Il bilancio della mattanza del proletariato spagnolo nel corso della guerra civile del 1936-’39 è terribile: centinaia di migliaia di vittime tra morti in battaglia, esecuzioni dietro le linee, esecuzioni negli anni successivi alla fine del conflitto, profughi, internati nei campi di concentramento in Spagna come in Francia, perseguitati in patria in quanto oppositori del regime franchista. Carne viva del corpo della nostra classe strappata a forza affinché servisse di lezione verso chi “osa” ribellarsi al dominio borghese.
Ma la Spagna ci lascia anche esempi luminosi di lotta proletaria e di autorganizzazione, come quello delle “Mujeres Libres”, l’associazione di donne anarchiche che pone con forza, in pieno scontro politico e militare, il tema del collegamento tra emancipazione di classe e quella di genere.
Visti i tempi e viste le tematiche che queste compagne, in prevalenza proletarie, fanno emergere c’è veramente da restare meravigliati di tanta audacia e chiarezza d’intenti. Collegamento tra i diritti civili e quelli lavorativi. Rimodulazione della vita quotidiana e del rapporto tra i sessi; per non dire dell’educazione dei fanciulli, della famiglia, dell’amore libero, della donna come soggetto indipendente e non come “appendice” dell’uomo.
Una rivoluzione nella rivoluzione, fatta di azioni concrete, di associazionismo, di prezioso sostegno al fronte e nelle retrovie, dovendo pure affrontare fenomeni di intolleranza da parte di compagni maschi i quali, usando un eufemismo, sono assai “poco attenti” …
Comunque nulla è stato perduto anche su questo versante, e nulla lo sarà.
Seguono riflessioni e spunti di discussione sul ruolo delle correnti anarchiche e comuniste operanti durante quegli avvenimenti, con una particolare attenzione ai gruppi di opposizione sorti nei due schieramenti: dagli anarchici “Amici di Durruti” che mettono in primo piano la questione del “potere”, cosa assai ostica all’ambiente; ai “Bolscevico-Leninisti” della sinistra trotskysta che si cimentano nell’ardua prova di dare uno sbocco rivoluzionario al maggio 1937; passando per la presenza attiva in Spagna di volontari comunisti di sinistra europei (a partire dalla minoranza della Sinistra Comunista italiana), che vedono nella lotta proletaria al fascismo spagnolo – e quella al frontismo – la possibilità di ripresa della lotta rivoluzionaria a livello internazionale.
Strategie, tattiche, partito, Stato, sindacato, fronte unico, guerra rivoluzionaria, guerra imperialista…questi ed altri temi, calati nella realtà di una importante esperienza di lotta di classe. Ben oltre la falsificante apologia di scontro tra “democrazia e fascismo” che ci è stata tramandata. Temi che diventano materiali preziosi per chi si sente parte della lotta di liberazione degli oppressi.
Dunque anche di quella lotta che novant’anni fa animò i proletari spagnoli.
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Tragico epilogo
Una stima approssimativa giunge al computo di 650mila vittime della guerra civile e della rivoluzione in Spagna. Di queste, seicentomila sarebbero cadute sui campi di battaglia o nelle retrovie tra il 1936 e il 1939. Le altre 50mila, tutte della sponda repubblicana, fanno parte dei prigionieri ospitati nelle carceri franchiste ed eliminati nei mesi e negli anni successivi alla fine della guerra.
Non è necessario essere stati combattenti o risoluti oppositori del franchismo per vedersi comminare la pena di morte nella Spagna del “Caudillo”. Basta molto meno. Emblematica è la storia delle tredici giovinette militanti di sinistra, alcune di loro solo simpatizzanti di sinistra, arrestate dopo un volantinaggio e fucilate dal regime per rappresaglia nell’agosto del 1939.
Storia riproposta nel film di Emilio Martinez Lázaro “Le 13 Rose” (2007). (1)
Come abbiamo rilevato sin dall’inizio, trattasi di puro “sterminio di classe”.
Non esiste altro termine per definire l’opera di massiccio e pianificato massacro attuato dai franchisti contro i “rojos”, trattati alla stregua dei moros (2).
Va pure considerata la fattiva collaborazione a tale massacro da parte del governo francese, che raccoglie parte degli esuli di guerra (450mila) in campi profughi diventati in pratica luoghi di detenzione, prima che l’occupazione nazista completi l’opera.
Nel computo di cui sopra non sono considerate le vittime delle detenzioni nei “Battallones de Trabajadores”, veri e propri lager (87.589 reclusi) in cui i condannati al lavoro forzato vengono “rieducati” e “ricattolicizzati” … Sono presenti nel paese più di 100 campi similari, che ospitano dalle 350mila al mezzo milione di persone. In essi, oltre all’accanito indottrinamento sacerdotale, alla stessa maniera dei lager nazisti si fanno indagini biopsichiche nei confronti dei soggetti ritenuti “vittime del marxismo”. Esso viene infatti paragonato a una vera e propria malattia mentale, una forma di “psico-patologia asociale” (3)
Secondo Rodrigo (4) fino al 1960 “la Spagna è ricostruita con il lavoro schiavistico”, ma anche attraversata da una opposizione indomita e da una lotta di guerriglia sradicata solo nel “triennio del terrore 1947-’49”. E non finisce qui, perché dal 1954 al 1962 i tribunali militari comminano ben 6.243 sentenze di condanna per “delitti politici”, di cui una cinquantina a morte.
Dalla guerra civile esce una società spagnola “depurata” da ogni fermento classista, gerarchizzata, militarizzata, ottusamente conservatrice… a tal punto salassata da non poter prendere parte alla spartizione del bottino imperialista iniziata con l’invasione nazista della Polonia (settembre ’39).
L’obbiettivo di demolire l’ultimo proletariato rivoluzionario d’Europa è comunque raggiunto.
La Spagna è “pacificata”.
E lo è non solo sul versante della lotta di classe, ma anche su quello della lotta di genere, sul quale è doveroso aprire un capitolo dal momento che le donne spagnole, in gran parte proletarie, scrivono in quegli anni una luminosa pagina nella storia dell’emancipazione umana.
Mujeres Libres
La società spagnola, nel clima di generale maschilismo e misoginia che predomina in ogni paese, è sicuramente quella più arretrata del panorama europeo. Il problema va sicuramente ricondotto alle strutture sociali esistenti (campagna predominante e arcaica), ma non di meno alle articolazioni del potere politico e, soprattutto, al predominio secolare, assoluto della chiesa cattolica.
Le riforme civili introdotte dai governi radical-socialisti della Seconda Repubblica, a differenza di quelle sociali, intaccano decisamente i privilegi e l’autoritarismo dei vertici ecclesiastici.
Avviene la separazione dello Stato dalla chiesa, l’introduzione del matrimonio civile, del divorzio, alcune modifiche nel diritto di famiglia, l’abolizione dell’insegnamento obbligatorio della religione cattolica nelle scuole…insomma si fanno dei passi avanti notevoli su questo terreno, supportati da una mobilitazione di massa ostile a un clero ritenuto da quote crescenti di sfruttati “bastione di conservazione sociale e reazione politica, dissipatore, fornicatore, nullafacente…avvezzo agli abusi sessuali e alla pedofilia…” (5)
Tutto ciò va considerato, seppur tra le righe delle leggi progressiste trapeli quel substrato patriarcale ben abbarbicato in tutta la società, classe operaia compresa naturalmente.
Se si prende ad esempio l’articolo 43 della Costituzione repubblicana, quello relativo al divorzio, questo può essere richiesto alle autorità civili solo “adducendo valida motivazione” (?), dunque delegando allo Stato il ruolo di giudice delle vicende inerenti i rapporti personali di coppia. Dove la donna “sta sotto” e lì deve rimanere.
Insomma, nonostante tutto predomina alla grande il detto popolare “La mujer honrada, la pierna quebrada y en casa.” (La donna onesta, piede rotto e in casa resta). Dunque, c’è una montagna da scalare.
Vero che il processo di industrializzazione in atto in Spagna porta comunque alla ribalta, soprattutto nelle grandi città, il ruolo della donna-lavoratrice. Ancora una volta, e non è un caso, tocca a Barcellona mettersi alla testa del movimento di emancipazione femminile.
Movimento simile a quello russo (maggior esponenti A. Kollontaj e I. Armand), che assume qui in Spagna però un carattere direttamente proletario anche tra le sue promotrici. Il suo ruolo prevalente non consiste nel trasmettere tra le masse femminili una linea già elaborata dal partito, ma al contrario nel raccogliere le istanze di lotta delle donne, sistematizzarle, e su di esse cercare di farsi largo dentro le associazioni rivoluzionarie.
Stiamo parlando del movimento femminista anarchico “Mujeres Libres” (ML).
Barcellona nel 1930 conta più di un milione di abitanti, il 56% dei quali non ha origini locali. (6)
La diffusione delle fabbriche tessili porta a un forte aumento del lavoro femminile e minorile.
I quartieri operai sono malsani, in preda al tifo. Il 70% dei bambini della città manifesta sintomi di una tubercolosi incipiente. In questa “città selvaggia” (Manuel Castells) le donne subiscono pesantemente la doppia oppressione padronale e familiare. La prostituzione dilaga. Non per niente è una delle principali calamità di cui le ML si fanno carico.
P.F. Zarcone (7) espone un quadro sociale cittadino pre-rivoluzionario dove il lavoro femminile “esterno”, pur in crescita, non supera comunque il 34% del totale delle donne. Le quali, anche se occupate, sono spesso sottoposte (insieme ai figli minori) alla schiavitù del lavoro domestico. (8)
In agricoltura le donne lavoratrici percepiscono il 50% del salario maschile. Nel tessile il 47%. Nella meccanica il 41%. (9)
Pur essendo le ML militanti e simpatizzanti libertarie attivissime, encomiabili, riconosciute come tali dalla CNT-FAI, l’ambiente dei “compagni maschi” non vede praticamente di buon occhio tutto questo protagonismo femminile; nonostante esso proclami a tutti i venti il suo intento di coniugare lotta di classe con lotta di genere nella comune prospettiva del comunismo libertario, escludendo assurde guerre “maschi contro femmine” …
Emilíenne Morin ad esempio, la compagna di vita e di lotta di Buonaventura Durruti, nelle sue interviste raccolte da H. M. Enzenberger (10), racconta come anche nel movimento anarchico “le donne non sostenevano il minimo ruolo. Naturalmente durante le manifestazioni, i comizi, si vedevano anche delle donne. Mai però per accompagnare i loro uomini. Gli uomini si incontravano al caffè. Restavano seduti per ore davanti a una tazza di caffè. Ubriaconi non erano, questo non lo si può negare. Si arrivava a un punto tale che un giorno domandai a Buonaventura: “Ma che succede ai tuoi compagni? Sono tutti scapoli?” Ma non c’era niente da fare. “Il posto della donna è in casa. E basta così.”
E ancora: “Sì, gli anarchici parlano sempre volentieri di amore libero. Ma in fin dei conti erano spagnoli, e quando gli spagnoli parlano di una cosa del genere, è strano…non avevano il minimo interesse per la liberazione della donna. Neanche un po’…La donna sta bene in cucina! E a questa saggezza tenevano molto.”
Le ML (sorte nel 1936) non costituiscono l’unico raggruppamento femminile dentro una guerra civile e una rivoluzione che fungono da catalizzatori.
Sono presenti infatti (dal ’33) la “Agrupación de Mujeres Antifascistas” (AMA) facenti riferimento al PCE, insieme alla “Unión de Muchachas”.
In Catalogna nel 1938 opera anche l’“Unió de Dones”; di stampo autonomista, ma in mano praticamente al PSUC. (11)
Potremmo datare di almeno un decennio addietro il processo esplicito di emancipazione che attraversa trasversalmente, come tutti i fenomeni politici spagnoli, i sindacati. Seppur non vada taciuto il lento lavoro di penetrazione delle tematiche del femminismo rivoluzionario compiuto inizialmente da un uomo: Anselmo Lorenzo (1841-1914), scuola libertaria di Francisco Ferrer.
Egli individua nel capitalismo il motivo della moderna trasformazione della donna in proprietà servile dell’uomo, incitando le donne a sposare direttamente la causa della loro emancipazione.
Insieme a Teresa Claramunt (1862- 1931, operaia tessile) e Teresa Maňé (1865-1939, insegnante) egli costituirà un terzetto che diffonderà in Spagna il verbo femminista rivoluzionario. Non quello riformista e in fin dei conti istituzionale delle altre formazioni femminili sopra citate: utile solo a mantenere la donna soggetta ai poteri secolari per farne uno strumento di mobilitazione di guerra (negli ospedali e nelle fabbriche) e di lotta borghese al fascismo.
Insomma: l’attività rivoluzionaria delle donne in Spagna è appannaggio del movimento anarchico.
Come detto, è un’attività a tutto campo, che si occupa dei diritti della donna ma più in generale anche dell’abitare, del nutrirsi, del curarsi, dell’assistere, della cura dell’infanzia, di tutte le attività legate alla rivoluzione e alla guerra, vestendo tra l’altro le militanti esse stesse i panni delle miliziane! Dunque recandosi a volte personalmente al fronte a combattere, che poi per la donna vuol dire pensare al vettovagliamento, alla cura dei feriti e a tante altre incombenze.
Nelle retrovie, oltre alle attività lavorative in sostituzione dei maschi mobilitati, si organizzano conferenze, scuole, corsi professionali, attività culturali e ricreative. Solo l’incedere della “guerra al primo posto” (ai danni della rivoluzione) pone queste compagne in una situazione di crescente difficoltà rispetto ai primi mesi successivi all’insurrezione del luglio.
Fondamentali nelle ML sono l’istruzione e l’esempio.
Partendo dal “Grupo Cultural Femenino” sorto nel ’34 a Barcellona, Lucía Sanchez Saornil (telefonista, poi poetessa), Mercedes Comaposada (lavoratrice dello spettacolo), Amparo Poch y Gascón (medico, scrittrice) insieme ad altre compagne di estrazione proletaria, impostano un lavoro che arriva nel ’36 a contare ben 147 gruppi di ML diffusi per il paese, con circa 20mila aderenti (più che altro operaie). L’inserimento delle ML nell’attività sindacale CNT è decisivo per il decollo dell’organizzazione. La quale, nel ’37, giunge a darsi una struttura nazionale. (12)
A differenza del femminismo istituzionale, le ML lottano per far uscire la donna dal ruolo moglie-madre. Non che neghino prioritariamente l’assunzione di simili ruoli; solo intendono renderli pienamente coscienti, riconducendoli a precise scelte di vita da parte della donna. A tal riguardo sottolineano l’esistenza di uno specifico problema femminile; la collocazione di esso nell’anarchia come ideale rivoluzionario; la lotta sociale e femminile autonoma dentro lo stesso movimento libertario, vista la palese contraddizione fra teoria e pratica in seno ad esso.
La loro piattaforma di lotta spazia dalla rivendicazione dell’amore libero all’indipendenza economica della donna; dall’uguaglianza salariale e normativa coi maschi all’abolizione della prostituzione; dalla lotta alle malattie veneree al divorzio pieno, passando per l’implementazione di capillari campagne di educazione sessuale. (13)
Nel 1928 sorge a tale scopo la rivista “Estudios”, che arriva a una tiratura oscillante tra le 65 e le 75mila copie! Risultato notevole in un paese semi-analfabeta, a dimostrazione del grosso lavoro “educazionista” che informa tutta l’attività anarchica. Seguirà l’omonima rivista “Mujeres Libres” di cui usciranno 13 numeri (maggio ’36-autunno ’38), interrotta poi per le vicende legate alla guerra civile.
Un grosso esperimento nella lotta per l’emancipazione della donna. Così può essere definita la vicenda delle ML spagnole. Esperimento in cui emergono i valori del protagonismo femminile e femminista, che si esprime concretamente e quotidianamente a largo raggio, nel pieno di uno scontro all’ultimo sangue. Nulla sarà perduto per le generazioni che seguiranno.
Rimane da mettere in evidenza, con rammarico, come anche dentro un movimento libertario, che ha il merito storico di aver messo sul tavolo (di più e meglio di ogni altra componente rivoluzionaria) la cosiddetta “questione femminile”, non si sia comunque prodotta la dovuta apertura mentale in grado di far esprimere appieno l’enorme potenziale sovversivo insito nell’attività delle compagne spagnole.
B. Bennassar, che pur riconosce il valore dell’esperimento rivoluzionario in Spagna, non può esimersi dal parlare di “donne discriminate” e di scarso intervento sulle questioni di genere.
La pressante richiesta delle ML di essere collocate allo stesso livello organizzativo della CNT, della FAI e della Federazione Giovanile (FIJL) non avrà seguito, dimostrando così che la lotta del femminismo rivoluzionario, lotta di lunga durata, passa anche all’interno degli organismi popolati dai “compagni”.
Quale anarchia?
Abbiamo cercato nella nostra esposizione, per quanto possibile, di distinguere le varie correnti dell’anarchismo (14) che si confrontano sul campo di battaglia spagnolo.
L’anarchismo spagnolo ha raggiunto la sua massima espansione connaturandosi con il sindacalismo di classe nella sua componente sindacalista-rivoluzionaria di derivazione francese. Da tale intreccio è sorto l’anarco-sindacalismo spagnolo, forma compiuta di una presa di massa da parte della componente libertaria del movimento proletario.
Da questo punto di vista, mai come in Spagna gli anarchici hanno goduto di una presa nella classe tale da mettere storicamente alla prova le loro teorie.
Dobbiamo chiederci perché ciò sia avvenuto, senza rifugiarci nell’“ arretratezza” del paese e nell’oggettivismo del “ritardo storico”, che non bastano a decifrare materialisticamente un percorso sociale e politico pieno di sfaccettature.
Bennassar (15) mette in evidenza ad esempio non solo la “tradizione storica municipalista di comunismo agrario” presente in Spagna, evidenziando come “fu la Comune di Parigi a scatenare i movimenti del 1871 in Andalusia, a Málaga, Siviglia, Granada e Cordova, dove si costituirono cantoni indipendenti ispirati alle idee di Pi y Margall (16).” Idee fondate sul federalismo, sull’anticlericalismo, sulla convinzione della fondamentale ingiustizia del potere. Soprattutto se centralista.
Per cui l’esperienza dei contadini e dei proletari spagnoli si fonda su tali presupposti.
Dunque una rivoluzione proletaria in Spagna non avrebbe mai potuto emergere infischiandosene di questi dati. Tant’è che le Comuni agricole aragonesi (17), più delle collettivizzazioni-socializzazioni catalane, rappresentano il massimo grado possibile di “realizzazione economica” anarchica in quelle condizioni date, unite a una “coesione politica” dell’anarchismo aragonese (ci si passi il termine) che non ha riscontro in nessun’altra realtà della rivoluzione spagnola 1936-’37.
È proprio in Aragona il luogo dove, in barba alla teoria, prende forma una fattispecie di “dittatura anarchica” (comunque sia, una dittatura rivoluzionaria) che fa a pugni con le ruggini democraticiste che annebbiano la mente dei massimi esponenti dell’anarchismo spagnolo (ex pistoleros compresi). Stiamo parlando di personaggi, diventati ministri del governo del Fronte Popolare, come García Oliver e Federica Montseny.
Motivo non secondario della penetrazione anarchica è il grosso afflato ideale della sua dottrina.
Più ancora del comunismo marxista (che richiama alla scienza sociale eccellendo in rigore teorico e in iperboli strategiche a discapito però del “calore” umano e dando l’impressione di un certo “grigiore monocorde”), l’ideale anarchico si rivolge con passione a tutto il complesso delle relazioni del vivere comune, natura compresa. Volando con ciò molto spesso in alto (magari troppo in alto), ma riuscendo proprio per questo a coinvolgere emotivamente il suo uditorio. (18)
Abbiamo poi già trattato del ruolo dell’istruzione nell’attività dei militanti anarchici, della pedagogia del “fatto”, qui e ora. Tale collegamento tra sublimi ideali e pratica quotidiana ha permesso di mettere nell’angolo la “politica”, intesa come prassi deleteria tra gente che vive sulle spalle degli sfruttati e oppressi. Se una simile concezione la si cala in una realtà di corruzione e trasformismo politico-parlamentare come quella spagnola, di cricche dominanti reazionarie quanto parassitarie, di divari sociali stridenti affrontati da ogni governo con l’aspirina quando non col piombo dei militari, ecco emergere tra le masse proletarie come somma verità il principio anarchico del rifiuto del voto e dell’opzione insurrezionale come unico rimedio alla schiavitù del presente.
Coniugando tutti questi fattori con un livello della lotta di classe che non ammette mediazioni, si cominciano meglio a capire i perché della penetrazione anarchica tra una massa proletaria a sua volta in rapida trasformazione. In cui le campagne, nonostante qualche miglioria all’avvento della Seconda Repubblica, vengono tenute sotto l’antico giogo, nel mentre si addensano nelle città frotte di giovani in cerca di lavoro (qualsiasi tipo di lavoro), trascinandosi con sé quella tradizione e quel “sentire comune” di cui abbiamo parlato.
Ideali avveniristici, apostolato, istruzione, sindacalismo radicale, protagonismo di massa, azione diretta… più la tradizione federalista e comunitaria: sono questi gli ingredienti attraverso i quali l’anarchismo diventa in Spagna, negli anni ’20 e ’30 del secolo scorso, la bandiera delle classi oppresse.
Non dappertutto è così, non dimentichiamolo.
La realtà presenta una situazione a macchia di leopardo; il ruolo dell’opportunismo prima socialista, poi social-stalinista è pesante, spesso determinante, pur con tutte le contraddizioni di classe che attraversano un sindacato come l’UGT.
Possiamo parlare di egemonia anarchica in Catalogna, con Barcellona capitale rivoluzionaria, nella già citata Aragona, in parte dell’Andalusia e in altre realtà, non certo di predominio sul proletariato spagnolo. Però sulla sua avanguardia di lotta sì. E non è questa cosa usuale per i rivoluzionari.
Tutti gli ingredienti sopra elencati, alcuni dei quali importanti e sui quali riflettere, pregni direi di una indiscutibile attualità, non si incardinano però in una prassi politica, in una organizzazione politica, in un progetto politico teso alla distruzione del dominio borghese e alla sostituzione del vecchio Stato con uno nuovo… “che non è più Stato…” (Lenin, “Stato e rivoluzione”)
Tali ingredienti, maneggiati dalla CNT-FAI… se ne vanno ognuno per conto suo. Valgono però sicuramente, anche assemblati in questo modo, ad assicurare un seguito necessario a mettere in pericolo l’ordine borghese. Ma non sono sufficienti per affossarlo.
Il pragmatismo radicale delle rivendicazioni quotidiane, il sindacalismo “oltranzista” della CNT, non si coniuga in Spagna con l’insurrezionalismo della FAI.
Precisato che insurrezione non corrisponde a rivoluzione (la prima è solo un aspetto della seconda), per noi è assodato che solo la politica, solo un partito rivoluzionario potrebbe elaborare e applicare la necessaria sintesi tra lotta sindacale e lotta politica.
Ma per gli anarchici “politica” e soprattutto “partito”, per non dire “Stato”, sono bestemmie per definizione… Certo, lo scontro di classe fa maturare differenze significative tra di loro mano a mano che il sopravvento controrivoluzionario – culminato col maggio del ’37 a Barcellona – pone domande ineludibili su come passare dalla rivoluzione “desiderata” alla “rivoluzione possibile”, pur in condizioni ormai assai complicate.
La lotta di classe è lotta politica.
Il problema di fondo è individuato bene da Trotsky quando segnala il “nonsense” di “una rivoluzione sindacalista che ignora ciò che accade fuori dal sindacato”. (19)
Di più: una rivoluzione sindacalista sottoposta alla “jacquerie operaia sistematica del faismo” (Broué) nel mentre gran parte della CNT fraintende la rivoluzione come “potere sindacale” in fabbrica. Per alcuni (e sono dirigenti nazionali come A. Pestaňa e J. Peiró) addirittura come un processo di utilizzo della democrazia borghese per attuare le riforme, “in attesa del momento propizio”! (20)
In una confusione del genere, dove ognuno – una volta proclamati ad alta voce i sacri principi – tira l’acqua al suo mulino, le scissioni (se non formali, fattuali) sono all’ordine del giorno, i propositi si accavallano e si elidono a vicenda, mentre la classe dominante ha tutto il tempo e il modo di riprendersi anche dagli shock più terribili. Come appunto quello del luglio 1936.
E c’è poca possibilità di raddrizzare la baracca in quanto nella CNT non sono previste correnti organizzate, meno che meno aventi referenze politiche; per cui la lotta interna, il far prevalere questa o quella posizione, questo o quel deliberato è affidato al momento, al caso; oppure all’abilità, al prestigio o al “seguito” del singolo dirigente. Più strutturati sono i Congressi della CNT, ma si svolgono senza regolarità (21), intervallati da “Plenum” che vedono comunque spesso emergere quel “leaderismo” sempre mal digerito dalla dottrina anarchica.
“L’autorità tra i compagni era di natura morale, e si coniugava col libero pensiero e la critica”, scrive Zarcone (22); vi è una certa “idiosincrasia a delegare il pensiero ad altri” …
Tutti aspetti senz’altro formativi, a condizione che non scadano nell’eclettismo, portone d’ingresso dell’opportunismo.
Quest’ultimo non va visto necessariamente come un progetto pianificato in ogni suo dettaglio forgiato dal nemico cinico e baro; ma anche, e crediamo sia il caso del gruppo dirigente CNT-FAI, come risultante – magari non voluta – di una serie di acquisizioni mal impostate e ancor peggio elaborate.
Quel G. Oliver, che al Congresso CNT di Saragozza (maggio ’36) propone di formare subito e addestrare Milizie confederali in vista del probabile colpo di Stato, iniziativa criticata da Cipriano Mera (23) e poi bocciata come “anarco-bolscevica”, è lo stesso ex pistolero che poco dopo diventa ministro frontista, tenta l’infelice approccio con la resistenza marocchina e infine (per “necessità” ci mancherebbe!) (24) asseconda lo smantellamento delle forze rivoluzionarie.
F. Montseny, l’intrepida accusatrice dei “trentisti” al III Congresso CNT (giugno ’31), in quanto con la loro proposta di integrazione nello Stato avrebbero “cancellato il contenuto anarchico della CNT”, è la stessa che accompagna Oliver nell’avventura ministerialista, sposando tra l’altro la militarizzazione delle Milizie.
Anche l’adamantino “delegato militare” Buonaventura Durruti, in marcia con la sua colonna verso Madrid, inciampa a sua volta nella fatale contraddizione di aver fino a poco tempo prima affrontato Oliver sul problema dell’efficienza militare, negandone l’utilità. (25), quando ora deve lamentare dal fronte, come abbiamo visto, l’indisciplina che alligna nelle sue file. Per non parlare del richiamo che esercitano pure su di lui le sirene dell’“unità antifascista”. (26)
Oliver è il pragmatico organizzatore privo però di visione politica, tacciato di “bolscevismo” solo per la sua prima caratteristica, derivata certo dalla pratica della clandestinità.
Durruti è l’indefesso agitatore che persegue la rivoluzione anarchica “senza dittatura”, scambiando però a sua volta efficienza organizzativa con dittatura.
Commenta appropriatamente lo storico anarchico A. Paz: “C’era nel fondo di entrambe le visioni l’importante questione del potere rivoluzionario; un tabù che non essendo affrontato in modo aperto contribuiva a mantenere gli equivoci; e se questi non erano per il momento dannosi, lo sarebbero diventati non appena gli avvenimenti avessero posto la CNT-FAI di fronte alla realtà della rivoluzione.” (27)
Significativa è la riunione della CNT-FAI del 21 luglio ’36, con le armi ancora fumanti in mano agli anarchici, in cui lo scontro avviene tra un Oliver deciso a proclamare il “comunismo libertario” (come se la questione stesse nei proclami), un D.A. de Santillan propenso a collaborare con le altre forze politiche intervenute nella lotta (!?) e infine un Manuel Escorza (28), esponente della linea “dura”, che si esprime per non patteggiare con alcun governo (29) dal momento che “il potere ce l’abbiamo noi”.
Casomai, dice Escorza, vediamo di utilizzare la Generalitat per socializzare e collettivizzare finché si può. Una volta ottenuto tutto questo, il governo cadrà da solo… (30)
Accadrà purtroppo il contrario. Sarà il governo a utilizzare gli anarchici che improvvidamente lo hanno tenuto in piedi, proni al loro dogma di fede del non esercitare nessuna dittatura, nemmeno la “loro” …
In prospettiva i massimi esponenti CNT-FAI in tutte le loro componenti (governiste o anti-governiste che siano) rimangono prigionieri del mitico “governo sindacale”, in quanto sarebbe il sindacato rivoluzionario, non lo Stato né i partiti, ad esprimere i veri interessi degli sfruttati, costituendo allo stesso tempo le fondamenta sulle quali giungere al comunismo libertario.
Al Plenum nazionale CNT di metà febbraio ’37, quando è già entrata in moto la macchina controrivoluzionaria di annientamento del luglio precedente, si vagheggia di una fusione tra CNT e UGT, senza considerare come quest’ultima sia ormai per gran parte preda degli stalinisti.
Non si riesce a comprendere come il sindacato – non potendo garantire la necessaria chiarezza e determinazione rivoluzionaria e potendosi rifugiare nel particolarismo rivendicativo – sia uno degli strumenti privilegiati di penetrazione dell’ideologia e della politica borghese nella classe!
Anche il sindacato più “rivoluzionario” non è immune da tale caratteristica.
Infatti, dopo questa ventilata fusione nel suddetto Plenum non si trova di meglio che prospettare “l’istituzione di una repubblica socialista e democratica su base federale, dopo elezioni generali alle quali partecipi pure la CNT. La formazione di un governo unitario antifascista in cui ogni tendenza sia rappresentata in base alla sua forza.” (30)
In pratica si auspica una repubblica socialdemocratica dopo aver parlamentarizzato la rivoluzione e dato il passaporto “antifascista” ai carnefici stalinisti, pronti a scannare il proletariato catalano!
Intento che raggiunge il suo apice col “Pacto de Acción” tra CNT e UGT del 18 marzo 1938, siglato dopo l’avanzata franchista in Aragona.
La CNT, alla ricerca di appigli per non essere del tutto travolta nelle residue Comuni sopravvissute dopo il repulisti stalinista di qualche mese addietro, “ottiene sulla carta la legalizzazione delle collettività (rimaste), mentre cede sulla richiesta di una significativa partecipazione sindacale ai ministeri. Il governo (Negrín, NDR) chiude la pratica demandando la decisione sull’ingresso sindacale ai vertici politici dei partiti del Fronte Popolare.” (31)
Così i partiti politici, cacciati accuratamente dalla porta dell’“anti-politica”, rientrano comodamente dalla finestra della “necessità dell’ora” della guerra al fascismo.
Seguiranno a catena altri cedimenti su questa falsariga che sanciscono la fine, ingloriosa, degli esperimenti governativi CNT-FAI. (32)
L’anima sindacalista della CNT
L’anima sindacalista cenetista riemerge a ondate, in quanto non è stata affatto debellata con l’espulsione dei “trentisti” (1932).
Al III Congresso nazionale della CNT, che è del giugno ’31, questi, oltre ad A. Pestaňa, J. Peiró e J. López Sánchez, annoverano tra le file degli oppositori al “faismo” (gli anarchici intransigenti, insurrezionalisti) anche esponenti della stessa FAI come Manuel Rivas, la Federazione di Barcellona, la maggioranza del Comité Nacional più la redazione del quotidiano CNT “Solidaridad Obrera”. Non poca cosa.
Secondo l’anarco-sindacalista russo Nicolas Lazarevitch, (33) presente in Spagna in quell’occasione, al Congresso i “faistas” in quel frangente sarebbero stati in minoranza.
Solo nei mesi successivi, “forzando” le unioni cenetiste, approfittando della cattiva gestione degli scioperi da parte dei “sindacalisti”, essi avrebbero guadagnato peso e messo alle corde gli oppositori.
Ma al di là di questa vicenda, che interessa relativamente nel suo dipanarsi, va rilevato come sotto l’aspetto politico il sindacalismo “puro” non scompaia affatto dalla CNT.
La frattura organizzativa si rimargina nel ’36 al IV Congresso dove gli scissionisti rientrano in CNT fatta la rituale proclamazione di fede immutabile nel “comunismo libertario”.
Ma nei fatti le loro idee hanno condizionato e continuano a condizionare pesantemente l’agire di tutto il corpo sindacale. Al punto da influenzare gli stessi “irriducibili” della FAI; i quali – assunte successivamente funzioni ministeriali – trasformeranno in moderazione politica e compromesso (deteriore) il “pragmatismo” e il moderatismo istituzionale che già animava il “Partido Sindicalista” di Pestaňa uscito dagli avvenimenti degli anni precedenti.
I “faisti puri”, gli insurrezionalisti irriducibili, se condizionano pesantemente con il loro putschismo la vita della CNT già dai primi anni 30, se raccolgono i frutti degli slanci spontanei della radicale lotta di massa e sono nelle prime file negli scontri armati fino al clou del luglio ‘36, poco possono quando la politica diventa manovra, implementazione di una tattica finalizzata a una strategia fatta di attese, ritirate, brusche accelerazioni, rapide decelerazioni, ecc.
In tutti questi casi al “guerrigliero”, non sapendo cosa fare, non rimane che “affidarsi al buon senso”. Dunque a ciò che altri avranno apparecchiato per lui… È la cosa che osserva amaramente
A. Paz riferendosi al progetto di alleanza CNT-UGT nella prospettiva della costituzione del “Comité de Defensa”. Dovendo portare il problema tra le masse, elaborarlo e farlo lievitare, egli scrive che “nessun militante, neppure Durruti e Oliver, ne era capace…” Si cerca solo di evitare uno scontro armato in campo antifascista che a quel punto (agosto ’36) è solo rimandato. In condizioni però di molto peggiorate. (34)
In sintesi: sia la via delle insurrezioni a getto continuo fino alla catarsi dell’insurrezione generale che espropria gli espropriatori e con l’atto stesso dell’esproprio inaugura il comunismo libertario;
sia quella del potenziamento rivendicativo sindacale, del suo radicamento in attesa del “grande momento”, sono linee che a volte si intersecano come a volte si elidono a vicenda nella conduzione anarchica della rivoluzione spagnola, senza peraltro mai produrre una linea coerente, percorribile, comprensibile alle larghe masse.
Ha un bel dire C. Maura (35) quando ricorre allo schema “burocrazie (anche anarchiche) contro proletariato” per spiegare con una certa facilità i motivi di questa sconfitta epocale degli operai non solo spagnoli ma del mondo intero.
Egli data dalla fine ’37 a inizio ’38 la sconfitta dell’opposizione di sinistra dentro la CNT.
La base, scrive, è estraniata dalle decisioni, sono emarginati i “gruppi di affinità” nella FAI. (36)
Andrebbe così delineandosi in sede anarchica, continua il Maura, un’organizzazione nuova di tipo “bolscevico classico” (sic) consistente in una struttura verticistica che parte dalle cellule (o gruppi) di quartiere per arrivare ai Comitati locali o regionali e infine all’istanza suprema del Comitato Nazionale, affetto dal “culto dei dirigenti”.
Sarebbe in questo periodo che “i partiti politici e le organizzazioni operaie trasferiscono la propria gerarchia interna all’interno della società”, scatenando quelle che lui ritiene le “tare originarie della CNT: il culto del leader più la sacralizzazione dell’organizzazione.” (37)
Senza sottovalutare per nulla la questione delle “burocrazie rivoluzionarie” e più in generale quella della coerenza tra il fine e i mezzi impiegati per ottenerlo, tra gli strumenti della politica e il contenuto della stessa (argomento sul quale meritoriamente l’anarchismo, molto più del marxismo, si sofferma), è però estremamente puerile impostare il tutto alla maniera di Maura.
Definire d’emblée “bolscevica” un’organizzazione verticale in quanto tale, cioè una qualsiasi organizzazione che ambisca ad uscire dai confini di un caseggiato o di un quartiere, bene che vada di una città, è dilettantismo puro; o beata ingenuità, lasciamo il giudizio al lettore.
Questo in primo luogo.
Non di meno importante è poi riuscire a comprendere come esista sì un rapporto tra ciò che si vuole realizzare e il come lo si realizza, a condizione di non scadere in tabù o banali ideologismi. Speculari a quelli che reputano la rivoluzione esclusivamente un problema di partito, “del” partito.
Non viene mai in mente a questi esponenti del turboanarchismo (38) di interrogarsi sui contenuti politici dell’aborrito verticismo o centralismo che sia. Se cioè lo “strumento” permette di giungere direttamente allo scopo; che è quello comune, si spera, di debellare il sistema di dominio borghese.
Certo, ci rendiamo conto che un simile discorso diventa arduo per chi, ad esempio, “rifiuta di riconoscere la distinzione tra Stato borghese e Stato proletario”. (Morrow)
Dunque il problema ritorna alla fonte, a ciò che Maura e simili disdegnano di considerare: la carenza teorica dell’anarchismo sul terreno della lotta politica, sul problema dello Stato, sul periodo di transizione dalla società borghese a quella comunista.
Nella Spagna rivoluzionaria del ’36-’37 – di fronte alle dure lezioni della lotta politica – sorgono comunque dei raggruppamenti di compagni anarchici capaci, pur in embrione, di rimettere coi piedi per terra la questione esiziale del “potere proletario”.
Stiamo parlando della già citata “Agrupación de Los Amigos de Durruti” (AdD per brevità), “forse il gruppo più calunniato dalle stesse burocrazie anarchiche spagnole, ma che ha concorso a salvare l’onore rivoluzionario della militanza anarchica in Spagna.” (39)
E si potrebbe ricordare naturalmente anche la “Columna de Hierro” della provincia valenciana…
Lottando per l’affermazione di una Junta Revolucionaria gli AdD superano nei fatti il limite della loro ideologia anarchica negatrice del potere “in quanto tale”. (40)
Si può e si deve parlare di acquisizioni di stampo comunista-anarchico da parte di questi compagni, che dimostrano comunque l’importanza di procedere a una revisione pratica delle ossificazioni teoriche nel momento stesso in cui esse non rispondono alle domande che la vita e la lotta pongono.
Non crediamo, come ritiene frettolosamente, drasticamente e ingiustamente Trotsky, che la Spagna abbia rappresentato “la tomba dell’anarchismo.” (41)
Qualora fosse valida, tale sentenza potrebbe essere estesa, come temeva lo stesso Trotsky nell’articolo citato, al marxismo o alla rivoluzione comunista nel suo complesso.
Da allora in poi infatti, in Europa in particolare, la rivoluzione proletaria ha non solo segnato il passo, ma ha fatto marcia indietro come i gamberi. E noi marxisti non abbiamo di certo vissuto esperienze esaltanti tali da metterci in cattedra a impartire lezioni.
Quindi, lasciando da parte stupidi atteggiamenti saccenti di quelli che “mostrano la via” quando invece c’è molto da imparare (e dalla Spagna c’è molto da imparare), riteniamo che il movimento anarchico, una volta ripreso il suo ruolo come parte integrante della lotta proletaria, possa e debba dare il suo contributo al superamento del capitalismo e alla costruzione di una società senza classi.
Minoritarismo comunista
Entrando decisamente nel vivo della questione, cioè la presenza minoritaria delle formazioni comuniste internazionaliste nella guerra civile e nella rivoluzione spagnola, dobbiamo precisare che quando parliamo di comunisti escludiamo dal discorso gli stalinisti del PCE-PSUC, in quanto longa mano del capitalismo di Stato russo in terra di Spagna.
Oltre naturalmente ad essere, questo partito, espressione di settori della piccola e media borghesia repubblicana poggiante sui governi del Fronte Popolare.
Governi a loro volta aventi come referenti interessati, in aggiunta all’URSS, gli imperialismi di Francia e Gran Bretagna. In tale veste i suddetti “comunisti”, in nome della guerra al fascismo, hanno portato a sbattere il moto rivoluzionario del proletariato spagnolo, massacrandone le avanguardie e i militanti più coerenti.
Non possiamo annoverare pienamente nel campo del comunismo internazionalista neppure il POUM, nonostante il suo programma preveda l’abbattimento del capitalismo attraverso la dittatura del proletariato.
Questo partito ha certamente al suo interno proletari, attivisti e anche dirigenti sinceramente dediti alla rivoluzione, combattivi, pronti a pagare con la vita tale adesione (come del resto avviene dentro le file dell’anarchismo); ma la linea centrista infarcita di tatticismo che lo contraddistingue, la sudditanza al frontismo, i fraintendimenti nei riguardi dell’URSS, la dipendenza psicologica dalle derive della CNT-FAI non lo rendono idoneo ad assumere un ruolo alternativo ai governi borghesi repubblicani e, in sostanza, alla perniciosa penetrazione dello stalinismo. (42)
Conviene essere molto chiari su questi punti, in quanto la vulgata del resistenzialismo antifascista, che ha propagandato per novant’anni il continuum tra guerra di Spagna e guerra al nazi-fascismo degli Alleati nella seconda guerra mondiale, ivi comprese le Resistenze europee, ha nei fatti spacciato una epocale controrivoluzione stalino-democratica come il prologo alla “gloriosa lotta dei popoli per la loro libertà”.
Quando in realtà si trattò, previo affossamento della rivoluzione, del prologo alla nuova spartizione del mondo imperialista, in cui il proletariato veniva trascinato da entrambi i fronti come carne da cannone.
Le Resistenze partigiane, come abbiamo cercato di motivare, non furono solo questo.
Noi sosteniamo la necessità di una linea “interventista” e indipendente dei lavoratori nella lotta di Resistenza. (43)
Ma qui interessa sfatare i miti, in particolare quello di stampo stalinista e post-stalinista, in base al quale il “comunismo”, quel tipo di comunismo alla PCE-PSUC, ebbe tutte le ragioni per isolare prima e sconfiggere poi le sregolatezze degli “estremisti”, convogliando la lotta in Spagna nel giusto alveare della democrazia.
Abbiamo visto il ritardo della penetrazione del marxismo, adulterato dal riformismo, nella realtà sociale spagnola. Il fattore “arretratezza” del paese però non deve diventare una scusa per non parlare dei panni sporchi da lavare che ci sono in casa.
Mentre l’anarchia, pur fra tentativi insurrezionali di frequente scriteriati, si fa largo nel vivo delle lotte contadine, il socialismo, nonostante PSOE e UGT fossero sorti a tempo debito (rispettivamente nel 1879 e nel 1888) balbetta nel gradualismo legalitario.
Basti pensare che solo nel 1920 l’UGT condivide l’idea di fondo della lotta di classe come principio fondamentale dell’azione sindacale. Questo tra l’altro spiega già di per sé in gran parte il successo dell’anarchismo.
Di comunismo si comincia a parlare tardi, nel 1921, quando per scissione dal PSOE nasce il PCE. Un partito che non ha nel suo bagagliaio le importanti lotte di frazione di un PC(b)R, di un PCd’I e neppure di una KPD.
Negli anni ’20, perseguitato dalla dittatura di Primo de Rivera, schiacciato dal settarismo e dalla preponderanza dell’anarchismo, il partito si sgretola; al punto che nel 1932 (invio di V. Codovilla in Spagna) deve intervenire direttamente Mosca a rimetterlo in piedi.
Le correnti trotskyste
La dissidenza di sinistra, come abbiamo visto, approda – dopo varie vicende – alla fondazione del POUM, sorto dalla fusione tra il “Blocco Operaio e Contadino” di Maurín e la “Sinistra Comunista di Spagna” di Nin (26/9/1935).
Tale partito, tacciato di “trotskysmo”, dopo un iniziale approccio viene disconosciuto dallo stesso Trotsky. (44)
È solo durante la guerra civile e la rivoluzione che possiamo registrare l’emersione di gruppi, sezioni, cellule collocabili nel filone dell’internazionalismo comunista.
Cioè di una serie di correnti trotskyste (aderenti alla IV Internazionale) come il “Gruppo Bolscevico-Leninista” di Barcellona (animato dagli italiani Nicola di Bartolomeo e Virginia Gervasini); poi, per separazione da quest’ultimo, stando sempre nel filone trotskysta, la “Sezione Bolscevico-Leninista di Spagna” (Esteban Bilbao e G. Munis); infine il “Grupo le Soviet” (45 ), sempre ad opera del di Bartolomeo, espulso dalla “Sezione B-L”. Gruppo che svolge attività dentro il POUM per influenzarlo. Va aggiunta all’elenco anche la “Sezione 72” del POUM di Barcellona, seppur Joseph Rebull (46), colui che la guida, non aderirà mai formalmente al trotskysmo.
Tutti questi raggruppamenti, con pochi militanti e scarsissima influenza (com’è normale che sia), attaccano da sinistra – con accenti diversi – la direzione del POUM per la sua politica centrista e collaborativa col governo frontista.
Ritengono che in Spagna sia in atto una rivoluzione proletaria; la quale con una guida appropriata avrebbe le carte in regola per vincere e per imprimere una svolta favorevole al proletariato nei rapporti internazionali tra le classi.
Sono tutti contro gli stalinisti Fronti Popolari e per la riproposizione anche in Spagna di quel Fronte Unico uscito dai primi Congressi dell’Internazionale Comunista, infarcito a dire il vero fin dal suo nascere di numerose varianti tattiche.
Vedono il pericolo del prevalere della guerra antifascista di stampo borghese sulla rivoluzione; ma ritengono che il proletariato, una volta sbarazzatisi del fascismo spagnolo, possa innescare un processo virtuoso in grado di giungere all’abbattimento del potere borghese, comunque aggettivato.
Il riferimento strategico e tattico, al di là delle diverse valutazioni su quanto e come sia possibile inserire la lotta per obbiettivi democratici nella più generale lotta per il socialismo (lotta che secondo loro è già in atto), è per sommi capi quello che va riproponendo Trotsky fin dal ’31.
Rivoluzione intermedia? Cioè prima il completamento della rivoluzione borghese, seppur diretta dal proletariato, per poi passare alla rivoluzione socialista? No, dice Trotsky. (47)
I comunisti devono però essere nelle prime file della lotta e utilizzare parole d’ordine transitorie: (48), “particolari, ardenti e combattive”, che non discendono direttamente dal “programma”, ma che “siano ispirate da circostanze quotidiane e facciano progredire le masse.”
In sostanza, non si tratta per Trotsky di contrapporre semplicemente il programma rivoluzionario agli altri programmi attraverso la propaganda (chiara polemica con le correnti bordighiste), ma di “mettere un cuneo tra gli operai e i socialisti (leggi opportunisti, NDR) preparando così la fase successiva della rivoluzione.”
All’interno di una simile impostazione, egli per l’ennesima volta ripropone uno schema tattico, quello del settembre 1917 in Russia, che vede i rivoluzionari allearsi momentaneamente con gli opportunisti al governo (in occasione del colpo di Stato di Kornilov) per poi, una volta smascherati questi ultimi agli occhi delle masse, affondare il colpo dell’Ottobre bolscevico. (49)
La questione in Spagna è diversa: l’opportunismo menscevico e social-rivoluzionario dei russi impallidisce di fronte a quello stalinista, e pure di fronte al camaleontismo affaristico del PSOE.
Non vi è più spazio di “manovra” per dei rivoluzionari che arrivano tardi e con sparute pattuglie ad affrontare un opportunismo socialimperialista enormemente più potente, per mezzi e agganci internazionali, di quello del ventennio precedente in Russia.
Non solo: in Spagna la via tracciata dal movimento operaio non è quella dei Soviet ma dei sindacati.
Non esistono Soviet come ambiti di scontro e di influenza politica sostenuti dall’esperienza di massa maturata in ben due rivoluzioni (1905-febbraio 1917). Di più: il rapporto tra i due principali sindacati spagnoli (CNT e UGT) – con l’eccezione dell’insurrezione asturiana del ’34 e di pochi altri casi – è storicamente assai conflittuale. Fino allo scontro fisico, con vittime.
L’unica esperienza significativa di Fronte Unico proletario è quella dell’UHP (Unión de Hermanos Proletarios) nelle Asturie (figlia di una tormentata e poco diffusa “Alianzas Obreras), che rimane lì confinata, riavvolgendosi addirittura in sé stessa prima del luglio ’36.
Dopodiché, altro aspetto da mettere in evidenza, pur con le armi alla mano non viene affatto a cessare quell’andazzo da “patria chica” appartenente alla tradizione del popolo spagnolo. In base al quale ogni regione, a volte ogni comune, come abbiamo visto, conduce la “sua” rivoluzione.
Cosa che si attaglia perfettamente all’idea anarchica. Molto meno a quella comunista.
Non vi sono dunque molti spazi di manovra nel contesto spagnolo, per di più in mancanza di un “manovratore” in grado di “manovrare”; ed è dunque comprensibile sotto certi aspetti che al POUM, detto del suo centrismo, non rimanga altro che sperare in una “conversione” della CNT-FAI in grado, questa sì almeno in teoria, di rovesciare la situazione.
Come è altresì comprensibile che le ultra-minoranze internazionaliste, una volta messi i loro corpi nelle piazze e diffuso i loro proclami sulle barricate, cerchino il miracolo della sconfessione di massa dei “vertici”. Nonché il passaggio repentino al campo rivoluzionario di quelle centinaia di migliaia di lavoratori frustrati, disillusi, abbandonati, nel maggio 1937, da otto mesi di arretramenti e compromessi.
L’unica possibilità di manovra consiste nel riuscire a smuovere il gigante libertario, seriamente ammaccato ma ancora vivo. Quel gigante dileggiato da Trotsky in quanto incarnazione dell’anarchia, “dottrina profondamente antirivoluzionaria” (50); nei confronti del quale però ogni ramificazione trotskysta presente in Spagna, più o meno dissidente che sia, non è in grado di interloquire.
Non sbaglia G. Tacchi (51) quando imputa a Nin – ma anche a Trotsky – l’errore di “ritenere che una forte crisi politica potesse portare le masse proletarie a liberarsi spontaneamente dal controllo dello stalinismo.” E dunque, ci sentiamo di aggiungere, anche dell’influenza anarchica.
Infatti, pur dopo aver esposto un programma di lotta consono alla fase (52) che evita circonlocuzioni sulla più o meno incompiuta rivoluzione democratico-borghese, i suddetti cespugli trotskysti rimangono invischiati nel vecchio costume massimalista di proclamare un continuo crescendo rivoluzionario, dal momento che “le masse frementi sono frenate solo dal tradimento dei vertici e delle burocrazie”…Che a guardare bene è la stessa versione che danno i “turbo-anarchici” sui quali ci siamo soffermati.
Il vizietto avvolge Munis (trovate numerosi passaggi di questo tenore nel suo testo), Morrow, la stessa solitamente composta Gervasini (53) (Nin che, secondo lei, avrebbe potuto mobilitare il proletariato internazionale e spingerlo a intervenire in senso rivoluzionario in Spagna!). Il più sobrio rimane Broué, se non altro per mestiere.
I comunisti di sinistra
L’altra componente rivoluzionaria presente in Spagna, la prima ad arrivare (coi trotskysti) come formazione combattente estera epperò la prima ad andarsene quando comincia lo smantellamento delle Milizie, è quella dei comunisti di sinistra, a partire dalla bordighiana Sinistra Comunista italiana. (54)
O meglio, di alcuni settori minoritari di essa, visto che la Spagna dà modo di scatenare all’interno di questo gruppo una accanita discussione, con strascichi che arrivano alla separazione.
La posizione della maggioranza del gruppo è di negazione che in Spagna ci sia una situazione rivoluzionaria e meno che mai un problema della rivoluzione democratica; di denuncia conseguente dell’uso delle parole d’ordine democratiche; di conferma che nulla è possibile senza il partito di classe. Partito assente nel paese in conseguenza dell’“arretratezza politica del proletariato” e del “ritardo della lotta di classe” (!). La guerra in atto riguarderebbe esclusivamente due frazioni della borghesia. Stop. Per di più, l’antifascismo, pur con gli operai in armi, non ha altra funzione che rafforzare la democrazia borghese a discapito della rivoluzione proletaria. (55)
Posizione dunque di netta chiusura e di disimpegno totale rispetto a ciò che sta avvenendo non molto distante da dove il gruppo è esiliato proprio a causa dell’avvento del fascismo in Italia.
La visione metastorica di questi esuli del PCd’I (sconfitti, isolati dagli avvenimenti, perseguitati – occorre ricordarlo – in ogni luogo dove mettono piede) e il conseguente arroccamento nei principi, impedisce a molti di loro di cogliere gli aspetti dialettici di uno scontro che è comunque un duro scontro di classe all’ultimo sangue; il quale apre delle prospettive, seppur minime, di uscita dal clima quindicennale di sconfitta che sta attraversato il pianeta proletario.
Uno scontro dentro il quale anche alcune vittorie parziali (la Comune di Barcellona o della Catalogna ad esempio, durasse quel che durasse) avrebbero comunque lanciato e lasciato un segnale indelebile a tutto il proletariato europeo proprio alla viglia del massacro imperialista. (56)
Ma qui siamo di fronte all’atteggiamento del “tutto e subito, o niente”, per cui i processi, mancando il saldo ancoraggio ai principi della teoria marxista, vengono già definiti anticipatamente.
Ergo l’indicazione di Ottorino Perrone, Virgilio Verdaro, Aldo Lecci ai proletari spagnoli in cosa consiste?
Nel “disfattismo” su ambedue i fronti: quello franchista e quello repubblicano, dal momento che “la formazione dei fronti militari – secondo loro – coincide con la cessazione di ogni lotta rivoluzionaria e sociale.” (57)
Invece non vi coincide affatto. La lotta rivoluzionaria e sociale attraversa in Spagna almeno otto mesi di scontro di classe molto acuto. Con la creazione di Comitati indipendenti o semi-indipendenti di proletari, Milizie, ripetuti episodi di lotta armata interni al Fronte Popolare, fino al clou del maggio ’37. Il problema sta casomai nella sconfitta di essi, nella loro dispersione, nel mancato loro collegamento, non di certo nella loro assenza!
Il principismo bordighiano, che in questi compagni si riverbera politicamente in un deprecabile indifferentismo, porta con sé purtroppo la conseguenza di mettere in ombra alcuni spunti analitici sicuramente validi e pregnanti da essi sviluppati.
Come l’individuazione dello scontro interimperialista che avvolge le vicende spagnole, l’assenza del problema della rivoluzione democratico-borghese e dunque la necessità della lotta per la dittatura proletaria “qui e ora”, il pericolo dei Fronti Popolari antifascisti diretti dalla borghesia, la sirena del sindacalismo inteso come sostituzione del partito rivoluzionario…(58)
Ma, come scrive Tacchi, l’immagine della “Frazione Italiana della Sinistra Comunista” ne esce compromessa, perché: “invece di essere là si fa i commentatori…” (59)
Non è ovviamente solo una questione della “Sinistra Comunista” italiana. Anche i consiliaristi olandesi del “Gruppo Comunisti Internazionali” (GIC), vanno giù piatti: “Se non scoppia la rivoluzione in Europa la vittoria del proletariato in Spagna è esclusa” (60) scrivono nell’agosto del ’36. Nulla da dire sulla prospettiva. Ma nel presente che si fa? Cantiamo il “De Profundis”?
Chi cerca di rivalutare l’immagine della Frazione italiana è la minoranza interna: Mario De Leone, Enrico Russo, Bruno Zecchini, Renato Pace, Pietro Corradi, Giovanni Consonni, Andrea Colliva e altri compagni ancora partono per la Spagna. Per andare a combattere. (61)
Dopo il luglio ’36 la minoranza prende le distanze, sostenendo la necessità di partecipare alla “guerra rivoluzionaria contro il fascismo”, (62) rilevando che in Spagna è in atto una rivoluzione sociale, che il proletariato sta lottando armi alla mano, che da questa lotta sorgerà un vero partito di classe in grado di rompere col collaborazionismo. Occorre combattere sul fronte militare e sociale insieme. La maggioranza ha posizioni astratte, non solidali con la lotta dei lavoratori spagnoli contro il fascismo. Tanto la collettivizzazione, quanto l’armamento degli operai rivestono una grande importanza. Sono la garanzia per il trionfo della rivoluzione.
All’obiezione della maggioranza che non c’è rivoluzione senza distruzione dello Stato, per cui sia il CCMA che il Consiglio dell’Economia non sono organismi di doppio potere ma di inquadramento militare degli operai, la minoranza replica che proprio l’esistenza del CCMA dimostra il carattere rivoluzionario della guerra; casomai è col suo scioglimento (ottobre ’36) e con la militarizzazione delle Milizie che essa cambia natura. E comunque: la vittoria di Franco significa l’annientamento del proletariato.
Russo va a Barcellona, entra in contatto col POUM attraverso Di Bartolomeo, e con una cinquantina di compagni (trotskysti dissidenti, bordighisti italiani, francesi e belgi, massimalisti socialisti e altri) forma una colonna, integrata nella Columna Lenin del POUM (circa 1.000 combattenti), che va a schierarsi sul fronte di Huesca.
Il contributo di questi compagni è principalmente di carattere militare e solidale, in quanto nessuno di loro né prima, né durante, né dopo quegli eventi è in grado di approntare un radicamento politico sul posto. Tra l’altro, come accennato, le polemiche porteranno a nuove scissioni dei “sinistri” una volta rimpatriati. (63)
Deprimente la pretesa di Lecci di piegare alla volontà della maggioranza i dissidenti.
A fine agosto del ’36 egli si mette a capo di una delegazione della Frazione che va a Barcellona, riuscendo in un breve lasso di tempo a farsi cacciare dalla sede del POUM e a litigare sia col poumista di sinistra Andrade che con l’anarchico Berneri.
L’opera si completa quando i compagni della Frazione al fronte vengono convocati da Lecci nella capitale catalana per discutere con la delegazione sulla retta via rivoluzionaria… Lo scontro Lecci- De Leone è inevitabile, con il primo a cercare d’imporre il “disfattismo” e il secondo, tacciando la maggioranza di “dispotismo”, a ribadire come il successo contro Franco e contro il governo del FP possa costituire invece il punto di partenza di una ripresa mondiale della rivoluzione. (64)
Al netto di un eccessivo ottimismo da parte del De Leone e di Russo sulla possibilità che dal sollevamento del luglio potesse uscire effettivamente il partito rivoluzionario e la ripresa della rivoluzione mondiale (su questo la maggioranza vedeva meglio, me c’è comunque da considerare che siamo solo all’inizio di tutta la vicenda), a noi sembra che le posizioni, e le azioni, della minoranza internazionalista della Sinistra Comunista, insieme a quelle della “Sezione bolscevico-Leninista” di Munis, siano le più idonee a rappresentare la fisionomia di un intervento comunista in quel preciso contesto.
Sia per la situazione oggettiva che si è venuta a determinare, sia perché siamo in assenza di un lavoro di penetrazione di lunga durata di parte comunista nei larghi strati proletari.
Pesa, e come, il settantennio precedente di netta egemonia anarchica, dove i comunisti internazionalisti non hanno praticamente battuto colpo.
Per quali motivi? Abbiamo visto a più riprese i problemi di storia economica e politica, le tradizioni comunitarie, l’insediamento precoce dell’ala libertaria della I Internazionale, il gradualismo pedante e colluso del PSOE (con seguito operaio), il mancato sodalizio tra CNT e III Internazionale e altro ancora… ma è pur vero che dal 1931 la Spagna entra in un periodo se non di rivoluzione sicuramente di forte fibrillazione politica e sociale, di scontro di classe aperto, fatto di centinaia di morti ammazzati per le piazze e le vie.
Dove sono i comunisti? Il nanismo del PCE, in crisi profonda per tutti gli anni ’20, aggiunto al tempo occorso alle opposizioni per decifrare lo stalinismo (più in generale: elaborare la sconfitta) contagia pesantemente la Sinistra Comunista.
La cui massima espressione politico-organizzativa è l’infelice unione nel POUM con il “Bloque” catalano di Maurín, miscuglio di interclassismo e regionalismo; unione avvenuta pochi mesi prima dell’insurrezione del luglio. Il POUM, su queste basi, è in qualche maniera già incanalato verso il centrismo.
I compagni della Sinistra Comunista spagnola che non seguono la deriva poumista svolgono già da qualche anno attività interna di frazione, ma senza risultati significativi. Tentano approcci con le Juventudes Socialistas (JS) e con alcuni settori della CNT “in ebollizione” (Munis); ma nella loro azione politica prevale la retorica della massa, alla stessa maniera degli anarchici.
“Masse pure contro dirigenze corrotte” e avanti… Dilaga l’illusione che basti agganciare masse in movimento e “calare” al loro interno “giuste parole d’ordine” per far sì che esse si convertano di colpo al “verbo” rivoluzionario.
La storia delle rivoluzioni è piena di brusche oscillazioni questo è vero; esse però possono far prevalere le tendenze sovversive solo nella misura in cui queste poggiano su solidi impianti.
Non necessariamente numerosi, ma ramificati e funzionanti. Presenti e influenti nei centri dove si decidono le sorti della battaglia. Barcellona, ad esempio. La quale città, a differenza di Madrid, rimane roccaforte indiscussa dell’anarchismo e punto di forza del centrismo, mai del comunismo internazionalista.
Senza quadri riconosciuti e sperimentati, senza strutture, senza pianificazione del lavoro politico, a Munis non rimane che dare la colpa degli insuccessi alla “situazione d’illegalità e al cattivo funzionamento della nostra direzione” (quella della Sinistra Comunista spagnola”, NDR). (65)
Sono spiegazioni che non spiegano nulla.
L’organizzazione di cui egli fa parte già dal 1930 avrebbe, parole sue, una buona base teorica e giovani quadri in formazione. Bene anche il programma di rivendicazioni immediate; ma – continua Munis – non c’è intervento sistematico nelle JS e più in generale nella sinistra del PSOE (Nin e Andrade proprio non la intendono). Vi è passività, incapacità di strutturare una frazione.
In caso contrario secondo lui (affermazione crediamo assai altisonante): “sarebbe cambiato tutto il corso della rivoluzione spagnola.” (66)
In realtà Munis, mentre sostiene giustamente che il partito rivoluzionario sorge non come risultato di una unificazione ma di una differenziazione, non si preoccupa di specificare ulteriormente, sulla base dell’insegnamento di Lenin, che tale differenziazione concerne non solo la linea politica ma l’aspetto, non meno importante, della strutturazione dell’attività politica: della sua articolazione interna e della sua ramificazione nella classe. Oltre che nella selezione di militanti; la quale non può di certo avvenire inseguendo le chimere dell’“entrismo” nel PSOE o nella galassia anarchica.
Ambienti verso i quali approntare certo una tattica d’intervento, ma dai quali non c’è da aspettarsi la soluzione al ritardo del partito.
I tentativi abortiti di Fronte Unico – che avrebbero potuto segnare questi sì il cammino della rivoluzione – derivano dal fatto che i militanti comunisti internazionalisti contavano poco più di zero tra le masse proletarie. Serviva pertanto a poco tradurre il Fronte Unico in una associazione inter-partitica.
Qualora non riescano a produrre condizioni di sviluppo autoctone, contando sulle proprie forze, i rivoluzionari hanno ben poche possibilità di “piegare” il corso degli eventi dalla loro parte; considerando che gli “stati di ebollizione” delle masse o delle stesse minoranze attive non sono eterni, oltre a essere naturalmente terreno di penetrazione altrui.
Qualche parola sulla questione Soviet-Sindacati.
Abbiamo visto come la forma storica di lotta del proletariato spagnolo si esprima in gran parte nei sindacati. L’Ottobre asturiano del ’34 fa eccezione; ma è un’eccezione che poi riconferma la regola.
Probabilmente, ma è solo un’ipotesi, l’approntamento dell’UHP è qui il frutto della grande concentrazione proletaria nella regione (superiore a quella di Barcellona), sottoposta a un furioso e anche questo concentrato attacco prima padronale, poi militare che mette in secondo piano i contrasti tra socialisti e anarchici. Anche se c’è da dire che si tratta di un’esperienza più da Fronte Unico che da Soviet.
Il sindacalismo anarchico, detti i suoi limiti e i suoi errori di prospettiva, non ha però nulla a che vedere con il “sindacato” classico (quello del “tempo di pace”) a cui si riferisce Trotsky.
È un sindacato non solo di lotta di fabbrica, e di lotta dura al limite della sopportabilità umana e dello sbocco della lotta stessa nell’avventurismo, ma anche di lotta territoriale, riuscendo a coinvolgere nei suoi numerosi scioperi generali fette consistenti di proletari (semi-occupati e disoccupati) e dell’intera popolazione (fino alle massaie). Dunque socialmente esso supplisce in qualche maniera al ruolo territoriale che in Russia avevano svolto i Soviet.
Non accade lo stesso sul versante politico e organizzativo, dal momento che in Spagna “comandano” gli anarchici, che non vogliono “politici” tra i piedi.
Ma è esattamente questo il terreno sul quale i marxisti non hanno condotto battaglia, non hanno strappato palmo su palmo una loro area d’influenza. Per spocchia? Per ottimistica fiducia sul superamento operaio dell’“infanzia” anarchica? Per il ritardo accumulato? O forse per tutte queste cose messe assieme?
In conclusione: in Spagna le forze rivoluzionarie che vi intervengono pensano di poter piegare gli eventi con la “manovra”, confidando su una spontaneità e una mobilitazione della classe sicuramente eccezionale ed encomiabile, unica nel panorama mondiale dell’epoca, ma non in grado di poter ribaltare una situazione in gran parte già indirizzata. Che non significa affatto, teniamo a ribadirlo, predeterminata.
Questa lezione, insieme al primato della lotta politica e alla lotta per l’insediamento dei rivoluzionari nelle larghe masse proletarie, femminili e giovanili, può senz’altro tornare utile in un momento come l’attuale di grossi sconvolgimenti internazionali e di corsa al riarmo.
Spagna 1936. Un patrimonio della lotta di classe internazionale degli sfruttati. Un fecondo bacino da cui attingere numerosi insegnamenti per l’oggi. Una storia da non dimenticare.
Note
1 – Delle tredici ragazze condannate a morte per fucilazione ben nove sono adolescenti.
La maggiore età era infatti stabilita fino allora a 23 anni. Di conseguenza il governo franchista vara una legge retroattiva che arretra il limite di età a 14 anni.
2 – Janvier Rodrigo: “Vencidos”, Ombre Corte -2006.
3 – Ibidem – Conduce il laboratorio medico il professor Antonio Vallejo Nágera, psichiatra dell’accademia militare di sanità…
4 – Ibidem
5 – Paul Ginzborg: “Famiglia Novecento”, Einaudi-2013.
6 – Ibidem
7 – P.F. Zarcone, op. cit.
8 – In Spagna era richiesto il consenso del marito affinché la moglie potesse svolgere una attività lavorativa. Non solo: il salario percepito da quest’ultima poteva essere riscosso dall’uomo anche in caso di separazione.
9 – Zarcone, op. cit.
10 – H. M. Enzenberger, op. cit.
11 – Mary Nash in: “AAVV: “A cinquanta anni dalla guerra di Spagna.”, F. Angeli -1987
12 – Zarcone, op. cit.
13 – Ibidem. Si sviluppa tra le ML un dibattito su maternità e sessualità. Alcune, come F. Montseny sostengono che la maternità (consapevole) è il ruolo massimo cui una donna può ambire, e di ciò va tenuto conto quando si parla di famiglia. Altre si limitano a ritenere tale ruolo solo come uno dei “possibili ruoli”, non la completa realizzazione della donna. Il discorso investe anche la “proprietà” dei figli, respinta a favore della loro educazione collettiva (in particolare da quest’ultimo gruppo di compagne). Sulla questione sessuale, Amparo Poch y Gascón prende posizione già dal ’32 per un ruolo centrale del sesso nella vita di una donna, non semplicemente finalizzato alla riproduzione e alla soddisfazione del maschio. Etta Febern diffonde gli scritti di A. Kollontaj, per ribadire il concetto che la soddisfazione sessuale senza amore non è sinonimo di perversione morale.
“Anche se – sottolinea P. Ginzborg, op. cit.- la Kollontaj non separò mai davvero la sessualità dall’amore, la separò dal matrimonio ufficiale.” Febern sostiene l’educazione libera dei bambini, condotta da genitori e collettività insieme.
14 – Le correnti anarchiche sono spesso poco o per nulla strutturate, si formano sul momento in occasione di Congressi o Plenum.
15 – B. Bennassar, op. cit.
16 – Francisco Pi y Margall (1824-1901) è un federalista repubblicano, discepolo di P. J. Proudhon. Presidente per un brevissimo periodo della Prima Repubblica Spagnola (1873), federalista, positivista, sostenitore della netta separazione tra chiesa e Stato. Un punto di riferimento perlomeno culturale di molti pensatori libertari.
17 – Per Bennassar la sollevazione spagnola del ’36 è stata “il tentativo di rivoluzione più profondo e completo mai effettuato in Europa.”
18 – Sul carattere messianico dell’anarchismo prendiamo fra le tante due citazioni. Guy Hermet ritiene che esso “proceda in fondo da un idealismo di ispirazione evangelica che un’ampia fetta del proletariato reputa tradito dai preti e dai potenti.” Un modo come un altro per dire che in Spagna i veri “religiosi” erano quelli che facevano fuori preti, frati e suore.
Franz Borkenau vede la natura etica dell’anarchismo; e cioè come “resurrezione morale delle classi non ancora contaminate dallo spiriti di avidità”.
Spunti interessanti, ma partendo dal fatto secondo noi che l’anarchia nega qualsiasi forma di dominio e di sottomissione ad esso, collegandosi nell’era moderna col sorgere dei primi moti di rivolta delle classi oppresse. Questo ci sembra il punto di partenza per sviluppare altre considerazioni.
19 – L. D. Trotsky: “La lezione della Spagna. Ultimo avvertimento.” 1938. In: Opere Scelte, vol. VI, Prospettiva-2000
20- È chiamata “trentista” la corrente “sindacalista pura” della CNT che nel ’31 si scontra con la FAI, accusandola di avventurismo e di “bolscevismo anarchico” per i suoi metodi cospirativi e militaristi. I “trentisti” (nome derivato dalla trentina di dirigenti CNT firmatari del proclama della tendenza) propugnano un lento ma sicuro consolidamento sociale del sindacato, utilizzando anche le istituzioni democratiche, in attesa del “momento buono” per la rivoluzione. Tale corrente, espressa ai massimi livelli di responsabilità del sindacato, viene espulsa nel ’32, per poi fare parzialmente il suo reingresso in casa madre nel 1936.
Oltre a specificazioni su questa tendenza, divisa a sua volta tra il “legalitario” Pestaňa (fondatore del Partido Sindicalista) e il “realista-antinsurrezionalista” Peiró (interessato solo al sindacato, la FAI va bene solo come propaganda), Zarcone (op. cit.) fornisce ulteriori informazioni sulla FAI (10mila aderenti), anti-riformista così come anti-marxista.
C’è poi la FIJL (Federazione Giovani Libertari) fondata nel ’32 (80mila circa aderenti). Quella catalana si considera “sezione culturale della FAI”, le altre rivendicano una loro autonomia.
Durante la guerra civile sorgerà “La Agrupación de los Amigos de Durruti” (comunisti-anarchici). Essa opera dentro la CNT-FAI.
Ciò che divide i faisti dai sindacalisti non è la possibilità dello sbocco rivoluzionario, ma il fatto che per i secondi esso doveva essere opera delle masse e non dell’azione di minoranze (un modo come un altro per rimandare la rivoluzione sine die…NDR)
Attaccare la “ginnastica rivoluzionaria” ove e quando essa si manifesta è una cosa (la FAI forniva ampi materiali per essere attaccata su questo); identificare però l’azione cosciente di minoranze attive che lavorano per la rivoluzione come “ginnastica”, come fanno i “trentisti”, significa in sostanza negare la rivoluzione stessa.
Ciò che comunque accomuna faisti e sindacalisti sono questi punti: 1) la concezione spontaneista della rivoluzione; 2) una carenza teorica di fondo sul potere statale e sulla transizione al comunismo libertario; 3) la non considerazione della complessità organizzativa della preparazione rivoluzionaria.
Per concludere, Zarcone mette in rilevo come gli ambienti anarchici rappresentino una grande ricchezza di pensiero e scuola di vita per milioni di sfruttati, chiamati a svolgere un ruolo multiforme e attivo.
21 – I Congressi Nazionali della CNT si svolgono a cadenza irregolare. Prima della guerra civile abbiamo ad esempio il II Congresso nel 1919, poi il III nel 1931 e infine il IV nel maggio del ’36.
22 – Sia Zarcone che Maura (op. cit.) sottolineano come nei dibattiti e nella votazione delle mozioni delle riunioni anarchiche contassero molto il prestigio e il carisma dei militanti, non tanto il ruolo che svolgevano, le responsabilità che avevano, il mestiere, la cultura… ciò non impediva l’emergere di personalismi (anzi) e dei tanto aborriti leaderismi.
23 – Per avere un’idea della volatilità di certe posizioni e di certi personaggi del mondo anarchico ci sembra calzante l’esempio di Cipriano Mera (1897-1975).
Muratore fin dalla giovanissima età, militante e poi dirigente CNT a Madrid, partecipa nelle prime file all’insurrezione del luglio, formando subito una colonna anarchica e diventando successivamente uno dei più abili, forse il più abile comandante militare libertario. È l’unico esponente di tale provenienza politica che giunge a comandare addirittura un Corpo d’Armata (il IV) dell’Esercito Popolare.
Famoso per la rigida disciplina che sa imporre ai suoi uomini. Il suo motto: “fare la guerra per come ci è imposta”. Attraverso varie peripezie approda nel dopoguerra in Francia, dove, da anziano, torna al suo lavoro di muratore.
Ebbene, Cipriano Mera è quel compagno che alla viglia del luglio ’36 attacca G. Oliver (futuro ministro anarchico) accusandolo di “filo-bolscevismo”, perché questi intende preparare delle “squadre militari” anarchiche in vista del golpe…
24 – I ministri anarchici, quando si accorgono che la situazione sta deteriorandosi per la rivoluzione cominciano a giustificare i loro cedimenti e le loro compromissioni con “le necessità dell’ora”: presenza straniera (Gran Bretagna e Francia), bisogno di armi e aiuti (esigenze dell’URSS), poca solidarietà internazionale, preponderanza militare dei fascisti, popolo che non capirebbe tante distinzioni tra le forze combattenti, attesa del momento più propizio, e così via…
25 – Così Durruti: “in nome dell’efficienza i bolscevichi assassinarono la rivoluzione russa; cosa che di certo non volevano fare, ma era fatale che ciò avvenisse. Lasciamo che la nostra rivoluzione segua la propria strada.” (A. Paz, op. cit.)
26 – La figura di Durruti, come quella di tanti rivoluzionari, è tirata un po’ da tutte le parti.
Chi ne sottolinea la sua “purezza” anarchica; chi (gli stalinisti) addirittura lo colloca tra i convertiti in pectore al frontismo solo se la morte non lo avesse colto lì, a Madrid, in quel preciso momento…
Trotsky quasi lo arruola tra i suoi seguaci, ritenendolo “vicino alle nostre idee” (art. citato “La lezione…”), mentre per converso gli insorti di Kronstadt e Machno, quest’ultimo ritenuto da Durruti un maestro, rimangono per lui spazzatura…
Ma lasciamolo dove si trova questo Durruti. Un “responsabile” anarchico alle prese magari, nel bel mezzo della battaglia, con qualche ripensamento sulla differenza tra autorità e autoritarismo.
27 – A. Paz, op. cit.
28 – Manuel Escorza del Val (1912-1968), figlio di un noto esponente CNT, deformato nel fisico, si iscrive alla FIJL diventando poi membro del Comitato Peninsulare della FAI.
Al Plenum dei Comitati locali e regionali catalani CNT-FAI del 21/7/’36 sostiene la terza via (utilizzare il governo catalano, fare la rivoluzione e poi lasciarlo morire) rispetto a quella dell’“andare al tutto per il tutto” di G. Oliver (altro paradosso di uno che di lì a poco sarà l’emblema del moderatismo!) e di quella del duo Santillan-Montseny, favorevole alla collaborazione con la Generalitat.
Dopo il luglio ’36 diventa il massimo rappresentante dei Servizi di Intelligence e Investigazione della FAI, con poteri di repressione esterna (la Quinta colonna franchista), ma anche interna (gli “incontrolados”). Tra l’altro ha in pugno le Pattuglie di Controllo di Barcellona (700 uomini, di cui però solo metà sono anarchici) le quali, a differenza delle Milizie, vengono sciolte solo dopo il maggio ’37. Figura assai controversa e criptica, riesce a fuggire in Cile dopo la fine della guerra, dedicandosi alla critica teatrale e cinematografica.
29 – Companys non ha nessuna intenzione di gettare la spugna. Accoglie gli anarchici come vincitori, accetta il CCMA (non può fare diversamente) e poi inizia a svuotarli.
30 – C. Venza: op. cit.
31 – Ibidem
32 – L’accordo, per il ministro socialista Prieto, è “un trionfo senza precedenti dell’anarchismo spagnolo”, cioè un trionfo della sua specificità nazionale, che segna “la sconfitta definitiva dell’anarchia come ideologia economicista e apolitica.”
Nell’aprile ’38 Oliver propone di raggruppare in un unico C.E. le tre organizzazioni anarchiche CNT-FAI-FIJL, in maniera tale che si controlli la stampa, le truppe confederali e l’economia, espellendo individui e gruppi che non si adeguano alle sue direttive. La proposta viene bloccata dalla Catalogna. Ma poco dopo giunge un nuovo Pacto de Unitad de Acción CNT-UGT contro imboscati, disertori, disfattisti, accaparratori, speculatori, ecc.
Nel maggio, CNT e FAI si esprimono sui “13 punti Negrín”, che prevedono un accordo con Franco fondato sulla pacificazione, il voto popolare, il mantenimento della repubblica, un’autonomia regionale moderata, la difesa della proprietà privata, diritti sociali… Come a dire ai fascisti: “basta, ne abbiamo abbastanza!” La CNT tergiversa; la FAI si rammarica di questo, ma in fondo vede il progetto come “una scelta forzosa.” (C. Venza)
Franco rimanda il tutto naturalmente al mittente, tra un anno sarà padrone assoluto.
Nell’agosto, il governo Negrín dà vita a un Consejo del Trabajo che “normalizza” la situazione del mondo del lavoro, essendo tale organismo costituito da 7 rappresentanti dello Stato, 12 della Patronal e 12 della CNT-UGT… Neppure Primo de Rivera aveva tanto osato!
A seguire: nazionalizzazione delle industrie di guerra, fuori i sindacati dagli organi direttivi aziendali (la UGT approva, la CNT si astiene dalla critica).
A ottobre si riforma il ruolo del commissario politico delle unità combattenti: questi diventa rappresentante del governo, nominato dal ministro della Guerra. “In sostanza un agente del PCE.” (Venza)
33 – Guillermo (Al Augers), in “Union Communiste Libertaire”, 11/05/2011.
34 – A. Paz, op. cit.
35 – C. Maura, op. cit.
36 – I Gruppi di Affinità sono una cerchia di persone affiatate che si propone di realizzare un obiettivo o una serie di obiettivi. È una struttura modellata orizzontalmente in cui ciò che coordina il gruppo è la collaborazione reciproca, l’amicizia e la condivisione di certi obiettivi. (tratto da: Anarcopedia)
37 – C. Maura, op. cit.
38 – Maura, come V. Richards, J. Peirats e tutto il seguito “anti-organizzatore” dell’anarchismo.
39 – P.F. Zarcone, op. cit.
40 – Ibidem.
Ecco alcuni estratti programmatici pubblicati da “El Amigo del Pueblo”, il giornale degli AdD:
“Propugniamo la direzione della vita economica e sociale da parte dei sindacati.
Municipio libero.
L’esercito e l’ordine pubblico devono essere controllati dalla classe lavoratrice.
Dissoluzione dei corpi armati.
Mantenimento dei Comitati di Difesa e dei Consigli di Difesa…
Socializzazione di tutti i mezzi di produzione e di scambio…
La guerra e la rivoluzione devono procedere per tutti allo stesso modo…
Opposizione totale alla collaborazione governativa…
A luglio dovevano essere schiacciati i partiti piccolo borghesi e a maggio noi avvertiamo la necessità di una Giunta rivoluzionaria…
Le rivoluzioni senza una teoria non vanno avanti…
Un programma e fucili.”
Chiaro no?
41 – “L’anarco-sindacalismo ai suoi vertici è la forma più mascherata, più perfida e più pericolosa delle conciliazioni con la borghesia. Le sorti di tutto l’anarchismo mondiale, o meglio dei suoi resti, risparmiati dalla rivoluzione russa, sono oggi intimamente legate alle sorti dell’anarco-sindacalismo spagnolo… la rivoluzione spagnola sarà la tomba dell’anarchia.” (L-D. Trotsky, op. cit.)
Subito dopo però avverte: “ma bisogna stare attenti che ciò non diventi la tomba della rivoluzione.”
42 – G. Rovida (op. cit.) parla di un POUM “privo di forza sindacale”, schiavo di una “concezione primitiva e ristretta dei Comitati rivoluzionari”, al punto da non porsi mai il problema, come gli anarchici, di dotarsi di un coordinamento degli stessi in un “organismo superiore”.
Tesi contraddetta almeno parzialmente da Zarcone (op. cit.), il quale punta invece i riflettori sull’isolamento del partito e la sua “rincorsa” alla CNT. Zarcone cita il sindacato FOUS (Federación de Unitad Sindical”) come organismo legato al POUM, avente nel maggio ’36 circa 200 delegati in rappresentanza di circa 60mila lavoratori. Sindacato sciolto nel settembre da Nin (che ne è pure il segretario generale) una volta diventato ministro della Giustizia nella Generalitat.
Tacchi (op. cit.) riconosce il merito al POUM di essere stata “la prima organizzazione che affronta lo stalinismo in campo aperto, al di fuori della lotta di frazione…”, di non aver ottenuto il sostegno necessario dal campo rivoluzionario ad esso attiguo, segnalando però come gravi handicap:
– il possibilismo verso la rivoluzione violenta (Nin in una conferenza pubblica del 27 marzo ’37; poco prima della repressione finale, confida in una presa del potere proletario “non violenta” …)
– il rifiuto di approntare una organizzazione di partito clandestina
– la scarsa o nulla determinazione della sinistra del partito, contraria all’ingresso del POUM nel governo catalano, nel cercare di assumerne la direzione, formando anche una frazione interna.
43 – G. Giusti: “Antifascismo e lotta di classe nella Resistenza”, TIR- 2024.
44 – Il POUM rompe definitivamente con Trotsky all’atto di unificazione tra Izquierda Comunista e “Bloque” catalano (dicembre 1935) e quando sottoscrive il Patto del Fronte Popolare (gennaio 1936). Vedi puntate precedenti.
45 – Joseph Rebull (1906-1999), partecipa all’insurrezione di Barcellona del luglio ’36, si occupa della stampa del POUM, fa parte dell’opposizione interna alla linea di A. Nin. Segretario di cellula, interviene col suo gruppo (12 militanti) sulle barricate del maggio 1937. A seguito della repressione stalinista, passa alla clandestinità. Riesce a fuggire in Francia, dove si aggrega alla Resistenza antinazista.
46 – Raymond Molinier e Pierre Frank sono i fondatori in Francia del Partito Comunista Internazionalista (1936). Seguaci dell’Opposizione trotskysta, poi espulsi dalla IV Internazionale nel ’39 per le loro posizioni operaiste e consiliariste. Cosa che caratterizza diverse “schegge” trotskyste dell’epoca.
47 – Munis punta a più riprese il dito contro il programma del POUM… “già superato nei fatti, perché parla di riforme (democratico-borghesi) e di migliorie sociali quando è in atto la rivoluzione”! Le 36 ore di lavoro, l’aumento del 10% dei salari, la diminuzione del 25% degli affitti, il sussidio di disoccupazione, il controllo della produzione, la distribuzione delle terre, l’epurazione delle FFAA… quando è in pieno svolgimento l’insurrezione armata degli operai vanno bene solo se inquadrate nell’obbiettivo principale: l’abbattimento dello Stato e la sua sostituzione con il potere proletario.
Escludendo questo fondamentale e decisivo obbiettivo, le singole riforme di per sé diventano oggettivamente delle armi di distrazione e deviazione del movimento.
Munis spiega come il POUM cerca “un punto d’appoggio nei Comitati-governo ma non rinuncia alla collaborazione col polo capitalista; per questo sorvola sulla questione del potere e cerca di rimpiazzarla con una nuova formula che gli consenta di continuare a collaborare: la mostruosa Assemblea Costituente sulla base dei Comitati… riforma democratico-borghese nel corso di una rivoluzione proletaria in pieno svolgimento!”
E questo “per collegare i poteri rivoluzionari locali, gli unici che funzionassero, con lo scheletro del potere borghese lasciato in piedi a Barcellona. Attraverso questa breccia si insinuò la controrivoluzione.” (op. cit.)
48 – Nel caso specifico: ripristino del potere dei Consigli, governo operaio, popolo in armi, espropriazioni, controllo dei prezzi, salario minimo, abolizione della censura…
49 – Siamo nel 1931. Trotsky ripropone per la Spagna la tattica adottata dai bolscevichi in Russia prima della presa del potere. Cioè: come spezzare l’egemonia opportunista menscevica e S-R sul movimento proletario, come trascinare con sé la massa rivoluzionaria chiarendole la natura borghese di questi partiti attraverso la tattica del fronte unico.
La stessa tattica che Trotsky raccomanda ai suoi seguaci nella Spagna dove ha appena prevalso la Seconda repubblica:
Il partito bolscevico nel settembre del 1917 si schiera con il governo del socialista Kerensky per fronteggiare il tentativo di colpo di Stato del generale reazionario Kornilov, rivolgendosi ai suoi temporanei alleati, secondo Trotsky, con il seguente appello: “rompete con la borghesia, prendete il potere, e noi bolscevichi lotteremo per il potere all’interno dei Soviet con mezzi normali (pacifici).”
“Se non ci fosse stata – continua Trotsky – nessuna differenza tra i conciliatori e Kornilov, che era il vero “fascista”, allora non sarebbe stata possibile nessuna lotta comune dei bolscevichi e dei conciliatori contro Kornilov.
E invece questa lotta ebbe una funzione importante nello sviluppo della rivoluzione, in quanto respinse l’attacco della controrivoluzione dei generali e aiutò i bolscevichi a strappare completamente le masse ai conciliatori.” (“Scritti 1929-’36”, op. cit.)
In Spagna però, ci sentiamo di osservare, non vi sono i Soviet: né nel ’31, né dopo il luglio ’36.
In Spagna non vi è un governo opportunista come quello russo che deve rispondere al “doppio potere” dei Soviet.
Appunto: in Spagna non esiste, meno che mai nel ’31, il “doppio potere”. Come non esiste un partito rivoluzionario sperimentato in grado di adottare la tattica del fronte unico.
La quale non consiste in un proclama o in una “scaltrezza” (dove alla fine, se hai poco o nulla dietro di te, rimani con le pive nel sacco).
Era, quella del fronte unico, una tattica tutta da costruire; tenendo conto della polarizzazione del movimento operaio spagnolo nel sindacalismo e non nel soviettismo.
50 – Per Trotsky, il sindacato è “organizzazione del tempo di pace”. Ulteriore ragione dunque per screditare chi, come gli anarchici, fa del sindacalismo la panacea di tutti i mali, che risolve automaticamente le questioni difficili.”
Questi anarco-sindacalisti han “paura della piccola borghesia”, si inchinano all’unitarismo antifascista, dichiarano “l’inammissibilità di qualsiasi dittatura” … l’anarchismo è ormai una “dottrina profondamente anti-rivoluzionaria” che “ha completamente abbandonato i suoi principi”; che “ha paura di tutto, ma in primo luogo delle masse rivoluzionarie” … (“La lezione…”, art. citato)
Alcune prese di posizione sono condivisibili, altre no. Come l’ultima: una forzatura polemica sprezzante completamente fuori luogo per gente che in quella lotta ci ha lasciato la pelle.
Eppoi il sindacato “organizzatore del tempo di pace” è un residuo Secondinternazionalista che Trotsky si porta appresso. In quelle condizioni concrete di guerra civile esso diventa, piaccia o no, organizzazione di lotta all’ultimo sangue tra le classi. Da influenzare, conquistare, dirigere, non da bollare con giudizi lapidari e pure datati.
51 – Tacchi, op. cit.
52 – Disarmo e scioglimento dell’esercito, della Guardia Civil, degli Asaltos, dei Carabineros e della polizia; armamento del proletariato; Milizia popolare; espropri delle banche, delle industrie e dei terreni…
53 – V. Gervasini, op. cit.
54 – Frazione di Sinistra del PCd’I fino al ’33, collocata nell’orbita dell’Opposizione di Sinistra Internazionale (OSI). Esiliata a Parigi, si raccoglie attorno alla rivista “Prometeo” e poi a “Bilan”.
55 – A. Guillamón Iborra: “I bordighisti nella guerra civile spagnola”. Centro Studi Pietro Tresso, n.27, aprile 1993.
56 – Guillamón mette il dito sulla piaga: la critica puramente negativa della maggioranza della Frazione (“impeccabile” contro chi si era rifiutato di prendere il potere rivoluzionario in Spagna), la quale non si sforza di andare oltre… e cercare di metterla sul “fare”, dal momento che “non c’è niente da fare” …
Critica giusta a chi non vuole prendere il potere scrive Guillamón, ma “non si disse che la rivoluzione sociale ed economica sviluppatasi in Catalogna sarebbe stata valida se si fosse conquistato il potere politico e distrutto il potere capitalista. Ci si limitò a negare qualsiasi praticabilità al processo economico e sociale rivoluzionario in mancanza della distruzione dello Stato e della conquista del potere ad opera del proletariato.” Visto che la rivoluzione non segue i dettami “classici” … al diavolo la rivoluzione!
57 – Ibidem
58 – Un esempio di scadimento del principismo nell’economicismo lo si ha andando a leggere su “Bilan” (agosto/settembre’36) un passaggio scritto dalla maggioranza del gruppo, dove – dopo la condivisibile osservazione che “la socializzazione di un’impresa, lasciando intatto l’apparato statale, è un anello che blocca il proletariato” su entrambi i fronti di lotta (esterno e interno), non si trova di meglio che propugnare una “dichiarazione di sciopero per la più piccola rivendicazione di classe – anche in una industria socializzata” come “anello che può condurre alla difesa e alla vittoria del proletariato.”
Notare che non siamo nell’autunno del ’37, dove la ritirata del moto rivoluzionario può anche giustificare il primato della lotta per il salario. Siamo nel pieno dell’assalto dell’estate precedente, in cui appunto, la questione posta e non risolta è proprio la conquista del potere politico da parte del proletariato, non “la più piccola rivendicazione di classe” … Un sindacalismo ultra-politicizzato quanto si vuole rimane pur sempre sindacalismo…
59 – Tacchi, op. cit.
60 – Ibidem
61 – Per i dettagli sui volontari italiani in Spagna vedere la già citata opera di M. Mingardo (“I comunisti italiani e la guerra civile spagnola”, Ediz. Pagine Marxiste) e A. Pellegatta: “Dizionario biografico dei sovversivi” (Il pungolo Rosso, Pagine Marxiste)
62 – A. Guillamón Iborra, op. cit.
63 – Ibidem. Quando i dissidenti della minoranza italiana rientrano in Francia vanno quasi tutti nel gruppo semi-trotskysta “Union Communiste”. Anche la LCI (Ligue des Communistes Internationalistes) belga subisce una scissione.
64 – P. Casciola: “Stalinismo e antistalinismo nella guerra civile spagnola”, Centro Studi Pietro Tresso-2026
65 – G. Munis, op. cit.
66 – Ibidem

