Il governo de facto del Sudan ha varato una “riforma” per tagliare drasticamente i dipendenti del Pubblico impiego. Con le misure previste (la Direttiva n. 4 del 16 aprile 2026, emanata dal Primo Ministro e la susseguente Decisione n. 22/2026 del Ministero dello Sviluppo Umano e del Welfare Sociale) verrebbe infatti tagliato il 60% di questi posti di lavoro.
Attualmente il governo de facto capeggiato da Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, il generale a capo delle SAF, le cosiddette forze “regolari” sudanesi – una delle due feroci fazioni armate in guerra per il predominio e il bottino – controlla le regioni settentrionali, orientali e centrali del Sudan, oltre ad alcune roccaforti strategiche nel resto del Paese.
Questo drastico ridimensionamento del settore pubblico affonda le sue radici nella secessione del Sud Sudan avvenuta nel luglio 2011. Quella divisione geopolitica del paese privò Khartoum di circa l’85% delle riserve petrolifere complessive, e di oltre il 75% delle entrate statali correnti, che fino ad allora finanziavano la mastodontica macchina burocratica e clientelare del regime di Omar al-Bashir.
Per compensare la perdita dei proventi del greggio, i clan militari sudanesi hanno
progressivamente convertito l’economia del Paese in un capitalismo statal-militare fondato sull’estrazione e il contrabbando dell’oro e sul controllo di centinaia di aziende civili parallele (interscambi finanziari, banche, aziende agricole come Zadna) (1). Questo assetto economico ha progressivamente svuotato le casse del bilancio pubblico formale, scaricando l’inflazione e il peso della crisi sulle già misere prestazioni di welfare, sui pensionati e sui salari del pubblico impiego.
L’obiettivo politico perseguito è quello di colpire i dipendenti statali per stroncare la resistenza popolare. Al di là delle invocate necessità di bilancio, infatti, la decisione di decimare la pubblica amministrazione risponde ad una precisa strategia di autoconservazione politica del regime militare. In Sudan, la cosiddetta “classe media” coincide in larga parte (almeno nelle città) con la massa dei dipendenti statali, quindi salariati, con i più alti livelli di formazione: medici, insegnanti, ingegneri, docenti universitari e impiegati amministrativi. È proprio all’interno di questi strati sociali che è maturata l’avanguardia delle storiche mobilitazioni popolari degli anni 2018-2019.
Come ricordato nella nostra analisi del 10 dicembre 2025 su Il Pungolorosso (2), 3 milioni di persone scesero in piazza in una rivolta di massa organizzata tramite i Comitati di Resistenza di quartiere (RC), l’Associazione dei Professionisti Sudanesi (SPA), le Forze per la Libertà e il Cambiamento (FFC) e le organizzazioni femminili e studentesche, riuscendo nel 2019 a rovesciare il trentennale regime di Omar al-Bashir. I loro slogan — “Libertà, Pace e Giustizia” — esprimevano il rifiuto radicale di decenni di regime militare, sfruttamento capitalista e violenza di Stato. Ma questi strati professionali – come è nella loro natura di classe “spuria”, da una parte salariati, dall’altra legati oggettivamente agli interessi di dominio degli apparati di stato in quanto loro “datore di lavoro” – si sono fermati troppo presto nella contestazione ai poteri costituiti (e ai loro sovrastanti esterni), anziché andare fino in fondo, quando la forza popolare mobilitata e pronta a battersi era considerevole : «…nel 2019 le FFC accettarono un accordo di condivisione del potere con i militari […]. L’esito inevitabile di questo compromesso a perdere è stato il congelamento della sollevazione popolare», che dovette così passare dall’attacco alla difesa, creando i Comitati di resistenza di quartiere.
Tuttavia, ancora oggi queste stesse organizzazioni, questi sindacati indipendenti e le reti della resistenza popolare rappresentano il principale ostacolo, un intralcio intollerabile alla libertà di azione del governo di Abdel Fattah al-Burhan, impegnato nel tentativo di consolidare e legittimare il proprio potere a Khartoum. Smantellare il pubblico impiego attraverso licenziamenti ed epurazioni mirate non è quindi una mera misura di bilancio, ma un’arma politica per privare della base materiale e disperdere quel tessuto sociale urbano che ha dimostrato di possedere un formidabile potenziale d’insorgenza rivoluzionaria – un processo di rivoluzione democratica, popolare, s’intende.
In questo devastante scontro interno, le potenze imperialiste globali e le medie potenze dell’area, invocano la pace a parole, ma nei fatti alimentano attivamente la guerra tra le forze regolari (SAF) di al-Burhan e i paramilitari (RSF) di Hemedti per conquistare, attraverso di loro, posizioni di vantaggio economico.
L’Italia gioca un ruolo emblematico in questa ipocrisia diplomatica. Dietro la facciata umanitaria dei corridoi protetti e del “Piano Mattei”, Roma agisce concretamente sul piano industriale-militare per radicarsi in Sudan. Nel 2023 il governo Meloni ha riaperto i canali di vendita di sistemi d’arma agli Emirati Arabi Uniti, culminati nell’accordo strategico del febbraio 2025 tra l’azienda pubblica italiana Leonardo Spa e il conglomerato militare emiratino Edge Group. Poiché gli Emirati rappresentano il principale hub finanziario e militare delle milizie RSF, gli armamenti italiani (armi pesanti, munizioni, aerei, software) vengono ri-esportati attraverso triangolazioni in Ciad o in Libia, raggiungendo direttamente il fronte sudanese per alimentare la feroce controrivoluzione in atto, e schiacciare le istanze dei lavoratori.
La Decisione Ministeriale n. 22 del 2026 si colloca all’interno di questo quadro, che vede una terribile morsa geopolitica e finanziaria globale stringersi sulla popolazione sudanese (e non solo sui pubblici dipendenti), sotto lo schermo di una presunta “riforma amministrativa” o di un “piano di pensionamento anticipato”, che l’esecutivo sta applicando con criteri arbitrari e calati dall’alto.
La commissione istituita dal provvedimento, infatti, opera senza controlli o tutele giuslavoristiche, ponendo le basi per una vera e propria epurazione politica. L’obiettivo è duplice: ridurre i costi e, soprattutto, punire ed eliminare i dipendenti non allineati per ridistribuire le risorse pubbliche superstiti tra i vertici militari, le forze della guerra e le reti clientelari dello Stato parallelo.
Su tutta questa vicenda traduciamo e riprendiamo qui un Dossier di denuncia di Mena Solidarity Network (del 31 maggio 2026). Ci sembra giusto farlo per solidarietà verso la massa dei lavoratori e delle lavoratrici sotto attacco e verso il movimento proletario sudanese, ma non possiamo tacere il nostro scetticismo sul fatto che le forze democratiche europee e le burocrazie sindacali dell’ITUC a loro affiliate si muoveranno realmente a loro difesa. (Red.)
Note
(1) Zadna International Company for Investment è il nome di un colossale conglomerato agroalimentare e di costruzioni ed è una delle colonne portanti del potere economico dell’esercito regolare (SAF). In arabo, la parola Zadna (زادنا) significa letteralmente “La nostra provvista” o “Il nostro sostentamento”. Il nome evoca l’idea di una grande istituzione nazionale dedita a garantire la “sicurezza alimentare” e il “sostentamento” dell’intero popolo sudanese attraverso lo sviluppo agricolo. Nei fatti, Zadna controlla oltre 5 milioni di acri di terra, immensi progetti di irrigazione e infrastrutture strategiche. È controllata direttamente da fondi di sicurezza delle forze armate ed è stata sottratta a ogni controllo del Ministero delle Finanze civile proprio per blindarne i profitti. Più che la “provvista” del popolo, è la cassaforte e il “sostentamento” finanziario della giunta militare di al-Burhan per mantenere il potere ed eludere le sanzioni internazionali.
Dichiarazione: fermiamo l’attacco contro i lavoratori sudanesi – opponiamoci ai licenziamenti di massa e alle purghe politiche
Condanniamo fermamente la Decisione Ministeriale n. 22/2026 del Sudan, emessa dal Ministero de facto delle Risorse Umane e del Welfare Sociale del Sudan, che istituisce un comitato per “studiare e verificare” i dipendenti del governo federale e preparare raccomandazioni per ridurre la forza lavoro del settore pubblico. Questa non è una riforma amministrativa. È un attacco politico contro i lavoratori, i servizi pubblici e i diritti democratici, sferrato con il pretesto della guerra e del collasso economico.
Dall’inizio della guerra controrivoluzionaria per il potere, la ricchezza e il controllo del Sudan, il 15 aprile 2023, il Paese è precipitato in una catastrofica devastazione. La guerra si combatte tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e l’ex regime islamista da un lato, e le Forze di Supporto Rapido (RSF) dall’altro, in seguito al rovesciamento congiunto del governo civile sudanese con il colpo di stato del 2021. Alimentata da interessi regionali e imperialisti in competizione per influenza, risorse e controllo strategico, la guerra si è trasformata in un attacco diretto alle aspirazioni della storica Rivoluzione del 2018, quando lavoratori, donne, giovani, comitati di resistenza di quartiere e forze rivoluzionarie rovesciarono la dittatura di Omar al-Bashir.
Centinaia di migliaia di persone sono state uccise e milioni sfollate. Servizi pubblici, infrastrutture, luoghi di lavoro, aziende agricole e mercati sono stati devastati, provocando fame, sfollamenti e collasso sociale. Lavoratori e pensionati vivono in condizioni impossibili. I dipendenti del pubblico, dall’istruzione alla sanità, fino alla pubblica amministrazione, hanno subito ripetuti attacchi a salari e condizioni di lavoro, mentre incentivi, indennità e pensioni rimangono non ancora corrisposti. Invece di salvaguardare i mezzi di sussistenza e ricostruire i servizi, le autorità di fatto minacciano ora licenziamenti di massa.
Questa decisione rievoca uno dei capitoli più oscuri della storia del lavoro nel Sudan moderno. In seguito al colpo di stato del 1989, il precedente regime islamista attuò sistematiche politiche di “licenziamento per interesse pubblico” che smantellarono la pubblica amministrazione e licenziarono oltre 600.000 lavoratori tra il 1989 e il 1991, sostituendoli con quadri politicamente fedeli. Queste epurazioni distrussero l’organizzazione sindacale, indebolirono le istituzioni pubbliche e consolidarono la dittatura.
Oggi, gli stessi metodi tornano sotto una nuova veste: “riforma amministrativa”, “riduzione del personale” e “controllo dei dipendenti”.
La decisione n. 22 del 2026 viola i diritti umani e il diritto del lavoro internazionali, compreso l’articolo 23 (1) della Dichiarazione universale dei diritti umani (UDHR), gli articoli 2 (2), 6 (1) e 7(a) del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali (ICESCR) e l’articolo 22 (1) del Patto internazionale sui diritti civili e politici (ICCPR), che garantisce la libertà di associazione e i diritti sindacali.
Ciò è inoltre in diretta contraddizione con i principi del movimento sindacale internazionale e con lo statuto della Confederazione Internazionale dei Sindacati (ITUC), che impegna il movimento operaio globale a difendere i diritti dei lavoratori, opporsi alla repressione antisindacale, sostenere la contrattazione collettiva e la libertà di associazione e lottare per un lavoro dignitoso, la protezione sociale e l’uguaglianza.
Nonostante la guerra, la distruzione e la repressione che affliggono il Sudan, i lavoratori sudanesi hanno continuato a dimostrare solidarietà internazionalista con i lavoratori in Gran Bretagna e in tutto il mondo. Ne sono un esempio il messaggio dei lavoratori sudanesi addetti alla raccolta rifiuti ai netturbini in sciopero di Birmingham e il messaggio rivolto ai sindacati britannici dal Sudanese Workers Alliance for the Restoration of Trade Unions e dalla Alliance for Demand-Based Campaigns (TAM) al Congresso del TUC del 2024. Continuano a schierarsi al fianco dei lavoratori ovunque nella lotta contro lo sfruttamento, l’austerità, il razzismo, la guerra e l’autoritarismo.
La creazione di commissioni per ridurre l’occupazione nel settore pubblico – avvenuta dopo l’illegittima Decisione n. 9 del 2026 che ha sciolto i sindacati legalmente costituiti dall’inizio della Rivoluzione sudanese nel 2018, e nel contesto della continua repressione dell’attività sindacale indipendente – solleva serie preoccupazioni sul fatto che questo non costituisca una riforma, ma una mossa finalizzata all’esclusione politica e ad un rinnovato controllo politico. Esso rischia di trasformare ancora una volta le istituzioni statali in strumenti di clientelismo e controllo, strutturati sulla base della lealtà politica piuttosto che della competenza, dei diritti dei lavoratori o delle necessità pubbliche.
Questa decisione è pertanto politicamente illegittima, moralmente indifendibile e giuridicamente nulla. Emessa da un’autorità priva di legittimità democratica e di base costituzionale, essa non serve a una riforma, bensì a un rinnovato controllo politico, all’esclusione e al controllo sociale. Utilizza la copertura della guerra e del collasso economico per smantellare la funzione pubblica, ripristinare i sindacati del vecchio regime, mettere a tacere le voci che chiedono responsabilità e escludere i lavoratori dalla vita pubblica. È per questo che la respingiamo categoricamente.
In un momento in cui lavoratori e pensionati lottano per sopravvivere a guerra, inflazione, sfollamenti e violenze, colpire l’occupazione significa attaccare non solo i mezzi di sussistenza, ma le stesse istituzioni pubbliche ancora superstiti del Sudan.
Invitiamo il TUC, i sindacati, le organizzazioni del movimento operaio, i parlamentari, le organizzazioni della società civile, gli attivisti e gli organismi per i diritti umani a livello internazionale a:
- Condannare pubblicamente la Decisione Ministeriale n. 22 del 2026.
- Esigere l’interruzione immediata di ogni programma di licenziamento, epurazione politica o riduzione del personale.
- Opporsi a qualsiasi ritorno alla politica dei “licenziamenti per pubblico interesse”, sotto qualunque nome avvenga.
- Sostenere le organizzazioni dei lavoratori sudanesi che difendono posti di lavoro, salari, pensioni, incentivi e diritti sindacali.
- Promuovere campagne per il pagamento immediato di salari, incentivi e obblighi pensionistici dei lavoratori.
- Difendere i servizi pubblici e i loro lavoratori garantendo indipendenza, professionalità, democrazia e responsabilità verso il popolo sudanese — non verso autorità militari, fazioni armate o reti clientelari.
- Costruire la solidarietà internazionale con i lavoratori sudanesi che resistono alla guerra, all’autoritarismo e all’espropriazione economica.
La pubblica amministrazione appartiene al popolo sudanese. Non è un bottino da spartire tra le forze della guerra e del potere.
A sostegno di questo appello, alleghiamo inoltre — sia in inglese sia in arabo — il comunicato ufficiale del Fronte Sindacale, che unisce il Comitato Preliminare del Sindacato dei Medici del Sudan, il Comitato degli Insegnanti Sudanesi, il Comitato Direttivo del Sindacato degli Ingegneri Sudanesi, il Sindacato dei Docenti dell’Università di Bahri, il Sindacato dei Docenti dell’Università di Nyala, il Sindacato dei Lavoratori dell’Energia Atomica, il Sindacato dei Drammaturghi Sudanesi, il Sindacato dei Docenti dell’Università di Khartoum, il Sindacato dei Giornalisti Sudanesi (attualmente sospeso) e il Comitato Direttivo del Sindacato degli Avvocati.
Solidarietà MENA
30 maggio 2026
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Memorandum aperto del Fronte Sindacale: Condanna della Decisione Ministeriale n. 22 e rifiuto delle raccomandazioni della Commissione per il censimento e la classificazione dei lavoratori
Saluti militanti,
Il Fronte Sindacale presenta questo memorandum aperto al “governo de facto”, alle organizzazioni sindacali e a tutti i difensori dei diritti umani, per dichiarare il nostro categorico rifiuto delle raccomandazioni emesse dalla commissione istituita con la Decisione Ministeriale n. 22 del Ministro delle Risorse Umane e dello Sviluppo Sociale. Queste decisioni comportano conseguenze catastrofiche che minacciano la sicurezza lavorativa di decine di migliaia di dipendenti statali e colpiscono i loro mezzi di sussistenza in condizioni umanitarie ed economiche estremamente dure. Ciò richiede urgente solidarietà e resistenza contro questa minaccia, a difesa delle convenzioni internazionali e dei principi della solidarietà sindacale.
Primo: Una decisione di esclusione e regolamento di conti politici
La Decisione n. 22, sia nel contenuto sia nei meccanismi di attuazione, manca di qualsiasi criterio di riforma amministrativa o di giustizia sul posto di lavoro. Inoltre, è del tutto priva di controlli o di partecipazione sindacale. La decisione affida invece a una commissione dotata di poteri eccezionali e generali l’autorità di classificare i lavoratori senza garanzie legali; questo apre la strada a ritorsioni politiche e resuscita le famigerate pratiche di licenziamento arbitrario sotto la parvenza del “pubblico interesse”. La decisione colpisce direttamente anche i lavoratori esclusi dal cosiddetto piano di “pensionamento anticipato”, applicando condizioni e criteri di origine e fondamento sconosciuti. Questo provvedimento condiziona il futuro di migliaia di famiglie a decisioni arbitrarie e unilaterali, che calpestano i diritti e la dignità umana.
Il Fronte afferma che presentare questa misura sotto una copertura “amministrativa” significa falsificare la realtà. Il vero obiettivo è il licenziamento in massa dei lavoratori e il regolamento di conti politici e sociali, sfruttando lo stato di emergenza e l’assenza di autentiche organizzazioni sindacali indipendenti.
Secondo: Responsabilità politica e legale diretta
La Decisione n. 22 non è un provvedimento isolato. È il risultato diretto della Decisione del Consiglio dei Ministri Transitorio n. 170 del 2025 e delle direttive emanate dal Primo Ministro durante la seduta n. 4 del 16 aprile 2026. Di conseguenza, il Ministero delle Risorse Umane, il Consiglio dei Ministri e il governo de facto si assumono la piena responsabilità politica, legale e morale di questa decisione e delle sue disastrose conseguenze, pari per gravità ai danni della guerra stessa. A questo proposito, non diamo alcuna fiducia alle smentite ufficiali se non sono supportate da azioni concrete e decisioni reiterate.
Da un punto di vista legale, quello che la commissione ha descritto come “pensionamento anticipato” è, in realtà, un diritto pensionistico opzionale stabilito dalla legge come diritto esclusivo del lavoratore in base a una sua libera scelta — a condizione che il lavoratore abbia completato 25 anni di servizio o abbia raggiunto i cinquant’anni d’età tramite richiesta scritta. Non è uno strumento a disposizione dei datori di lavoro per discriminare ed eliminare i lavoratori. L’applicazione forzata di questa disposizione costituisce una distorsione e una palese violazione dello spirito della legge.
Terzo: Richieste urgenti
In condizioni eccezionali segnate da guerra, collasso istituzionale ed erosione dei salari, esporre i lavoratori al licenziamento è un atto disumano che aggrava la fragilità della società. Di conseguenza, esigiamo:
- L’annullamento immediato e totale della Decisione n. 22 e la sospensione di tutti i provvedimenti che ne derivano.
- La tutela della sicurezza lavorativa, vincolando qualsiasi futuro accordo amministrativo a chiari standard legali e a un’autentica partecipazione sindacale.
- In linea con il principio di trasparenza, chiediamo che il Consiglio dei Ministri pubblichi immediatamente le raccomandazioni della commissione, affinché i lavoratori sappiano cosa si sta pianificando alle loro spalle.
Quarto: Appello alla firma e alla solidarietà
Il Fronte Sindacale apre questo memorandum alla firma di sindacati indipendenti e associazioni professionali, organizzazioni di base e di categoria, comitati operai e attivisti all’interno e all’esterno del Sudan. La vostra firma rappresenta una presa di posizione etica e umanitaria a difesa della dignità e del diritto a una vita dignitosa.
Allegati
Al presente memorandum si allega il testo della Decisione n. 22 come documento di riferimento.
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