Sul Venezuela i riflettori si sono abbassati. Ma quanto sta accadendo nel paese a partire dall’intervento armato statunitense, con il sequestro in stile gangster del presidente Maduro (3 gennaio scorso), il riarrangiamento del governo e la promulgazione di una serie di leggi e riforme volte a ripristinare una “stabilità” controllata da Washington, fa del “nuovo Venezuela” un ‘modello’ che l’amministrazione Trump pretende esportare anche altrove (Cuba, Iran…).
Sappiamo quale spacciatore di balle sia Trump; ma l’euforia con cui descrive il rapporto instaurato con il nuovo governo di Delcy Rodriguez appare fondata su una serie di decisioni che l’esecutivo di Caracas ha realmente già preso (e vengono analizzate nei materiali che qui traduciamo e pubblichiamo). Trump:
«Dopo quell’operazione [il sequestro di Maduro, e l’assassinio della sua scorta – n.], abbiamo iniziato a collaborare strettamente con la nuova presidente del Venezuela, Delcy Rodríguez, che sta facendo un ottimo lavoro insieme a noi. Intendo dire — lo sta facendo bene proprio perché lavora con noi. Se non lo facesse, non direi che sta facendo un buon lavoro. Anzi, se non cooperasse con noi, direi che sta facendo un pessimo lavoro. Inaccettabile.
«Ma sta facendo un ottimo lavoro, vero Marco [Rubio]? E va d’accordo perfettamente con Marco.
«Stiamo estraendo enormi quantità di petrolio. Loro ricevono denaro — guadagnano più soldi ora di quanto mai prima d’ora. Grandi compagnie petrolifere statunitensi sono attive sul posto. Loro guadagnano, noi prendiamo una parte, loro ne ricevono molto. Oggi stanno guadagnando più di quanto abbiano mai guadagnato nella storia del loro Paese. Riuscite a immaginarlo?
«E questi soldi vengono spesi in modo corretto — su questo c’è un controllo molto attento.
«Sono lieto di annunciare che questa settimana abbiamo riconosciuto ufficialmente il governo del Venezuela. Lo abbiamo riconosciuto giuridicamente.
«Abbiamo anche appena concluso un accordo storico sull’oro — la cosiddetta “golden deal” — con il Venezuela, per permettere ai nostri Paesi di collaborare alla vendita dell’oro venezuelano e di altri minerali.
«Hanno enormi riserve d’oro. Una terra ricca. Molto buona. Ma prima non potevano trarne vantaggio — il sistema non permetteva loro di sfruttare il valore della propria terra».
Al di là dei toni da televendita, dall’analisi dei fatti emerge realmente una nuova configurazione del Venezuela che si prospetta come un protettorato degli Stati Uniti. Con la loro aggressione, Trump&Co. si sono garantiti un governo duttile ai loro interessi e sufficientemente sorretto da un consenso interno (dell’esercito anzitutto) per una conduzione economica a loro favorevole, spianata da ostacoli e resistenze, residuo del primo chavismo e delle mobilitazioni popolari dei passati decenni.
I flussi di petrolio a disposizione del capitale internazionale e nazionale sono ora gestiti “da remoto”, benché lo sfascio infrastrutturale e lo stato tecnologicamente arretrato, e talvolta di vero e proprio abbandono, degli impianti costringa le multinazionali dell’oro nero ad una certa prudenza.
La calma apparente nelle strade e nelle piazze cela tensioni sociali oggi divenute più acute: il proletariato venezuelano dovrà lottare con maggior forza contro un nemico imponente, l’imperialismo gringo, che – dopo un lungo assedio – è riuscito a mettere i suoi scarponi sul terreno del paese. Con l’ausilio di un apparato repressivo rimasto sostanzialmente intatto, nonostante la legge di amnistia che ha beneficiato molto più gli oppositori di destra filo-USA che i militanti del movimento proletario, la classe imprenditoriale, cosciente dell’occasione favorevole che si è venuta a creare per i suoi affari, fa la voce grossa; e pretende la piena legalizzazione di un sistema di sfruttamento brutale e ricattatorio, dove non esistono diritti dei lavoratori garantiti, neppure di quello basilare al salario, sostituito in larga misura da ‘bonus’ individuali, e facilmente revocabili. Un sistema le cui basi erano state poste in particolare negli ultimi anni della presidenza Maduro.
Solo un grande sforzo politico-organizzativo, una coalizione delle forze popolari e il loro raccordo con il proletariato dell’area del c.d. patio trasero riedito da Trump, potrà riaccendere la fiamma della lotta di classe e aprire un fronte di battaglia per spezzare il pesante giogo dell’imperialismo e del capitalismo nazionale.
Di seguito alcuni estratti di articoli dalla edizione venezuelana della rivista “La Izquierda Diario”.
Imperialismo. Il Capo del Comando Sud degli Stati Uniti arriva in Venezuela per esaminare il piano neocoloniale di Trump
Mercoledì 18 febbraio, il Capo del Comando Sud degli Stati Uniti è arrivato in Venezuela, Generale Francis Donovan, dichiarando di essere arrivato per supervisionare il piano imperialista di Donald Trump.
Giovedì 19 febbraio | La Izquierda Diario, Venezuela
Si tratta del primo viaggio di una delegazione militare statunitense dopo gli attacchi militari. La visita del Capo del Comando Sud arriva quattro giorni dopo la visita in Venezuela del Segretario all’Energia Chris Wright, che ha visitato i giacimenti petroliferi e tenuto incontri ufficiali. Arriva anche poche settimane dopo l’insediamento della CIA nel paese e la riapertura dell’ambasciata statunitense a Caracas. Persino Donald Trump ha annunciato che visiterà il Venezuela. Stiamo assistendo a passi decisivi nel consolidamento di un piano neocoloniale che mira a imporre il controllo politico attraverso un protettorato, calpestando sovranità e sottomettendo risorse strategiche al controllo diretto di Washington.
Le discussioni si sono concentrate sulla sicurezza e sulle misure per garantire l’attuazione del piano in tre fasi– in particolare sulla stabilizzazione del Venezuela.
In realtà il capo del Comando Sud non è venuto per rafforzare l’agenda che gli Stati Uniti hanno imposto al Venezuela. È arrivato accompagnato dal Sottosegretario di Stato per gli Affari di Sicurezza dell’Emisfero Occidentale, Joseph M. Humire ed ha incontrato il governo di Delcy Rodríguez, alla presenza del Ministro della Difesa Vladimir Padrino López e del Ministro degli Interni Diosdado Cabello. Per anni, il primo ha incarnato la spina dorsale militare del governo; il secondo, il pugno di ferro e la nomenklatura politica del partito al potere.
L’arrivo del generale Donovan segna il passaggio ad una profonda trasformazione politica del paese: dall’ aggressione politica e militare alla normalizzazione, al controllo politico ed economico arricchito della retorica sulla “sicurezza emisferica”. Trump punta alla riorganizzazione dell’apparato statale venezuelano nel quadro dell’imposizione di un protettorato sul Paese e invia un messaggio chiaro alla regione , il loro piano di controllo emisferico.
Leggi repressive intatte. Il contenuto di una legge di amnistia nel quadro della “transizione” negoziata e controllata.
Dalla nuova presidenza ad interim di Delcy Rodríguez, promossa dagli Stati Uniti, si sono verificati una serie di cambiamenti politici e di riforme, tra cui la nuova legge di amnistia. Ci battiamo per la piena libertà di tutti i lavoratori, contadini, membri dei settori popolari, combattenti e attivisti che sono stati ingiustamente e arbitrariamente incarcerati, la stragrande maggioranza dei quali è stata resa invisibile.
Mercoledì 11 febbraio Esquerda Diário
Nella prima settimana di febbraio 2026 l’Assemblea Nazionale ha approvato in prima lettura un progetto di “Legge di Amnistia per la Coesistenza Democratica”, promosso dal governo di Delcy Rodríguez. Il testo, sostenuto all’unanimità nel suo primo dibattito, propone l’amnistia per le persone perseguite o condannate per crimini politici commessi tra il 1999 e il 2026. Questo includerebbe teoricamente chi è entrato in carcere durante vari periodi di scontro e tensione politica, con l’eccezione di casi, secondo il testo, di “gravi violazioni dei diritti umani, crimini contro l’umanità, crimini di guerra, omicidio volontario, corruzione e traffico di droga”.
Il governo presenta la legge come un passo verso “la riconciliazione nazionale e la fine dello scontro politico nel Paese”. Ma la Legge di Amnistia non può essere compresa al di fuori dello scenario forgiato dall’intervento statunitense.
Il governo attualmente guidato da Delcy Rodríguez opera secondo le coordinate di un sistema ideato a Washington, dove i fili sono mossi al ritmo delle richieste di Donald Trump e dall’influenza diretta di figure come Marco Rubio. Le imposizioni della Casa Bianca si sono esplicitamente concentrate sulla politica petrolifera e sull’apertura di settori strategici.
In questo quadro, la Legge non è solo una mossa politica specifica, ma una componente di quella “roadmap” che ridefinisce la mappa politica interna del Paese, nata dopo l’azione militare, che ha stabilito il “punto zero” per una “transizione” verso un regime neocoloniale e una riconfigurazione politica del Paese che deve in realtà ancora chiarirsi.
Ciò che la legge stabilisce è l’amnistia per coloro che sono stati condannati o perseguiti per vari atti di violenza nel contesto di lotte politiche durante periodi specifici e definiti (10 situazioni delimitate). Pertanto, esclude tutti coloro che hanno subito persecuzioni e sono stati incarcerati durante il lungo periodo in cui i diritti umani sono stati violati, cioè la stragrande maggioranza di lavoratori, contadini e di coloro che hanno lottato per le proprie rivendicazioni – dalle lotte salariali contro i datori di lavoro privati o statali alle lotte per il diritto alla terra, lotte democratiche e politiche.
Esclude anche innumerevoli attivisti sociali e di realtà di base che sostengono rivendicazioni democratiche, come la denuncia di corruzione o peggio, per aver semplicemente espresso un’opinione dissenziente sui social media. Inoltre questa legge apre le porte all’impunità per l’apparato repressivo dello Stato. Siamo ben lontani da quanto afferma il governo riguardo ad una sorta di “coesistenza democratica”: è una legge negoziata dalle élite in conflitto e guidata da Washington.
L’intero quadro giuridico alla base della repressione rimane intatto.
Ma la Legge di Amnistia, nella sua bozza, non modifica né abroga le leggi repressive che sono state utilizzate per perseguitare e incarcerare lavoratori, attivisti e settori popolari. Mentre si continua a parlare di “riconciliazione”, lo Stato mantiene intatti gli strumenti che gli consentono di incarcerare subito chiunque alzi la voce. Possiamo davvero parlare di amnistia quando il quadro giuridico che consente la repressione rimane intatto? Perché la Legge di Amnistia non è accompagnata dall’annullamento del suo intero quadro giuridico di riferimento, dallo scioglimento dell’intero apparato repressivo e dei gruppi paramilitari?
L’intero arsenale giuridico creato per criminalizzare la protesta rimane in vigore: la Legge contro l’Odio, per la Coesistenza Pacifica e la Tolleranza; la Legge Organica contro la Criminalità Organizzata e il Finanziamento del Terrorismo; e la Legge sul Controllo, la Regolamentazione, il Funzionamento e il Finanziamento delle ONG e delle Organizzazioni Sociali; la Legge Simón Bolívar; la Legge sulla Sicurezza Nazionale, che punisce con la reclusione chi promuove vertenze sindacali o scioperi; e un’intera rete di leggi che criminalizzano il diritto di sciopero in tutti i settori che il governo designa arbitrariamente come strategici… e molte altre normative che hanno portato alla militarizzazione del sistema giudiziario e all’incarcerazione di molti attivisti.
Si mantiene la spada di Damocle sospesa sulla testa di qualsiasi movimento sociale, sindacale o popolare che potrebbe essere etichettato come “terrorista” o generatore di “odio”. Inoltre, la formulazione della Legge lascia un enorme margine di interpretazione nelle mani della magistratura, un ramo del governo che è stato un’arma fondamentale dell’autoritarismo governativo. Le strutture che l’hanno generato e sostenuto non vengono mai messe in discussione, né il quadro che ha prodotto questi arresti politici arbitrari e repressivi.
Tutte queste leggi potrebbero addirittura essere rafforzate, così come i meccanismi di repressione interna, per garantire la “pace sociale” richiesta dalle nuove imposizioni politiche e dai patti di potere. si preservano gli strumenti anche per reprimere i conflitti sociali e sindacali che le politiche economiche future inevitabilmente genereranno.
Nemmeno il minimo accenno ai gruppi paramilitari dello Stato e al loro scioglimento, come quelli che attaccarono le Madri in Difesa della Verità nel cuore della notte del 5 agosto 2025, mentre chiedevano la libertà dei loro figli. Si parla di “clemenza sovrana” quando ci sono centinaia di prigionieri che non hanno commesso alcun reato, ma che hanno solo lottato, protestato e rivendicato diritti democratici e sindacali, o semplicemente espresso le proprie opinioni.
Un’amnistia circoscritta dalla logica di una politica statale progettata in collaborazione con l’imperialismo statunitense solleva questi interrogativi.
La Legge sull’Amnistia non può essere intesa isolatamente.
L’Amnistia va di pari passo con altre riforme chiave, come la recente riforma della Legge sugli Idrocarburi, che apre l’industria petrolifera venezuelana al capitale straniero, riduce il tradizionale controllo statale e stabilisce meccanismi che favoriscono gli interessi del grande capitale internazionale e nazionale. Dall’intervento USA tutto ha subito un’accelerazione nel Paese, con l’approvazione di decreti legge a una velocità vertiginosa.
Gli Stati Uniti hanno sempre cercato, con ogni mezzo e per molti anni, di ristabilire il loro dominio sul Venezuela: con tentativi di colpo di stato, come l’ultimo quello del fantoccio Juan Guaidó e del suo governo ad interim, con sanzioni economiche sempre più ingenti, con costanti minacce militari. Era il periodo in cui il paese stava attraversando una crisi catastrofica, tra un governo sempre più repressivo, autoritario e antioperaio da un lato, e un’opposizione di destra i cui settori più estremisti si contendevano un intervento diretto e un allineamento con Washington.
L’intervento militare statunitense del 3 gennaio ha definito il conflitto, con un esito immediato, imponendo la propria volontà e un governo fantoccio, in cui l’imperialismo si serve dello stesso movimento chavista al potere attraverso accordi e patti fittizi. Le leggi economiche e la recente legge di amnistia funzionano come parti dello stesso processo: una “transizione” il cui obiettivo finale è riconfigurare i rapporti di classe e di potere in Venezuela nel quadro delle politiche neocoloniali di Donald Trump.
Se il settore di María Corina Machado e tutto il suo entourage hanno sempre sostenuto uno status neocoloniale nel Paese, ora tutti finiscono per allinearsi: dai cosiddetti settori di centro-destra, tra cui la famiglia Capriles, a coloro che in precedenza declamavano frasi di “antimperialismo”, come il movimento chavista al potere, ora guidato da Delcy Rodríguez. Oggi nessuno dei principali attori politici mette in discussione il nuovo status neocoloniale del Paese.
La Legge di Amnistia fa parte di un progetto politico in cui convergono interessi interni e pressioni esterne, negoziati internazionali e lotte di potere interne, di una ricomposizione negoziata tra élite politiche nazionali e interessi internazionali.
L’ipocrisia del governo e la narrazione della “riconciliazione”
Per anni l’apparato governativo ha sostenuto che in Venezuela non ci fossero prigionieri politici ma solo criminali comuni o cospiratori. Questa narrazione è servita a giustificare arresti arbitrari, persecuzioni giudiziarie e la criminalizzazione delle lotte sindacali e sociali.
Uno degli elementi più sorprendenti del discorso ufficiale è stata l’insistenza – espressa da figure come Jorge Rodríguez, presidente dell’Assemblea Nazionale – sul fatto che “non amano i prigionieri”. Questa frase, ripetuta come slogan per giustificare l’amnistia, si scontra con decenni di negazione sistematica dell’esistenza dei prigionieri politici e con decenni di repressione istituzionalizzata che non è mai stata seriamente messa in discussione da nessuna leadership chavista ma al contrario è stata giustificata.
Per anni Jorge Rodríguez è stato il portavoce chiave di un governo che ha utilizzato il sistema giudiziario per criminalizzare la protesta sociale e perseguitare gli oppositori.
Libertà immediata per gli operai, i contadini e i prigionieri dei settori popolari.
La necessità del rilascio di lavoratori, contadini, attivisti, membri della comunità e militanti sociali è irrinunciabile e qualsiasi processo di liberazione dovrebbe garantire il loro rilascio senza condizioni arbitrarie, senza ingiuste esclusioni legali e senza ulteriori persecuzioni. Il rilascio di coloro che sono stati incarcerati per il loro attivismo deve essere immediato e completo, garantendo la cessazione di procedimenti legali arbitrari, l’annullamento di condanne ingiuste e il risarcimento dei danni subiti.
Non può esistere una legge di amnistia che escluda le migliaia di lavoratori, contadini, giovani, donne e altri settori sociali che sono vittime della criminalizzazione della protesta sociale; il perseguimento di tutti coloro che denunciano atti di corruzione; e il perseguimento di lavoratori che, con il pretesto di “reati comuni”, sono in realtà vittime di ritorsioni padronali e repressione politica, come vediamo con i lavoratori dei settori petrolifero, elettrico e siderurgico, tra gli altri, che sono persino accusati di “sabotaggio”. Ciò include anche i casi di operai, contadini e membri delle comunità che subiscono sistematiche violazioni del giusto processo e interminabili ritardi procedurali (con alcuni casi fino a dieci anni di carcere senza sentenza definitiva). Allo stesso modo, non vi è alcun risarcimento o indennizzo per le vittime, incluso il reintegro al lavoro con gli arretrati e la restituzione dei beni sequestrati in procedimenti arbitrari. Si vuole rendere invisibili tutti questi settori e lasciare intatte tutte le leggi repressive, al fine di mantenere la popolazione lavoratrice e povera sottomessa e intimidita.
piano di Trump. Denunciare l’aggressione imperialista, il piano di Trump di trasformare il Venezuela in un protettorato, le politiche collaborazioniste del governo è diventato un compito centrale.
Denunciare e resistere alla repressione, difendere la libertà dei lavoratori, dei contadini, delle comunità e dei prigionieri politici incarcerati è una consegna primaria. Tutto questo può essere raggiunto solo con la mobilitazione indipendente dei lavoratori e della popolazione.
Petrolio sotto tutela imperiale. Venezuela: riforma della legge sugli idrocarburi
Il 22 gennaio l’Assemblea Nazionale ha approvato in prima lettura una riforma della Legge Organica sugli Idrocarburi che apre le porte a una profonda trasformazione del regime di proprietà e di controllo della ricchezza petrolifera del Paese, accelerando la privatizzazione e la svendita della sua principale risorsa strategica. Questa riforma nasce da un governo sotto tutela e sottomesso alle esigenze geopolitiche seguite all’attacco militare del 3 gennaio da parte degli Stati Uniti e ai dettami del capitale internazionale.
Venerdì 23 gennaio | La Izquierda Diario, Venezuela
La riforma della Legge sugli Idrocarburi voluta da Delcy Rodríguez, con il pretesto di “modernizzare” l’industria petrolifera e attrarre investimenti, segna una svolta storica verso la privatizzazione del petrolio, cedendo il potere decisionale al capitale straniero delle multinazionali imperialiste e subordinando la politica energetica alle esigenze del mercato internazionale e degli Stati Uniti. Una riforma della Legge sugli Idrocarburi che deve essere intesa nel contesto del nuovo scenario geopolitico emerso dopo il riprovevole attacco militare del 3 gennaio e come parte delle ambizioni imperialiste dell’amministrazione Trump nei confronti del Venezuela.
Finora la legislazione sugli idrocarburi garantiva il controllo diretto dello Stato sull’esplorazione, lo sfruttamento, la commercializzazione e la vendita del petrolio, sia attraverso la PDVSA, di proprietà statale, sia attraverso joint venture in cui per legge la PDVSA era tenuta a detenere più del 50% delle azioni (generalmente più del 60%), sebbene in queste joint venture le multinazionali associate ne traessero notevoli profitti. Ma questa legislazione è stata modificata o violata senza alcuna dichiarazione pubblica dal governo Maduro a partire dal 2015 circa e più recentemente con la cosiddetta “Legge Anti-Blocco”, che operava con totale opacità e segretezza.
Questo percorso in atto da anni viene ora intensificato e legalizzato apertamente.
Cambiamenti strutturali nel settore petrolifero: punti chiave della riforma
La riforma approvata in prima lettura modifica la legge sugli idrocarburi del 2006: stabilisce modelli contrattuali in base ai quali le società private, sia nazionali che straniere, possono gestire giacimenti petroliferi, assumersi i costi e commercializzare direttamente la produzione che estraggono.
Le società private potranno operare direttamente nel settore petrolifero primario, ovvero nell’esplorazione e nella produzione, e anche commercializzare direttamente ciò che producono. Chiunque controlli la produzione e le vendite controlla il business petrolifero e l’assegnazione dei ricavi. Anche se lo Stato mantiene una partecipazione di maggioranza “sulla carta” nelle joint venture, il partner privato può gestire l’esecuzione operativa, prendere decisioni tecniche e occuparsi direttamente della commercializzazione degli idrocarburi, trasferendo di fatto il controllo strategico agli investitori privati delle multinazionali. Questo stava già accadendo con la multinazionale Chevron nel Paese, autorizzata dal governo Maduro, e noto come “modello Chevron”. Secondo la legge del 2006, la partecipazione privata all’industria petrolifera poteva essere realizzata solo attraverso joint venture.
Inoltre, la riforma incorpora contratti di partecipazione alla produzione (CPP) stipulati nell’opaca “Legge Anti-Blocco”, in cui la società operativa si assume tutti i rischi e i costi e riceve una parte della produzione come compenso. Questi modelli contrattuali, concepiti nel segreto della Legge Anti-Blocco sotto il governo Maduro, garantivano al settore privato vantaggi economici e operativi (agevolazioni fiscali come la riduzione dei pagamenti di royalty e dell’imposta sull’estrazione) che contraddicevano la vulgata delle politiche di stretto controllo statale sull’industria petrolifera.
Sebbene la proposta mantenga l’aliquota base delle royalty del 30% come nella legge precedente, la riforma autorizza l’Esecutivo a ridurla al 20% o addirittura al 15% qualora venga “dimostrato” che lo sfruttamento non sarebbe sostenibile con il livello tradizionale di royalty. La retorica della “mancanza di redditività” maschera il fatto che il vero obiettivo è garantire margini di profitto straordinari alle aziende, a costo di aggravare la dipendenza e l’impoverimento sociale.
Inoltre, tasse e oneri fiscali vengono allentati per rendere i progetti “attraenti” per gli investitori privati. Questa politica di riduzione delle imposte è essenzialmente un sussidio al capitale transnazionale, che richiede condizioni favorevoli come prezzi, marketing diretto e minori oneri allo Stato. Questa modifica è significativa: costituisce un trasferimento diretto delle entrate petrolifere dallo Stato agli operatori privati.
Un altro elemento chiave della riforma è l’introduzione di meccanismi di arbitrato internazionale per la risoluzione delle controversie tra lo Stato e le compagnie petrolifere transnazionali. Ciò apre la porta alle multinazionali per citare in giudizio lo Stato presso tribunali stranieri e costringere il Venezuela a pagare somme multimilionarie se ritengono che i loro “diritti” siano stati violati da decisioni dello Stato venezuelano. Questo punto, richiesto dai grandi gruppi transnazionali come prerequisito per investire, implica l’accettazione della giurisdizione internazionale sulle risorse strategiche, indebolendo la sovranità giuridica del Paese e sottoponendo gli interessi nazionali alla discrezionalità dei tribunali situati nelle principali potenze capitaliste occidentali e generalmente sotto l’influenza delle loro grandi aziende.
Con la riforma della Legge sugli Idrocarburi, viene eliminato l’obbligo per l’Assemblea Nazionale di approvare la costituzione di ogni società operante nella produzione primaria. Il potere viene ulteriormente concentrato nel potere esecutivo, facilitando la firma rapida e discrezionale di accordi con il settore privato transnazionale o nazionale. I nuovi articoli che regolano i partenariati pubblico-privati (PPP) non includono alcun riferimento al controllo parlamentare nel processo di aggiudicazione, il che significa che tutto ciò che riguarda l’assegnazione di questi contratti rimarrebbe nelle mani dell’esecutivo.
Dalla “Legge Anti-Blocco” alla Riforma della Legge sugli Idrocarburi
Uno degli argomenti ufficiali a favore di questa riforma è il suo collegamento con la Legge Anti-Blocco, approvata nel 2020 e presumibilmente concepita per affrontare l’impatto delle sanzioni statunitensi attraverso meccanismi eccezionali di appalti e investimenti. Con il pretesto di eludere le sanzioni, all’esecutivo sono stati concessi poteri eccezionali per firmare accordi segreti con società transnazionali, modificare la composizione delle joint venture e concedere benefici fiscali e operativi senza alcuna supervisione. Chiunque denunciasse qualsiasi accordo segreto verrebbe punito con la reclusione.
Sotto la sua protezione, PDVSA aveva già concesso contratti di partecipazione e accordi di investimento con operatori privati come Chevron e altri partner internazionali senza alcuna supervisione. Questi accordi sono stati attuati nell’ombra, presentati come “alleanze strategiche”, ma in pratica costituiscono schemi per l’appropriazione privata della produzione e dei ricavi petroliferi. La riforma della Legge sugli Idrocarburi non fa altro che istituzionalizzare e legalizzare queste pratiche di privatizzazione discrezionali, trasformando nella norma ciò che in precedenza veniva fatto in modo poco chiaro sotto l’egida della Legge Anti-Blocco.
Pertanto, è importante sottolineare che questa tendenza alle privatizzazioni non è iniziata con Delcy Rodríguez, ma si è sviluppata progressivamente negli ultimi anni del governo di Nicolás Maduro. Nonostante la retorica nazionalista, il governo Maduro ha aumentato la dipendenza di PDVSA da partner privati e transnazionali e ha approvato quadri giuridici – come la stessa Legge Anti-Blocco – che hanno aperto la strada di fatto al capitale privato.
Il ruolo di Chevron, ad esempio, illustra questa dinamica. La società statunitense godeva di licenze speciali per operare in Venezuela, gestire la produzione e commercializzarla a livello internazionale anche prima di questa riforma, agendo in base a strutture contrattuali che aggiravano il controllo statale effettivo sulla produzione.
Imperialismo: Trump, gli Stati Uniti e il petrolio venezuelano
La risposta del governo di Delcy Rodríguez all’intervento statunitense non è stata né una mobilitazione popolare in difesa della sovranità né una rottura dei negoziati. Al contrario, ha accelerato un’offensiva di accordi taciti ed espliciti con l’amministrazione Trump.
Gli Stati Uniti hanno apertamente espresso la loro intenzione di controllare il petrolio venezuelano e di attrarre le sue aziende nel Paese, offrendo “garanzie e sicurezza”.
La riforma si inserisce in un contesto di pressione diretta degli Stati Uniti sul Venezuela e rivela una politica di aperta collaborazione con gli interessi di Washington e delle principali compagnie petrolifere, cercando di garantire loro controllo, “sicurezza giuridica” e condizioni di sfruttamento favorevoli.
L’attenzione a ridurre le barriere per la libera partecipazione del capitale privato e delle compagnie petrolifere transnazionali, per l’allentamento delle royalties, la possibilità di arbitrati internazionali e l’apertura del marketing diretto è in linea con gli interessi delle principali compagnie petrolifere statunitensi e con le loro richieste, espresse persino dai dirigenti petrolieri che stanno facendo pressioni per modifiche legali che consentirebbero loro di controllare le esportazioni dal Venezuela.
La riforma non rappresenta semplicemente una riconfigurazione tecnica dell’industria petrolifera, ma un elemento chiave del cambiamento geopolitico che pone il petrolio venezuelano sotto l’influenza diretta del capitale statunitense e delle sue principali società energetiche. Ciò rientra in una più ampia politica statunitense volta a ristrutturare l’economia e lo Stato venezuelano in seguito all’offensiva imperialista e all’attacco militare del 3 gennaio.
Estorsione di classe. Dopo il 3 gennaio, la borghesia venezuelana vede l’opportunità di eliminare legalmente i diritti dei lavoratori.
Jorg Roig, ex presidente di Fedecámaras, ha dichiarato in un’intervista radiofonica che, come l’aggressione militare USA ha reso possibile una legge sugli idrocarburi come quella recentemente approvata, ora è anche il momento di considerare l’abrogazione dei diritti sanciti dal diritto del lavoro.
Mercoledì 18 febbraio | La Izquierda Diario Venezuela
Per la borghesia venezuelana è questo il momento di completare lo smantellamento di una serie di diritti del lavoro e imporre i suoi interessi di classe con la riforma della Legge Organica del Lavoro, dei Lavoratori e delle Lavoratrici (LOTTT).
Finalmente potrà esercitare legalmente la totale estorsione nei confronti della classe lavoratrice: o accetta di perdere i suoi diritti o continueremo a imporre gli attuali miseri salari; o accetta l’eliminazione della retroattività dei sussidi, delle indennità per licenziamento ingiustificato, ecc., o non aumenteremo mai sostanzialmente i loro salari. È un’estorsione di classe brutale, sfacciata e spudorata. E’ la dichiarazione esplicita che se non si dà priorità agli interessi orientati al profitto della classe capitalista, questa continuerà a far precipitare i lavoratori venezuelani nella miseria salariale.
Dopo i bombardamenti USA e la sottomissione nazionale in corso, facilitata dall’atteggiamento abietto e collaborazionista del governo nazionale, dicono con più forza e franchezza quello che da tempo dicevano. Jorge Roig, ex presidente di Fedecámaras e rappresentante dell’imprenditoria venezuelana presso l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), lo afferma con assoluta sfacciataggine: prima del 3 gennaio, una legge sugli idrocarburi che cedesse così tanta sovranità nazionale era impensabile, così come una legge sul lavoro che eliminasse una serie di diritti dei lavoratori considerati intoccabili.
Roig è l’esponente più lucido e riconosciuto di quella posizione della borghesia nazionale, ma l’estorsione è portata avanti da Fedecámaras (storicamente anti-chavista e golpista; negli ultimi anni felice alleata del governo Maduro), Conindustria (anti-chavista), Fedeindustrias (chavista, la camera padronale favorita da Chávez e Maduro), praticamente da tutte le ali e frazioni della classe capitalista venezuelana. C’è una chiara relazione tra l’equilibrio di potere imposto dall’imperialismo statunitense e la possibilità per la borghesia venezuelana di eliminare per legge ciò che già non viene rispettato nella pratica, quei diritti che nella realtà il padronato già viola.
Qualcuno dice che “la lotta di classe non esiste”: ciò a cui stiamo assistendo in questo momento nel Paese esprime la dura lotta tra interessi di classe antagonisti. I capitalisti venezuelani e lo Stato, il governo al loro servizio, hanno praticamente azzerato i salari offrendo in cambio bonus che coprono quasi il 100% della retribuzione. Se non c’è più lotta di classe aperta, è a causa della debolezza della nostra classe, ma le brutali imposizioni del padronato sono l’espressione del fatto che la società è permeata dalla lotta di classe.

