Uno dei tratti caratteristici di questo sito è l’attenzione a ciò che succede negli Stati Uniti, la convinzione che esistano due «Americhe» (1), al fondo antagoniste tra loro, e che dalla «nostra America» ci verranno, in progressione, notizie molto interessanti, contributi significativi alla rinascita del movimento proletario su scala internazionale.
Tra i fatti recenti di grande interesse c’è la crescente opposizione delle «comunità» all’insediamento dei data center necessari nei loro territori.
Ne dà conto «il Sole 24 ore» di ieri, 22 agosto, in un articolo di Luca Veronese, notando – non è cosa da poco – che l’opposizione sta via via coinvolgendo anche i governatori repubblicani (di Texas, Mississipi, Ohio), in aperto contrasto con la linea della Casa Bianca che spalleggia con la nota brutalità le imprese Hi Tech (Oracle, OpenAI, xAI, Microsoft, Anthropic, etc.)
Ha suscitato scalpore, in particolare, quanto accaduto in Texas, dove il governatore Abbott, che nel novembre scorso aveva promesso solennemente di fare del suo stato «il centro dello sviluppo dell’intelligenza artificiale americana», ha «appena annunciato di avere bloccato 1800 nuovi data center, del valore di miliardi di dollari, a causa dei timori relativi all’eccessivo consumo di energia e acqua».
Come mai questa, e simili, inversioni di rotta?
La spiegazione è nella forza montante delle mobilitazioni popolari contro i data center e, più in generale, il sospetto sociale montante contro l’IA.
Fino a poco tempo fa queste strutture venivano percepite come poco impattanti sui territori: pochi posti di lavoro permanenti rispetto al capitale investito, accesso pubblico minimo, edifici progettati per essere operativamente discreti.
Ma il loro insediamento materiale (eh, l’”immateriale” incappa sempre in questo inconveniente: doversi materializzare) ha piuttosto rapidamente spazzato via questa percezione, mettendo in luce i costi economici, ecologici e politici di esso, alimentando la resistenza di movimenti locali che stanno diffondendosi negli Stati Uniti e potrebbero sfociare in un movimento nazionale.
Le principali preoccupazioni delle «comunità locali», cioè delle classi lavoratrici dei territori interessati, riguardano:
1.la domanda di energia e il sovraccarico della rete, in quanto le strutture hyperscale richiedono carichi elevati e costanti di energia. I residenti sono preoccupati per l’affidabilità, l’impatto sulle tariffe e il rischio che la nuova domanda di energia (enorme) sottragga energia elettrica ad altri usi economici;
2.il consumo di acqua e il raffreddamento dei data center: nelle aree già affette da scarsità d’acqua, il raffreddamento diventa una questione politica, soprattutto quando la pianificazione per fronteggiare la siccità e gli insediamenti di questa nuova industria si scontrano tra loro;
3.Il rumore e la qualità dell’aria: i generatori di riserva, i cicli di test e le attività di costruzione possono creare grossi problemi persistenti di rumore e di emissioni, anche in violazione delle normative vigenti.
4.l’uso del suolo: la nascita di queste grandi infrastrutture informatiche può modificare radicalmente il valore dei terreni rurali o suburbani, e alterare il carattere delle comunità espellendo da esse i settori sociali più poveri, o meno abbienti.
Mentre per gli utenti del web queste strutture restano invisibili, succede il contrario per le «comunità locali» che debbono ospitarle, e sono chiamate a sopportare i costi in termini di consumo di energia e di acqua, rumore, inquinamento dell’area, lievitazione dei costi dell’abitare e della vita. Mentre i benefici risultano molto ipotetici, e non a caso vengono presentati dalla stesse imprese interessate in termini astratti come “capacità” o, addirittura, “latenza”.
Un moltiplicatore della sempre più diffusa diffidenza e ostilità verso questi impianti è di sicuro la percezione che i progressi dell’IA sono e saranno ripartiti in modo radicalmente disuguale: giganteschi profitti dal lato delle mega-imprese, desertificazione di opportunità di lavoro esistenti o possibili all’altro polo sociale.
«In pochi mesi – scrive il Sole 24 ore, preoccupato – i data center sono passati, nella percezione diffusa, da motore di sviluppo a fenomeno che sottrarre risorse alle comunità locali. In qualche centinaia di chilometri, passando da Wall Street alla Pennsylvania o dalla Silicon Valley al Texas, l’intelligenza artificiale si trasforma da boom di investimenti in nemico che toglie posti di lavoro. Dati di fatto e legittime preoccupazioni si sommano a movimenti luddisti e a battaglie di retroguardia [ci mancava la lezioncina di ‘civiltà’ – n.]. E anche nella base Maga il desiderio di riportare l’America al primato si scontra con i dubbi dei benefici delle nuove tecnologie per la popolazione».
Ecco perché si moltiplicano i comitati-contro composti di giovani e di meno giovani (come si vede dalle foto) che contestano le formidabili agevolazioni fiscali assicurate alle Big Tech, le tariffe agevolate per le loro utenze «in cambio» degli investimenti e di promesse di futuro sviluppo, le immancabili procedure accelerate di autorizzazione. La domanda-chiave è: a beneficio di chi vanno questi data center, e la stessa IA? E chi ne dovrà sopportare i costi? Se gli incentivi vanno alle Big Tech, che ne sarà dei distretti scolastici e dei servizi sociali, già quasi ovunque malandati e sottofinanziati? Se nel Michigan hanno bloccato i nuovi insediamenti, perché non possiamo farlo nel New Mexico?


E si arriva così alla decisione della governatrice democratica dell’Arizona Hobbs di sospendere per i prossimi tre anni le agevolazioni fiscali per i nuovi data center, come risultato della pressione appassionata di molti cittadini fatta attraverso presidi, assemblee, discussioni di vicinato, conferenze stampa, coinvolgimento delle strutture sindacali – una pressione dal basso capace di neutralizzare e vincere l’azione delle potentissime lobby pro-Big Tech, che hanno fatto ricorso, e non solo in Arizona, al frustro argomento delle potenze esterne: «E’ in corso una campagna di influenze straniere finalizzata a impedire agli Stati Uniti di essere alla testa della corsa all’IA, e ha appena ottenuto un’altra vittoria in Arizona», è sbottato, pieno di bile, uno dei capi della AI Infrastructure Coalition in una dichiarazione resa ai giornalisti di Time.
La tendenza è ormai divenuta nazionale ed arriva a mettere in questione anche gli accordi già firmati dai governatori e gli insediamenti già operanti. E’ accaduto, per esempio, in Texas, ad El Paso, nel maggio scorso, quando è stata bocciata nel city council [consiglio comunale], solo con uno stretto margine, la proposta di sospendere uno di questi accordi. Ma, assicura uno degli animatori di questa iniziativa, Josh Acevedo, la lotta non è finita: «ho visto in azione persone che non sapevano neppure dov’è la City Hall [il municipio] e forse non avevano mai votato. Cose mai viste prima nella mia comunità».
Il risultato, secondo Data Center Watch, è che nei primi tre mesi del 2026 sono stati bloccati o ritardati progetti di costruzione di data center per un valore pari a 130 miliardi di dollari, una cifra molto vicina a quella relativa all’intero 2025.
I 37 arresti avvenuti finora tra gli attivisti di questa mobilitazione hanno colorato ulteriormente di significato politico le proteste. La prima arrestata è stata – secondo Democracy Now – Wynd Kaufmyn, insegnante in pensione di Berkeley, di cui riportiamo una tagliente dichiarazione (ne riparleremo presto):
«ho partecipato alla protesta perché questa tecnologia sta alimentando un livello di sorveglianza distopico. Sta alimentando uno stato fascista. Ci porterà via tutti i posti di lavoro. Ne ha già portati via molti. Sta causando suicidi, omicidi e sparatorie di massa. Tutto questo deve finire.”
C’è già una fetta dei salariati e delle salariate statunitensi pronta a mettersi di traverso alla trionfale avanzata dei Musk, Altman, Thiel, Karp, Amodei (febbricitante, moraleggiante, ma…), che già sta mettendosi di traverso a loro e al loro emissario politico alla Casa Bianca.
Dalla «nostra America», vedrete, arriveranno altre buone notizie.
Nota
(1) Sappiamo che è «politicamente scorretto» parlare degli Stati Uniti come dell’America, tant’è che solitamente usiamo il termine Amerika per qualificare l’imperialismo a stelle e strisce, ma lasciateci passare, per questa volta, l’infrazione.

