Traduciamo un articolo comparso su “La Izquierda Diario” negli scorsi giorni che avanza questa tesi: “Nuove prove indicano accordi segreti tra il governo di Delcy Rodríguez e il settore guidato da María Corina Machado, su direttiva di Washington per il consolidamento del protettorato in Venezuela”.
C’è chi continua ad arrampicarsi sugli specchi straparlando di un governo chavista che non si arrende ai gangster di Washington, ma il susseguirsi degli avvenimenti dà un responso impietoso riguardo al cosiddetto “socialismo del XXI secolo”.
Qualche trombone sfiatato troverà “ideologica” la nostra affermazione, ma a noi è evidente che la sola forza in grado di contrastare e abbattere questo nuovo protettorato in formazione è quella delle masse proletarie e sfruttate del Venezuela e dell’intera America del Sud, a cui Washington e le borghesie legate a Washington preparano un fosco futuro di super-sfruttamento, miseria e regimi di polizia. (Red.)
Il panorama politico venezuelano, a seguito dell’intervento militare statunitense del 3 gennaio, è
entrato in una nuova fase caratterizzata dall’azione diretta dell’imperialismo USA nella
riorganizzazione statale, economica, politica e geopolitica del Paese, che ha portato alla creazione
di un protettorato neocoloniale. Da allora, il Venezuela è diventato il centro della dottrina del
dominio emisferico promossa dall’amministrazione di Donald Trump in America Latina.
In seguito all’intervento militare, Washington ha deciso che il Venezuela avrebbe dovuto essere
sottoposto a un processo di “stabilizzazione” supervisionato e diretto dalla Casa Bianca. E’ stata attuata
quella che è stata definita una “transizione ordinata”, in cui i cambiamenti nelle strutture statali
avrebbero garantito la funzionalità del controllo politico, la liberalizzazione economica e
l’eliminazione dell’influenza di potenze rivali come Cina, Russia e Iran. Tutto ciò è avvenuto in un
contesto in cui la sicurezza nazionale statunitense era esplicitamente definita in termini emisferici:
l’America Latina come zona interna di controllo strategico.
La convergenza di Delcy e María Corina sotto tutela
Sia Delcy Rodríguez che María Corina Machado concordano sulla necessità di rinunciare al
controllo nazionale, ma all’interno di questa convergenza generale, diversi elementi suggeriscono
che i colloqui tra le parti stiano procedendo in modo più diretto, seppur discreto, e sotto l’influenza
di Marco Rubio. In questo contesto, le recenti dichiarazioni di María Corina Machado durante il suo
soggiorno a Madrid assumono un significato particolare. La sua insolita affermazione secondo cui
Delcy Rodríguez sta “smantellando una struttura repressiva e corrotta”, insieme all’annuncio di un
suo eventuale ritorno in Venezuela solo verso la fine del 2026, e non nell’immediato come
sostenuto precedentemente, introduce un notevole cambiamento di rotta per una rappresentante
che per anni ha costruito la sua identità politica sullo scontro assoluto con il chavismo e sulla
richiesta di un intervento militare.
La deputata di destra, che ha incarnato la resistenza in prima linea contro il chavismo, ha
“inaspettatamente” iniziato a lodare – con toni misurati ma significativi – l’amministrazione di Delcy
Rodríguez. Più che una mera moderazione retorica, queste dichiarazioni suggeriscono una nuova
dinamica politica in cui settori dell’opposizione intransigente iniziano a integrarsi nel quadro
“trifase” orchestrato dagli Stati Uniti. Ciò che María Corina ha espresso è in realtà un’eco delle
direttive ricevute nei suoi recenti incontri con Marco Rubio, dove il piano è semplice: stabilizzare il
protettorato ed evitare la destabilizzazione politica.
Questo settore dell’opposizione sta assumendo un ruolo più funzionale all’interno del piano
strategico statunitense per il Paese. Vale la pena ricordare cheTrump l’aveva esclusa come
candidata ad assumere il controllo immediato del Venezuela, considerandola una potenziale
“causa di caos”. In questo senso si comprende come stia emergendo una convergenza basata su
accordi sottobanco. María Corina Machado e un’esponente del partito Vente Venezuela hanno addirittura dichiarato di essere disposte a firmare un ampio accordo nazionale con il chavismo e altre forze politiche “che porti al necessario processo elettorale”.
Le informazioni provenienti dai corridoi del potere di Washington, così come dagli ambienti
diplomatici e finanziari, suggeriscono un coinvolgimento degli Stati Uniti anche nella
riorganizzazione di istituzioni chiave come la Banca Centrale del Venezuela. Ciò implica non solo
una ridefinizione del potere politico, ma anche una garanzia di allineamento macroeconomico del
Paese con gli interessi strategici di Washington.
Quando si tratta di consegnare il paese
Oltre alle dichiarazioni di María Corina, due chiari esempi potrebbero ulteriormente illustrare
questa “transizione” gestita dall’estero. Il primo riguarda informazioni non ufficiali sulla selezione
dei nuovi vertici della Banca Centrale del Venezuela (BCV), che verrebbero decisi al tavolo delle
trattative a cui partecipa il team di María Corina Machado sotto l’occhio vigile di Marco
Rubio, sebbene il governo si sia dissociato da questa vicenda. Il secondo esempio è Citgo:
sebbene non sia stato ancora annunciato ufficialmente, sarebbero in corso trattative per un nuovo
consiglio di amministrazione concordato di comune accordo. L’accordo si baserebbe su una
cooperazione tecnica senza precedenti tra l’amministrazione di Delcy Rodríguez e settori
dell’opposizione per proteggere Citgo dai creditori negli Stati Uniti.
Lungi dallo smantellare l’apparato statale ereditato dal chavismo, la strategia statunitense si è
concentrata sulla preservazione del personale politico in grado di garantire la “stabilità”
attraverso forze armate condizionate, mentre si consolida la riorganizzazione del protettorato.
Questo meccanismo richiama esperienze storiche in cui l’imperialismo ha optato per il riciclo delle
élite esistenti piuttosto che per la creazione di vuoti di potere che avrebbero potuto generare instabilità. Con il nuovo schema, il risultato è una transizione ibrida in cui attori del chavismo e
settori dell’opposizione convergono sotto lo stesso quadro di supervisione internazionale.
Resistenza all’imperialismo, al suo protettorato e ai suoi vassalli
Questo processo si inserisce in una più ampia ridefinizione della politica estera statunitense. La
dottrina nota come “Grande Nord America “, presentata nel quadro del Comando Meridionale,
postula che l’emisfero occidentale debba funzionare come un blocco strategico integrato sotto la
guida degli Stati Uniti, in risposta alla competizione internazionale con la Cina.
L’amministrazione Trump ha quindi riformulato la tradizione della Dottrina Monroe, adattandola al XXI secolo: non si tratta più semplicemente di prevenire interventi europei, ma di garantire un controllo politico,
energetico e tecnologico diretto sull’America Latina. Il Venezuela, data la sua importanza
energetica, si configura come il laboratorio inaugurale di questa nuova fase imperialista.
Le conseguenze a livello continentale sono profonde. Se il protettorato venezuelano riuscisse a
stabilizzarsi, l’America Latina potrebbe entrare in una fase di semicolonialismo. Il caso
venezuelano prefigura una trasformazione generale del rapporto tra Stati Uniti e America Latina
nel contesto del relativo declino statunitense e della lotta internazionale per le risorse strategiche.
Per questo diventa indispensabile costruire una politica antimperialista indipendente, separata sia
dal vecchio apparato statale chavista sia dall’opposizione di destra ora allineata con Washington.
L’autentica difesa dell’autodeterminazione venezuelana può emergere solo dall’organizzazione dei
lavoratori, dei settori popolari e dei giovani, da una prospettiva anticapitalista. Il regime neocoloniale porterà a un maggiore sfruttamento della classe lavoratrice, alla cessione
delle risorse naturali e all’annullamento di qualsiasi diritto all’autodeterminazione. Il Paese diventerebbe il primo chiaro esempio di una nuova era di protettorati moderni nel
continente, dove la sovranità sopravvive solo come simbolo mentre il potere reale viene esercitato
dall’estero.
Solo una politica di resistenza antimperialista da parte dei lavoratori e degli sfruttati
potrebbe impedire che il Venezuela venga definitivamente incorporato nell’ordine geopolitico
imposto dalla nuova strategia internazionale degli Stati Uniti. L’evoluzione del chavismo e dell’opposizione all’interno del quadro imperialista costituisce un’impasse storica in cui la sovranità nazionale si riduce a una finzione di fronte alla crescente subordinazione imperialista. L’unica forza sociale in grado di liberare il paese e con una prospettiva emancipatrice è la classe operaia organizzata, insieme a tutti gli sfruttati, utilizzando i propri mezzi e metodi, senza padroni nazionali o stranieri.
Ricordiamo qui due tra i nostri articoli

