Dai compagni del SI Cobas e della TIR di Torino riceviamo questo contributo che volentieri pubblichiamo. (Red.)
Lunedì 20 luglio a Torino abbiamo promosso tre manifestazioni in una sola giornata: tre manifestazione per tre morti.
La prima davanti all’Ispettorato del Lavoro con gli autisti e i camionisti delle azienda in appalto BRT, in seguito alla morte del loro compagno di lavoro Antonino Gala sul piazzale del magazzino di Settimo Torinese, schiacciato dal suo stesso camion. Dalle prime ricostruzioni pare non avesse inserito correttamente il freno a mano.
Quello che raccontano però i i suoi compagni di lavoro, anche delle numerose altre aziende appaltatrici che operano per il colosso dei corrieri, è una condizione diffusa di stress, sovraccarico di lavoro, oppressione di capi e responsabili, paura di incorrere in sanzioni e addebiti di danni per qualsivoglia sinistro possa accadere nelle lunghe ore di lavoro. Condizione che non è affatto terminata dopo la morte di Antonino Gala. Anzi, soprattutto nei confronti dei lavoratori iscritti al Si Cobas, i comportamenti oppressivi (“Bartolini non vi vuole”, “siete indesiderati” solo alcune delle frasi pronunciate) e le discriminazioni, inclusi demansionamenti illegittimi e spostamenti di giri e turni, sono sempre più frequenti.
La seconda manifestazione è stata davanti al tribunale di Torino, sempre con la nutrita partecipazione degli autisti appalti BRT; dove nel pomeriggio è arrivata la storica sentenza – la prima in Italia – che condanna l’azienda Af Logistics e il suo preposto Pasquale Martucci per il suicidio nel 2023 di un camionista della piattaforma GS Carrefour di Rivalta. Il camionista Renato Fesce si era tolto la vita tartassato e prigioniero oltre ogni limite del lavoro, dell’aggressività del capo, dei turni massacranti, e della parallela paura di perdere il lavoro.
La sentenza è arrivata anche grazie alla costituzione come parte civile del SI Cobas (rappresentato dall’avvocato D’Amico), che ha permesso di celebrare con serietà e fino in fondo un processo che altrimenti rischiava di finire anzi tempo. Il Si Cobas è presente da anni nell’azienda e da anni lotta con un gruppo di autisti per aumenti di salario, condizioni di sicurezza dei viaggi e delle consegne e serenità sul lavoro. Davanti alla piattaforma Carrefour di Rivalta si erano svolti anche gli scioperi della logistica dell’ottobre 2021 e lo sciopero contro il genocidio in Palestina del 23 febbraio 2024.
La terza manifestazione è stata il corteo nel quartiere proletario di Barriera di Milano per rivendicare GIUSTIZIA PER FAKIR, il facchino ammazzato domenica a Bologna dalla polizia di Stato, sotto gli occhi di tutti. Una violenza inaudita, frutto anche del senso di impunità delle forze dell’“ordine” rafforzato dai decreti sicurezza del governo Meloni e dal clima di propaganda anti-immigrati spinto dall’economia di guerra. Una violenza che resterà impunita senza la mobilitazione massiccia di tutti noi lavoratori e lavoratrici, italiane e immigrate.

Mobilitazione iniziata con grande determinazione a Bologna, dove è avvenuto l’omicidio domenica, e dove già lunedì si sono riempite le piazze e gli operai della logistica hanno completamente bloccato l’interporto in serata – uno dei più importanti d’Italia – creando file infinite di camion e treni merci vuoti. Ma anche a Torino appunto, dove la manifestazione chiamata all’ultimo è stata molto partecipata e sentita anche dagli abitanti del quartiere Barriera di Milano, perlopiù immigrati e con una storia di vita molto simile a quella di Fakir Abderrahim. Nonché a Milano nella serata di martedì, a Napoli e in numerose altre città, mentre sono prossimi gli appuntamenti promossi dal SI Cobas e dalla Tir a Genova giovedì sera alla 18 a Piazza Caricamento e ad Alessandria venerdì sera alle 18 davanti alla prefettura in piazza della Libertà e a Marghera sabato mattina.
Tre morti diverse, eppure accomunate da un clima di pesante oppressione padronale sugli operai e le operaie – a partire proprio da quelle/i immigrati – che si accentua sempre di più con l’avvento della economia di guerra e la repressione crescente anche in Italia. Questo clima parte dai luoghi di lavoro, dove discriminazioni, atteggiamenti violenti e intimidazioni da parte dei responsabili aziendali sono sempre più all’ordine del giorno.
Si veda il caso In’s dove nel magazzino di Tortona a inizio luglio gli operai iscritti al Si Cobas hanno dovuto fare ben 8 giorni di sciopero per far rimuovere il nuovo capo che esercitava proprio questi comportamenti come modalità per rimettere i piedi in testa ai lavoratori e iniziare un’operazione di retrocessione dei loro diritti e delle loro conquiste a partire dalla sopraffazione psicologica. O si veda il caso proprio degli autisti degli appalti BRT, del camionista della piattaforma GS di Carrefour e dei suoi compagni di lavoro (lo stesso preposto condannato si è fatto rivedere in magazzino il pomeriggio della sua condanna e il giorno dopo, in sfregio anche alla giustizia borghese che si è pronunciata contro di lui). E sono innumerevoli le situazioni di questo tipo.
Ed è un clima che arriva alla politica generale nei confronti degli operai e degli immigrati: una politica che attacca le tutele sociali – partendo dagli immigrati per arrivare velocemente anche ai lavoratori italiani (si veda a titolo di esempio il taglio delle detrazioni fiscali, che tocca anche numerosi familiari in Italia). Che rende più precaria e a rischio la posizione di regolarità degli immigrati sul territorio italiano, trasmettendogli il messaggio che si può essere espulsi in qualsiasi momento se “non si rispetta le regole”. Si tratta ovviamente in primis delle regole dello sfruttamento e dell’allineamento con le politiche guerrafondaie del governo (lo dimostra l’accanimento contro l’imam Shahin, Hannoun e altri militanti che si sono espressi apertamente per la Palestina libera). Che soffia sulla propaganda anti-immigrati, con le “nuove” parole della “remigrazione” e di un patriottismo islamofobo fatto di razzismo e di intimidazioni. E che arriva ad uccidere in pieno giorno davanti agli occhi di tutti Fakir Abderrahim, un proletario, fratello, immigrato.
Contro la politica dell’odio e della criminalizzazione degli immigrati, della “guerra tra poveri”, contro il governo guerrafondaio e antioperaio, rendiamo giustizia a questo nostro fratello portando avanti la mobilitazione con tutti i mezzi a nostra disposizione, svelando le mistificazioni e le bugie dei guerrafondai e nazionalisti come dell’opposizione “riformista”, e tessendo reti dove oggi non ci sono tra lavoratori, lavoratrici, precarie, disoccupati, studenti, immigrati e non, di nazionalità, provenienza e religione diversi.
Per questo a Torino lanceremo una nuova piazza, lunedì 27 luglio alle ore 18.30 in Largo Giulio Cesare: una passeggiata della fratellanza, la fratellanza di classe, contro la semina di odio verso le popolazioni immigrate, contro guerre e carovita, per l’umanità, che come classe lavoratrice siamo tenuti a imporre contro chi ci vuole indebolire e opprimere con la sua violenza!

