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L’Unione europea dalla corsa al riarmo alla corsa alla guerra contro la Russia

Bisogna prenderne atto il prima possibile e trarne le conclusioni del caso: in quattro mesi l’UE è passata dalla corsa sfrenata al riarmo – decisa agli inizi di marzo con lo stanziamento di 800 miliardi per il piano Rearm Europe, e confermata con la decisione di portare le spese militari al 5% del Pil di ogni paese – alla corsa sfrenata alla concreta preparazione della guerra contro la Russia.

Vediamo anzitutto i fatti che lo provano, quindi le cause (del tutto differenti dalla giustificazione ufficiale), infine le conseguenze.

I fatti

Ci limitiamo all’ultimo mese.

Il 18 luglio la Germania, paese perno dell’UE, e il Regno Unito siglano a Londra il Trattato di Kensington che prevede la mutua assistenza militare, e lo presentano come “messaggio a Putin”. Passano poche ore, il capo della Bundeswehr (l’esercito tedesco) Froyding sponsorizza l’attacco agli aeroporti russi e alle strutture dell’industria della difesa russa. A sua volta il ministro tedesco della difesa Pistorius annuncia che, nel quadro di un gigantesco balzo della spesa militare della Germania che salirà nel 2029 a 162 miliardi di euro (+ 70% rispetto a oggi), il suo paese ha provveduto a comprare missili statunitensi MRC Typhon a lunga gittata (1.800 km) in grado di raggiungere Mosca. Sarà un caso, ma nei giorni precedenti il Financial Times e Axios avevano fatto trapelare il consiglio “confidenziale” dato da Trump a Zelensky di attaccare Mosca, o almeno san Pietroburgo. Consiglio naturalmente smentito, come d’abitudine. Fatto sta che d’improvviso Kaja Kallas, la jena che difende il diritto al genocidio di Israele e ha più volte sostenuto che è necessario dividere la Russia in tanti piccoli stati, decide di gettare in pasto all’opinione pubblica europea una “rivelazione” utile come casus belli: la Russia ha usato armi chimiche in Ucraina. Il giorno dopo specifica: l’ha fatto in 7.000 attacchi!, senza degnarsi di dare una prova di numero e spiegare come mai questa enormità non fosse emersa in tre anni e passa di furiosa propaganda russofoba. Perché dare spiegazioni se non c’è un solo giornalista o un solo politico borghese che gliele chiede? Sfoggiando il piglio dei suoi avi nazisti, la sua kapò von der Leyen annuncia lieta sanzioni economiche pensate appositamente per “colpire al cuore la Russia” (notate il linguaggio). Il minuscolo napoleone ancora in sella a Parigi, appena preso a calci in culo dal Senegal, non poteva farsi rubare la scena dalla rivale Berlino; perciò ha pensato bene di far proclamare ai suoi generali: la Francia ha messo a punto una sua “strategia di difesa dell’Artico”. Con l’ovvia motivazione anti-russa: “L’Artico è una zona di interesse operativo per le Forze Armate francesi [la Francia affaccia sul Baltico?] perché fornisce avamposti in mare, terra e spazio, nonché posizioni avanzate per l’osservazione strategica dei nostri concorrenti e un ambiente unico per l’addestramento in condizioni estreme”. 

La settimana precedente era stata segnata da questo annuncio: “gli alleati europei accelerano i piani per creare una futura forza di stabilizzazione in Ucraina”, il suo quartier generale sarà a Parigi, per poi trasferirsi a Londra. Della Multinational Force Ukraine faranno parte una trentina di paesi (il 4 marzo, a Londra, i paesi coinvolti erano 16). Soltanto piani? No, anche una grande esercitazione della NATO per il trasferimento di mezzi militari attraverso il Reno, con tanto di sofisticati droni di superficie Sonobot 5, in uno scenario che simula in modo sfacciato una guerra con la Russia. Tra i paesi presenti l’immancabile Italia di Mattarella-Meloni-Leonardo, mai assente quando si tratta di seminare caos e guerre fuori confine. Del resto, ci sarà una ragione per cui il settore più florido dell’economia italiana – dell’Italia che “ripudia la guerra” – è proprio l’industria bellica, no? Ancor più importante è la militarizzazione già avviata del porto di Rotterdam, di cui dà conto il Financial Times del 14 luglio con un articolo dal titolo esplicito: “Europe’s biggest port readies for potential war with Russia”. Senza altrettanto clamore anche altri porti, Amburgo, Trieste, Bergen, Genova, si stanno riorganizzando nel quadro della creazione di “land corridors” per le truppe statunitensi e della Nato – di cui ha parlato il Daily Telegraph già un anno fa, sempre con un chiaro riferimento alla guerra con la Russia.

A conferma e supervisione del tutto, non poteva mancare la voce amerikana. Ed ecco il comandante delle forze terrestri statunitensi in Europa ed Africa C.T. Donahue assicurare i suoi partner europei: grazie al piano “Eastern Flank Deterrence Line” (che migliora l’interoperabilità e sviluppa tecnologie comuni), il campo delle forze militari occidentali è pronto a annientare rapidamente (‘neutralizzare’) l’enclave russa di Kaliningrad. Nei commenti alcuni volonterosi schiavetti della stampa indipendente aggiungono: è pronto pure il piano per prendersi la Transnistria, una regione della Moldova legata alla Russia. Una seconda voce amerikana, quella del generale A.G. Grynkewich, del Comando europeo degli Stati Uniti, è stata ancora più precisa: la Nato deve prepararsi alla possibilità che la Russia e la Cina lancino simultaneamente guerre in Europa e nel Pacifico. Ci dia le date, generale!: “un anno potenzialmente critico potrebbe essere il 2027”. L’indicazione della data non è da poco, dal momento che Rearm Europe aveva per riferimento il 2030. Né lo è la dichiarazione del gen. tedesco C. Freuding, coordinatore delle forniture militari all’Ucraina: “i primi missili a lungo raggio ucraini, finanziati dalla Germania, entreranno in servizio con le forze armate ucraine entro la fine di luglio” (2025). Stringere i tempi dell’attacco a Mosca, o almeno a san Pietroburgo, non bastassero i pesantissimi colpi già inflitti negli scorsi mesi all’ombrello anti-atomico russo e ai suoi bombardieri nucleari.

La giustificazione ufficiale 

Questo insieme di fatti concatenati tra loro in modo univoco ha questa giustificazione ufficiale: la Russia si sta preparando ad attaccare l’Europa occidentale. A rendere grottesca una tale frottola c’è anzitutto la storia: per due volte è stata l’Europa occidentale ad attaccare la Russia per cercare di soggiogarla, prima con la Francia rivoluzionaria ma aspirante all’impero, poi con la Germania ultrareazionaria che aspirava a fare degli slavi, “popoli concime” (Hitler), il proprio sterminato esercito di schiavi. Non bastasse la storia; c’è l’attualità: la Russia di Putin ha impiegato tre anni e mezzo a conquistare – in modo tutt’altro che stabilizzato – poco più del 20% del territorio dell’Ucraina. L’ha fatto pagando un prezzo non indifferente di uomini, e dovendo ricorrere di recente all’aiuto delle truppe nord-coreane, in precedenza a quelle mercenarie della Wagner. Come, con quali mezzi e quali contingenti di uomini, potrebbe progettare l’invasione dell’intera Europa occidentale, tuttora pienamente inserita nella Nato e da ciò garantita?

I numeri sono i seguenti: l’Unione europea ha 450 milioni di abitanti, la Russia meno di 145 milioni. L’Unione europea ha un pil pari a 19.423 miliardi di dollari (nel 2024), la Russia un pil poco superiore ai 2.000 miliardi di dollari. La Nato supera la Russia in aeromobili 22.377 a 4.957, in potenza navale 1.143 navi a 339, in carri armati da battaglia 11.495 a 5.750. La Nato circonda geograficamente la Russia, a nord, ovest e per lo più a sud, con Georgia, Moldavia, Ucraina a chiudere il cerchio. Francia e Gran Bretagna possiedono armi atomiche. Molte decine di missili nucleari statunitensi sono lucidati e pronti a volare verso est con velivoli tedeschi veloci dalla base aerea di Büchel o con aerei italo-amerikani da quella padana di Ghedi, se non anche da Aviano. E se questo non fosse sufficiente, gli Stati Uniti hanno stanziato 253 milioni di dollari per costruire nel Regno Unito due installazioni militari per armi nucleari. Per l’immediato, comunque, l’US Air Force ha provveduto a dispiegare armi nucleari sempre nel Regno Unito. Per il calcolatore Putin non sarebbe un autentico suicidio attaccare l’Europa, o anche solo la Germania?

Ciò non toglie che da ora in avanti si ripeterà all’infinito, in maniera ossessiva, questa menzogna fino a che non acquisterà una parvenza di verità – come l’ha acquistata in altri tempi il possesso di armi di distruzione di massa da parte dell’Iraq di Saddam Hussein (uno spudorato falso ammesso in seguito dallo stesso Powell), o l’inesistente genocidio di albanesi in Kosovo per mano della Jugoslavia di Milosevic, o l’essere l’Iran ad un passo dall’atomica. “Gouverner, c’est faire croire” (secondo Richelieu), governare è far credere…

L’Ucraina è ad un passo dalla disfatta

Le vere ragioni sono altre.

La più immediata è che l’Ucraina è ad un solo passo dalla disfatta militare e il regime quisling di Zelensky a poco più dal suo tracollo. Dal 2022 i processi penali aperti per diserzione sono stati 230.804. Il livello delle diserzioni è arrivato al 70% delle reclute arruolate tramite i rastrellamenti degli odiatissimi Centri di reclutamento territoriale. I  fuggiaschi nei boschi e nei villaggi più sperduti sono almeno 40-50.000, e non pochi di essi vengono trovati morti nelle foreste o nei fiumi. Il governo sta per avviare il reclutamento degli ultrasessantenni. Nell’Ucraina dove è in vigore la legge marziale, a distanza di pochi giorni si è manifestato senza paura prima a Kiev (in qualche centinaia) per riavere i corpi dei soldati caduti, e poi a Lviv / Leopoli (a migliaia) perché la corrottissima gang di Zelensky – che secondo il deputato della Rada Dmytruk ruba 10 miliardi di dollari l’anno – ha deciso di liquidare l’Ufficio nazionale anti-corruzione (NABU), salvo poi doversi rimangiare la decisione. (vedi foto)

Leopoli: un cartello con un messaggio molto chiaro

In tre anni il tasso di povertà della popolazione è esploso, arrivando al 37%. La distanza tra l’esistenza sempre più incerta e sofferta della comune umanità lavoratrice e la cricca dei profittatori di guerra asserviti ai piani di Nato, Washington e Bruxelles, è abissale. Il ministro degli esteri ucraino Sibiga non si vergogna di sostenere che “La guerra è stata positiva per il paese” perché l’Ucraina “ha avuto l’onore” di divenire un banco di prova per le armi occidentali. Un deputato della Rada lascia dire al suo collaboratore Evgeniy Karas che “la guerra nucleare è un bene, ci conviene”.

In realtà l’Ucraina è un paese fallito, con un debito estero insostenibile. Un paese di fatto smembrato e colonizzato, la parte più ricca di minerali e di industrie occupata dalla Russia, la restante parte svenduta agli Stati Uniti dei finti nemici Biden-Trump e ai rapaci europei, con l’Italia sempre in prima fila a esigere la sua abbondante libbra di carne (dietro la vuota retorica sulla ricostruzione – non c’è nessuna ricostruzione alle viste). “Con l’Ucraina abbiamo fatto ottimi affari”, ammette una commissaria europea. L’ultima svendita è quella del terminal Olimpex, uno dei più grandi del porto di Odessa; qui l’affare è stato di due fondi statunitensi, l’Argentem Creek Partners e l’Innovatus Capital Partners. Ma le svendite non sono certo finite, né tanto meno i lutti. Ci vorrà ben altro che il canto obbligatorio dell’inno nazionale al mattino (pena una multa) per tirare su le sorti di un’Ucraina in rovina.

L’Unione europea e la di nuovo amica Gran Bretagna di Starmer intendono fare di tutto per impedire il tracollo militare e politico dell’Ucraina di Zelensky. Ne va del loro residuo prestigio. Ancora l’orrida Kallas, quella che non cessa di ripetere che la Crimea deve tornare all’Ucraina: “Se l’Europa non riesce a sconfiggere la Russia, come potrà affrontare la Cina?”. L’imperativo del momento è quindi impedire ad ogni costo che la Russia vinca, acquistare in tutta fretta valanghe di armi dal Pentagono, sabotare i colloqui di pace, preparare l’attacco in grande stile alla Russia, prima che si può, altrimenti l’armata russa (che ovviamente non ha nulla di rosso) arriverà ad Odessa. Anche la macchina della propaganda russofoba deve tornare a andare a pieno regime, come ai tempi della guerra fredda. Ed ecco l’appello della Naval’naja contro il direttore d’orchestra Gergiev mobilitare in quattro e quattr’otto 700 premi Nobel e intellettuali all’insegna della storica guerra culturale alla Russia. Morte ai russi!

“Trump ci sveglia, l’Europa è ancora in pigiama.”

Qualche tempo fa Liz Truss, l’invasata durata 39 giorni a capo del governo britannico, si disse felice di poter premere il bottone di lancio dell’atomica contro la Russia. Fu liquidata in breve, forse anche per questa avventatezza (certe cose non si dicono). Senonché a distanza di soli tre anni la stessa incontrollabile isteria si è impadronita di un numero crescente di governanti europei, a cominciare dal laburista Starmer.

Ma sarebbe superficiale, limitante, attribuire la corsa europea ad organizzare la guerra contro la Russia al solo andamento della guerra in Ucraina. Tanto la corsa al riarmo quanto questa ulteriore accelerazione bellicista dell’UE e della socia Gran Bretagna riguardano lo scontro in atto per la rispartizione del mercato mondiale, che – come si è visto in Ucraina e in Medio Oriente – è già da qualche anno passata dal livello commerciale, monetario, finanziario, a quello militare. In questo scontro, da tempo la Germania e l’insieme dell’Europa occidentale non fanno che perdere terreno già nel campo a loro più favorevole: la produzione industriale e il commercio internazionale. Si erano auto-illusi di avere messo in ginocchio l’economia russa con le sanzioni, ma hanno assaggiato sui denti il loro impatto boomerang. Spezzare gli ottimi rapporti commerciali con la Russia per poi costringersi a comprare il carissimo gas liquefatto amerikano è stato un affare da bancarottieri.

Ma l’imminente vittoria militare russa e la minaccia di Trump di liquidare la Nato se i paesi membri non porteranno al 5% del pil la loro spesa bellica hanno prodotto un vero shock. Un giornalista del Sole 24 ore ha coniato una metafore felice: “Trump ci sveglia, l’Europa è ancora in pigiama” a “sognare un passato che non tornerà”. Dopo il brusco risveglio, in particolare la nomenklatura politica tedesca appare tarantolata. Ha realizzato che lo spostamento sul piano militare dello scontro tra le grandi potenze ha un carattere definitivo, e al momento la Germania si presenta debole in questo campo. Urge recuperare in fretta. Aboliti d’un tratto i limiti costituzionali al bilancio sul debito, Scholz e Merz si sono lanciati a capofitto in un riarmo illimitato e in un’illimitata retorica bellicista che è stata anticipata negli anni scorsi dalla verde-nera Baerbock, promossa con pieno merito presidente dell’80^ assemblea dell’Onu. E qui possiamo cogliere un’ulteriore valenza strutturale della corsa all’organizzazione della guerra contro la Russia.

Il militarismo come “campo di accumulazione del capitale”

Da anni la Germania e l’intera Unione europea vivono una stagnazione produttiva in un’alternanza tra anni di lieve crescita e anni di lieve recessione, a fronte dei loro due grandi competitor Stati Uniti e Cina che, pur con crescenti problemi, continuano ad andare avanti più spediti. Ed ecco imporsi la prospettiva di un massiccio investimento di capitali nell’industria bellica e nella logistica di guerra come volano di una nuova dinamica accumulativa e di innovazione tecnologica : il militarismo come “campo di accumulazione del capitale” (Rosa Luxemburg), attraverso tutte le fasi storiche di questo modo di produzione. Se si guarda ai decenni passati, mai la produzione bellica è stata ridotta ad un settore insignificante del capitalismo globale. Dalla fine della seconda guerra mondiale non c’è mai stato un anno di pace nel mondo. Si sono susseguite decine di guerre nel Sud del mondo e quasi sempre a prenderne l’iniziativa sono stati l’imperialismo a stelle e strisce e gli imperialismi europei. La macchina da guerra del Pentagono non si è mai fermata, e il complesso militare-industriale che la rifornisce è stato più che mai centrale del processo produttivo operante sul suolo statunitense (nessuna delocalizzazione in questo settore). Ma anche gli altri membri della Nato, l’Italia tra i primi, hanno partecipato alle tante carneficine neo-coloniali del cosiddetto dopoguerra. Adesso, però, non si tratta più della sola Corea, del solo Vietnam, del solo Iraq, della sola Libia, della sola Jugoslavia, della sola Gaza, della sola Ucraina, del solo Sudan, del solo Congo – la crisi del sistema sociale capitalistico e dell’ordine mondiale capitalistico è arrivata a un punto talmente esplosivo e incontrollabile che la corsa alle armi è diventata universale e i focolai di guerra, e di scontro inter-imperialistico, si sono moltiplicati. La realtà della “guerra mondiale a pezzi” si è trasformata in una corsa ad una nuova guerra mondiale dispiegata su tutto il globo, quali mai sono state le due precedenti.

Per l’Unione europea i brutali colpi ricevuti in tre anni dagli Stati Uniti, l’ultimo con l’accordo-resa sui dazi, se hanno prodotto un risentimento anti-americano diffuso anche in settori borghesi interpretato dai partiti cosiddetti “sovranisti”, stanno però spingendo i singoli governi a cercare un accomodamento con l’amministrazione Trump che, davanti al rischio di default del proprio debito e all’insostenibilità del proprio sbilancio commerciale, sta usando la mazza da baseball anche con i suoi alleati di sempre. L’Italia della Meloni, in particolare, ha scelto di cercare un proprio spazio di manovra all’ombra della Casa Bianca.

Nel prossimo futuro si capirà quanto questo tentativo permetterà all’imperialismo italiano di ritagliarsi una nicchia per lucrare una qualche rendita di posizione, rinverdendo la storica posizione che da sempre caratterizza le “nostre” classi dominanti. Per adesso, il primo round della guerra dei dazi si è chiuso con una netta vittoria degli Stati Uniti contro l’UE, con l’Italia ben compresa nel novero di coloro che hanno dovuto ingoiare il rospo. Proprio quest’esito ha già rilanciato le polemiche da operetta fra governo e opposizione, tutte all’insegna di chi è più coerentemente nazionalista, nello sforzo di ciascuno di accreditarsi come migliore interprete degli interessi nazionali, cioè degli interessi capitalistici del “nostro” Stato.

Nella UE sono presenti anche spinte ad un rapporto più conflittuale con Washington, ma nell’uno e nell’altro caso il nemico diretto è stato identificato ormai nella Russia. Tuttavia, il disfacimento dei vecchi equilibri mondiali potrebbe riservare altri colpi di scena, modificando l’attuale definizione degli schieramenti imperialistici in lotta, quello occidentale a guida statunitense e quello anti-occidentale a guida cinese. Da questo punto di vista, l’esito della guerra in Ucraina, di cui pure non si intravvede al momento una possibile via d’uscita, potrebbe introdurre variabili al momento difficili da ipotizzare. La questione essenziale è se ci sarà nei prossimi mesi una (comunque) provvisoria sospensione delle ostilità tra Russia e Nato in Ucraina, oppure no.

Considerato quanto esposto finora, è assai difficile dare torto a Patrushev (uno dei maggiori consiglieri di Putin) quando, dopo aver passato in rassegna cosa sta avvenendo in terra e in mare ai confini della Russia, dal Baltico al mar Nero, sostiene che “le azioni attuali della Nato somigliano molto ad una simulazione di aggressione su vasta scala contro il nostro paese”. Non è il riconoscimento di questo dato di realtà che ci distingue dai kampisti filo-russi e filo-cinesi. Ci distingue da loro, ed è uno spartiacque di classe, il giudizio sulla natura sociale iper-capitalistica, imperialista della Russia di oggi, e sul suo ruolo nella politica mondiale che non ha nessun aspetto progressivo, tanto meno antimperialista. Al contrario è del tutto evidente, per chi abbia occhi per vedere, che Putin e i suoi perseguono, finora con alcuni successi, un piano di restaurazione del vecchio impero. Tale del resto è l’ideologia ufficiale del gruppo di potere di Mosca, con tanto di richiami in positivo al ministro zarista Stolypin, macellaio di rivoluzionari (e modernizzatore), e di stretta alleanza con la reazionaria, a dir poco, Chiesa ortodossa di Kirill I, per il quale la guerra in Ucraina “non ha significato fisico, ma metafisico” (omelia del 7 marzo 2022).

Anche a Mosca, come a Washington o nelle capitali europee, a farla da padrone è il grande capitale, i monopoli industriali (energia e produzione bellica su tutti, a cominciare da Gazprom e Rosatom) e finanziari (a cominciare da Sberbank) interessati al mercato mondiale (vedi l’importante presenza russa in Africa), lo sfruttamento dei proletari, la discriminazione e l’oppressione delle minoranze nazionali, la repressione politica e sociale, il militarismo, i cui costi sono pagati dagli sfruttati, in particolare da quelli delle nazionalità oppresse. Il tritacarne della guerra ucraina ha ingoiato, e continua ad ingoiare, a decine di migliaia le vite dei proletari russi, mentre infligge lutti e sofferenze a milioni di quelli ucraini.

Nel denunciare il bellicismo che impazza in Italia e in Europa, nostra fondamentale priorità politica, non dimentichiamo certo quanto avviene e si prepara nel campo avverso all’Occidente. La battaglia disfattista di noi internazionalisti per la sconfitta del ‘nostro’ campo imperialista, del “nostro” governo, della Nato, in Ucraina e ovunque, è un contributo alla battaglia anti-capitalista delle masse oppresse e sfruttate su scala mondiale, e quindi anche a quelle dei paesi appartenenti al campo anti-occidentale, a cominciare dalla stessa Russia. Non abbiamo nulla a che vedere con oppositori quali la Navalnaja, ma la nostra solidarietà va a quanti, con grandi rischi per la propria libertà, si stanno opponendo alla guerra da posizioni di classe, o anche pacifiste (non filo-occidentali). Così come, evidentemente, va al numero crescente di ucraini e ucraine che, in un modo o nell’altro, stanno sabotando la macchina di guerra della Nato e i disperati diktat bellicisti della banda Zelensky. La nostra prospettiva non è certo quella della vittoria di un capitalismo “altro” da quello putrescente di marca occidentale; è quella della trasformazione della guerra imperialista in guerra di classe per il comunismo a ovest come ad est, a nord come a sud.

Le conseguenze

Sosteniamo da tempo che le prime conseguenze per la classe lavoratrice di questa via alla guerra sono l’attacco alla spesa sociale e un forte giro autoritario, se non proprio fascisteggiante. L’ascesa internazionale delle destre ne è l’emblema, ma le cosiddette “sinistre” sono molto spesso altrettanto belliciste. Quanto ai sacrifici, l’attacco alla spesa sociale, oltre che dall’aumento delle spese militari, sarà alimentato dalla più che probabile decisione del governo Meloni e degli altri governi europei di sostenere economicamente le imprese più colpite dai dazi americani, spostando così ulteriori risorse dal salario diretto e indiretto ai profitti aziendali e all’accumulazione. Il tentato (e per ora fallito) colpo di mano sulla possibilità di recuperare i mancati pagamenti da parte dei lavoratori è un esempio di ciò che verrà. In Germania Merk accompagna il lancio di un militarismo estremo con ricette di un liberismo estremo che, come negli Stati Uniti, tagliano gli aiuti essenziali agli strati più poveri della popolazione. Questo è il rovescio della medaglia della corsa al riarmo, all’organizzazione della guerra alla Russia e dei ripetuti cedimenti dell’UE ai ricatti e alle imposizioni di Washington: la possibile, per noi necessaria, riaccensione dello scontro di classe in Europa. Dopotutto la politica anti-europea di Trump ha questo chiaro intento: allontanare il più possibile lo scoppio incontrollabile dello scontro razziale e di classe negli Stati Uniti, e anche della possibile guerra civile, esportando questi “pericoli” in Europa.

Il salto di qualità nella corsa al riarmo che qui abbiamo segnalato ci impone di intensificare propaganda e agitazione a largo raggio per spiegare a cosa si va incontro, che – se la preparazione della guerra alla Russia non sarà spezzata, ed è possibile farlo – non ci sarà nessun angolo in cui andarsi a riparare. Ma la sola possibilità di spezzarla è la generalizzazione della lotta contro i sacrifici e il giro di vite repressivo che questa preparazione comporta, contro il piano Rearm Europe e le manovre della Nato, per lo scioglimento della Nato e la chiusura delle basi Nato in ogni paese, per la fraternizzazione tra proletari occidentali e proletari russi, per un fronte di classe contro la guerra, per la trasformazione della guerra tra stati in rivoluzione sociale anti-capitalista.

Negli scorsi anni siamo stati parte attiva delle iniziative di lotta più significative avvenute in Italia, con la costituzione della Rete Libere/liberi di lottare, con l’organizzazione – all’interno del SI Cobas, e non solo – degli scioperi contro la logistica di guerra, la economia di guerra, la corsa al riarmo, il genocidio a Gaza, il massacro inter-imperialista in Ucraina. etc. E abbiamo posto all’odg, a partire dall’assemblea di Milano del giugno 2023, la necessità di un coordinamento sempre più stretto delle forze internazionaliste, per organizzare un fronte di classe totalmente indipendente dai grandi poteri capitalistici a scontro.

Ne abbiamo discusso ampiamente nella Conferenza internazionalista di Napoli, e ci permettiamo di rimandare alle sue risoluzioni.

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