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Il disastro in Nepal: un altro effetto del surriscaldamento globale, o no?

Davanti al disastro in Nepal è dura, per i negazionisti.

Eppure non demordono, e tornano a parlare di una generica alluvione, di una frana, di un fiume che esce dagli argini. Le prime voci parlavano addirittura di un terremoto, qualche giornale ha coniato il termine “bomba sismica”, e nemmeno davanti all’evidenza si è voluto ammettere la causa all’origine della tragedia.

La versione adottata dalla maggioranza dei media è stata quella dell’esondazione di un bacino naturale. Senonchè il bacino era naturale solo per modo di dire: esso si era formato perché lo scioglimento graduale del ghiacciaio a monte di quel territorio aveva poco per volta creato davanti a sé un muro di sassi, una pietraia che con l’aumentare del livello dell’acqua ad un certo punto ha ceduto di schianto precipitando a valle.

Le immagini sono agghiaccianti: una ondata d’acqua fangosa, carica di detriti e sassi si è abbattuta sulla valle. L’onda è stata preceduta da un rumore sordo che ha allarmato lavoratori e abitanti, ma il loro tentativo di fuga è stato solo un gesto estremo. I primi a tentare di abbandonare il lavoro sono stati gli operai della centrale idroelettrica di Betrawati. Travolti da un’onda alta una decina di metri e più, colpiti da sassi e sommersi senza alcuna speranza, sono morte quasi un migliaio di persone in fuga, una inutile e disperata fuga.

I morti ancora si stanno contando, e si fa un bilancio dei dispersi che oltrepassa le duemilacinquecento persone. Con un’altra ipocrisia statistica che cerca di attenuare l’entità della tragedia entrano nel conto i “dispersi”, ma questo termine serve solo a nascondere il fatto che di quelle persone non si è trovato nemmeno il cadavere. Dunque, migliaia di morti, case distrutte, fabbriche smantellate, strade scomparse sotto il fango, terreni e colture andati persi, e non è finita. Queste tragedie portano con sé un carico di malattie, di inquinamento delle acque potabili, di distruzione di risorse essenziali alla vita, lavoro, casa, i pochi beni delle classi proletarie che sono sempre le prime a pagare il conto salato del cosiddetto sviluppo capitalistico.

Ma i negazionisti sono irriducibili. Chiedono stringenti dimostrazioni tecniche e scientifiche che colleghino senza alcun dubbio l’evento singolo al riscaldamento climatico. Sarà inutile cercare di convincerli per il semplice fatto che costoro servono (a pagamento!) gli interessi delle compagnie petrolifere, dell’industria della plastica, della chimica, dei cementificatori, dei produttori di defolianti e di tutto l’assetto del modo di produzione capitalistico.

La gamma dei negazionisti si amplia ai riduzionisti. Più sottili e maligni essi adombrano la tesi secondo cui esiste una crisi climatica ma non è possibile collegare tutto al semplice caldo. Secondo ICIMOD – citato da Mondosanità  (1) – “Non diciamo che è “colpa del clima”. Ma il clima cambia il rischio”. E con questo ICIMOD (Centro Internazionale per lo Sviluppo Integrato della Montagna) batte tutti i sofisti da Protagora a Lyotard in nome dello sviluppo della montagna i cui esiti vediamo non solo in Nepal ma anche sulle italianissime Alpi. Lo stesso Mondosanità ci informa che gli scienziati stanno analizzando “i dati” per verificare che non ci sia stato il concorso di un sisma. La conduttrice di Sky tg24 ci dice che potrebbero essersi formate dighe naturali che potrebbero provocare una seconda ondata di frana. Il cortese e dubitativo condizionale, però, non sembra smuovere né le coscienze né le iniziative per aggredire le cause vere, quelle originarie e fondanti del surriscaldamento globale.

Intanto privati cittadini e amministrazioni virtuose tentano di porre un argine al disastro del modo capitalistico di produzione – nome esatto del problema – piantando alberi o spegnendo qualche luce in più… Azioni da non disprezzare, ma la temperatura del clima continua a crescere e i processi industriali mirati al profitto continuano ad essere la fonte del problema. Per colmo d’ironia le industrie che “compensano” la libertà di inquinare e di produrre gas serra piantando qualche fila di alberi al posto del bosco che hanno distrutto poco prima, vengono rimborsate o “aiutate” dai governi compiacenti che stanno ai loro ordini e che si servono di opinionisti, influencer e qualche scienziato – quest’ultimi sempre in minor numero – per convincerci anzitutto che i colpevoli della situazione siamo noi singoli cittadini, e che “l’industria” fa tutto il possibile, e dobbiamo esserle solo grati per il lavoro, il benessere, lo sviluppo che ci dà ogni giorno.

Altro che!

Post-scriptum

Ci siamo limitati qui ai negazionisti di stato e di mercato, quelli al soldo del capitale. Ci sono, però, anche quelli “di movimento”, che li seguono gratuitamente, sui quali è preferibile stendere un velo di pietà. Ci sorprende che non abbiano ancora chiamato in causa il demiurgo Soros e i suoi “disastri colorati”… ma diamo tempo al tempo.

Nota

(1) v. al link https://www.mondosanita.it/news/italia—mondo/108633/il-caldo-uccide-in-vari-modi-la-tragedia-del-nepal-e-un-ulteriore-avvertimento.html

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