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Venezuela : un’aggressione che viene da lontano

Nel secondo dopoguerra il Venezuela è stato un caposaldo dell’influenza Usa in America Latina.

In realtà compagnie statunitensi hanno investito nei pozzi di estrazione venezuelani sin dagli anni Venti del Novecento, e poi in maggior misura durante gli anni della dittatura di Marcos Pérez Jiménez, che prese il potere con un colpo di stato nel 1948 e lo mantenne fino al 1958. L’amministrazione repubblicana di Dwight Eisenhower diede il suo sostegno al feroce governo anticomunista di costui, a cui conferì anche la Legione al merito (un’onorificenza militare). Le compagnie Exxon e Mobil aumentarono in quel decennio la propria presenza nel paese.

Nel 1976 il governo di Carlos Andrés Pérez Rodríguez fondò la PDVSA (Petróleos de Venezuela Sociedad Anónima), due anni prima aveva nazionalizzato l’industria petrolifera. La nuova azienda pubblica mantenne grandi collaborazioni con le imprese statunitensi e dopo qualche anno si aprì ad altri investimenti stranieri. Negli anni in cui il prezzo del petrolio andò alle stelle, la PDVSA divenne un’impresa molto potente, riuscendo a garantirsi una certa autonomia dalle decisioni del governo, e ad influenzarne crescentemente la politica.

Nel 1999, con l’ascesa alla presidenza della repubblica di Chavez, inizia la cosiddetta «rivoluzione bolivariana» contro il «liberismo selvaggio» e contro «l’imperialismo degli Stati Uniti d’America».

Chavez dichiara morta la dottrina Monroe (quella richiamata e rivendicata da Trump dopo il rapimento di Maduro). Il suo Venezuela firma accordi di cooperazione militare con la Russia, apre agli investimenti iraniani in fabbriche e banche. In tempi più recenti prima con Chavez e poi, soprattutto, con Maduro, il Venezuela apre le porte alla Cina, con cui conclude anche accordi militari. I sostanziosi prestiti cinesi, nel quadro della “Nuova via della seta”, ammontanti a 62 miliardi (concessi in cambio di petrolio), hanno di fatto visto la Cina sostituire il ruolo del FMI. PDVSA ha continuato a vendere petrolio agli Stati Uniti, la Chevron non ha mai lasciato il Venezuela, ma l’influenza delle compagnie statunitensi si è enormemente ridotta.

In reazione a questo cambio di politica internazionale, già nel 2002 c’è un tentativo di colpo di stato contro Chavez, organizzato da alcuni generali chiaramente “ispirati” dagli Stati Uniti. Chávez venne prima portato in una base militare, poi su un’isola. Il presidente di Fedecámaras, Pedro Carmona, si autoproclamò presidente. Il colpo di stato durò, però, appena due giorni: a stroncarlo furono partecipate manifestazioni popolari di protesta contro il nuovo governo e di sostegno al leader destituito – quelle manifestazioni di cui non s’è vista l’ombra in questi giorni dopo il rapimento di Maduro e consorte, a sanzione del totale logoramento del rapporto tra il potere “bolivariano” e le masse sfruttate del Venezuela.

In quei due giorni l’amministrazione di George W. Bush prima riconobbe Carmona, poi tornò sulla sua decisione. Chávez incolpò direttamente gli Stati Uniti per il colpo di stato, le relazioni fra i due paesi peggiorarono nettamente. Tuttavia Chavez fu particolarmente clemente con i golpisti, arrivando a nominare ministro della difesa il generale Rincon, proprio quello che aveva annunciato al paese la sua “rinuncia”, cioè la sua destituzione – la contorta giustificazione di questo atteggiamento da parte dello stesso Chavez è nel cap. III del libro “Hugo Chavez Frias, un uomo, un popolo – conversazione con Marta Harnecker”, pubblicato nel 2003 da Rifondazione comunista, con imperdibili interventi di due campioni senza valore del più becero riformismo parolaio, Fausto Bertinotti e Gennaro Migliore, entrambi entusiasti del chavismo (a quel tempo… ora, per Migliore, perfino Renzi è troppo di sinistra…).

La rapida sconfitta del golpe non ha fatto certo cessare le manovre statunitensi. Fra il 2002 e il 2003 le opposizioni di destra e PDVSA organizzato uno “sciopero petrolifero” (il blocco della produzione) a cui Chavez risponde con 18mila licenziamenti e un più stretto controllo del governo sull’azienda. PDVSA diventa, però, meno efficiente, e la produzione giornaliera di greggio inizia da allora a calare progressivamente, fino a raggiungere nel 2025 il record storico negativo.

Nel 2007 il governo venezuelano accentua la sua politica anti-statunitense espropriando ExxonMobil e ConocoPhillips, che intentano cause di risarcimento ancora in corso (a questo si riferiva Trump con l’accusa al Venezuela di aver rapinato gli Stati Uniti – una spettacolare inversione della realtà in cui Trump è un asso).

Nel 2014-’15 Obama approva un pacchetto di sanzioni contro il governo Maduro, accusato di “violazioni dei diritti umani”. Gli Stati Uniti, questi intrepidi promotori dei diritti umani nel mondo intero (Giappone-1945 con un paio di atomiche, Cina con le immense forniture di armi a Chiang Kai-shek, Corea, Vietnam, Cuba, Nicaragua, Jugoslavia, Iraq, Afghanistan, Somalia, Sudan, Palestina, etc.) appoggiano le proteste di piazza contro Maduro.

Nel 2018 Biden accusa Maduro di aver truccato le elezioni e scippato la legittima vittoria al beniamino degli Stati Uniti; inizia la campagna, poi radicalizzata da Trump, sul legame tra il gruppo di potere intorno a Maduro, e le sue milizie, e il Cartel de los Soles (narco-traffico).

Nel 2019 Trump ipotizza un intervento armato in Venezuela, mentre Mosca rafforza Maduro inviando bombardieri strategici Tu-160, forniture di armi e consiglieri militari. Maduro resta al potere anche grazie all’intervento diplomatico cinese. 

In risposta Trump impone l’embargo all’industria petrolifera venezuelana PDVSA (blocco  esportazioni). 

Ne consegue una grave crisi economica perché tutta l’economia del Venezuela dipende dall’export petrolifero. Bisogna notare, tuttavia, che fino al 2019 gli Stati Uniti compravano quasi metà dell’export di petrolio venezuelano (nonostante le tensioni tra i due paesi), mentre dal 2019 in poi il grosso del petrolio venezuelano finisce in Cina, spesso attraverso triangolazioni opache per aggirare le restrizioni. Molti paesi hanno comprato e comprano con lo stesso sistema petrolio venezuelano. Paradossalmente ma non troppo, anche gli Usa.

Dall’embargo sono comunque escluse la statunitense Chevron e le europee Eni e Repsol. Quello venezuelano è petrolio pesante, una sorta di catrame liquido, che richiede raffinerie specializzate come quelle create apposta dalle Chevron nel Golfo del Messico negli Stati Uniti (o quelle di Eni in Europa). Chevron conserva una licenza speciale per rifornire queste raffinerie statunitensi e ancora nel 2025 ha estratto un quarto di tutta la produzione venezuelana. Eni (Italia) e Repsol (Spagna) importano petrolio e gas dal Venezuela, dopo una difficile trattativa con gli Usa, in cambio di forniture energetiche al mercato interno venezuelano o per recuperare credit pregressi. 

Uno spettacolare esempio di ipocrisia capitalista: la compagnia nazionale venezuelana PDVSA possiede il 100% della società Citgo, che raffina petrolio venezuelano negli Stati Uniti. Possiede 3 grandi raffinerie (Lemont in Illinois, Lake Charles in Louisiana e Corpus Christi in Texas) e una rete di migliaia di stazioni di servizio con il marchio Citgo in tutti gli USA; oleodotti, terminali e magazzini sparsi sul territorio americano. Fino al 2019 era il canale principale con cui il Venezuela incassava dollari: il greggio partiva dal Venezuela, arrivava alle raffinerie Citgo, veniva trasformato in benzina e diesel e venduto sul mercato americano. Tutto ciò pur in presenza di un embargo formale…

Ma, intensificandosi la penetrazione cinese in Venezuela, tutto ciò ai predatori a stelle e strisce non basta assolutamente. Appare necessario affondare i colpi, poco importa se governano i democratici o i repubblicani. Ed ecco che nel 2020 il ministero della Giustizia statunitense incrimina Maduro e 14 funzionari venezuelani per narco-terrorismo, corruzione e traffico di droga, accusandoli di aver usato la cocaina «come arma» per colpire gli Stati Uniti con la complicità delle Farc.

Un ulteriore momento di tensione tra Stati Uniti e Venezuela si ha nel dicembre 2023 intorno al giacimento petrolifero scoperto nel 2015 al largo della Guyana, uno dei giacimenti petroliferi più grandi al mondo. ExxonMobil si candida in prima linea per lo sfruttamento di questo tesoro. Nel dicembre 2023 Maduro indice un “referendum” con cui i venezuelani «approvano» l’annessione della regione dell’Essequibo, per poi annunciare l’invio delle proprie truppe vicino alle piattaforme Exxon e l’affidamento delle licenze petrolifere a compagnie statali venezuelane. La controversia è tuttora aperta…

A coronamento di questa serie di aggressioni e rivendicazioni di perfetto stampo imperialista da parte degli Stati Uniti, è arrivato l’affondo delle ultime settimane. Il 18 dicembre l’amministrazione Trump annuncia il blocco navale dei gringos alle petroliere che transitano da e per il Venezuela e siano soggette a sanzioni. Sono escluse dalle sanzioni solo le attività della statunitense Chevron e, come dicevamo, di Eni e Repsol. Protesta internazionale di Maduro, Messico, Brasile, Cina (che accusa Trump di bullismo internazionale), Iran e Russia. L’Unione Europea silente e complice.

Gli Stati Uniti, dichiara Trump, mentre al largo delle coste venezuela arriva la maggiore delle portaerei a stelle e strisce, continueranno le loro operazioni militari fino a quando il Venezuela “ci restituirà tutto il nostro petrolio, la terra e gli asset che ci hanno rubato”… fino alla cattura di Maduro e della moglie di pochi giorni fa, coronamento della pretesa secolare di poter disporre a proprio piacimento delle Americhe (e – se possibile – del mondo intero).

[Una nota a margine sull’Eni e il modus operandi tipico dei predatori italiani nel mondo. Eni ha una presenza significativa in Venezuela, principalmente legata alla produzione dal 2015 di gas naturale nel gigante giacimento offshore di Perla (dove opera congiuntamente a Repsol) e dal 2013 ha progetti di estrazione di petrolio pesante nella fascia dell’Orinoco. Le sue operazioni sono state colpite dalle sanzioni statunitensi, che hanno limitato i pagamenti in petrolio per le sue attività, creando complicazioni gestionali e finanziarie per il gruppo, che sta negoziando con le autorità americane per trovare soluzioni. Nel 2025 l’amministrazione statunitense ha revocato i permessi che consentivano a Eni di ricevere petrolio greggio venezuelano (da PDVSA) come forma di pagamento per i suoi crediti. Ma Eni, che non intende rinunciare a questa fonte di profitti, continua egualmente ad estrarre gas e a dialogare con l’amministrazione Trump per ottenere deroghe e trovare alternative di pagamento…]

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