare un percorso di mobilitazioni in cui, partendo inevitabilmente dagli effetti del disastro ambientale, costruire piattaforme di lotta capaci di unire la massa degli sfruttati nel contrasto reale agli interessi capitalistici. Di modo che nel vivo di questi conflitti maturi la presa di coscienza che per non essere travolti dalle catastrofe ambientali incombenti, bisogna travolgere, abbattere il sistema sociale capitalistico e le sue istituzioni.

