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Una catena di provocazioni NATO-UE per intensificare la guerra contro la Russia (Italiano – English)

La successione dei fatti parla da sola.

Il 19 maggio ha aperto la macabra danza il ministro degli esteri lituano Budrys: “Dobbiamo dimostrare ai russi che possiamo penetrare nella piccola fortezza che hanno costruito a Kaliningrad. La NATO ha i mezzi per distruggere le basi russe nell’exclave“. Kaliningrad è dal 1945 territorio russo: chiaro, no? 

18-22 agosto: un’esercitazione in grande stile con mezzi di terra e di mare (e cieli gremiti di caccia) assedia Kaliningrad. Niente di che: una semplice simulazione a mero scopo “difensivo”.

Passano pochi giorni, il 15 settembre, il ministro degli esteri estone ipotizza: “potremmo semplicemente [semplicemente…] occupare Kaliningrad“. Come NATO, intende.

Il 22 settembre il parlamento della Lituania cancella il divieto (costituzionale) di impiantare sul territorio dello stato basi militari e armi nucleari. A ruota, il presidente della Lettonia Edgars Rinkēvičs dichiara che il suo paese è disponibile ad ospitare armi nucleari sul proprio territorio: «Nelle nostre leggi non ci sono ostacoli giuridici [a ciò]. Se tale necessità sorgerà e la NATO prenderà una tale decisione collettiva, in Lettonia saranno dispiegate armi nucleari». Sia Lituania che Lettonia sono paesi confinanti con la Russia. Ed è il caso di ricordare che nei mesi scorsi è stata creata la Northern Navies Initiative, una forza navale congiunta composta da Gran Bretagna, Norvegia, Svezia, Danimarca, Finlandia, Islanda, Estonia, Lettonia, Lituania e Olanda. Al contempo si rimette in circolazione – lo ha fatto Kaja Kallas, chi se non lei? – il folle e criminale sogno di «una Russia più piccola e divisa in tanti stati», un piano, inutile dire, solo difensivo.

Il 30 settembre arriva la risposta russa con un documento inviato alla NATO in cui si dichiara: “siamo vicini al punto di non ritorno“. E si ricorda che, nel caso, la Russia farà ricorso “all’intero arsenale” di cui dispone.

Tarantolati, gli editorialisti di stampa e tv dei regimi democratici sono insorti pressoché all’unisono: la solita, incorreggibile Russia minaccia di invadere la pacifica Europa e raderla al suolo. Dobbiamo armarci e mobilitarci il più rapidamente possibile. E dal 30 settembre non manca giorno che non ci sia qualche drone o qualche aereo che sconfina o minaccia di sconfinare nello spazio dell’UE e della NATO, senza che quasi mai sia chiaro da dove è partito, e se la cosa sia vera o di pura invenzione. 

Passano una manciata di ore e il ministero della Difesa della Polonia getta un’altra tanica di benzina sul fuoco: è necessario preparare il paese al «tempo prebellico». Per questa ragione bisogna dare il via «alla piena preparazione dello stato alla guerra», dato che «la politica della Russia è imprevedibile». Normale, invece, l’aver ipotizzato l’occupazione di Kaliningrad… Senza entrare ora nei dettagli, il disegno di legge che il ministero della Difesa di Varsavia sta preparando serve, per ammissione di chi l’ha promosso, a «colmare il divario tra il tempo di pace e l’introduzione della legge marziale».

Non è finita. Proprio oggi, 12 ottobre, il comandante militare supremo della NATO in Europa, il generale amerikano Alexus Grynkewich, presenterà proprio in Polonia un documento dal titolo inequivocabile: «Teoria della vittoria». Sempre, si capisce, per «difendersi» dalla Russia che, dopo 4 anni, non riesce ancora a prendere l’intero Donbass… e avrebbe, secondo costoro, piani per occupare l’intera Europa.

L’agenzia Bloomberg, con un briciolo di onestà, riconosce almeno che questo documento deve dimostrare che la NATO è «pronta» alla guerra con la Russia (rispondendo così ai dubbi statunitensi), e «mostrare un quadro più concreto di ciò che sta dietro l’aumento delle spese per la difesa» spingendo i paesi europei verso nuovi, grandi investimenti militari e concreti (appunto) preparativi di guerra. È la risposta ufficiale ad una delle recenti eruttazioni di Rutte: «risulta piuttosto anomalo che per difenderci [tipo: occupiamo Kaliningrad] qui in Europa da 140 milioni di russi, noi – 600 milioni di persone che popolano il territorio europeo della NATO – si debba ricorrere ad un paese situato a sei-otto ore di volo da qui, con una popolazione di 340 milioni di abitanti, affinché ci protegga dalla Russia. Dobbiamo essere in grado di farlo con le nostre sole forze. È esattamente questo l’obiettivo a cui stiamo lavorando».

Se per accelerare i tempi, dovessere servire anche un auto-attentato, o qualcosa del genere, no problem. Sentite cosa dichiara oggi al «Corriere della sera» la baronessa C. Ashton, ex ministra degli esteri dell’UE dal 2009 al 2014: «Qualcosa accadrà nei prossimi giorni, settimane, mesi: non sappiamo dove (?), non sappiamo cosa (?), ma qualcosa accadrà che cambierà il corso del conflitto (?), al di là dell’escalation attuale. E noi dobbiamo essere pronti per questo e per le sue conseguenze». Che curiosa previsione…

In ogni caso la Germania di Merz (CDU) e Pistorius (SPD) sta «lavorando» con spasmodica applicazione alla preparazione della guerra alla Russia. Non è solo diventata il principale finanziatore di Kiev; ha anche stabilito a metà aprile scorso una partnership strategica con l’Ucraina, per la coproduzione in terra ucraina di droni e missili a lungo raggio (oltre 1.500 km) capaci di colpire in profondità il territorio russo. Sicché è nato un vero e proprio complesso militare industriale tedesco-ucraino guidato da Berlino – che non a caso, in contemporanea, si è dichiarata favorevole a rimpatriare in Ucraina tutti gli ucraini in età militare residenti in Germania.

Ma non si tratta solo della Germania. Perché la linea di marcia aperta dalla Germania è quella della trasformazione dell’intera industria europea in un’industria del riarmo e della corsa alla guerra. E ancora una volta chi troviamo accanto al colosso Rheinmetall? L’italiana Leonardo, impiantata anch’essa sul suolo ucraino. Sempre ed esclusivamente a scopo difensivo.

[A proposito di «difendersi», il buon Alessandro Barbero ha ricordato che le truppe russe (quelle zariste) sono arrivate in Italia una volta nel 1799 in Lombardia e Piemonte, mentre quelle italiane sono arrivate in Russia ben quattro volte: 1812 (con le truppe napoleoniche), 1854 (nella guerra di Crimea), 1919 (al fianco dei generali zaristi contro la rivoluzione), 1941 (al fianco delle armate naziste). Ed è forse il caso di ricordare che negli ultimi trent’anni il fronte, ovviamente «difensivo», della NATO, di cui l’Italia è un perno, si è spostato di appena 1.000 chilometri in direzione Russia…]

Perché questa catena di provocazioni sempre più estreme? 

Il motivo prevalente è – secondo noi – la resistenza delle popolazioni europee alla prospettiva di una guerra contro la Russia, sebbene per ora questa resistenza si mantenga ancora troppo passiva. Dopotutto, la propaganda russofoba non sembra attecchire più di tanto, mentre la simpatia per l’Ucraina di Zelensky è scomparsa da tempo. Di qui la necessità di alzare di continuo l’asticella delle provocazioni presentandole, mentendo sapendo di mentire, come altrettante risposte ad iniziative aggressive della Russia verso l’intera Europa con l’obiettivo di creare un allarme e un clima di mobilitazione che ad oggi manca. Le popolazioni dell’Europa occidentale vanno convinte in fretta che la guerra «difensiva» alla Russia è inevitabile, anzi necessaria per preservare la nostra «libertà» e i nostri stili di vita.

Quello che i guerrafondai della UE e della NATO temono è il passaggio dalla resistenza passiva alla resistenza attiva, aperta, la sollevazione proletaria e di ceti annessi che molto hanno da perdere già nell’immediato dal conflitto bellico, e lo stanno sperimentando in particolare negli ultimi mesi. Ecco perché queste provocazioni debbono essere denunciate e combattute ovunque, mettendo in luce in modo inequivocabile che è l’Unione europea a volere e preparare la guerra. E l’Italia ne è pienamente partecipe, come lo è del genocidio in Palestina – sia pure con le sue solite modalità faccio-non-faccio, dico-non-dico. Ecco perché è quanto mai necessario e urgente organizzare e rafforzare le manifestazioni contro la corsa all’economia di guerra, alla guerra, allo stato di polizia, e specificamente il contrasto alla campagna russofobica.

E la Russia?

Da parte sua la Russia di Putin pianifica un incremento record della spesa bellica nel 2026: +40%, finanziato quasi totalmente dall’indebitamento interno. Intorno a questa decisione è scoppiata una polemica pubblica tra il ministero delle Finanze, preoccupato del forte incremento dell’indebitamento e del rischio che il pagamento degli interessi finisca per assorbire in pochi anni fino al 15% del bilancio statale, e le direttive del Cremlino. Se passeranno queste direttive, come è probabile, lo stato russo sarà sempre più nelle mani dei suoi creditori: grandi imprese estrattive, complesso militare-industriale e grandi banche. Non si tratta di un quadro futuribile: già nel primo trimestre del 2026 la spesa militare ha costituito il 46% di tutte le spese nel bilancio della Federazione (a fronte di un incremento della spesa del «solo» 30%, inferiore alle richieste del vertice dello stato e dell’esercito). E come ovunque, queste ingentissime spese andranno a colpire le spese sociali. La prosecuzione «all’infinito» e l’intensificazione della guerra in Ucraina e sempre più in Russia su cui puntano l’UE della von der Leyen e la grande maggioranza dei paesi dell’UE serve anche a logorare il consenso di cui ancora il Cremlino gode nel paese, ma che non può essere eterno.

Insomma, al pari dell’Unione europea e della NATO, anche la Russia si prepara ad una lunga guerra con i suoi avversari storici. E lo fa con la consapevolezza che va delineandosi progressivamente uno scenario da guerra inter-capitalistica su scala globale, se è vero che un diplomatico di estrema prudenza quale Lavrov, pur non parlando direttamente della guerra in Ucraina, ma di Medio Oriente e America Latina, ha dichiarato già qualche mese fa: «alcuni esperti, tra cui coloro che in Russia studiano la storia delle relazioni internazionali, hanno già iniziato a descrivere e definire questi eventi come la Terza Guerra Mondiale».

Non staremo a ripetere che una guerra del genere non si combatterebbe per il socialismo, né per il generico progresso. Si combatterebbe, e già si sta combattendo nei suoi atti preliminari, solo ed esclusivamente per decidere se il mercato mondiale e l’intera umanità debbano restare sotto il tallone di ferro delle vecchie potenze imperialiste guidate da Wall Street e dal Pentagono, oppure se debbano conoscere una nuova dominazione per opera delle potenze capitalistiche-imperialiste ascendenti guidate dalla Cina. Per le classi lavoratrici e i popoli oppressi di ogni latitudine e longitudine sarebbe una catastrofe di inimmaginabili proporzioni – una Gaza universale. E quanti, nei movimenti e nella classe lavoratrice, oscurano questa elementare verità tifando, come immaginaria soluzione «liberatoria», per gli stati capitalistici avversari dell’Occidente, meritano di essere messi all’angolo. Ci riferiamo ai professionisti del kampismo, non ai tanti e alle tante che si aggrappano oggi a questa illusione fondamentalmente per sfiducia nella lotta di massa, e che potranno liberarsi di questa perniciosa illusione con la crescita di forza e di autonomia del movimento proletario.

L’ultima sortita di Trump contro Zelensky («crea problemi al mondo, l’Ucraina ha bisogno di un altro presidente») e l’accordo commerciale con Putin sull’esportazione di una modestissima quantità di diesel russo in Amerika non alterano gran che questo quadro. Confermano, semmai, che Washington, tanto sotto Biden quanto sotto Trump, agisce sempre per danneggiare l’UE scaricandole addosso i costi maggiori della guerra alla Russia, e incamerando la massima quota dei profitti presenti e futuri. Per gli Stati Uniti l’avversario strategico n. 1 è la Cina, ed è in quella direzione che intendono concentrate le forze. Ma Washington fa comunque il possibile per indebolire la Russia in quanto prima alleata della Cina, e nello stesso tempo per cercare in qualche modo di neutralizzarla tentando – forse senza troppa convinzione – il suo distacco da Pechino.

Dopotutto, dopo il celebrato incontro di Anchorage gli Stati Uniti hanno continuato ad armare l’Ucraina come prima attraverso la vendita di loro armamenti alla UE. E – un passo dopo l’altro – hanno acconsentito ad aumentare la fornitura di missili a lungo raggio, a concedere le licenze per la produzione in Ucraina dei Patriot e a intensificare la pressione sull’economia russa attraverso le sanzioni. Salvo periodicamente, come in questi giorni, fare improvvise aperture a Mosca che sarebbe piuttosto incauto, però, ritenere davvero «storiche».

La politica statunitense verso la Russia è costituzionalmente doppia perché all’interno dell’establishment yankee convivono visioni strategiche contraddittorie, ma con una maggioranza trasversale di accaniti nemici della Russia. Ciò di cui hanno dovuto prendere atto le stesse élite intorno a Putin, per quanto ci sia in esse una componente (minoritaria) che ambirebbe a ricostituire buone relazioni commerciali con gli Stati Uniti.

Il nostro nemico principale è qui, in Italia!

Le schermaglie tattiche del momento, più o meno clamorose che siano, non debbono distrarci dal compito politico fondamentale fissato già all’indomani dello scoppio della guerra tra NATO e Russia in Ucraina, e che abbiamo ribadito nel giornale cartaceo per il Primo Maggio:

«il nostro nemico principale è qui, in Italia. È il capitalismo made in Italy, con le sue banche, le sue imprese, il suo governo, il suo apparato statale. È con questa macchina che ci impoverisce e ci precarizza da decenni, che schiaccia la nostra esistenza, e pretende ora di scagliarci contro i nostri fratelli di classe russi, palestinesi, arabi, iraniani, cinesi, che dobbiamo fare i conti». E con le sue alleanze storiche: NATO, UE, Israele. Non ci faremo arruolare nelle vostre guerre!

C’è oggi un certo fermento giovanile in Europa contro la corsa alla guerra, soprattutto in Germania e in Francia. La ricomparsa il 10 ottobre in Italia, su moltissime piazze europee e internazionali del movimento per la Palestina è un altro segno positivo da cogliere, valorizzare e potenziare. Le due spinte, la lotta contro il genocidio che continua in Palestina e quella contro i sacrifici e la repressione da stato di polizia che l’economia di guerra e la corsa alla guerra globale esigono, possono e debbono unirsi. Lo stesso vivace movimento di lotta per l’abitare in Spagna può evolvere in lotta anche contro la guerra.

Proiettiamoci con fiducia verso il grosso della classe lavoratrice che sta cominciando a sperimentare sulla propria pelle cosa comporta la corsa al riarmo con i morsi dell’inflazione che taglieggia salari già bassi e insufficienti a campare in modo dignitoso, e con una disciplina sempre più soffocante sui luoghi di lavoro.

«Non pagheremo le loro guerre»: questa campagna è già cominciata a Napoli su impulso di TIR, SI Cobas Napoli e Movimento 7 novembre. Generalizziamola, prendendo a bersaglio il governo Meloni, da cacciare con la mobilitazione di piazza, senza la minima apertura di credito alla falsa alternativa del «campo largo». Nessuna fiducia nei parlamenti. Contiamo solo ed esclusivamente sulla forza della mobilitazione delle masse lavoratrici e dei movimenti sociali. Lavoriamo a coordinare le forze in campo su una prospettiva anticapitalista e internazionalista.

A chain of NATO-EU provocations to intensify the war against Russia

The sequence of events speaks for itself.

On May 19, Lithuanian Foreign Minister Budrys kicked off the macabre dance: “We must show the Russians that we can penetrate the small fortress they have built in Kaliningrad. NATO has the means to destroy the Russian bases in the exclave.” Kaliningrad has been Russian territory since 1945—clear enough, right?

August 18–22: a large-scale exercise involving land and sea assets (and skies teeming with fighter jets) “besieges” Kaliningrad. Nothing to worry about: just a simple simulation for purely “defensive” purposes.

A few days later, on September 15, the Estonian Foreign Minister floated the idea: “we could simply [simply…] occupy Kaliningrad.” As NATO, that is.

On September 22, the Lithuanian parliament lifted the (constitutional) ban on stationing military bases and nuclear weapons on state territory. Hot on the heels of this, Latvian President Edgars Rinkēvičs declared his country’s willingness to host nuclear weapons: “There are no legal obstacles [to this] in our laws. If the need arises and NATO makes such a collective decision, nuclear weapons will be deployed in Latvia.” Both Lithuania and Latvia border Russia. It is also worth noting the recent creation of the Northern Navies Initiative, a joint naval force comprising Great Britain, Norway, Sweden, Denmark, Finland, Iceland, Estonia, Latvia, Lithuania, and the Netherlands. At the same time, the idea is being floated again—by Kaja Kallas, who else? – the mad, criminal dream of “a smaller Russia divided into many states“—a plan that was, needless to say, purely defensive.

On September 30, the Russian response arrived in the form of a document sent to NATO declaring: “We are close to the point of no return.” It also warned that, should the need arise, Russia would resort to its “entire arsenal.”

Thrown into a frenzy, newspaper and TV pundits in democratic regimes rose up almost in unison: the usual, incorrigible Russia was threatening to invade peaceful Europe and raze it to the ground. We had to arm ourselves and mobilize as quickly as possible. And since September 30, hardly a day has gone by without a drone or aircraft crossing—or threatening to cross—into EU and NATO airspace, often with no clarity as to where it originated or whether the incident was real or pure fabrication.

A mere few hours later, Poland’s Ministry of Defence threw more fuel on the fire: the country needed to prepare for “pre-war times.” Consequently, “full state preparation for war” had to be initiated, given that “Russia’s policy is unpredictable.” Yet, speculating about the occupation of Kaliningrad was considered normal… Without going into detail here, the bill being drafted by Warsaw’s Ministry of Defence is intended—by the admission of its own proponents—to “bridge the gap between peacetime and the imposition of martial law.”

That is not all. Just today, October 12, NATO’s supreme military commander in Europe—American General Alexus Grynkewich—is set to present a document in Poland with an unmistakable title: “Theory of Victory.” All this, naturally, is to “defend” against Russia—a country that, after four years, has still failed to capture the entire Donbas… yet supposedly harbors plans to occupy all of Europe.

Bloomberg, showing a shred of honesty, at least acknowledges that this document aims to demonstrate NATO’s “readiness” for war with Russia (thereby addressing US doubts) and to “present a more concrete picture of the rationale behind increased defense spending,” pushing European nations toward massive new military investments and—indeed—tangible war preparations. It is the official response to one of Rutte’s recent outbursts: “It is rather anomalous that to defend ourselves here in Europe—against 140 million Russians—we (the 600 million people inhabiting NATO’s European territory) must rely on a country located six to eight hours’ flight away, with a population of 340 million, to protect us from Russia. We must be capable of doing this on our own. That is precisely the goal we are working toward.”

If accelerating the timeline requires a “false flag” attack—or something of the sort—well, no problem. Listen to what Baroness C. Ashton—the EU’s High Representative for Foreign Affairs from 2009 to 2014—stated today in the *Corriere della Sera*: “Something (?) will happen in the coming days, weeks, or months: we don’t know where (?), we don’t know what (?), but something will happen that changes the course of the conflict (‘) —beyond the current escalation. And we must be ready for this and its consequences.” A curious prediction…

In any case, the Germany of Merz (CDU) and Pistorius (SPD) is working with feverish intensity to prepare for war with Russia. It has not only become Kyiv’s primary financier; last April, it also established a strategic partnership with Ukraine for the co-production—on Ukrainian soil—of drones and long-range missiles (exceeding 1,500 km) capable of striking deep into Russian territory. Thus, a full-fledged German-Ukrainian military-industrial complex has emerged under Berlin’s leadership—Berlin having simultaneously declared its support for repatriating all military-age Ukrainians residing in Germany.

But it is not just about Germany. The course Germany has charted involves transforming the entire European industrial sector into an industry geared toward rearmament and a race to war. And who do we find alongside the giant Rheinmetall once again? Italy’s Leonardo, which has also established a presence on Ukrainian soil. Always—and exclusively—for defensive purposes.

[Speaking of “defense,” the historian Alessandro Barbero has pointed out that Russian troops (specifically Tsarist ones) arrived in Italy only once—in Lombardy and Piedmont in 1799—whereas Italian troops have reached Russia on no fewer than four occasions: 1812 (with Napoleonic forces), 1854 (during the Crimean War), 1919 (alongside Tsarist generals against the revolution), and 1941 (alongside Nazi armies).] And it is perhaps worth recalling that over the last thirty years, the—obviously “defensive”—front of NATO, of which Italy is a linchpin, has shifted a mere 1,000 kilometers toward Russia…]

Why this chain of increasingly extreme provocations?

The primary reason—in our view—is the resistance of European populations to the prospect of a war against Russia, even though, for the moment, this resistance remains too passive. After all, Russophobic propaganda does not seem to be gaining much traction, while sympathy for Zelensky’s Ukraine vanished long ago. Hence the need to constantly raise the bar on provocations, presenting them—while knowingly lying—as responses to aggressive Russian moves against Europe as a whole, with the aim of creating an alarm and a climate of mobilization that is currently lacking. The populations of Western Europe must be quickly convinced that a “defensive” war against Russia is inevitable—indeed, necessary—to preserve our “freedom” and our lifestyles.

What the warmongers in the EU and NATO fear is the shift from passive to active, open resistance: an uprising of the proletariat and associated social strata who stand to lose a great deal from the conflict in the immediate term—something they are already experiencing, particularly in recent months. That is why these provocations must be denounced and fought everywhere, unequivocally highlighting the fact that it is the European Union that desires and is preparing for war. And Italy is fully complicit in this, just as it is in the genocide in Palestine—albeit in its usual “I do, I don’t; I say, I don’t” manner. This is precisely why it is so urgent and necessary to organize and strengthen demonstrations against the rush toward a war economy, war itself, and a police state—and specifically to oppose the Russophobic campaign.

And what about Russia?

For its part, Putin’s Russia is planning a record increase in military spending for 2026—a 40% rise—funded almost entirely through domestic borrowing. A public dispute has erupted over this decision between the Ministry of Finance—concerned about the sharp rise in debt and the risk that interest payments could soon consume up to 15% of the state budget—and the Kremlin’s directives. If these directives are adopted, as is likely, the Russian state will fall increasingly into the hands of its creditors: major extractive companies, the military-industrial complex, and large banks. This is not merely a future scenario; as early as the first quarter of 2026, military spending accounted for 46% of the Federation’s total budget expenditure (despite a spending increase of “only” 30%, which fell short of the demands made by state and military leadership). And, as is the case everywhere, this massive expenditure will come at the expense of social spending. The “endless” continuation and intensification of the war—in Ukraine and increasingly within Russia itself—pursued by von der Leyen’s EU and the vast majority of EU nations, also serves to erode the domestic support the Kremlin still enjoys, though such support cannot last forever.

In short, just like the European Union and NATO, Russia too is preparing for a long war with its historic adversaries. It does so with the awareness that an inter-capitalist war scenario on a global scale is progressively taking shape; indeed, a diplomat as extremely cautious as Lavrov—speaking not directly of the war in Ukraine, but of the Middle East and Latin America—stated some months ago: “some experts, including those in Russia who study the history of international relations, have already begun to describe and define these events as the Third World War.”

We need not repeat that such a war would not be fought for socialism, nor for progress in a general sense. It would be fought—and is already being fought in its preliminary stages—solely and exclusively to decide whether the world market and humanity as a whole should remain under the iron heel of the old imperialist powers led by Wall Street and the Pentagon, or whether they should fall under the new domination of the rising capitalist-imperialist powers led by China. For the working classes and oppressed peoples across the globe, it would be a catastrophe of unimaginable proportions—a universal Gaza. And those within the movements and the working class who obscure this elementary truth by rooting for the West’s capitalist adversaries as an imaginary “liberating” solution deserve to be sidelined. We refer here to the professional proponents of “campism”—not to the many individuals who cling to this illusion primarily out of a lack of faith in mass struggle, and who may yet shed this pernicious illusion as the proletarian movement grows in strength and autonomy.

Trump’s latest salvo against Zelensky (“he creates problems for the world; Ukraine needs another president”) and the trade deal with Putin regarding the export of a very modest amount of Russian diesel to America do not significantly alter this picture. If anything, they confirm that Washington—whether under Biden or Trump—always acts to the detriment of the EU, offloading onto it the heaviest costs of the war against Russia while reaping the lion’s share of current and future profits. For the United States, China is the number one strategic adversary, and that is where they intend to concentrate their forces. Yet, Washington does its utmost to weaken Russia—China’s primary ally—while simultaneously seeking to neutralize it by attempting (perhaps half-heartedly) to drive a wedge between it and Beijing.

After all, following the much-publicized Anchorage summit, the United States continued to arm Ukraine just as before, primarily by selling its own weaponry to the EU. Step by step, they agreed to increase long-range missile supplies, authorize the production of Patriot systems in Ukraine, and intensify economic pressure on Russia through sanctions. This is interspersed with periodic, sudden overtures toward Moscow—gestures that it would be rather unwise, however, to regard as truly “historic.”

US policy toward Russia is inherently dual-natured because contradictory strategic visions coexist within the American establishment, even though a broad cross-section of that establishment consists of staunch adversaries of Russia. This is a reality that even the elites surrounding Putin have had to acknowledge, despite the presence of a (minority) faction among them that would like to restore good trade relations with the United States.

Our main enemy is here, in Italy.

The tactical skirmishes of the moment—however sensational they may be—must not distract us from the fundamental political task established in the immediate aftermath of the outbreak of war between NATO and Russia in Ukraine, and which we reiterated in our print edition for May Day:

“Our main enemy is here, in Italy. It is ‘Made in Italy’ capitalism—with its banks, its corporations, its government, and its state apparatus. It is with this machine—which has been impoverishing us and forcing us into precariousness for decades, crushing our lives, and now demanding we turn against our class brothers from Russia, Palestine, the Arab world, Iran, and China—that we must reckon.” And with its historic alliances: NATO, the EU, and Israel. We will not be conscripted into your wars!

Today, there is a certain stirring among the youth in Europe against the drive toward war, particularly in Germany and France. The resurgence of the movement for Palestine on October 10—in Italy and across countless European and international public squares—is another positive sign to be grasped, valued, and strengthened. These two impulses—the struggle against the ongoing genocide in Palestine and the fight against the sacrifices and police-state repression demanded by the war economy and the rush toward global war—can and must unite.

The same vibrant housing rights movement in Spain can evolve into a struggle against war as well.

Let us confidently reach out to the bulk of the working class, who are beginning to experience firsthand the consequences of the arms race—feeling the bite of inflation as it ravages wages that are already low and insufficient for a dignified life, all while facing increasingly stifling workplace discipline.

“We won’t pay for their wars“: this campaign has already launched in Naples, driven by TIR, SI Cobas Naples, and the Movimento 7 Novembre. Let us expand this movement, targeting the Meloni government—which must be ousted through street mobilization—without placing any trust whatsoever in the false alternative of the “broad coalition” (*campo largo*). We place no faith in parliaments; we rely solely and exclusively on the power of mobilization by the working masses and social movements. Let us work to coordinate the forces in the field based on an anti-capitalist and internationalist perspective.

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