Un blog per chi ama la lotta e sogna la rivoluzione

“Ora che Hamas e Jihad accettano la “fase due” del “piano Trump, come ve la cavate?”

Con un’aria di ghigno alcuni supporter italiani dell’ANP di Abu Mazen ci hanno fatto nei giorni scorsi questa domanda.

Ecco la nostra risposta.

Anzitutto: l’affermazione è vera. Girarci intorno, come fanno altri, non ha senso, tanto più dopo che a Davos un Trump trionfante ha presentato al mondo la sua strabiliante creazione personale. Hamas ha effettivamente deciso di sciogliere le proprie strutture di governo a Gaza, e riconoscere il Comitato Nazionale per l’amministrazione di Gaza diretto dall’ex vice-ministro dell’ANP Ali Shaath, nominato da Trump stesso. Con ciò ha dato, per suo conto, il via libera alla cosiddetta “fase due” del piano Trump “per” Gaza – un piano che abbiamo definito colonialista e schiavista. E tale, a nostro avviso, resta. Sicché la nostra risposta si potrebbe sintetizzare così: per noi del Pungolo rosso e della TIR non cambia nulla. Ma forse è utile aggiungere qualche parola.

Anzitutto sull’architettura istituzionale prevista dal “piano Trump” rigorosamente gerarchica: al comando c’è il “Board of Peace” diretto a vita da Trump, composto da individui scelti da Trump, a cui spettano le decisioni strategiche e la definizione della “politica generale per la ricostruzione della Striscia di Gaza e la promozione della stabilità a lungo termine” – per capire di quale stabilità si tratterà, basta dire che vi è dentro Netanyahu (Haaretz ha spiegato che la sua riluttanza ad entrare nel Board era una messa in scena). Al di sotto di questo organismo, in cui saranno presenti oltre a Israele, alcuni stati arabi, la Turchia e una pluralità di stati considerati da Trump suoi amici, ci sarà un Comitato Esecutivo per l’Amministrazione di Gaza, incaricato di curare l’attuazione delle decisioni e indicazioni del Board. L’ultimo gradino di questa gerarchia tipicamente coloniale sarà costituito dal Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza, composto da palestinesi “tecnocrati” (cioè: uomini d’affari) e “tecnici” (al servizio degli uomini d’affari), anch’essi nominati da Trump, che avrà l’esclusivo compito di dare attuazione nella vita quotidiana alle “direttive provenienti dai livelli superiori”, mentre è escluso dalle decisioni strategiche.

Di natura altrettanto coloniale è lo schizzo del “piano di ricostruzione” di Gaza illustrato a Davos dal genero di Trump, Kushner (affari di famiglia). Michele Giorgio l’ha sintetizzato così: “una nuova Dubai o una nuova Singapore mediorientale, con una costa punteggiata di grattacieli di vetro, aree residenziali di lusso, centri high-tech e aree industriali”. E i palestinesi? Quanto ai vivi, non una sola parola. Sottinteso: continuerà ad occuparsene la banda di assassini con a capo Netanyahu, che avrà il potere di comando e quello di veto su tutto. Quanto ai morti, le migliaia o decine di migliaia di palestinesi rimasti sotto le macerie, è previsto lo sfregio massimo: non ne saranno recuperati i corpi – i 68 milioni di tonnellate di macerie sotto le quali sono sepolti, saranno scaricati in mare insieme con i loro corpi e gli ordigni inesplosi.

Si può immaginare quale amarissima esperienza sia per i militanti della resistenza palestinese doversi subordinare a questa struttura gerarchica presieduta dal massimo protettore della macchina di sterminio sionista. E farlo “rispettando le regole”, mentre Netanyahu, che continua ad essere al di sopra di qualsiasi diritto e regola, bombarda Gaza a sua discrezione, assassina gli ultimi giornalisti palestinesi o arabi rimasti lì vivi, distrugge a Gerusalemme Est una delle sedi dell’UNHCR, stringe d’assedio Hebron, e sta per approvare una legge, voluta da Ben Gvir, sull’impiccagione dei detenuti palestinesi condannati a morte.

https://pagineesteri.it/2026/01/21/medioriente/nuove-stragi-a-gaza-mentre-netanyahu-aderisce-al-board-of-peace

Era possibile interpretare l’accettazione dell’accordo di tregua da parte di Hamas, Jihad e degli altri gruppi minori della Resistenza come dovuta alla necessità di far respirare una popolazione allo stremo dopo oltre due anni di genocidio e di riorganizzarsi dopo i terribili colpi subiti. Questi ulteriori passaggi fanno intendere che c’è, probabilmente, qualcosa d’altro. 

Se questo è, se anche queste organizzazioni della resistenza palestinese si sono indotte a subordinarsi ai rappresentanti congiunti dell’imperialismo yankee-occidentale, contornati dagli stati arabi “fratelli” e da alcuni stati amici della Russia putiniana, se non addirittura dalla stessa Russia, restano le ultime da biasimare. In ogni caso la resistenza opposta dall’intero popolo palestinese e da loro all’aggressione genocidaria dei sionisti, con le armi e con ogni altro mezzo, resterà scritta a caratteri indelebili nella storia universale della liberazione dei popoli dal colonialismo. I loro protagonisti e martiri, militanti e capi, sono da onorare anche da parte di chi, come noi, non condivide la loro ideologia e la loro strategia.

Per quanto ci sia ancora chi si ostina a negarlo perfino dopo la solenne approvazione da parte del consiglio di sicurezza dell’ONU con l’astensione benevola di Russia e Cina, lo stato genocida di Israele e il suo grande protettore euro-statunitense sono stati agevolati nell’ottenere questo risultato dalla complicità di tutte le grandi potenze (nessuna esclusa) e di tutti gli stati arabi. Una complicità attuata con la fornitura di petrolio, di armi, di merci, di disinformazione, di intelligence, di repressione del movimento internazionale di solidarietà alla Palestina. Se non ci fosse stata questa complicità globale, lo stato di Israele sarebbe crollato sotto il peso dei propri crimini e delle proprie contraddizioni per effetto di una guerra di gran lunga la più aspra e costosa che esso abbia mai combattuto.

E’ stata, quindi, una guerra terribilmente asimmetrica. Anche perché le piazze arabe, in particolare il proletariato arabo, quello egiziano per primo, sono stati largamente al di sotto delle necessità del momento – l’attiva solidarietà degli Hezbollah libanesi e degli Houthi yemeniti non poteva essere sufficiente a fermare la macchina di distruzione sionista-occidentale, rifornita dall’intera economia mondiale. E lo stesso si può dire della classe proletaria su scala globale: avrebbe potuto inceppare tutto il meccanismo nelle fabbriche, nei porti, sulle direttrici ferroviarie, nelle piazze, ma si è mobilitata poco e in ritardo. Sfidando l’impopolarità, noi che ce l’abbiamo messa tutta, con le nostre limitatissime forze, a dare impulso agli scioperi reali che in Italia sono stati per quasi due anni solo quelli del SI Cobas, salvo poi – finalmente! – ampliarsi all’intero sindacalismo di base e alla Cgil, abbiamo insistito sull’inefficacia delle azioni simboliche.

Certo, la resistenza palestinese è stata in grado di suscitare nel mondo un grande risveglio di solidarietà internazionalista, di far intendere ad una nuova generazione di militanti che la causa della liberazione delle masse sfruttate e oppresse è indivisibile. Ma non dobbiamo nasconderci i limiti, qualitativi anzitutto, di questa mobilitazione, che è rimasta spesso intruppata in una logica umanitaria e/o fiduciosa nell’apporto delle sinistre “riformiste”, dei Brics, dell’azione spettacolare delle Flotille; che è stata inquinata e frenata anche da meschini calcoli elettorali; mentre bisognava puntare tutto sulla mobilitazione di massa, sulle piazze, sugli scioperi, sul sabotaggio attivo e organizzato della macchina di guerra.

Emerge da ultimo la limitatezza della prospettiva nazionalista arabo-islamista di Hamas. Non siamo in grado di avere un quadro chiaro dello scontro interno ad Hamas, nel quale ha certamente prevalso la componente tesa a ricucire con l’ANP, o una parte di essa. Ma è stata Hamas nel suo insieme a puntare sul sostegno degli stati “fratelli”, benché li abbia – di quando in quando – fustigati per la loro accondiscendenza e collaborazione con il nemico (pienamente confermata in questi giorni con gli accordi tra Israele, Marocco ed EAU, che premiano con miliardi di dollari l’industria della morte sionista, a cominciare dalla Elbit System). Ed è stata ancora Hamas nel suo insieme a puntare su un onesto compromesso di “unità nazionale” con l’ANP, che invece non ha cessato un solo istante di pugnalare in pieno petto la straordinaria capacità di resistenza del popolo di Gaza facendo tutto quel che poteva per tenere ferma la popolazione palestinese in Cisgiordania e stroncare i gruppi combattenti.

Più che mai dopo questi ultimi due anni, la “questione palestinese” non può avere soluzione dalle diplomazie statali. Può avere esclusivamente una soluzione rivoluzionaria. Ma proprio la drammatica esperienza di questi due anni di estremo eroismo prova in modo definitivo che questa soluzione è osteggiata dall’insieme dei regimi arabi, tutti schierati in modo aperto o coperto dalla parte di Israele e della liquidazione della causa palestinese.

Per quanto si voglia far apparire astratta, idealistica, la nostra prospettiva, la causa della liberazione nazionale e sociale delle masse palestinesi potrà trionfare solo all’interno di una sollevazione rivoluzionaria di area che faccia i conti in modo definitivo con lo stato colonialista di Israele, con gli Stati Uniti e l’Unione europea, ma anche con i regimi arabi e “islamici”. Gli ultimi due anni, colpendo duramente e delegittimando agli occhi del mondo lo stato sionista come mai era accaduto prima, mostrando che esso può essere vinto, hanno aperto la strada a questa generale sollevazione rivoluzionaria. E nel corso di tale  processo, com’è accaduto in precedenza per al-Fatah e per il Fplp, la grande battaglia data da Hamas ha aperto la strada al superamento dei propri limiti da parte di altre, future formazioni rivoluzionarie, che non saranno più frenate dal nazionalismo e dalla fiducia negli stati “amici”.

In un secolo e più di strenua resistenza al colonialismo sionista e occidentale il popolo palestinese ha saputo ogni volta superare le proprie rappresentanze politiche del momento, forgiandone periodicamente di nuove. Il 9 dicembre 1987, il giorno in cui è scoppiata la prima Intifada, Hamas come organizzazione politica non esisteva neppure…

Se Hamas – accettando in pieno la “fase due” del piano Trump-Netanyahu – ha davvero intrapreso un percorso simile a quello che intraprese l’Olp di Arafat con gli accordi di Oslo, spetterà ad una nuova formazione politica il compito di ricucire i legami tra i palestinesi di Gaza, della Cisgiordania e interni ad Israele che si sono nel corso degli anni allentati. E le spetterà riconoscere che la lotta di liberazione palestinese non può attendersi nulla dagli stati arabi e “islamici”, deve puntare tutto sull’iniziativa delle masse sfruttate e oppresse dell’intera area medio-orientale. Sull’iniziativa e sull’unità di queste masse nella lotta rivoluzionaria contro l’imperialismo e i regimi borghesi – una unità che non può essere realizzata appoggiando i palestinesi e macellando gli insorti siriani contro Assad (come ha fatto Hezbollah), oppure contrapponendosi alle piazze iraniane di nuovo in rivolta. Basta con le suicide divisioni settarie, confessionali, nazionali, sub-nazionali tra le classi lavoratrici del Medio Oriente!

Quanto a noi, seppure costretti in un contesto di pesante riflusso del movimento per la Palestina, siamo impegnati a denunciare nella nostra propaganda e agitazione il “piano Trump”, la sua “pace” infame e strangolatoria, l’osceno affarismo internazionale che si eccita all’idea di grandi speculazioni immobiliari attuate cinicamente sulla montagna di cadaveri palestinesi. Il lurido governo Meloni, che aspira ad entrare nel Board colonialista di Trump, e la sua falsa opposizione di centro-sinistra sono entrambi complici, ognuno a suo modo, del genocidio tuttora in corso. E restano il primo bersaglio di ogni nostra denuncia – specie ora che, insieme, pretendono di equiparare per legge l’antisionismo all’antisemitismo.

Non saranno né Trump né Netanyahu a dire l’ultima parola sul destino del popolo palestinese. Questo è certo.

articoli correlati

Scopri di più da Il Pungolorosso

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere