Passati i primi momenti di paura dopo la travolgente insurrezione proletaria del luglio ’36, dove il golpe militare viene respinto da masse di lavoratori in armi, la borghesia repubblicana – lasciata incautamente in vita coi suoi pur traballanti governi – cerca in ogni maniera di riemergere annullando le conquiste della rivoluzione.
Per arrivare a ciò si affida, oltre che allo stagionato PSOE, al redivivo PCE, il quale può ora contare sull’interventismo, naturalmente tardivo, dell’URSS staliniana.
La Spagna infatti sta diventando il campo di battaglia in cui si misurano i rapporti di forza fra le centrali dell’imperialismo.
Il governo del Fronte Popolare confida in prima battuta sul duo anglo-francese, ma gli imperialismi di Parigi e di Londra hanno interessi coloniali e affaristici tali da non pensare minimamente di compromettersi per la “democrazia”. E poi non vogliono, come neppure l’URSS vuole, che gli aiuti alla repubblica diventino una spinta ulteriore all’incendio rivoluzionario.
I due imperialismi fascisti, Italia e Germania, al contrario, non hanno problemi a fornire cospicui aiuti militari ai golpisti, nel mentre aderiscono, come gli altri predoni, a un fantomatico “Comitato del non-intervento”. Organismo buono solo a gettare fumo negli occhi e a far sì che sul terreno si attui il massacro del proletariato spagnolo: assalito dai tagliagole fascisti e colpito nello stesso tempo alle spalle dai falsi amici “frontisti”.
Il ruolo svolto dall’URSS in questa vicenda è comunque determinante. In cambio di aiuti militari a Madrid in mezzi e uomini (ufficiali, tecnici, dirigenti politici, spie), pagati a peso d’oro, il Cremlino ipoteca massicciamente la conduzione della guerra, dirottandola con ogni mezzo sul terreno dello scontro inter-borghese. “Niente rivoluzione ma lotta di liberazione nazionale”. “Repubblica democratica, no Soviet.” “Fascismo contro democrazia”.
Sono queste le parole d’ordine veicolate da Mosca, fatte proprie dal PCE e imposte con ogni mezzo, assassinio dei rivoluzionari incluso. Il messaggio di Stalin al mondo è chiaro: l’URSS è potenza di stabilità, non di “avventure” rivoluzionarie. Gli altri imperialismi ne prenderanno nota in attesa della prossima guerra, che scoppierà proprio al termine della guerra civile spagnola (1939).
Ed è così che, in conseguenza anche di una linea politica ambigua e perdente di forze che pur aspiravano a imprimere una svolta rivoluzionaria alla lotta (CNT-FAI e POUM), gli organismi della controrivoluzione (PCE, PSOE, autonomisti, repubblicani) prendono lentamente ma inesorabilmente il sopravvento, svilendo o eliminando i Comitati, le Giunte di difesa, le collettivizzazioni, le Milizie proletarie. Ci si avvia verso una sanguinosa resa dei conti.
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Abbiamo visto come dopo neppure tre mesi dall’insurrezione proletaria del luglio ’36, che ha respinto in armi il golpe dei militari e instaurato dei poteri “dal basso” (Comitati, Consigli, Milizie), il moto rivoluzionario venga prima deviato e poi aggiogato alla logica della “guerra antifascista” di “unità nazionale”.
Il motivo di fondo di tale deriva l’abbiamo riscontrato nella mancata demolizione dello Stato borghese, sia centrale che regionale. Quello che sembra un “pallino” burocratico e autoritario di Marx e di Lenin, diventa in simili frangenti il discrimine fondamentale tra chi è rivoluzionario a metà e chi lo è conseguentemente. In Spagna purtroppo, nel 1936, non vi sono rivoluzionari conseguenti, eccetto qualche piccola formazione comunista internazionalista e anarchica con poco o nullo seguito tra le masse. (1)
Parlano i fatti, non le teorie. Dopo la militarizzazione delle Milizie operaie (cioè il primo passo verso la ricostruzione dell’esercito di professione); lo scioglimento del Comitato Centrale della Milizie Antifasciste (CCMA, una parvenza di governo proletario, pur inquinato da borghesi e opportunisti); la liquidazione dei Comitati-Consigli (ergo il ritorno a pieno titolo del potere legale ai rappresentanti della borghesia), il 23 ottobre avviene a Barcellona la firma del “Patto di Unità d’Azione” tra CNT-FAI, UGT e PSUC. Cioè tra anarchici, socialisti e stalinisti.
In esso, sempre con la tattica del carciofo (pulire l’ortaggio foglia su foglia), si sancisce ciò che è già in atto, cioè le espropriazioni senza indennizzo e la collettivizzazione dei mezzi di produzione, ma…sotto la direzione della “Generalitat” (il governo regionale di Companys). Oltre a ciò si decreta la municipalizzazione degli alloggi e il prezzo massimo degli affitti; un Comando unico per coordinare tutte le forze combattenti; la trasformazione definitiva delle Milizie in un disciplinato “esercito popolare”; la nazionalizzazione delle banche (che vengono così interdette ufficialmente ai rivoluzionari, NDR); il “controllo operaio” (il quale, con un potere borghese in ripresa, arriverà a “controllare” ciò che i borghesi decideranno in sua vece…NDR).
C’è da notare come il 4 novembre, a breve giro di posta, il governo madrileno del socialista Largo Caballero, dopo aver imbarcato quattro ministri anarchici (!) nel suo esecutivo (2), possa affondare nella direzione della militarizzazione delle Milizie, nella riorganizzazione della forza pubblica, nel disarmo nelle retrovie.
Non a caso, oltre alle “necessità della guerra”, che diventerà il mantra attraverso il quale saranno commesse porcherie di ogni genere dal connubio borghese-social-stalinista, una delle motivazioni in base alla quale si giustifica il disarmo operaio nelle città è la “lotta ai cosiddetti incontrolados”, gli incontrollabili. Prendendo a pretesto il fenomeno certamente reale, (ma gestibile dai Comitati come in effetti fu) di gente che si faceva arbitrariamente “giustizia da sé”, si toglie in questo modo ai lavoratori più radicalizzati ogni possibilità di far pesare con la forza i loro interessi e la loro volontà.
L’anarchico “ultra-spontaneista” V. Richards (3) dopo aver lanciato i suoi strali non contro l’inettitudine politica dei “capi” anarchici che rifiutano di prendere il potere, ma contro la “compromissione politica” della CNT (!), se non altro non può fare a meno di denunciare un personaggio come Garcia Oliver il quale, dopo l’ingresso nel governo borghese, si rallegra dello scioglimento del CCMA, dal momento che, dice Oliver “ora la Generalitat ci rappresenta tutti…” (sic)
Tanto per chiarire che non siamo di fronte a un boccone amaro ingoiato forzatamente dai “capi” anarchici (cosa ugualmente ingiustificabile in quella situazione), ma davanti a una clamorosa, evidente, deprimente dismissione di quel ruolo “eversore” accuratamente coltivato in decenni di lotta da esponenti dell’anarchismo di quel calibro.
Tempo quaranta giorni e il Consiglio Supremo di Sicurezza di Madrid centralizza la polizia politica (15/12) e decreta il divieto di portare armi da parte dei “privati”. Chi non adempie è passibile di essere accusato di “intelligenza col nemico”.
Nel frattempo, il 7 ottobre, il ministro dell’Agricoltura del PCE Vicente Uribe, ligio difensore della proprietà borghese, aveva varato un decreto in cui nazionalizzava le terre, espropriando però solo i padroni fascisti, nel mentre tutelava la “libera scelta” dei piccoli proprietari nell’aderire o meno alle collettivizzazioni della terra (limitando in sostanza la portata delle nazionalizzazioni stesse e liquidando le collettivizzazioni anarchiche). Non solo: con questo decreto viene interdetta la possibilità di portare disorientamento e ammutinamento anche tra i figli dei contadini arruolati nell’esercito golpista. Da notare come una simile politica venga condotta da chi sostiene una presunta “oppressione anarchica” verso i contadini relativamente alle collettivizzazioni… (4)
Mentre si vanno configurando fronti d guerra sempre più statici, nell’autunno del ’36 si delinea un quadro politico in cui la borghesia repubblicana, poggiando sulla sinistra frontista, riconquista abbastanza rapidamente posizioni che nel luglio sembravano irrimediabilmente perdute.
Rimangono però quasi intatte le forze proletarie in armi, i sindacati, le sezioni territoriali, i circoli, e parte dell’apparecchiatura rivoluzionaria o semi-rivoluzionaria seguita all’insurrezione. Depotenziata, ma non demolita.
Nonostante i decreti dei governi borghesi in ricostruzione e gli appelli all’”unità antifascista” di CNT-FAI e POUM, la stragrande maggioranza dei lavoratori non smobilita il “fronte interno”.
Le armi se le tiene, magari nascoste. O le porta con sé direttamente al fronte. Oppure ancora nelle ricostruite forze di polizia, arruolandosi. Insomma, per borghesi e opportunisti la situazione è tutt’altro che sotto controllo.
Basti pensare che la fondamentale questione della militarizzazione delle Milizie, iniziata poco dopo il luglio, sarà risolta in Aragona – manu militari – dalla 11° Divisione dell’esercito popolare, comandata dallo stalinista Enrique Líster, solo nell’autunno del 1937!
PCE: il partito della controrivoluzione cresce
E allora conviene soffermarsi un attimo sulla funzione e sull’evoluzione dei partiti “operai” sui quali la borghesia repubblicana sta facendo affidamento, analizzando meglio il PCE.
Con la sua protesi catalana del PSUC, questi è un partito che non ha opposizione interna, è fideista per definizione. Dunque, dopo gli strali contro il “socialfascismo” di qualche anno prima, può ora assumere senza particolari problemi una linea “moderata”, ligia in tutto e per tutto alle delibere del governo frontista, di cui del resto fa parte.
Non c’entra più di tanto in questa conversione la posizione assunta dal “sinistro” Caballero.
Già col governo repubblicano di José Giral, il PCE si era messo a disposizione del potere “legittimo”, uscito dalle elezioni del febbraio. Nel momento della marea montante rivoluzionaria (luglio-settembre ’36) esso aveva in un certo qual modo assecondato il flusso degli eventi (e che altro poteva fare?), puntando comunque a preservare lo Stato borghese.
La “linea” gli viene dettata subito da Georgi Dimitrov, presidente del Comintern (5), quando il 23 luglio, appena cessati gli spari sulle barricate di Barcellona, dichiara che in Spagna non devono esistere i Soviet, la dittatura proletaria e cose del genere, ma l’unità dei lavoratori con la piccola borghesia e i contadini, nonché con gli “intellettuali radicali”…Poi ”una volta consolidate le posizioni – pontifica il delfino di Stalin – potremo continuare ad avanzare.” (6)
Jésus Hernandez, direttore dell’organo del PCE “Mundo Obrero” nell’agosto del ’36 naturalmente rilancia, negando che sia in atto una rivoluzione proletaria ed esprimendosi per la difesa della piccola industria.
Ancora più esplicito è qualche giorno dopo il suo segretario José Díaz, che si esprime contro la dittatura del proletariato, la lotta per il socialismo, addirittura contro una “repubblica democratica con un esteso contenuto sociale” (sic). Limitando il conflitto appena esploso a un regolamento di conti tra democrazia e fascismo.
Dall’elenco delle dichiarazioni di questi soggetti controrivoluzionari non possiamo far mancare tale Santiago Carrillo, che abbiamo avuto modo di vedere all’opera in tempi più recenti all’epoca dell’”eurocomunismo” (7), in accordo con Enrico Berlinguer e col francese Georges Marchais.
Il segretario della JSU (Gioventù Socialista Unificata) in quei giorni è ancora più esplicito: “ Se lottiamo per la rivoluzione socialista – proclama – diamo la vittoria al fascismo.” (8)
Sarà il refrain col quale si passerà dal soffocamento della rivoluzione al suo aperto assassinio.
Il partito raccoglie momentaneamente poche migliaia di iscritti ma può attingere, d’ora in avanti, a fondi illimitati e a schiere di funzionari del Comintern, dal momento che la questione spagnola investe gli interessi dello Stato russo… Il PCE ”assorbe la sezione moribonda della UGT catalana e la rianima con l’appoggio della Generalitat…Da fine ottobre il suo potere di ricatto diventa enorme.” (9)
Già il 4 settembre, all’atto di nascita del governo del FP di L.Caballero, il PCE ottiene due ministeri (Agricoltura e Istruzione), i quali si aggiungono ai cinque di estrazione borghese e ai sei di provenienza socialista che completano il quadro.
In pratica esso si fa promotore di una rete di interessi che, basandosi sulla piccola borghesia urbana e rurale (spaventata dalla rivoluzione) cerca agganci sia con l’autonomismo catalano, sia con il centralismo madrileno, avendo come altri referenti i settori della burocrazia statale e dell’esercito, vogliosi di riprendersi quel ruolo temporaneamente lasciato in sospeso.
A tale scopo, il PCE non esita a insinuarsi nei contrasti interni al PSOE tra Caballero e Prieto.
Fa l’unitario coi socialisti per poi tagliarli a fette come un salame. (10)
La resistenza di Madrid alle armate golpiste (dall’ottobre ’36) contribuirà a in maniera decisiva a far assumere al PCE (e all’URSS che invia armi, aiuti, combattenti e personale militare) il ruolo di “testa politica” della guerra civile. Conflitto che, da quel periodo in poi, assume decisamente il carattere di guerra tra Stati! La rivoluzione sarà lentamente ma inesorabilmente soffocata per dare spazio alla guerra tra borghesia fascista e borghesia “democratica” (non scevra da compromessi e tentati approcci tra i due campi), ognuna coi suoi riferimenti internazionali.
Diciamo che la Giunta di Difesa che viene a insediarsi a Madrid dopo il ritiro del governo centrale a Valencia (6/11/’36), insieme alla creazione delle Brigate Internazionali, conferisce al PCE la carica di resistente per eccellenza.
Si formano dei Comitati di quartiere nella città assediata e bombardata, si approntano barricate chiamando tutto il popolo alla lotta ad oltranza…ma sotto il rigido controllo del gen. José Miaja, posto da Caballero (che è anche ministro della Guerra) a capo di una Giunta in cui il PCE occupa da solo sei posti, il PSOE due, i repubblicani quattro, a fronte dei sei che vanno ad anarchici e anarco-sindacalisti, due ai sindacalisti di Pestaňa…
Il PCE coglie tale occasione per smantellare le Milizie ancora in essere che si trovano in città ed imporre a tutti i combattenti disciplina militare e linea politica. “No pasaran!”,“Madrid come Pietroburgo!” sono gli slogan che echeggiano e che faranno di Dolores Ibarruri, la “Pasionaria”, una figura tramandata dalla mitologia resistenzialista fino a tempi recenti.
Di questo clima apparentemente rivoluzionario ma che cova la controrivoluzione, ne fa le spese un’altra figura leggendaria, Buonaventura Durruti; il quale, giunto a Madrid proveniente dal fronte aragonese alla testa di 3.500 miliziani, si vede relegare dal Comando madrileno nella zona più pericolosa dell’assedio, senza adeguato sostegno e copertura di artiglieria.
Il 21 novembre egli rimane ucciso per cause mai pienamente chiarite. Non si esclude però, vista la figura e la sua indisposizione ai “compromessi” della CNT-FAI, la possibilità del colpo alle spalle di parte stalinista (11)
Nella difesa di Madrid prende piede la linea governativa di sabotare in armi, cibo e logistica le formazioni combattenti che non si piegano alla militarizzazione, incolpando poi le stesse degli insuccessi sul campo. Gli anarchici “irriducibili” (vedi la Columna de Hierro) saranno presi particolarmente di mira, usando ogni mezzo per denigrare e accusare di vigliaccheria di fronte al nemico miliziani che semplicemente non intendono piegarsi alla riproposizione di un esercito gerarchico e classista.
Siamo alla fine del ’36. L’offensiva franchista nonostante i ripetuti tentativi non sfonda, per cui il fronte di Madrid temporaneamente si “normalizza”. Il governo del FP ne approfitta per iniziare un attacco a fondo al POUM e agli anarchici dissidenti. La rivoluzione era già stata arrestata nelle prime settimane. Ora la si combatte apertamente. (Broué)
Il macigno dell’intervento imperialista in Spagna
La manovra di attacco più diretto la si può svolgere più agevolmente che nei mesi passati perché la guerra in Spagna ha assunto una dimensione internazionale, che vede direttamente coinvolti i principali paesi imperialisti.
Abbiamo già accennato agli appoggi diretti che la Germania nazista e l’Italia fascista forniscono da subito alle truppe franchiste. Numerose fonti storiche han dimostrato come già dagli inizi degli anni ’30 esponenti delle forze armate spagnole, oltre a politici e diplomatici, si siano rivolte a Mussolini affinché desse sostegno materiale all’intervento militare nella politica del paese. (12)
In assenza di un simile sostegno, dovendo inoltre affrontare l’insubordinazione anti-golpista della Marina spagnola, le truppe coloniali non sarebbero potute sbarcare sul suolo nazionale. Non solo: avendo anche l’Aviazione dichiarato in gran parte la sua fedeltà al governo repubblicano, neppure la soluzione del trasporto aereo sarebbe stata spendibile. (13)
L’imperialismo italiano, fresco dall’aver ingoiato il boccone abissino, vede con favore il sorgere di un alleato nel Mediterraneo in grado di contrastare l’imperialismo britannico e contenere quello francese; probabilmente illudendosi troppo sul potenziale anti-inglese da parte di una borghesia spagnola legata con mille fili a Londra. (14)
Il brigante nazista a sua volta, in pieno riarmo, favorisce tutto ciò che crei disturbo al duo franco-britannico, stando però attento a non anticipare i tempi di una guerra verso la quale non è ancora pronto; dunque a non immergersi più di tanto nel conflitto.
Dal versante dell’imperialismo francese, retto da un governo di FP “fratello”, fa inizialmente piacere constatare l’affermazione di una repubblica che possa favorire affari e prospettive (anche coloniali), allontanando il pericolo di tre Stati gemelli ai suoi confini. Ma non di certo al prezzo di mettere in discussione il suo rapporto con la Gran Bretagna ed i possedimenti in Marocco.
Londra, per bocca del premier conservatore Stanley Baldwin, dichiara che non intende assolutamente favorire una delle due parti, facendosi alla fine promotrice (con l’assenso di Parigi) del cosiddetto “Comitato Internazionale per il non-intervento” (settembre ’36), a cui aderiranno ben 24 nazioni, oltre a quelle direttamente interessate nel conflitto: Italia, Germania e…URSS.
Per la cronaca, il solo Messico, oltre all’URSS (con le modalità che vedremo), esprime formalmente pieno appoggio alla repubblica spagnola.
La posizione dell’URSS non solo è decisiva per le sorti della rivoluzione e della guerra civile, ma è anche: 1) la cartina di tornasole della natura sociale del regime staliniano; 2) il banco di prova definitivo di cosa stia significando per il proletariato mondiale il prevalere nel Comintern della tesi sul “socialismo in un paese solo”; 3) la verifica della linea del Fronte Popolare davanti a una guerra guerreggiata; 4) il terreno di sperimentazione e di formazione dei quadri politici e militari appartenenti al “gotha” dello stalinismo internazionale; 5) la messa a punto di alleanze inter-imperialistiche, in Europa occidentale, che si sarebbero riproposte, dopo traversie varie, nella seconda guerra mondiale. E infine la proiezione anche in Europa delle tecniche di sterminio dei rivoluzionari in nome del comunismo; inaugurate a suo tempo in URSS, e messe a pieno regime con le “grandi purghe” iniziate a Mosca proprio in quell’anno.
Altri aspetti possono naturalmente essere aggiunti all’elenco, ma già questi punti sono tanta roba…uno spartiacque di levatura internazionale.
Ci interessa sottolineare l’aspetto della schiacciante presenza dell’imperialismo mondiale non per rimpolpare il numero di quelli che in qualche maniera si “coprono” dietro al manto dell’oggettivismo, ritenendo la partita spagnola comunque persa in partenza per il proletariato, e dunque inutile, o addirittura dannosa, da giocare. Intendiamo solo mettere insieme tutti gli elementi di valutazione di un evento che – segnando la storia della lotta di classe non solo spagnola – deve spingere a delle riflessioni e, ove possibile, a dei bilanci di considerevole valore politico.
Il suddetto “Comitato per il non-intervento” è in realtà la foglia di fico dietro alla quale ogni imperialismo conduce le sue trame. Ad eccezione dell’Italia, pronta a fornire a Franco aiuti in parte già promessi, tutti gli altri paesi inizialmente stanno a vedere come si mettono le cose.
La Francia del socialista Léon Blum, dopo un primissimo slancio a favore della repubblica, già il 25 luglio chiude le frontiere, dichiarando la sua neutralità. Grande smacco per Madrid, ma anche per Barcellona, fiduciose nei “compagni” d’oltralpe…
Gli USA fanno altrettanto, mentre la Texas Oil Company, ad esempio, vende per tutto il periodo del conflitto, anche a credito, tutto il suo petrolio a Franco.
Francia Gran Bretagna vogliono comunque evitare in quel frangente una guerra europea. Inseguono una politica di appeasement verso Hitler per stornare verso est le sue mire espansionistiche (vedi l’annessione dell’Austria e lo smembramento della Cecoslovacchia).
L’URSS, dopo che Dimitrov ha dettato la linea per il Comintern, si esprime – attraverso la “Izvestia”- (15) per la “difesa della legalità contro l’illegalità”(26/8/’36).
Gli “aiuti fraterni” alla Spagna “legalitaria” giungeranno da Mosca solo a metà ottobre, quando sarà ormai chiaro che il moto rivoluzionario è stato non solo rintuzzato, ma sottoposto all’opera di smantellamento da parte del governo frontista. E quando sarà altrettanto chiaro che – tra defezioni, attese e opportunismi delle “democrazie” – Mosca può assumere in Spagna un ruolo di primattrice.
Già da questo solo fatto, emerge con chiarezza come tutte le potenze in questione siano decisamente avverse alla rivoluzione proletaria! “Lotta al fascismo” quanto si vuole certo, ma a condizione di non mettere mai in discussione i rapporti sociali borghesi.
Trattasi della prima edizione di un frontismo “antifascista” armato, interclassista, nazionale, con connotati imperialisti, che prevarrà politicamente nelle “Resistenze” europee da lì a qualche anno.
Ma la Spagna, come abbiamo cercato di dimostrare, non è solo questo. Vi sono, pur coi suoi limiti, il movimento rivoluzionario, le realizzazioni della rivoluzione, l’afflusso di volontari, anche internazionalisti, che da subito decidono di spendere la propria vita per combattere, oltre al fascismo, tutti i nemici di classe.
Ci torneremo, ma intanto ci sentiamo di citare a mo’ di esempio la “Columna Lenin” del POUM. Oppure i 150 antifascisti italiani di ogni credo politico, a partire da significative minoranze trotskyste e bordighiste. che vanno a costituire una sezione italiana dell’anarchica “Columna Francisco Ascaso”.(16)
L’URSS è da poco entrata nella Società delle Nazioni (l’odierna ONU), è stata riconosciuta de jure dagli USA (’33) e ha firmato un Patto con la Francia (2/5/’35), nel quale è prevista la collaborazione fra i due paesi in caso di aggressione proveniente da un altro paese europeo. Chiara allusione alla Germania. Stalin non vuole essere costretto a intervenire in un eventuale conflitto tra Francia e Germania in conseguenza degli avvenimenti spagnoli (l’URSS fino al 1942, quando sarà invasa dai nazisti, non mollerà mai la carta tedesca). Non solo: egli vuole altresì “rassicurare” le potenze imperialiste di Francia e Gran Bretagna, che per il momento gli servono per “contenere” la Germania, sul fatto che l’URSS è Stato “affidabile”, “stabilizzante”. Uno Stato che ha rinunciato per sempre a fomentare rivoluzioni in giro per il mondo.
“La Spagna offre l’occasione al Cremlino – scrive Morrow – di dimostrare che non vuole rivoluzioni in Europa…Il “socialismo in un solo paese” aveva rivelato il suo pieno significato: niente socialismo in altri paesi.” (17)
Insomma: stabilizzazione, bilanciamento di forze, in attesa che l’URSS si potenzi economicamente e risalga di graduatoria tra gli Statti borghesi…Tutto qui il tanto millantato “socialismo reale”.
Con una definizione azzeccata la politica di Stalin verso la Spagna repubblicana è chiamata, sempre da Morrow, “politica del rubinetto”: armi a sufficienza (pagate profumatamente con tutte le riserve auree spagnole!) per non soccombere, ma comunque insufficienti per passare all’offensiva…
P. Preston è a sua volta esplicito: gli aiuti militari giungono da Mosca “non per vincere, ma per prolungare l’esistenza della repubblica spagnola…quel tanto che bastasse a tenere Hitler occupato in una costosa avventura.” (18)
Quest’ultimo a sua volta preme sulla Gran Bretagna in senso anti-russo, la cui prima condizione consiste nella sconfitta del FP in Spagna. Ma l’appoggio nazista a Franco non intende per ora allarmare né risvegliare il duo imperialista “democratico”. Dunque la Spagna, per la Germania, non supera l’aspetto del banco di prova. Contrariamente da Berlino, Roma modula il suo intervento in funzione più apertamente anti-inglese, cercando di favorire i propri accessi agli Oceani cacciando da Gibilterra la “Perfida Albione”.
La natura imperialista dell’intervento russo in Spagna è dimostrata anche dal seguente episodio messo in luce da C.S. Maura (19) quando riporta da altro Autore il succo di una serie di colloqui tra le ambasciate francesi e russe, relativi all’applicazione del Patto franco-russo del ’35.
Siamo chiaramente nell’estate del ’36, con le principali potenze in attesa degli sviluppi sul campo.
Chiede Parigi: “cosa farebbe l’URSS se la Francia fosse minacciata per aver aiutato la repubblica spagnola? Risposta di Mosca: “il Patto ci obbliga ad aiutarvi nel caso di attacco di un’altra potenza, non in caso di guerra conseguente all’intromissione di uno di noi negli affari di un’altra nazione.” (tratto da Jesus Hervandez: “Il grande tradimento”, 1953)
Capito? L’URSS “socialista” che dà lezioni di fine diplomazia borghese al marcio imperialismo francese! Portato alle sue estreme conseguenze, un discorso del genere si traduce nell’equiparare il possibile intervento internazionalista di uno Stato proletario in aiuto alla rivoluzione in un altro paese come “indebita ingerenza”!!! In pratica: l’aiuto dell’URSS bolscevica alla rivoluzione tedesca del 1923 potrebbe essere catalogato, stando alle argomentazioni di questi falsari, nell’ambito di una “indebita ingerenza” negli “affari” di un altro Stato!
Ma un’altra “raffinatezza” politico-diplomatica di Stalin potrebbe essere presa in considerazione, e cioè “la possibilità (per Mosca, NDR) di controllare la politica del governo repubblicano…anche per servirsene come di una pedina in più sullo scacchiere diplomatico europeo. Come di un eventuale moneta di scambio – senza tuttavia rompere, naturalmente, coi governi francese e britannico.” (20)
Il nodo politico in cui rimangono avvinghiate le forze che aspirano pubblicamente alla rivoluzione (CNT-FAI e POUM) consiste nel fatto che, una volta accettato il dogma del “vincere la guerra!” e la politica collaborazionista con la borghesia repubblicana e i partiti del FP, risulta praticamente impossibile smarcarsi dalla dipendenza verso lo stalinismo e dall’URSS in prima persona.
La quale intende, come abbiamo visto, fare della Spagna esclusivamente un banco di prova per le sue mire imperialiste.
Collettivizzazioni, socializzazioni, espropri
Le collettivizzazioni e le socializzazioni seguite all’insurrezione di luglio rappresentano il capitolo più significativo della rivoluzione spagnola. Non per niente esse, insieme alle Milizie operaie, sono particolarmente prese di mira dai controrivoluzionari, stalinisti in testa.
Anche qui viene adottata la tattica del carciofo. Non un attacco frontale, impossibile da gestire con i proletari in armi e protesi verso un repulisti generale, ma l’accettazione formale di alcuni principi da parte dei governi del FP, per poi scardinare passo dopo passo le impalcature (o gli abbozzi di esse) messe in piedi dai lavoratori.
Abbiamo già citato il riconoscimento della Generalitat catalana di espropriazioni e collettivizzazioni avvenuto nell’ottobre del ’36.
Sempre in quel mese, in Aragona, dove la grande influenza libertaria nelle campagne aveva radicalizzato più che altrove la collettivizzazione della terra, il Consiglio Rivoluzionario in mano totalmente agli anarchici riceve una netta opposizione alla sua condotta da parte degli stalinisti, dei socialisti e dei repubblicani, ma l’appoggio del capo del governo Largo Caballero. Il quale, in risposta alla manovra di inserimento del PCE nei dissidi tra “destra” e “sinistra” socialista, intende da parte sua servirsi degli anarchici per contrastare gli stalinisti. Senza con questo avere minimamente a cuore le realizzazioni sociali della CNT-FAI.
Realizzazioni che non vanno per nulla relegate in un ambito puramente “volontaristico” di parte anarchica, magari estroverse, un po’ fuori dal mondo, dal momento che “non si è preso il potere”…
Pur mettendo in rilievo, e li vedremo più da vicino, tutta una serie di problemi legati al mancato coordinamento tra economia e politica rivoluzionaria (nodo gordiano da cui gli anarchici non escono), non scevre da caratteri localistici della “patria chica”, la loro esistenza dà spunto all’anarchico Camillo Berneri di sottolineare come socialmente la rivoluzione spagnola debba ritenersi più avanzata di quella bolscevica. (21)
Cosa del resto riconosciuta con onestà intellettuale anche dal comunista internazionalista G. Munis quando, riferendosi particolarmente alla questione contadina (al centro delle collettivizzazioni), sostiene come la Spagna del ’36 abbia largamente superato la Russia sovietica nello smarcasi dalla “soluzione individuale del pezzetto di terra”. (22)
Che poi gli effetti di una rivoluzione proletaria non possano essere condensati esclusivamente o principalmente nelle “realizzazioni economiche” interne è vero; per cui su altri versanti l’Ottobre russo stacca a sua volta nettamente la Spagna libertaria.
Ma dopo novant’anni di storia crediamo che l’aspetto delle trasformazioni contestuali tra economia e politica, legate al protagonismo di massa invece che al verticismo statuale e partitico, siano dei punti di riflessione molto attuali, che l’esperienza spagnola ci invita a riconsiderare.
Cominciamo col dire, smentendo tutta una serie di falsità e accuse gratuite provenienti dal mondo stalinista e frontista di varia estrazione, che le collettivizzazioni, tenendo anche conto della guerra e del boicottaggio verso di esse da parte del governo repubblicano e/o autonomista, tutto sommato han funzionato.
Coi loro limiti e con il frastagliamento che le han caratterizzate certo, nel contesto mercantile che le ha attorniate certo, ma per mesi e mesi esse han dimostrato che l’economia collettivista è non solo praticabile, ma rappresenta l’unica alternativa alla barbarie del mercato capitalista. Una alternativa fatta propria, per via diretta, dalle masse proletarie. Non solo delle campagne, ma anche delle città. A conferma ulteriore che non è assolutamente vero che il collettivismo sia inapplicabile alla “complessità” della vita urbana e alla “modernità”.
Potremmo riportare, a conferma, interi capitoli di storici per nulla simpatizzanti della rivoluzione in generale e delle masse rivoluzionarie spagnole in particolare.
Ci limitiamo ad appellarci, ad esempio, a Gerald Brenan (23) il quale nella sua opera principale definisce “efficienti” le collettivizzazioni anarchiche, sia industriali che agricole.
Soffermandosi su queste ultime lo storico britannico, che ha vissuto lungamente in Spagna proprio in quegli anni di fuoco, elenca una serie di misure prese nei villaggi collettivizzati, tenendo presente che non esisteva, né poteva esistere, un decalogo da applicare erga omnes, per decreto dall’alto.
La moneta, ad esempio, è abolita nel villaggio, ed è versata al Comitato al solo scopo di acquistare prodotti non disponibili nella Comune. I salari sono pagati con tagliandi, e determinati non dalla quantità del lavoro svolto dal singolo ma dal numero dei familiari a suo carico. Chi non trova temporaneamente occupazione è pagato come l’occupato, fino all’impiego.
I Comitati (gli unici che possano maneggiare denaro) amministrano la giustizia e svolgono le funzioni civili (matrimoni, funerali, ecc.), oltre a dirigere imprese, stabilire sussidi, assistenza, sanità e pensioni. Ogni abitante della Comune svolge a rotazione le funzioni di membro del Comitato, ed è revocabile dall’Assemblea in qualunque momento. In alcune realtà vengono messi al bando anche il lusso e il consumo di alcool…
Facendo la tara di tutti i problemi legati alla sopravvivenza di simili Comuni in un mondo ostile e in piena guerra guerreggiata, e senza alcuna invocazione dell’Eden materializzato in terra di Spagna, non si può negare l’enorme carica ideale che attraversa le masse proletarie nel ricercare, armi in pugno, quel “comunismo libertario” che era stato loro tramandato da almeno settant’anni con le parole e con l’azione.
Nelle città, a partire da Barcellona capitale rivoluzionaria, ovviamente il denaro non può essere abolito con un tratto di penna. Casomai, grosso punto dolente, doveva essere requisito dai Comitati e usato a favore della rivoluzione; non lasciato, come abbiamo visto, nella Banca di Spagna…a disposizione dei governi borghesi non soppressi…
Tale misura, che ha però come premessa l’esistenza di una “Autorità Centrale” assai sgradita agli anarchici, viene curiosamente rivendicata dal già citato anarchico ultra-spontaneista C. S. Maura (24) il quale, in un crescendo di elogi alla assoluta “spontaneità” delle collettivizzazioni (addirittura “senza e contro” la CNT-FAI) ci fornisce perlomeno un quadro diremmo emblematico di ciò che accade all’economia catalana dopo il 19 luglio.
Dal 21 luglio avvengono le prime “incautaciones” (requisizioni), cominciando dai Servizi Pubblici. Partono le ferrovie, seguite (25/7) dai trasporti urbani. Il 26 è la volta del settore elettrico…e via di seguito, fino a toccare – sostiene Maura – anche le imprese straniere che la CNT aveva escluso dalla requisizione. (25)
Vanno distinte le imprese socializzate (gestite dai sindacati, tecnici, ex proprietari collaborativi, autorità municipali) che coinvolgono imprese di uno stesso ramo d’attività (es. del legno, del vetro) e quelle collettivizzate, dove al posto del padrone comanda solo il Comitato d’impresa.
Il problema non è “tecnico”, ma politico: e cioè la difficoltà a pianificare una produzione industriale che tra l’altro richiede una netta conversione di guerra. Anche di guerra rivoluzionaria; come essa sarebbe potuta diventare qualora il potere fosse passato politicamente in mano al proletariato!
Giorgio Rovida (26) che per formazione preferisce mettere a fuoco i punti critici delle collettivizzazioni e dei Comitati, coglie però nel abbastanza nel segno quando in questa “Federazione di fatto” che è la Spagna rivoluzionaria post-insurrezione, in questa “nuova democrazia locale che ignora il potere statale”, rileva come i Comitati presentino “una frantumazione di iniziative spesso contrastanti e rivali” tra baschi, aragonesi, madrileni, catalani. Dove emerge la contraddizione ad esempio “tra un CCMA che gestisce la produzione interna mentre la Generalitat si occupa di acquisto di materiali all’estero e di sovvenzioni alle aziende in difficoltà”…Con evidenti problemi di ricatto, come in effetti avviene; e con ricadute psicologiche verso la massa degli operai delle industrie “tra i quali si profilava una sorta di mentalità definita “neo-capitalista”, consistente nel considerare la fabbrica come proprietà dei lavoratori della stessa, anziché della collettività, con esclusivismi che ostacolavano ogni sforzo pianificante.”
Il sistema collettivista nell’industria viene a sfarinarsi non perché senza “padrone” (privato o statale che sia) non si può andare avanti. Anzi, produzione e produttività nei primi mesi aumentano addirittura dal 30 al 50% nelle fabbriche direttamente legate alla produzione di guerra. (27)
Quando ancora i lavoratori hanno sentore di lottare per i loro interessi di classe e il collaborazionismo di “sinistra” non li ha demotivati.
Le cose cambiano allorché, col prevalere della “guerra nazionale” contro Franco, col dilagare della fasulla “unità antifascista”, col ritorno sotto veste “democratica” dei vecchi padroni (28), e il sabotaggio dei crediti alle aziende collettivizzate, i lavoratori si sentono a loro volta “espropriati”, subendo un contraccolpo che in sede di analisi pochi hanno tenuto nella dovuta considerazione.
Contraccolpo che l’anima “sindacalista”, e in fondo aziendalista, di vasti settori della CNT, già operante prima dell’insurrezione, non poteva di certo contenere.
In sede di bilancio Pier Francesco Zarcone (29) parla di Comitati e Comuni diffuse in tutta la Spagna repubblicana, eccetto i Paesi Baschi. Di una “autogestione popolare” costruita sulla solidarietà e uguaglianza: anti-statale, anti-gerarchica, anti-autoritaria.
Dove nelle città lavoro e produzione funzionano e nelle campagne funziona anche il consumo…
”pur dentro un quadro di mancanza di rifornimenti di materie prime e di pezzi di ricambio.” Secondo le sue ricerche si può parlare approssimativamente di 100mila imprese socializzate e collettivizzate dopo il luglio ’36. Con percentuali assai diverse tra zone e regioni.
A Barcellona si toccherebbe il 70% del totale delle imprese, considerando che con l’ottobre ’36 la Generalitat sfilerà dalla socializzazione/collettivizzazione le aziende con meno di 100 dipendenti, cioè la grande maggioranza. In un primo momento il fenomeno coinvolge barbieri, camerieri, calzolai, venditori ambulanti…come ben descrive G. Orwell in “Omaggio alla Catalogna”.
Si toccherebbe il 50% delle collettivizzazioni nel Levante, ma appena il 30% a Madrid. Vecchio divario socio-politico che, come si vede, si ripropone.
Si parla, altro punto dolente, di circa 80 imprese estere (tutte di medio-grandi dimensioni) “non toccate” dalla collettivizzazione.
Riguardo ai salari, si oscilla tra l’intento di approntare un “salario unico” (cosa alquanto aleatoria e per certi versi insostenibile) e il mantenimento delle fasce salariali. (30)
Altra nota dolente: le differenze salariali tra lavoratori e lavoratrici, nonostante l’evidente e prezioso protagonismo femminile nel movimento, rimangono in essere…
Un quadro generale così abbozzato non può fare a meno di mettere in evidenza due aspetti di primaria importanza, che ci possono aiutare a comprendere difficoltà e insufficienze del moto rivoluzionario spagnolo: 1) la grande differenza tra le varie realtà di collettivizzazione e socializzazione. Una differenza che, invece di ridursi, col tempo e in conseguenza degli eventi, tende ad allargarsi, impedendo oggettivamente azioni minimamente coordinate tra territori; 2) conseguentemente a ciò (ma in verità è un fenomeno binario più complesso) le “avanguardie anarchiche” che si pongono alla testa di tali esperimenti sociali non sono per nulla omogenee: in grado quindi di esercitare una pressione in un punto preciso del fronte nemico, “interno” ed “esterno”.
La “caduta” della Barcellona rivoluzionaria nel “mayo sangriento” del 1937 sarà solo il colpo di grazia a una “rivoluzione sociale” che aveva ormai ridotto ai minimi termini i suoi pur esili fili di collegamento. (31)
Anche relativamente a questo asse portante della rivoluzione spagnola, cioè l’aspetto degli
esperimenti sociali condotti dagli anarchici e sostenuti da larghe masse proletarie, non è irrilevante il fatto che proprio a Barcellona l’11 agosto ’36, con un CCMA in piena attività (32), si formi un “Consejo de Economía della Generalitat” composto da 15 membri (33) in cui i regionalisti catalani dell’ERC e il PSUC spingono per togliere dalla collettivizzazione le aziende con meno di 250 addetti, accettando per esse solo “il controllo operaio”…Risultato: 4.500 aziende “sfilate” dalle “Comuni” a fronte delle 2.000 passate a regime collettivista. Il primo, significativo, colpo di piccone nella realtà più avanzata della lotta di classe. Ad esso seguiranno altri colpi che alla fine demoliranno l’impalcatura. (34)
Colpi di piccone resi possibili, occorre ribadirlo con chiarezza, anche nel dare credito al mito secondo cui basti l’appropriazione da parte del proletariato dei mezzi di produzione per far svanire come d’incanto tutto l’apparato statale di oppressione…
L’espropriazione dei mezzi di produzione, come sostiene Munis (35), “è solo una fase di un processo, non la panacea dei mali…Non si tratta di diventare proprietari, ma di creare un’economia socialista…occorreva pianificazione…In mancanza dello Stato proletario, si pianificò la guerra.”
La liquidazione delle Milizie proletarie
L’altro fronte che viene scardinato dalla controrivoluzione social-stalinista è quello delle Milizie. Non a caso. L’operaio in armi, peggio se minimamente organizzato, può sempre sconvolgere i piani delle classi dominanti e delle potenze imperialiste che le stanno dietro. “Si spara solo al fronte contro Franco!”, urlano i frontisti di ogni risma. Nelle retrovie deve regnare l’”ordine”. Le armi servono per la guerra. Questa è la direttiva di Caballero.
Sempre nell’ottobre ’36 (col consenso CNT-FAI e POUM) passa un decreto governativo sulla militarizzazione delle Milizie che reintroduce il vecchio codice militare tra i combattenti. Chi rifiuta (Milizie anarchiche dell’Aragona e del Levante) non riceverà più armi. Si scatena un coro di proteste e di rifiuto in gran parte dei miliziani, tra i quali gli anarchici rappresentano la grande maggioranza.
Il “tira e molla” tra autorità centrali e Comandi delle Milizie, e pure tra Consigli rivoluzionari regionali, si protrae fino al maggio del ’37, quando il generale Sebastián Pozas , ex ministro della Guerra di Azaňa, prende il comando del fronte aragonese con l’intento di risolvere ad ogni costo la questione.
“Il fatto non stava che POUM e CNT – scrive Morrow – (36) volessero la non-organizzazione delle Milizie al posto dell’esercito efficientemente centralizzato”.
Questa del rifiuto di organizzarsi meglio da parte dei Comandi delle Milizie è una sonora bugia, come quella – che tratteremo – delle collettivizzazioni imposte dappertutto con la violenza ai contadini.
Continua Morrow: “Il problema era: chi controllerà l’esercito? UGT-POUM-CNT vollero un esercito controllato dal proletariato all’interno di uno Stato borghese. Avrebbero dovuto da subito amalgamare tutte le Milizie dei pochi reggimenti esistenti in un’unica forza, con elezioni democratiche di Comitati dei soldati in ciascuna unità, centralizzata in elezioni nazionali di un Consiglio Nazionale di delegati di soldati. Non appena nuovi reggimenti fossero formati i Comitati dei soldati sarebbero entrati a far parte dei Consigli locali e nazionali.” Coerentemente alle sue convinzioni “marxiste” il POUM, coi suoi 10mila miliziani sul fronte aragonese, avrebbe potuto dare l’esempio!
Dopo il luglio ogni organizzazione appronta le proprie colonne di miliziani.
Stando alla Catalogna, la CNT-FAI mette inizialmente 13.000 uomini al combattimento, la UGT 2.000, il POUM 3.000, la Polizia della Generalitat altri 2.000. Nei primi mesi di guerra la Milizie della CNT-FAI non riconoscono i gradi militari, le differenze di vestiario, di nutrimento, di alloggiamenti, e sono rette da delegati revocabili, a loro volta eletti dall’assemblea dei combattenti.
Scrive Burnett Bolloten (37) che le Milizie non ammettono “nessun Stato Maggiore permanente con dei privilegi speciali, dato che tutti i delegati potevano essere destituiti non appena avessero mancato di interpretare correttamente i desideri degli uomini che li avevano eletti.”
Giusta l’opposizione ai “privilegi speciali”, ma è significativo che l’esponente principale della lotta anarchica, il già citato Buonaventura Durruti, proprio a seguito di dura esperienza diretta sul fronte di Aragona, parli senza peli sulla lingua di organizzazione militare “ridotta nel caos”, lamentando che ogni unità militare ragioni per sé.
Allergia alle guardie e allo scavo di trincee, denuncia Durruti. Si torna a casa tra un turno e l’altro di guardia e spesso si dorme durante esso. Il capo-colonna anarchico che s’impone, come “punto d’onore”, di marciare allo scoperto alla testa dei suoi uomini. Ciascuno sembra che conduca la propria guerra privata, senza preoccuparsi di ciò che accade nella provincia vicina…
Così il delegato-comandante miliziano Durruti in una delle sue lettere dal fronte. (38)
Burocratismo o sano realismo di un rivoluzionario coerente?
Il sistema della Milizia come cellula di formazione del futuro uomo comunista è sicuramente rivoluzionario, e funziona di certo sotto l’aspetto dell’auto-motivazione e dell’auto-coscienza. (39)
C’è solo un problema: puoi adottarlo integralmente – rinunciando a un Comando unico e a un ordine gerarchico – solo se rinunci a considerare la possibilità di una guerra in campo aperto contro un esercito addestrato ed equipaggiato.
Cosa che non era data anche dalla situazione spagnola; dove la necessità di dirigere a fondo la rivoluzione all’”interno” del perimetro repubblicano si sommava a quella di vincere le armate di Franco: non con la guerra nazionale ma attraverso la guerra rivoluzionaria. Un po’ come l’Armata Rossa contro i Bianchi nel 1918-’21.
Era una assoluta necessità fare la rivoluzione “interna” in maniera conseguente per seminare caos e diserzioni nel campo avverso, ma non era affatto un automatismo di per sé sufficiente. Occorreva anche saper contrastare sul terreno, con le tecniche e l’organizzazione della guerra aperta, l’assalto delle truppe fasciste.
Solo gli inguaribili, romantico-spontaneisti libertari alla Maura, sostenitori della “guerriglia rivoluzionaria” nelle retrovie franchiste come alternativa alla guerra aperta, possono ritenere che tutto ciò fosse non solo inutile, ma dannoso. Peggio: il motivo vero della sconfitta, dal momento che i “vertici” CNT-FAI, secondo lui, si sarebbero subitamente piegati (Durruti compreso) alla logica burocratica delle “cariche”, perdendo così la loro “specificità naturale” (sic).
Quando il vero problema stava non nelle “cariche”, ma nel piegarsi da parte dei massimi esponenti anarchici alla “politica” della borghesia in nome dell’”anti-politica”; trascinando nel baratro anche le Milizie proletarie.
Tale è la questione Milizie autonome, Comando unico, Esercito regolare. Dovere dei rivoluzionari era (come da parte di alcuni lo è stato, ma in ordine sparso) quello di resistere all’omologazione e poi dispersione delle truppe proletarie nel neo-esercito borghese repubblicano. L’”efficienza” di quest’ultimo (tutta da discutere) non poteva comunque essere messa in alternativa alla volontà rivoluzionaria delle Milizie.
Invece a fine novembre ’36 le milizie della CNT-FAI vengono abolite dallo stesso sindacato e i suoi combattenti entrano nella 39° Brigata dell’Esercito Popolare (E.P.).
Chiaro che organismi militari che si palleggiano competenze, entrando pure in conflitto tra di loro (il Comité de Defensa della CNT che non sottostà al Comité Regional catalano), non potevano minimamente competere col PCE sull’organizzazione della lotta armata. Quando viene esteso all’E.P. il modello staliniano del 5° Reggimento (dicembre ’36) la partita anche su questo terreno è già gravemente compromessa
Un fiero sostenitore della rivoluzione come unica arma di vittoria nella guerra al fascismo, Camillo Berneri, intelligenza libertaria acuta e onesta, deve ammettere in quei giorni che “in pratica si tratta di riscontrare che la regola anarchica della libertà individuale non può essere applicata in una situazione estremamente accentrata come quella bellica.” (40)
Una constatazione che non intende, credo, ridimensionare o addirittura accantonare il ruolo della coscienza e dell’etica individuale negli organismi proletari di lotta, ma vedere come amalgamarle con il collettivo e con le necessità dell’azione collettiva.
Lo scioglimento del “Comité de Milicias” del 1° ottobre ’36, viene dopo la fine del CCMA e va di pari passo con il disarmo delle “pattuglie operaie”. Togliere le armi con le quali i proletari avevano condotto l’insurrezione era il primo obiettivo del governo frontista, insieme allo svuotamento più graduale delle collettivizzazioni e delle Comuni.
In “compenso” si lascia al movimento anarchico, accorpandolo nel governo, l’illusione di poter “trattare” da posizioni di forza quella che nei fatti è una pesante, progressiva demolizione delle conquiste insurrezionali.
Detti i limiti e gli errori d’impostazione che fanno deragliare la carovana CNT-FAI dalla via rivoluzionaria, il periodo che va dal luglio ’36 al maggio ’37 è un periodo d’interludio, in cui gli anarchici, sono però ancora potenzialmente in grado di intralciare la controffensiva frontista poggiante sull’interventismo staliniano in Spagna.
La maggioranza del proletariato rivoluzionario è ancora con loro. Sono attive Milizie, pur inquadrate nell’E.P., pronte a rispondere alla chiamata. I depositi di armi a cui attingere non mancano. Fermenti di opposizione ai “nuovi padroni” si segnalano in molte realtà. In poche parole, non siamo ancora di fronte alla morte celebrale della rivoluzione.
Ma tutta questa realtà genuinamente classista non si coagula in una linea politica in grado di raccogliere energie e dirigerle verso i falsi “amici” del proletariato spagnolo. CNT-FAI e POUM si affidano a soggetti e a dinamiche che, di lì a poco, li metteranno con le spalle al muro.
Note
1- In “Stato e rivoluzione”, V.I. Lenin, in polemica col gradualismo di K. Kautsky, riprende l’interpretazione di Marx sul processo rivoluzionario, in base alla quale “la classe operaia deve spezzare, demolire la macchina statale già pronta e non limitarsi semplicemente ad impossessarsene…”, occorre “spezzare la macchina burocratica e militare come condizione preliminare di ogni reale rivoluzione popolare.” (Opere Scelte, Editori Riuniti -1965)
2 – Gli esponenti anarchici che entrano come ministri nel governo Caballero sono: Juán Lopez al Commercio, Juán Peiró all’Industria, Federica Montseny alla Sanità, García Oliver alla Giustizia.
3 – V. Richards, Op. cit.
4 – Manuel Tuňon de Lara (“La guerra civile in Spagna”, Editori Riuniti – 1976). Storico di netta impronta stalinista, cerca ripetutamente di far passare un’idea che è stata alla base delle calunnie controrivoluzionarie; e cioè che le collettivizzazioni anarchiche fossero imposte con la forza, in particolare nelle campagne aragonesi. Tesi che giustifica, secondo lui, l’attacco militare degli stalinisti alle collettivizzazioni e alle Milizie che le difendevano. Su questo torneremo nel prossimo articolo.
5 – Il termine “Comintern” sta per Terza Internazionale Comunista.
6- B. Bennassar: Op. cit.
7 – L’eurocomunismo rappresentò a fine anni ’70 del secolo scorso una linea di “presa di distanze” dal regime sovietico da parte dei P.C. occidentali più significativi: il PCI, il PCF e il PCE.
8 – La Gioventù Comunista (J.C.), espressione del PC, poteva contare su non più di 3.000 membri, mentre quella socialista (J. S.) ne aveva circa 50.000. Un serbatoio enorme, in cui pescò a piene mani lo stalinismo spagnolo,”appoggiandosi” all’URSS. Santiago Carrillo, discepolo di Caballero, già dirigente giovanile socialista, fiutando l’aria passò con gli stalinisti, divenendo uno degli artefici della fusione tra JC e JC, da cui nacque il PSUC catalano. Testa d’ariete per demolire la rivoluzione.
9 – F. Morrow, Op. cit.
10 – Mentre quelli del PSOE sono divisi in correnti e penetrabili dall’estrema sinistra, e pure in un rapporto di concorrenza-collaborazione dell’UGT con la CNT, il PCE fa l’”unitario” ma assumendo posizioni intransigenti verso anarchici e comunisti dissidenti, usando argomentazioni decisamente più “destre” dei socialisti di destra…
Per il PCE la lotta è lotta “nazionale” e “popolare” contro la Spagna semi-feudale…I fascisti vanno combattuti in quanto “traditori” che si appoggiano a potenze straniere ostili.
J. Diaz: “Ci battiamo per una repubblica democratica e parlamentare di tipo nuovo”. Primo; vincere la guerra! I nemici? “I fascisti, i trotskysti, gli incontrollabili” Gente da eliminare, e non solo in Spagna.
Il PSUC usa un “suo” sindacato appositamente creato, il GEPCI (commercianti, artigiani, piccoli industriali) come strumento di lotta della piccola e media borghesia contro le conquiste rivoluzionarie. Cosa che il PCE estende nel Levante (Federazione Contadina Indipendente). Dopo il febbraio ’36 dirotta tutti i suoi sindacalizzati nella UGT. I
Il partito diventa calamita della burocrazia di Stato…A Madrid su 63.426 militanti (anno 1938) gli iscritti ai sindacati operai sono solo 10.160. (P. Broué)
Democrazia borghese, patriottismo, disciplina sono le sue bandiere. In questa maniera esso si abbevera a più non posso dalla fonte socialista, sottoposta al logoramento del potere e agli sbalzi di una base operaia in continuo fermento.
11 – Mirella Mingardo: “I comunisti italiani e la guerra civile spagnola”, Quaderni di Pagine Marxiste -2016
12 – Ibidem. In particolare i Capitoli 1 e 2, quasi interamente dedicati alla preparazione e all’inizio della guerra del fascismo italiano in Spagna.
13 – Da agosto a ottobre ’36, Franco trasporta in Spagna, grazie soprattutto all’aiuto di Mussolini, 18.000 uomini, 11 batterie da campagna, 92 mitragliatrici e 500 tonnellate di materiali da guerra. Seguirà il trasporto degli altri 30.000 uomini dal Marocco una volta stabilite le teste di ponte in patria (M. Tuňon de Lara).
L’imperialismo italiano invia in Spagna 70.000 “volontari”, 800 aerei, 2.000 cannoni, 90 unità della Marina. Saranno 6.000 i caduti italiani di parte fascista, più 15.000 feriti.
Tanto per avere un metro di paragone, la Germania nazista manda sì la Legione Condor, crema dell’Aviazione, a fare più che altro esperimenti di guerra sulla popolazione civile (Guernica, aprile ’37); manda anche cospicui aiuti in materiale bellico, ma sul terreno non arriva a superare l’invio di 16.000 militari.
14 – M. Tuňon de Lara, Op. cit nota n. 4.
15 – La “Izvestia” è l’organo del Soviet Supremo dell’URSS, voce ufficiale di Stato.
16 – M. Mingardo Op. cit. Cap. 4.
17 – Morrow, Op. cit.
Vedi anche, per approfondire questo tema epocale, il recente documentatissimo lavoro di Alessandro Mantovani edito dalla TIR: “Lo scontro sul socialismo in un paese solo al VII Esecutivo Allargato dell’Internazionale Comunista. Dicembre 1926-Gennaio 1927”- 2026
18 – P. Preston: Op. cit.
19 – C. S. Maura, Op. cit.
20 – Ibidem
21 – C. Berneri, Op. cit.
22 – G. Munis, Op. cit.
23 – G. Brenan, Op. cit.
24 – C. S. Maura, Op. cit.
25 – Sulle requisizioni delle imprese straniere, soprattutto a Barcellona, si passa da versioni che magnificano una espropriazione spontanea “in toto” alla C.S. Maura, a quelle più moderate di P. F. Zarcone e C. Venza. Secondo i quali una quota significativa di imprese estere, per motivi di relazioni internazionali del governo spagnolo repubblicano coi paesi interessati, non vengono messe nel mirino. Ci sembra, quest’ultima, la tesi più probabile.
26 – G. Rovida, Op. cit.
27 – H. Thomas, Op. cit.
28 – Messa quasi a tacere la rivoluzione dopo la primavera del ’37, riappaiono nelle fabbriche i vecchi padroni sotto la veste di funzionari statali, o in alcuni casi riprendendo addirittura funzioni di comando aziendale all’interno di “Consigli operai” finiti sotto la coltre social-staliniana.
29 – Pier Francesco Zarcone: “Spagna libertaria”, Massari Ed. -2007
30 – Sull’aspetto salariale a Barcellona, ad esempio, per la categoria dei tranvieri si passa da undici categorie retributive a quattro. Come esempio di razionalizzazione produttiva citiamo il settore della metallurgia, che da settanta unità aziendali passa a ventiquattro, allo scopo di sviluppare l’industria di guerra. Anche il commercio è in gran parte collettivizzato, mostrando però segni di cedimento assai presto sia per la mancanza di coordinazione e pianificazione, sia per carenza di risorse finanziarie.
Più in profondità vanno le collettivizzazioni agricole. Vi è in Spagna un “senso di comunione della terra diffuso” (Zarcone). In Aragona si formano 450 collettività con 500mila aderenti, fino a toccare il 70% delle terre coltivabili. Molto meno in Catalogna (40 con circa 1.000 aderenti). Nel Levante 900 comunità (1/5 delle terre) con 290mila capifamiglia coinvolti (il 40% della popolazione). Castilla de Nueva: 300 collettivizzazioni con 100mila aderenti. Estremadura e Andalusia non più di una trentina, ma siamo in territori subito lacerati da una ferocissima lotta per la sopravvivenza contro le truppe franchiste che avanzano. Nelle Asturie le Comuni in mano all’UGT gestiscono fattorie modellate sull’esempio dei kolkoz. Nel valenciano le collettivizzazioni non prendono piede, interessando meno del 14% delle terre. Come si vede, situazione assai variegata.
Zarcone valuta un totale massimo di circa 1900 collettività in essere, con circa 1 milione di aderenti. Una cifra comunque notevole raccolta attorno a una esperienza diretta di “comunismo libertario”, dove non esistono generalmente quelle “costrizioni” e quelle “violenze” che le addebitano i suoi detrattori. Tenendo sempre presente ovviamente il clima di guerra guerreggiata che circonda tali esperimenti.
31 – G. Rovida (Op. cit.) segnala una presa di posizione dell’organo della CNT “Solidaridad Obrera” (1/10/’36) in cui i vertici del sindacato si esprimono per una “egemonia sindacale sulla politica del nuovo Stato di transizione”, atta – secondo Rovida – “ a ridurre le prerogative dell’apparato statale e risolvere le controversie dottrinali dell’antifascismo con l’unione di territori amministrativamente indipendenti e con istituzioni politiche e sociali diverse…
”restando liberi gli individui – chiosa a fine mese un comunicato CNT-FAI – di trasferirsi nei territori il cui regime si adattava a loro maggiormente.”
Viene così riproposta nel fuoco della lotta una visione sindacalista dello scontro che sarà inghiottita dalla controrivoluzione.
32 – Il CCMA (Comitato Centrale delle Milizie Antifasciste), sorto a Barcellona immediatamente dopo l’insurrezione del luglio, era diventato organo di governo proletario “de facto” per qualche settimana, in concomitanza con l’esistenza della Generalitat, governo borghese autonomista della Catalogna. Da qui la cosiddetta “dualità di poteri”, seppur il CCMA fosse assai inquinato da logiche spartitorie tra partiti anelanti alla rivoluzione e partiti decisamente anti-rivoluzionari. Anche in tal frangente la linea della CNT-FAI è assai ambigua e sfuggente.
Per C. Venza (Op. cit.) il CCMA “permette agli anarchici di sfuggire alla “dittatura anarchica” mentre gli altri comandano”, inseguendo lo scopo di “entrare nel Comité in posizioni di relativa minoranza e far valere il potere di fatto “en calle” (sulla strada).”
Per C.S. Maura (Op. cit.) il CCMA è “arretrato rispetto il movimento”, di fronte a un possente proletariato in armi che segue gli anarchici, uno Stato in briciole…Diventa espressione delle burocrazie che “rimettono in piedi lo Stato.”
In sostanza: sia la via del “governo sindacale, sia quella della “calle”, entrambe caldeggiate dagli anarchici e pur sostenute da masse di operai entusiaste e in armi, invischiate nei governi ibridi di “unità antifascista”, non hanno la forza per battere il potere concentrato dello Stato borghese, dell’opportunismo e dell’imperialismo.
33 – La composizione del “Consejo” è la seguente: 15 membri: 3 CNT, 2 FAI, 3 UGT, 3 ERC, 1 Acció Catalana, 1 Unió de Rabassaires, 1 PSUC, 1 POUM.
34 – C.S. Maura sostiene che la collettivizzazione aragonese si prolungò ben oltre la guerra civile.
35 – G. Munis, Op. cit.
36 – F. Morrow, Op. cit.
37 – Burnett Bolloten: “La guerra civile spagnola. Rivoluzione e controrivoluzione.” Volpe -1966
38 – P. Broué, Op. cit.
39 – A. Paz, Op. cit.
40 – C. Venza, Op. cit.

