L’incontro di domenica 16 agosto al Cairo tra l’inviato di Trump, l’iper-sionista Kushner e il nuovo capo politico di Hamas Khalil Al-Hayya conferma ciò che da molti mesi è chiaro: Hamas accetta di muoversi entro i confini tracciati dal «piano Trump» su Gaza. E dopo avere sciolto i propri organi di amministrazione a Gaza, è pronta a procedere al proprio disarmo se Israele si ritirerà da Gaza. Ciò, sebbene non possa sfuggire né ai capi né ai più coscienti militanti di Hamas il carattere colonialista e schiavista del piano amerikano.
Come si spiega questa contraddizione?
Con una realistica presa d’atto della situazione sul campo, che tiene conto anche della posizione decisamente oltranzista del governo e dello stato sionista. Hamas e gli altri gruppi minori della resistenza armata palestinese hanno condotto una battaglia epica contro lo stato sionista e i suoi protettori e fornitori d’armi occidentali (l’Italia di Meloni-Mattarella in prima fila). E, nonostante la prova straordinaria di organizzazione, disciplina ed eroismo, l’hanno persa. Per varie ragioni.
I perché di una sconfitta
- Per non aver ricevuto sostegno né dai palestinesi cittadini di Israele rimasti sostanzialmente fermi (le manifestazioni di protesta in Israele sono state animate da piccoli gruppi di coraggiosi giovani israeliani, l’ultima il 29 luglio a Tel Aviv), né dai palestinesi della Cisgiordania, dove la corrotta struttura poliziesca e amministrativa dell’ANP è riuscita ad isolare le punte giovanili più radicali.
- Per l’insufficiente sostegno delle masse oppresse e sfruttate dei paesi arabi e islamici (Turchia e Iran inclusi): del tutto ferme in Egitto, il paese-chiave del mondo arabo, e altrove, incapaci di rompere la situazione di ferreo controllo repressivo in cui versano; mobilitatesi in massa, specie all’inizio, in Giordania e in diversi altri paesi, ma sempre rispettose dei vincoli legali e politici posti dai rispettivi governi ed accettati da direzioni obbedienti (ad Amman in 500.000 si fermarono davanti alle porte dell’ambasciata USA senza attaccarla); solo dagli Hezbollah e dagli Houthi la resistenza palestinese ha ricevuto un importante, o almeno significativo, aiuto militare concreto.
- Per i limiti dell’imponente mobilitazione internazionale per la Palestina, che ha sì delegittimato e fatto a pezzi l’immagine di un’Israele avanzata, civile, democratica, mettendone a nudo la natura colonialista, genocida, razzista, schiavista, ma non ha avuto la forza e la determinazione di interrompere materialmente le forniture di armi e di merci necessarie allo stato sionista per portare avanti la strage a Gaza e il suo espansionismo nell’area – questa interruzione non è avvenuta neanche in Italia, dove pure si è arrivati più volte a scioperare in solidarietà con il popolo palestinese.
- Ma questo round della lotta di liberazione palestinese è andato perso anche perché tutti gli stati – inclusi quelli in conflitto di interessi con l’Occidente – si sono astenuti dal compiere atti che potevano pregiudicare l’azione stragista di Israele, e ne sono stati, in vario grado e modo, complici.
Tra gli stati assassini della causa della liberazione palestinese in testa ci sono, ovviamente, Stati Uniti, Germania e Italia, i grandi fornitori d’armi. Al seguito, l’intera Unione europea. Il genocidio di Gaza è un crimine di cui anche loro debbono rispondere al pari dei sionisti.
A seguire ci sono i Brics, grandi fornitori delle merci d’ogni tipo necessarie a far funzionare «normalmente» la vita quotidiana in Israele (la Cina per prima), nonché del petrolio (Brasile) e dei derivati del petrolio (Russia) indispensabili per le operazioni militari. Con l’India che – a genocidio già compiuto – ha addirittura premiato il governo Netanyahu elevando il proprio rapporto con Tel Aviv a «partenariato strategico speciale», con la firma a febbraio scorso di un protocollo d’intesa che copre ben 16 settori produttivi, a partire dall’industria bellica, l’industria-perno della macchina di morte e di distruzione sionista.
L’astensione all’ONU di Russia e Cina sul piano di Trump su Gaza, ben illustrato dal video apparentemente provocatorio diffuso mesi prima dal grande-uomo-spazzatura, ha coronato la collaborazione di fatto delle potenze anti-occidentali allo schiacciamento dei palestinesi di Gaza. In questo contesto, la pronuncia della Corte internazionale dell’Aja attivata dal Sud Africa è rimasta una semplice puntura di spillo per lo stato israeliano che è supportato in un modo o nell’altro dalla totalità delle grandi e medie potenze del capitale – nessuna delle quali si è sognata neppure di ritirare il proprio ambasciatore, anche solo per far vedere che…
Quanto all’Iran, che è un caso a sé, all’inizio si era favoleggiato di chi sa quali dazioni di micidiali armi offensive alla resistenza palestinese. La guerra in corso tra Teheran e gli aggressori Stati Uniti-Israele sta fornendo la misura della forza e dell’alta sofisticazione dell’industria bellica iraniana, e nello stesso tempo smentisce categoricamente la favola di cui sopra. In tre anni di strenua resistenza dei palestinesi di Gaza, purtroppo non un solo aereo dei terroristi dell’IDF è stato abbattuto (che noi si sappia), mentre in tre mesi scarsi di combattimenti l’esercito, la marina e le basi statunitensi nell’area hanno ricevuto per mano delle forze armate iraniane e dei pasdaran i maggiori danni dai tempi della guerra del Vietnam.
A smentita della roboante demagogia sul cd. Asse della resistenza, Gaza è per Teheran solo un «punto di pressione retorico», non effettivo, però, né strategicamente centrale, a differenza, ad esempio, della situazione libanese e di Hezbollah. Non a caso nei 14 punti dell’intesa con Washington c’era il Libano, non c’era Gaza.
Dato questo quadro internazionale totalmente sfavorevole a livello di stati, con Gaza ridotta ad un cumulo di macerie e minacciata di brutale affamamento e incontrollata diffusione di malattie, migliaia di combattenti caduti, centinaia di migliaia di feriti e di malati, dopo l’approvazione del «piano Trump» da parte dell’ONU, Hamas, più volte decapitata nella sua dirigenza, ha deciso di provare a muoversi all’interno di quel piano – nonostante il piano preveda il suo totale disarmo e la sua esclusione da ogni ruolo nel prossimo «governo di tecnocrati» che sarà insediato dalla Casa Bianca su Gaza con criteri coloniali e con la supervisione di un assassino professionale del rango di Tony Blair.
Una fiducia mal riposta negli «stati amici»
Si può osservare, ed a ragione, che Hamas, e l’intera resistenza armata palestinese, intrappolate in una concezione nazionalista della liberazione nazionale palestinese, si sono troppo fidate dell’aiuto di alcuni stati arabi e islamici, e magari dell’azione di sponda degli stati anti-occidentali. Qui emerge il contrasto tra una tattica militare sfidante e originale rispetto al passato (la costruzione sottoterra di una seconda Gaza) e la reiterazione, da parte di Hamas, di una vecchia linea politica dell’OLP e della stessa ANP che ha continuato a puntare in modo determinante sull’aiuto degli «stati amici» piuttosto che sulle masse oppresse e sfruttate del vasto mondo arabo e «islamico».
Senonché la causa palestinese, proprio in quanto causa rivoluzionaria, eversiva dell’ordine coloniale uscito dalla prima guerra mondiale, e dell’ordine neo-coloniale uscito dalla seconda guerra mondiale, non ha, non può avere stati capitalistici amici, disposti ad andare davvero fino in fondo nel sostegno al popolo palestinese. Né in Medio Oriente né, tanto meno, altrove. La vittoria della causa palestinese, infatti, sarebbe la sconfitta non solo dello stato sionista, ma di tutte le grandi potenze che hanno presieduto alla nascita di Israele, e oggi la criticano, magari, ma ritenendola comunque e sempre intoccabile. Un secolo e passa di storia ha dimostrato ad abundantiam che non c’è spazio per due stati sulla terra di Palestina.
E ha mostrato come una serie di stati arabi, proprio per il loro servilismo nei confronti dell’ordine imperialista internazionale, hanno pugnalato il movimento di liberazione palestinese in petto o alla schiena: a cominciare dalla Giordania di re Hussein nel settembre nero del 1970, a proseguire con la Siria di Assad padre nel 1976 (il massacro di Tell al- Za’atar), l’Egitto di Saadat nel 1978 (gli accordi di Camp David) e così via… fino agli «accordi di Abramo» del 2020.
Proprio contro gli stati da cui ancora una volta la resistenza palestinese si aspettava aiuto, le Brigate Al Qassam hanno preso nel luglio 2025 una posizione durissima, rimasta isolata, nella quale denunciavano «il tradimento dei leader della nazione islamica e araba, delle sue élite, dei suoi scienziati», la loro passività, la loro complicità con la mostruosa macchina sionista: “non esentiamo nessuno dalla responsabilità di sanguinare sangue e non escludiamo chiunque abbia la capacità di muoversi secondo la sua capacità e influenza” (1). Con una sola eccezione: “i nostri fratelli in Yemen che hanno costretto il nemico ad affrontare” un altro fronte di combattimento, i soli a meritare il saluto della indomita resistenza palestinese.
Hamas: un passo avanti militare, un passo indietro politico
Mai il giudizio di condanna delle classi dirigenti della “nazione islamica e araba” (notate bene: non solo araba, anche islamica) era stato, da parte di una struttura di Hamas, così chiaro e tagliente. Tuttavia la nettezza di questo giudizio e la furia con cui è stato gridato sono l’effetto di una ritornante illusione/dis-illusione. Anche la coraggiosa e abile direzione di Hamas, capace di affermare la propria egemonia a Gaza per la coerenza della sua battaglia nazionale contro Israele, ha pensato possibile una cosa impossibile.
Sotto questo aspetto essa si colloca, sul piano politico, un passo indietro rispetto alle punte più avanzate della lotta palestinese tra la fine degli anni ‘60 e l’inizio degli anni ‘70 del secolo scorso. Quando, ad esempio, Ghassan Kanafani seppe affermare che «la sola via che può portare alla vittoria è l’accerchiamento di Israele con la strategia della guerra popolare di liberazione [avanzante] da ogni lato – dalla Siria, dall’Egitto, dal Libano, dalla Giordania e nei territori occupati prima e dopo il 5 giugno 1967». E si spinse a concepire questo processo di liberazione non come un processo riguardante indistintamente tutte le classi, bensì riguardante essenzialmente le classi lavoratrici del mondo arabo contrapposte al «loro triplice nemico: Israele, l’imperialismo, la reazione [araba]». Kanafani affondò la lama della sua critica contro il ruolo dei regimi arabi più reazionari, ed anche dei governi «piccolo borghesi», incapaci di una coerente lotta contro la dominazione sionista-imperialista. (2)
Ancora più avanti si spinsero allora Nayef Hawatmeh e il Fronte democratico popolare di liberazione della Palestina nel ripudiare ogni possibile alleanza con i regimi borghesi arabi, anche quelli «filo-sovietici», cosiddetti progressisti, perché li giudicavano, a ragione, interessati solo a «svuotare il movimento di massa», e nel prospettare «uno stato democratico e socialista […] in cui il potere, tutto il potere, sarà esercitato dai soviet degli operai e dei contadini» (3).
Nel movimento palestinese era presente allora, benché minoritaria, una prospettiva di lotta nella quale il nesso decisivo era quello tra la «rivoluzione palestinese» e la più vasta rivoluzione araba e «terzomondiale» – una visione che avvicinava i suoi fautori al percorso di altri grandi esponenti della lotta anti-imperialista come Ben Barka, Amilcar Cabral, Malcolm X, Che Guevara, e poi Thomas Sankara, che si spinsero più avanti di molti dei loro compagni di lotta nel cogliere il nesso tra la «propria» rivoluzione nazionale, il moto della rivoluzione anti-coloniale alla scala internazionale e, in alcuni casi, la lotta di classe nelle metropoli.
L’arretratezza del movimento proletario metropolitano
Se nessuno di questi valentissimi combattenti della rivoluzione anti-coloniale, anti-imperialista, riuscì ad inserirla organicamente nel processo della rivoluzione proletaria anti-capitalista internazionale, il deficit fondamentale non è loro, è delle direzioni del movimento proletario delle metropoli, e del movimento stesso, che non fu in grado, anche nei suoi anni di massima combattività, di porsi in modo incondizionato dalla parte dei popoli di colore colonizzati e delle «razze» oppresse, e di battersi fino in fondo contro i propri governi imperialisti. Non basta, infatti, esprimersi a favore di questi se non si è disposti a battersi nello stesso tempo contro i «propri» governi, il capitalismo e l’imperialismo che stanno all’opera fuori dall’uscio di casa.
Mezzo secolo di controffensiva borghese e imperialista a tutto campo ha avuto l’effetto di risospingere indietro, molto indietro, sia i movimenti nazional-rivoluzionari (pensiamo all’evoluzione del PKK e a quella della vecchia OLP), sia il movimento proletario nelle metropoli, oggi privo di vera autonomia politica dai poteri imperialisti.
Anche il recente movimento di solidarietà con la Palestina, molto ampio ma non altrettanto radicale, con molte luci e parecchie ombre opportuniste (4), non è stato capace di dare il contributo che sarebbe stato necessario per sconfiggere materialmente la macchina di oppressione sionista, paralizzandone le forniture. Dobbiamo ammetterlo con franchezza, pur essendone stati tra gli animatori più tenaci. E’ per questo che ci siamo tenuti alla larga da un certo trionfalismo su di esso.
Lo sfavorevole rapporto di forze spinge ora Hamas a sperare nelle (piccole) frizioni tra Casa Bianca e governo Netanyahu al fine di cercare di attuare quella parte del «piano Trump» che prevede il ritiro dell’IDF da Gaza in contemporanea con il disarmo della propria milizia.
E’ un sentiero strettissimo, forse immaginario. Dal momento che Israele ha finora violato sistematicamente tutti i patti, e ha di nuovo respinto l’invito (piuttosto blando) di Trump ad applicare la seconda tranche dell’accordo, dopo aver violato platealmente la prima (5). Sembra che nei giorni scorsi, incontrando Netanyahu, Kushner abbia dato l’assenso alla continuazione degli assassinii «mirati» dei militanti della resistenza – quell’assassinio di 30-40 palestinesi al giorno preteso dal sanguinario Ben Gvir. Del resto, già la Jihad islamica ha fatto notare che Mladenov, il direttore esecutivo del Board of Peace trumpiano, tutto è salvo che un onesto mediatore. Figurarsi se può esserlo un Kushner!
Pochi dubbi possono esserci sul fatto che l’intero “piano Trump” su Gaza ha come scopo la liquidazione definitiva della causa palestinese, vero e proprio complemento “legale” (visto l’osceno avallo dell’ONU) del genocidio sionista. Ma l’esperienza storica mostra l’irriducibilità di questo popolo e della sua resistenza.
La rinascita della causa rivoluzionaria palestinese
La rinascita della causa rivoluzionaria palestinese, che mai si è data per morta, potrà avvenire ancora una volta non per iniziativa degli stati arabi o islamici che l’hanno finora pugnalata o usata ai propri fini, ma per iniziativa del popolo palestinese stesso nel quadro di un moto proletario alla scala regionale. E avrà il suo baricentro spostato sempre più verso le masse sfruttate palestinesi, oggi disperse in tutta l’area medio-orientale e nel mondo intero, chiamate ad agire in prima persona e a superare i vincoli in cui anche Hamas è rimasta imprigionata.
La sua vittoria – non parliamo di domani, è chiaro – potrà darsi solo con lo sfondamento delle frontiere di Israele da parte di movimenti di massa popolari armati (o di eserciti conquistati alla causa rivoluzionaria) provenienti da tutti i paesi confinanti, coalizzati tra loro – nella confluenza tra la «grande rivoluzione palestinese» e la «grande rivoluzione araba» e medio-orientale, in collegamento con un risveglio di classe nel mondo imperialista di Occidente in pieno subbuglio anche per effetto di questa gigantesca sollevazione, capace di andare oltre la grande Intifada araba del 2011-2012 e il 7 ottobre 2023.
Ebbe lo sguardo lungo la Terza Internazionale quando ipotizzò la nascita di una Federazione dei liberi popoli sovietici del Medio Oriente come unica soluzione possibile ad un intricato groviglio di contraddizioni lascito del colonialismo storico. E’ passato un secolo da allora, e non si è ancora realizzata, né pare vicina la sua realizzazione. Vero. Ma i grandi avvenimenti della storia non si danno a comando, hanno sempre bisogno di lunghe maturazioni. E nell’attuale sconfitta dei palestinesi, nel percorso intrapreso da Hamas di penoso riavvicinamento alla stessa Fatah, e forse addirittura all’arcinemico di un tempo M. Dahlan, oggi miliardario al servizio degli Emirati (6), ci sono – per contrasto – gli elementi utili a fare un bilancio finale di un’intera epoca della irriducibile lotta palestinese, ed aprirne una nuova priva di ogni illusione negli «stati amici».
E noi, qui?
Quanto a noi, qui, abbiamo già toccato con mano il netto riflusso del movimento di solidarietà con la resistenza del popolo palestinese. Dobbiamo mettercela tutta per non essere risucchiati in questo riflusso, per rilanciare la denuncia del genocidio che continua, e delle responsabilità dell’Italia, dell’UE, degli Stati Uniti in questo. Dobbiamo tenere accesa l’attenzione e la condanna sull’espropriazione di aree crescenti della Cisgiordania e sul tentativo in atto (non solo da parte sionista) di cancellare per sempre la «questione palestinese». Dobbiamo opporci tenacemente alla repressione che ha colpito e colpisce i militanti solidali con la Palestina, e all’introduzione e applicazione del DDL Romeo promuovi-ovunque-il-sionismo. Dobbiamo raccogliere e rilanciare tutti gli sforzi che stanno maturando nei paesi del Medio Oriente – in sia pur piccole minoranze – per porre la questione palestinese e dell’oppressione delle masse arabe in termini di classe, rivoluzionari internazionalisti.
Si tratta di andare oltre la semplice solidarietà al popolo palestinese e alla sua resistenza, oltre i gesti dimostrativi, legando strettamente l’iniziativa per la Palestina libera dal fiume al mare alla lotta aperta contro il «nostro» governo. C’è un forte legame tra le politiche coloniali «all’estero» e le politiche anti-operaie qui, e va fatto comprendere a quanti/e proletari/e ancora sono alla finestra. Noi siamo fiduciosi che l’acutizzarsi della crisi economica, ecologica, politica, finanziaria spingerà masse di proletari/e a rompere l’attuale passività e battersi per sé. Questa forza è mancata, finora, nel movimento per la Palestina, e solo la sua scesa in campo cambierà davvero tutto il quadro degli ultimi anni. Se alla resistenza palestinese è chiesto di rinascere con un’impronta sempre più classista e internazionalista, la stessa necessità è davanti al movimento proletario qui in Italia, in Europa, in tutto l’Occidente.
La nascita nelle metropoli del capitale di un movimento di classe indipendente e contrapposto ai poteri imperialisti e alle loro politiche, che lotti per il loro rovesciamento, è, in ultima analisi, il più efficace contributo che possiamo dare alla vittoria della stessa causa palestinese.
Prima del 7 ottobre 2023 nessuno avrebbe scommesso un soldo bucato sulla ripresa impetuosa della resistenza palestinese e la catastrofica caduta di credito di Israele e dei suoi grandi protettori. Abbiamo fiducia che la marcia verso l’abisso di guerre e catastrofi ambientali tra loro combinate, con gli smisurati sacrifici, rischi e costi umani ed ecologici connessi, avrà l’effetto di una serie di elettroshock sulla classe lavoratrice. Ne siamo fermamente convinti e, per quel poco che sta in noi, lavoriamo in questa direzione.
Note
(1) https://pungolorosso.com/2025/07/20/una-notevole-dichiarazione-delle-brigate-al-qassam/
(2) G. Kanafani, Selected Political Writings, Pluto Press, 2024, pp. 121 ss.
(3) Nelle grandi mobilitazioni che avvennero in Italia tra il 22 settembre e il 4 ottobre dello scorso anno è indubbio che ebbero una parte di rilievo organizzazioni come Potere al popolo, USB e simili che hanno legami organici con l’ANP di Abu Mazen, notoriamente asservita ai governi e ai servizi sionisti.
(4) OLP – Al Fatah – FPLP – PDPLP, Testi della rivoluzione palestinese 1968-1976, Bertani, 1976, pp. 279 ss.
(5) https://pungolorosso.com/2026/08/13/la-banda-netanyahu-rifiuta-il-piano-trump-su-gaza/
(6) Riferisce di questo incontro “segreto” con una ricchezza di particolari tale da renderlo assai verosimile, G. Colarusso, su “la Repubblica”, 19 agosto, p. 5.
Qui un nostro precedente post sull’argomento
Poiché già ci arrivano critiche per ciò che abbiamo scritto circa la complicità della Cina con l’Iran, ecco la documentazione delle nostre affermazioni. Siete capaci di smentirle? Fatevi avanti, portate altre montagne di fatti, le pubblicheremo e discuteremo pubblicamente le vostre repliche.

