E’ in atto un tormentone che inneggia alla Carta costituzionale. Benigni la definisce magnifica; qualche organizzazione, che si pretende di estrema sinistra (!), ne fa il punto principale del suo programma che recita “Vogliamo un governo che attui la Costituzione”; qualche cialtrone ne fa un libro con la medesima parola d’ordine. Nessuno che ne indichi le strutturali ambiguità, i limiti posti ai diritti fondamentali dei “cittadini”-lavoratori dal riconoscimento della proprietà privata dei mezzi di produzione, le clausole compromissorie, il ruolo di papi e preti nella sua stesura, la linea che il Pci tenne sull’articolo 7 (religione di stato e patti lateranensi di fattura mussoliniana) … per carità!
Così il mito della sua “bellezza” viene di nuovo rilanciato nell’opinione pubblica, in sindacati, comitati e collettivi che di tanto in tanto chiedono il rispetto della Costituzione che, siccome recita che l’Italia è fondata sul lavoro, allora la sua applicazione (da parte di chi, poi!?) porterebbe immediatamente ed automaticamente a risolvere il problema della disoccupazione, dei licenziamenti, della chiusura di intere fabbriche, delle rappresaglie che si abbattono su chi lotta per il lavoro. O siccome recita che l’Italia “ripudia la guerra”, basterebbe applicarla per fermare la corsa al riarmo e alla guerra di cui, guarda caso, l’Italia è parte integrante.
Ma nel titolo abbiamo annunciato che avremmo parlato di una questione particolare, non troppo particolare peraltro visto che riguarda la metà della popolazione, e non sfuggiremo a quanto promesso. Naturalmente ci riferiremo al testo originario, quello “nato dalla Resistenza”, quello dei «padri fondatori» della Repubblica. Procediamo così perché gli epigoni della Carta, di fronte alle nostre obiezioni circa le modifiche che i parlamentari hanno varato nel corso degli anni, sostengono che loro si rifanno a ciò che firmò Enrico De Nicola il 27 dicembre del 1947.
Limitatamente alla questione di genere, l’articolo 3 dichiara che tutti i cittadini hanno pari dignità senza distinzioni di sesso, ma siccome non dice come si applica questo concetto, la parità diventa una dichiarazione di principio del tutto vaga e demagogica, buona per contentare gli sciocchi, un po’ come quella della repubblica fondata sul lavoro. Gli esempi di questa disparità di genere sono davanti a tutti (ed ancor più lo erano nel 1947), e tutto quello che si è conquistato è stato frutto di lotte e non certo della applicazione delle norme costituzionali che, come se non bastasse, vengono continuamente contestate da molti (poco) onorevoli parlamentari.
L’articolo 29 dedica anch’esso qualche parola (mai più di tre) alla uguaglianza tra i coniugi, ma si affretta a dire che questa deve trovare un limite a garanzia dell’unità familiare, un altro monumento dello Stato italiano e della subordinazione della donna. Quello che però va letto per bene è l’articolo 37 sul quale spenderemo qualche parola in più, a scorno di chi ha ancora il coraggio di inneggiare alla Magnifica e di farne l’obiettivo principale di un futuro governo “popolare”, e di chi continuerà a scrivere di essa senza leggere con la dovuta attenzione.
Ecco la prima perla lucente: “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore”. La lavoratrice qui appare in tutto il suo splendore di donna; essa è, anzi, prima donna e poi lavoratrice. Voi direte che siamo troppo puntigliosi, ma sono molte le testimonianze che ci dicono che durante i lavori dell’assemblea costituente furono frequenti ed accese le discussioni anche e perfino su singole parole.
Nonostante le eventuali critiche di sottigliezze, vale la pena proseguire e vedere che qui l’uomo è indicato solo come lavoratore, non altro, quello che ha il solo compito di portare i soldi a casa. Ma non è questo l’unico inghippo: avete notato quel “a parità di lavoro”? Ebbene è stato l’ombrello che ha consentito sempre e fino ad ora di giustificare il fatto che le “stesse retribuzioni” non sono mai le stesse!
I legislatori, con una dose di ipocrisia notevole, mascherano ciò che intendono debba essere la donna lavoratrice. “Le condizioni di lavoro – continua il testo – devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione”. Ad una lettura superficiale, adatta e proposta da chi ha obiettivi elettorali e pratiche da demagogo, il comma sembra voler proteggere (quanta benevolenza!) la donna “lavoratrice”; senonché se la funzione familiare viene considerata essenziale, per logica conseguenza la funzione lavoro ha carattere secondario, e possiamo aggiungere – la pratica questo ci mostra – subordinato. Ma la nostra donna lavoratrice è anche madre, senz’altro madre altrimenti vale poco, giusto quel tanto della “stessa retribuzione” e l’adeguata protezione le spetta solo se ha il bambino? Converrete che la formulazione scelta dai padri fondatori è sufficientemente equivoca.
Non aggiungiamo considerazioni sul ruolo della chiesa, sul diritto di sciopero, sulla libertà di stampa e di manifestazione delle opinioni, e restiamo sul tema perché c’è un contesto che precede l’impresa dell’Assemblea Costituente nella quale erano presenti ventuno donne su 556 eletti. A proposito, nove di esse militavano nel Pci, altre nove erano della DC, due del Psiup e una era stata eletta per il Fronte dell’Uomo Qualunque, formazione che sparì quasi subito dalla scena politica ma non dalla cultura del bel paese.
Le elezioni per la Costituente si tennero il 2 giugno del ’46 e qualche fatto interessante avvenne in proposito. Anzitutto: il decreto De Gasperi-Togliatti ammetteva le donne al voto, ma non alla candidatura, e anche in questo caso la “sinistra” mostrò quello che oggi approfondisce in via definitiva. A completamento dell’impresa, il decreto escludeva dal diritto al voto le prostitute di strada. Fu soprattutto l’Udi – nata a settembre del ’44 – che alla vigilia delle elezioni convocò Pci e Psiup per chiedere una iniziativa che garantisse una maggiore rappresentanza femminile nelle liste, ma la richiesta non venne accolta: per Togliatti e Co. essere “femministi” era troppo indecoroso. Non era la prima volta che la sinistra manifestava una sorta di sudditanza verso il pensiero bigotto che bisognava non irritare (forse si trattava anche di un pregiudizio appena celato sotto la ragion di stato).
Era indecoroso anche il fatto che le partigiane sfilassero nelle manifestazioni che si tenevano nelle città del Nord. “I compagni non mi hanno lasciato andare”, “La gente non sa cosa hai fatto insieme a noi”, “Noi dobbiamo qualificarci con estrema serietà” – e già, le donne in montagna erano cosa poco seria! E stiamo parlando delle città del Nord e non di quelle dell’arretrato mondo agricolo del Sud! Triste epilogo del ritorno alla “normalità” anteguerra, di cui parla anche Miriam Mafai, dopo l’esperienza fatta in fabbrica, dopo le azioni di sostegno ai combattenti in montagna, dopo il “lavoro” di staffetta partigiana, dopo essere state capifamiglia per tutti gli anni della guerra. Il ruolo e la dizione di “capo” della famiglia resteranno nel codice civile fino al 1975, e nella realtà ancora oggi non siamo certi di quando verrà la parità sostanziale.
E dopo tutto questo votare, eleggere, entrare – ma col contagocce – nell’attività politica, ecco che il parlamento ratifica la convenzione dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro nel ’56 con la quale si sancisce la parità di trattamento economico. Prima di essa la donna è soprattutto madre in omaggio alla Costituzione, e non ci si fa scappare nemmeno la clausola del nubilato che, per tutelare il profitto, interveniva anche sui rapporti matrimoniali: non devi convolare a nozze anche perché poi diventi madre!
Le donne dovettero aspettare, ma non rimasero con le mani in mano. Nel 1960 venne stilato un accordo interconfederale nell’industria che stabiliva la parità di retribuzione, ma nello stesso tempo introduceva uno schema unico di qualifiche, con relative competenze. Indovinate un po’ dove erano inquadrate le donne!? Nelle qualifiche più basse, ovvio! La storia della legislazione sul lavoro femminile è contorta perché è il segno di un conflitto di classe intenso, molto diversificato nel tempo ma tenace, e fu anche l’eco di un clima di lotte esteso a livello mondiale: se ne dovrebbe fare un lavoro a parte! Eppure, nel testo della Costituzione, tutta questa legislazione non è stata recepita direttamente. Troppo faticoso per i parlamentari ottenere modifiche costituzionali che rendessero effettivi ed intoccabili fino al massimo livello legislativo le conquiste ottenute sul campo dal movimento di lotta delle donne. Quando si è trattato del Titolo Quinto o dell’elezione dei Presidenti delle Regioni, però, da Bassanini a D’Alema, le energia e il tempo necessari sono stati facili da trovare. Pertanto, in sintesi, per ciò che riguarda le istanze femminili esse sono rimaste alla impostazione della Carta del ’48: rivendicarne oggi l’attuazione è indecente!
Meno male che, per valore e non per sorte, le donne sono spesso la parte più attiva del
proletariato, determinate a combattere per i loro diritti ma anche per un mondo differente, molto
differente da quello che le classi borghesi ci propongono come il migliore dei mondi possibili. Nella
loro concezione del mondo appare – e non è trionfalismo – un legame costante, spesso implicito
ma non per questo meno forte, tra l’emancipazione della donna e la lotta per la società socialista.
Leggendo bene quel che accade nel mondo, quel che dicono nelle loro lotte e nelle loro
testimonianze, troviamo un respiro dal carattere rivoluzionario asciutto e senza gli orpelli di teorie
borghesi.
Forse è il caso di ricordare che le lettere delle prostitute alla senatrice Merlin, in appoggio alla sua nota proposta di legge, furono pubblicate solo dopo alcuni anni da quando giunsero all’indirizzo della parlamentare mettendo in mostra lo squallore del mondo della prostituzione. “Meglio rompersi le braccia in mezzo ai campi che vivere in una prigione in cui devi subire disgusto e violenza”, dicevano quasi
tutte, a volte aggiungendo la denuncia dell’ipocrisia del mondo borghese. Sorte più difficile toccò
alle lettere de “Le italiane si confessano” (di Gabriella Parca), una raccolta con cui l’autrice cercò con
questo mezzo di dare una qualche voce alle donne. Parca per anni non trovò uno straccio di
editore e quel materiale vide la stampa solo nel ’59, e solo per poche centinaia di lettere scelte
dall’editore tra le ottomila che l’autrice raccolse e ricevette. Il carattere delle voci e delle lotte
delle donne è ancora eversivo!

