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Lo sciopero-flop dell’USB: il separatismo e le logiche di orticello non pagano

Per noi rivoluzionari, il fallimento di uno sciopero non è mai una buona notizia, anzi! Tanto più se si tratta, ed è questo il caso, di uno sciopero convocato su temi riguardanti la guerra e su una piattaforma rivendicativa che è in buona parte condivisibile.

Ciò premesso, è innegabile che lo sciopero “generale” proclamato da USB nella giornata di ieri, 18 maggio, si sia rivelato un flop, con adesioni scarsissime non solo nel settore privato, ma anche in quel pubblico impiego che ha sempre costituito la principale roccaforte di quel sindacato: i dati provvisori parlano di meno dell’1% di adesione in tutto il settore pubblico, e di appena l’1,1% nella scuola, cioè la categoria che negli scioperi generali del 22 settembre e 3 del ottobre 2025 aveva registrato percentuali di adesione di oltre dieci volte superiori, caratterizzandosi come il comparto pubblico più sensibile e combattivo nell’opposizione alla guerra e nel sostegno alla resistenza del popolo palestinese. Ancora più eloquente il dato del trasporto pubblico locale e nazionale, laddove nelle principali città le percentuali di adesione allo sciopero sono state modeste, e in alcuni casi nulle.

Non difforme il dato delle piazze, su cui Usb ha sempre puntato (soprattutto negli ultimi mesi) per mascherare i bassi tassi di adesione agli scioperi grazie al sostegno attivo della propria area politica di riferimento (Potere al popolo, Cambiare Rotta, ex-Opg) nelle manifestazioni indette a ridosso degli scioperi generali: poche centinaia in corteo non solo a Milano (nella foto) e a Napoli, ma anche nella stessa Roma.

I massimi dirigenti di Usb (e delle sue propaggini politiche e sociali) potrebbero risponderci di essere ben consapevoli che questo sciopero cadeva in un periodo di riflusso oggettivo delle mobilitazioni, ma di essere stati spinti a proclamarlo a seguito della ripartenza della Global Sumud Flotilla e del probabile sequestro dei suoi attivisti operato in questi giorni da Israele in acque internazionali.

Si tratterebbe, però, di una “giustificazione” insostenibile che cozza con la realtà dei fatti e con il dibattito che si è sviluppato nelle scorse settimane nell’intero panorama del sindacalismo di base.

Da oltre due mesi si è infatti aperto un confronto tra la gran parte delle sigle extra-conferedali sulla necessità di giungere a un nuovo sciopero generale entro la primavera: una necessità che doveva fare i conti con il clima tutt’altro che effervescente sui luoghi di lavoro, ma era resa ancor più urgente dall’escalation bellica in Iran e in Medio Oriente, dall’impatto pesantissimo che la guerra sta producendo e produrrà sulle condizioni di vita e sui salari di milioni di lavoratori, e in ultimo dall’inasprimento dei dispositivi repressivi attuati dal governo Meloni contro le lotte sindacali e sociali (su tutti i nuovi decreti-sicurezza e l’infame delibera della Commissione anti-sciopero per bloccare sul nascere le lotte nella logistica).

A questo confronto, lanciato dalla Cub con lo scopo di giungere a uno sciopero generale unitario e al quale hanno fin da subito aderito SI Cobas, SGB, ADL Varese, le due USI, Cobas e altre sigle, e aperto anche alle reti di sostegno alla Palestina e a varie realtà di movimento, era stata invitata più volte formalmente anche Usb, che si è sottratta puntualmente agli inviti.

In un primo momento, la gran parte dei sindacati aveva convocato lo sciopero per il giorno 15 maggio, raccogliendo l’appello di Udap, GPI e reti di sostegno alla Palestina le quali avevano indetto la manifestazione nazionale del 16 maggio a Milano in occasione dell’anniversario della Nakba; ma hanno poi dovuto ripiegare sulla data del 29 maggio a seguito della sfilza di limitazioni imposte dalla Commissione di garanzia per via del cosiddetto “divieto di rarefazione oggettiva” (cioè il divieto di proclamare scioperi nella stessa categoria nella settimana precedente e successiva a un’altra indizione) che avrebbe impedito di scioperare in alcuni settori pubblici “essenziali” (tra cui la scuola e il trasporto aereo).

Fino a inizio maggio Usb, tenendosi ben lontana dal confronto col resto del sindacalismo di base, aveva dichiarato che non vi erano le condizioni per uno sciopero generale in primavera per via della scarsa disponibilità dei lavoratori, e che avrebbe perciò ripiegato su scioperi di categoria quale quello dei Porti, indetto lo scorso 7 maggio sul tema del lavoro usurante (molto sentito da questa componente operaia). Poi d’improvviso 2 settimane fa, a seguito degli appelli provenienti dalla Global Sumud Flotilla, ha preso parte agli ultimi due incontri online, nei quali ha “inspiegabilmente” rigettato sia la proposta di convergere sulla data unitaria del 29 maggio, sia quella (formulata soprattutto dal SI Cobas) di ri-anticipare lo sciopero generale al 15 maggio in modo da accogliere unitariamente le sollecitazioni delle reti solidali con la Palestina.

I risultati di questo arroccamento identitario sono purtroppo sotto gli occhi di tutti: la sindrome dell’”autosufficienza” e l’ostinato separatismo di Usb, che a settembre e ottobre scorsi avevano “pagato” in termini di immagine grazie alla grande visibilità mediatica dei portuali di Genova e Livorno nella campagna contro il traffico di armi dirette a Israele e nel contesto di una mobilitazione di massa contro il genocidio a Gaza (ma che anche in quelle occasioni aveva depotenziato non poco il carattere unitario e plurale degli scioperi sui luoghi di lavoro), oggi, con il movimento in fase di risacca, svela tutta la sua inconsistenza e autoreferenzialità politica – in chiave, in ultima analisi, elettoralistica.

Tale condotta separatista oggettivamente indebolisce anche lo sciopero generale unitario proclamato per il prossimo 29 maggio da Cub, SI Cobas, SGB, Adl Varese, USI Cit e USI 1912: uno sciopero coraggioso, e che proprio per questo chiama alla massima mobilitazione e al massimo sostegno quanti/e intendono opporsi realmente ai piani di guerra, di riarmo e di complicità col genocidio sionista del governo Meloni, e rilanciare una battaglia generale contro lo sfruttamento, la repressione, le misure anti-sciopero, per un pieno recupero del potere d’acquisto dei salari e per lo sviluppo dell’organizzazione operaia sui luoghi di lavoro.

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