A seguito degli scontri di piazza del passato fine settimana, culminati con la messa a soqquadro del “salotto buono” di Milano nella domenica pomeriggio del 18 ottobre da parte di folti gruppi di giovani e giovanissimi, si è scatenata la solita canea massmediatica contro i “violenti”, aggettivati nei modi più insultanti e criminalizzanti.
Il governo Meloni (garante Mattarella) ha subito partorito un nuovo decreto-sicurezza (l’ottavo in 4 anni!) per rassicurare i benestanti-benpensanti e raggranellare voti – un decreto sul quale abbiamo detto la nostra ieri (*).
La cosiddetta “opposizione”, o “campo largo” che dir si voglia, balbetta le solite frasi di circostanza: attacca le responsabilità del governo in carica, ma anche per loro i manifestanti pacifici, quelli buoni, si sono comunque lasciati “infiltrare” dai «violenti», i cattivi, senza accorgersi che in questo modo fanno “il gioco della destra”.
Un tratto comune unisce questi parassiti istituzionali di destra, di centro e di “sinistra”: la condanna senza esitazione della “violenza”.
Da Fratoianni a Vannacci, ognuno naturalmente alla sua maniera, tutti hanno risposto “presente” alla chiamata “legalitaria” della ducetta della Garbatella proprio nell’atto in cui questa varava il nuovo decreto da stato di Polizia.
Ci preme qui mettere i puntini sulle “i” sul tema della violenza evocato in questi giorni in forme spudorate.
Iniziamo coi destri o i destrosi al governo. Questa gentaglia, responsabile in prima persona delle guerre in giro per il mondo, del genocidio di Gaza e della macelleria sociale in corso qui in Italia, dà la nausea a vederla assumere posture da garante della “sicurezza” e della “civile convivenza”. Rimarrà sempre il rammarico che i partigiani, all’epoca, per motivi che qui non possiamo esporre, non siano andati a fondo nel repulisti dei fascisti.
E già che abbiamo nominato la Resistenza contro il nazi-fascismo: risulta a qualcuno che sia stata condotta coi fiori in mano?
Il satollo politico benpensante o il lecchino giornalista hanno pronta l’obiezione: “ma allora c’era da combattere l’invasore, l’oppressore, c’era la guerra… Ora siamo in democrazia, che paragoni sono questi?”
Peccato che, soprattutto per quelle decine di migliaia di giovani scesi nelle piazze il 17 e il 18 ottobre, tale democrazia – nel loro sentire – corrisponda all’incirca alla tirannide vissuta dai loro bisnonni otto decenni or sono!
Sono giovani e giovanissimi espropriati di tutto, a partire dal loro futuro. Gettati in una guerra mondiale “a pezzi” cinica e ripugnante. Trattati da gente di serie B a cui si può concedere, se va di lusso, un lavoro e un salario di merda.
Ma quale democrazia? Quella dei ricchi che diventano sempre più ricchi e dei poveri – magari occupati – che non tirano in fondo al mese. E’ questa la democrazia? L’ha spiattellato il più giovane dei fermati, di 11 anni: «se nasci povero, rimani povero». Guai, poi, se noi marxisti parliamo della democrazia come di una dittatura di classe – siamo obsoleti, ideologici, etc. etc.
Se la democrazia è questo, la violenza degli oppressi è un’arma utile per opporsi alla violenza sistemica, capillare, subdola o evidente che sia, del Capitale.
L’esempio della Resistenza stona? Niente paura. Prendiamo il dopoguerra allora: più di cento proletari trucidati nelle piazze e nelle vie della repubblica democratica grazie a quella Forza Pubblica, ora intoccabile grazie al DDL ex-1660 e al nuovo DDL 1990 in arrivo, di cui si fanno scudo i lestofanti del governo e dell’opposizione. In quegli anni era considerata “violenza” opporsi al super-sfruttamento della “ricostruzione” capitalistica e scioperare per uscire dall’indigenza, dalla disoccupazione, dai bassi salari. Il “boom” economico è stato costruito su tali basi. E per chi usciva dal coro, piombo della Celere! Le vogliamo ricordare queste cose? O c’erano anche allora i «maranza»?
E se negli anni ’70 gli operai hanno strappato alcune conquiste, è stato solo grazie alle loro lotte, anche violente, condotte contro padroni e Stato! Per anni, le città di questo paese sono state attraversate da manifestazioni e scontri, spesso violenti, contro chi si opponeva – anche col terrorismo di Stato ricordiamolo – all’avanzare del movimento operaio. Violenza contro violenza dunque… dov’è la scandalistica novità, squallidi difensori del profitto e del privilegio?
Anche allora i soliti parassiti seduti in parlamento lanciavano accuse a ripetizione contro gli “estremisti”, gli “scioperati”, i “violenti” che occupavano fabbriche, scuole, case, che si scontravano con la polizia, che erigevano barricate, che andavano in galera per affermare i loro diritti primari a vivere ed esistere. A cominciare dai «teddy boys» di Genova-1960 e dai «teppisti» di Piazza Statuto Torino-1962, le avanguardie dell’autunno caldo operaio e sociale.
Cos’erano le ronde operaie che (mezzo secolo fa) passavano durante gli scioperi per le ditte di un quartiere a spazzolare i crumiri e a far rispettare le leggi sul lavoro e i contratti di lavoro ai padroni? Era violenza? Sì, sana violenza degli sfruttati contro gli sfruttatori e i loro leccapiedi!
Qualcuno di questi “sinistri” imbellettati se lo è dimenticato? Fa il finto tonto? Se ancora non era al mondo in quegli anni, nessuno glie li ha raccontati? Ma di che cosa straparlano?
La legalità, l’ordine, la civile convivenza, la coesione sociale… tutte baggianate a loro uso e consumo quando il Capitale (il capitale made in Italy) da essi difeso, all’opposizione come al governo, continua a seminare ovunque morte e distruzione non solo lontano da qui (lontano per modo di dire) ma quotidianamente accanto a noi.
Gli oltre mille morti sul lavoro (cioè uccisi dal profitto) nell’anno ancora in corso (+ 7,3% dal 2023 al 2026) non dicono nulla? Tutti sfortunati effetti collaterali?
E ciononostante si ha ugualmente il coraggio di biascicare di «rifiuto della violenza»?
Obiezione del sinistro ZTL: ma oggi questi ragazzi sfasciano le vetrine del lusso e dei bagordi consumistici senza avere una prospettiva politica, un’idea politica, un riferimento, mettendo in cattiva luce le ragioni di chi manifesta pacificamente.
Risposta: la validità delle ragioni di chi manifesta non è data dalle forme di lotta, è data dal rapporto di forza che si conquista nella società. Questo è il vero deficit: non solo delle manifestazioni dello scorso fine settimana, ma di tante altre avvenute precedentemente.
Però affrontare questo aspetto vuol dire metterla sul piano della politica attiva, militante, organizzata, finalizzata. E la questione riguarda tutta l’opposizione rivoluzionaria.
Non riguarda comunque il discorso “violenza sì, violenza no”; se non per il fatto che noi respingiamo il culto della violenza, della violenza come estetica, della violenza fine a sé stessa. Anche se capiamo come in certe situazioni, ambiti, fasi del vivere (in)civile, in mancanza di validi o visibili strumenti di raccolta e di catalizzazione della rivolta che cova nel substrato sociale, singoli o gruppi possano essere portati a credere che tutto possa risolversi con l’esercizio della violenza immediata.
Il discorso è assai più complesso e articolato; ma chi ancora non è nelle condizioni di apprenderlo lo imparerà presto, se vorrà.
Per certi versi, anche per la gente comune estranea alle manifestazioni, sta risultando istruttiva la reazione statale ai blocchi dell’autotrasporto: li sta aiutando a comprendere chi esercita la violenza sistematicamente su chi. Infatti in questi giorni, specie nell’area di Napoli e al Sud, le cd. “forze dell’ordine” al comando del governo stanno alzando il livello di arroganza e prepotenza nei confronti di cittadini comuni. I “social” pullulano di episodi di minacce e prepotenze verso chi sta in auto, verso i pendolari, verso chi sta semplicemente andando al lavoro, ad ogni piccola “infrazione”. In questo clima di caccia di stato ai «violenti», agli «autori di illegalità», c’è in molti una precisa percezione del fatto che si stanno moltiplicando i comportamenti autoritari, perfino le gratuite provocazioni, non solo di polizia e carabinieri, ma anche dei vigili urbani che si sentono spalleggiati dal generale atteggiamento dei governanti, dagli ormai sdoganati gruppetti fascisti, dalle incursioni dei sionisti e dai guappetti della destra. Sono le istituzioni dello stato centrali e periferiche che hanno e pretendono di avere l’esclusiva – l’assoluta esclusiva! – della violenza di classe. A fronte di tutto ciò, cos’è qualche vetrina rotta? Solo una parte infinitesimale della violenza quotidianamente subita dalla larghissima maggioranza della società.
Per quanto ci riguarda, non avrebbe senso nascondere che i comunisti, che sono per la rivoluzione sociale e politica, sono per la violenza rivoluzionaria; la quale non va per conto suo, ma si coniuga con l’esercizio della forza guidato da una strategia politica mirata al rovesciamento dell’ordine costituito.
I “progressisti” del centro-sinistra vorrebbero dare a intendere, invece, che è possibile, per i giovanissimi in rivolta e in generale per le classi lavoratrici, risolvere i propri problemi con il dialogo, la legalità, la coesione sociale (vedi l’appello di Landini per il presidio di piazza della Scala). La civiltà democratica occidentale, da loro assunta come vertice insuperabile dell’evoluzione umana, lo consentirebbe…
Detto del contenuto imperialista e colonialista di tale civiltà, ci viene da chiedere: dal momento che esiste una società capitalista sempre di più divisa in classi tra loro inconciliabili in cui quella dominante ha il monopolio della violenza (attendiamo smentite), che senso ha predicare il dialogo e la coesione sociale, ammesso che siano possibili, se non quello di perpetuare la schiavitù degli oppressi?
Qualcuno di questi bellimbusti è in grado di mostrare un solo esempio nella storia umana in cui la classe dominante ha lasciato spontaneamente il potere in seguito a un dibattito o a una sconfitta elettorale? A noi risulta che da Spartaco in poi, passando per le grandi rivoluzioni europee della borghesia e del proletariato, e anche dalle grandi guerre continentali sul suolo americano (quella d’Indipendenza e quella tra Nord e Sud), ma potremmo spaziare a volontà nelle lotte di liberazione asiatiche, africane, sudamericane, mai, in nessun luogo la storia ha proceduto senza l’uso della leva della violenza.
Che per noi è violenza emancipatrice di classe: nei suoi contenuti quando essi emergono, ma anche nelle sue manifestazioni embrionali e magmatiche. Come sembrano appunto essere quelle che dalla Francia al Belgio alla Spagna all’Albania paiono ora investire appieno anche il suolo italico. Coinvolgendo giovani e giovanissimi della nostra classe sociale. Figli di immigrati, ma non di meno figli di lavoratori e lavoratrici autoctoni.
Ed esattamente qui, in questa saldatura nelle piazze, confusa quanto si vuole, aperta a tutti i flussi quanto si vuole, ma genuina, verace, piena di vitalità, che sta il profondo significato dei recenti avvenimenti e la sonora sconfitta politica di chi ha cercato di nascondere il malessere e la rivolta dei giovani proletari – anche italiani – rappresentandolo come un problema di ordine pubblico legato all’immigrazione.
Non si tratta solo di denunciare l’ipocrisia di governanti e politicanti che accusano i “violenti” delle piazze quando loro ne combinano di ogni colore. Certo c’è anche questo, e va urlato forte in ogni occasione: siete macro-violenti, impestate tutti i pori della società della vostra violenza e volete rovesciare infamia, botte, denunce e galera su chi non fa altro che reagire?
C’è però dell’altro, non di meno importante, diremmo caratterizzante: la rivendicazione del diritto storico, e morale, da parte della classe oppressa a organizzare le sue forze per ribaltare con ogni mezzo necessario l’attuale sistema fondato sulla schiavitù salariata, sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, sull’oppressione delle donne, sul saccheggio della natura.
Una lotta che vada diritta all’obiettivo, capace di intervenire non solo sulle conseguenze ma pure sulle cause delle ingiustizie e delle disuguaglianze.
Uno scopo altissimo quest’ultimo: nobilissimo, mondiale, che richiede passione, studio, impegno costante, spirito di solidarietà e di comunanza fraterna. Un’attività di ampio respiro, attraverso tutte le realtà di opposizione reale al profitto, al privilegio, alla speculazione, capace di superare gli scogli di una lotta impervia che lavora sul breve come sul lungo periodo.
Respingiamo dunque coi fatti, con la mobilitazione, con il coordinamento delle lotte, con la conoscenza, con l’impegno, le infami campagne propagandistiche e repressive che la borghesia sta approntando, terrorizzata in particolare dall’emergere di una generazione di giovani proletari “imprevedibile”, che non conosce le mezze misure (**). Parafrasando il vecchio detto “chi semina vento, raccoglie tempesta”, potremmo così rimodularlo: “chi semina tempesta [le crisi, le guerre, la povertà, le repressioni brutali], raccoglie vento”, comincia a raccogliere vento.
Vento di rivolta. Vento, in prospettiva, di rivoluzione.
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