I disordini contro gli immigrati avvenuti a Belfast nelle scorse settimane sono per certi versi una lezione politica valida anche per noi, perché confermano come la guerra alle popolazioni immigrate, ed in particolare al proletariato di immigrazione, è diventata ormai un tema costante e di crescente peso nelle politiche delle oligarchie borghesi (in questo caso di è distinto ancora una volta il fascista Elon Musk) e degli stati.
Si tratta, naturalmente, anche di tener conto della specificità della situazione nord-irlandese.
L’episodio è fresco nella mente di tutti: lunedì 8 giugno, in un quartiere settentrionale di Belfast, capitale dell’Irlanda del Nord, un sudanese con regolare permesso di asilo ha aggredito un irlandese, ferendolo gravemente. Già dal 9 giugno e nei giorni successivi, convocati dai social, bande di giovani e giovanissimi hanno incendiato cassonetti, auto e autobus, lanciato molotov contro abitazioni di immigrati, appiccato il fuoco a negozi appartenenti a non bianchi (una versione in piccolo della “Notte dei cristalli”). Infine hanno dato alle fiamme il Chimney Corner Hotel, una struttura che ospita rifugiati, e bloccato il traffico sulle autostrade. (1)
Attivissimi nell’agitazione i social dell’estrema destra, sia britannica (quella di Reform UK di Farage) che Usa. Attivissimi i social di Elon Musk, che dal Texas ha rilanciato le convocazioni delle proteste; sempre dalla Gran Bretagna molti anonimi “patrioti” hanno invitato i giovani “all’azione”. Particolarmente insistita la diffusione delle foto dei disordini, i video dell’aggressione, ma anche la pubblicazione di liste di indirizzi dove vivrebbero persone immigrate in Irlanda del Nord; una sorta di liste di proscrizione che invitano alla violenza privata contro singoli immigrati. (2)
La famiglia della vittima, Stephen Ogilvie, ha pubblicato un appello contro questa violenza razzista, ricordando che “nel nostro Paese vivono molti immigranti che forniscono un contributo estremamente prezioso […] Non vogliamo che questa terribile tragedia venga utilizzata per dividere le persone o alimentare ostilità”.
Il governo di Starmer ha condannato gli scontri, ma promesso una stretta sull’immigrazione, contro gli irregolari e, in particolare nell’area nord-irlandese, controlli lungo i principali snodi di trasporto.
Nel Regno Unito siamo già in campagna elettorale. Nigel Farage, già protagonista delle agitazioni pro Brexit, ha fondato Reform UK, e mira a erodere ulteriormente il consenso dei laburisti, ma anche della destra conservatrice tradizionale. Reform UK si presenta come un “partito trumpiano” e i sondaggi lo danno al 28% (contro il 19% accreditato ai socialisti di Starmer). Utilizzare un episodio di violenza per una campagna d’odio contro gli immigrati potrebbe essere un’opzione anche in Italia nei mesi prossimi.
Ma nell’Irlanda del nord pesa una storia molto specifica di ex colonia britannica, e una specifica situazione economico-sociale.
Come è noto, nel 1922 l’Irlanda del sud, con capitale Dublino, divenne uno stato indipendente dal Regno Unito, mentre l’Irlanda del Nord, con capitale Belfast, rimase come quarto “stato”. La maggioranza della popolazione era infatti protestante e discendente dai coloni inglesi e quindi lealista verso Londra, mentre la minoranza cattolica irlandese avrebbe voluto l’indipendenza.
Fra il 1969 e il 1998, in Irlanda del Nord si combatte una violenta guerra civile (The Troubles) con cui i cattolici protestavano contro lo stato di oppressione e discriminazione economica, sociale e politica in cui erano tenuti. Non si è trattato di una guerra di religione, nonostante la comune rappresentazione di protestanti da un lato, cattolici dall’altro. Le radici di questo conflitto sono coloniali e sociali, strascico della divisione in due dell’Irlanda per imposizione di Londra ed effetto del profondo scontento delle classi lavoratrici nord-irlandesi, spesso rinchiuse in veri e propri ghetti, maggioritariamente (ma non nella loro totalità) affiliate al cattolicesimo. Tant’è che la Thatcher, la più determinata nel criminalizzare le proteste anti-britanniche, le assimilò al “terrorismo” e al “comunismo”, laddove alcune tra le forze organizzatrici delle proteste, radicalizzandosi, si accostarono al Fronte popolare di liberazione della Palestina ed altre organizzazioni anti-coloniali, suscitando un’attiva solidarietà nell’emigrazione irlandese nel mondo.
Il conflitto, che costò tremila morti e più di cinquantamila feriti, terminò con il cosiddetto Accordo del Venerdì Santo del 1998, lasciando un paese impoverito e con gravi contraddizioni sociali ed economiche. L’accordo sanciva il diritto all’autodeterminazione dell’Irlanda del Nord e l’istituzione di un Parlamento nord-irlandese con una quota di potere legislativo (3) e con il compito di eleggere il primo ministro del governo regionale. L’esercito inglese si ritirò dal paese, ma le tensioni e la polarizzazione politica (fra Unionist Party, protestante, e Sinn Féin, cattolico) sono continuate, come pure le forti discriminazioni a danno dei cattolici; solo nel 2005 l’accordo fu perfezionato con l’accettazione del disarmo da parte dell’IRA (Irish Republican Army). Di fatto nessun confine fisico separava più le due Irlande, consentendo di transitare liberamente da uno Stato all’altro senza essere sottoposte a controlli.
Nel 2016, quando i britannici sono stati chiamati al voto sulla Brexit, la popolazione dell’Irlanda del nord ha votato contro; il voto ha segnato una svolta sia rispetto ai rapporti anche economici con il UK, che si sono allentati, sia rispetto a Dublino con cui invece i rapporti si sono rinsaldati. Nel febbraio 2023, è stato firmato lo Windsor Framework che consente di derogare dalle norme del mercato unico europeo svantaggiose per Belfast.
Che rapporto c’è fra queste poche note storiche e i fatti di Belfast?
Dicevamo che dietro i disordini attuali c’è anche la destra unionista irlandese. Non è un caso. Secondo il censimento del 2021, il 42,3% dei nord-irlandesi è di religione cattolica, mentre il 37,3% è protestante. E la superiorità numerica dei cattolici è destinata ad aumentare. Nel 2022 il Sinn Féin (5) è diventato il primo partito nel Parlamento nord-irlandese e nel ’24 è stata nominata premier per la prima volta una sua esponente. L’idea di un referendum per staccarsi da Londra è nell’aria. Il passo successivo inevitabile sarebbe la riunificazione con Dublino, che fa parte dell’Unione Europea dal 1973 ed è tuttora membro della UE e dell’eurozona (ma non di Schengen). Per il Regno Unito probabilmente non sarebbe una tragedia (l’Irlanda del Nord rappresenta solo il 2% del suo PIL), ma per i lealisti inglesi, che si collocano mediamente negli strati medio alti di reddito e sono tuttora favoriti da Westminster, sì. Per questo, si sono giocati la carta di mobilitare giovani e giovanissimi, a cui sono stati raccontati in tono epico le gesta delle squadracce paramilitari protestanti contro i singoli cattolici ai tempi dei Troubles. Questo è avvenuto principalmente nelle aree a maggioranza protestante e lealista, usando pratiche già viste a danno della comunità cattolica, oggi a danno degli immigrati, da cui si vuole “ripulire il quartiere. (6)
Cerchiamo di capire perché è stato così facile eccitare bande di sottoproletariato giovanile e perché proprio a Belfast.
La pace del ‘98 ha portato una certa ripresa economica, ma ha mutato le caratteristiche del paese: il peso dell’industria sul Pil è passato dal 32% del 1990 al 17% del 2016; la deindustrializzazione ha riguardato il settore tessile e navale, con effetti pesanti sull’occupazione. Il terziario occupa il 75% degli attivi, e in esso sta acquisendo sempre più importanza il turismo. Questo significa, in primis nelle città, una crescita del settore costruzioni, ma anche l’aumento dei prezzi degli immobili (+ 10% fra 2022 e 2025), l’aumento del pendolarismo e in generale dell’inflazione, alimentata dalla capacità di spesa dei turisti. E una offerta di posti di lavoro che privilegia il livello di istruzione. La disoccupazione nord-irlandese non è fortissima, tuttavia al suo interno ben il 52% sono disoccupati di lungo periodo, che hanno ben poche possibilità di trovare in futuro un lavoro, costituendo sacche di povertà che si riflettono anche nel Pil pro capite a parità di potere d’acquisto, che è di 31.200 euro per l’UK e di 22.600 nell’Irlanda del Nord, rispettivamente 108% e 78% rispetto alla media europea. Il venir meno delle “sovvenzioni” europee dopo la Brexit ha peggiorato la situazione. Ma anche l’arrivo di immigrati con livelli di istruzione più alta (es. da Polonia, Romania, Siria, India, Filippine) ha messo in difficolta strati di lavoratori manuali: in Irlanda del Nord la percentuale di popolazione attiva senza qualifiche è quasi il doppio della media britannica, ed è la più alta di tutte le regioni del Regno Unito. E fra i giovani la percentuale dei Neet, cioè quelli che fra i16 e i 29 anni non studiano e non lavorano, è molto più alta che nel Regno Unito e anche rispetto alla media europea. (nota 7 e 8)
Il paese ha 1,9 milioni di abitanti (pari a circa il 3% della popolazione del Regno Unito) di cui ben 670mila si concentrano nell’area metropolitana di Belfast, che risulta aver più attivi del resto del paese e con redditi mediamente più alti. Ma questa media del pollo nasconde squilibri fortissimi fra aree e fra persone. Per esempio un alto numero di quartieri degradati e privi di servizi essenziali, un più alto numero di manodopera dequalificata. Basti dire che 50 delle 100 zone più svantaggiate nord irlandesi si trovano a Belfast. La città è segnalata come fra le più attraenti per parchi ben tenuti, aree gratuite wi-fi, centri universitari e di ricerca, ma contemporaneamente interi quartieri hanno problemi di rifornimento idrico, mancano di qualsiasi presidio sanitario, sono poco serviti dai mezzi pubblici e la maggioranza delle famiglie hanno un reddito pro capite sotto il livello di povertà. Un reddito oggi minacciato dall’impennata dei prezzi, dopo la crisi di Hormuz e nel momento in cui il Labour al governo ha sospeso i sussidi invernali per il riscaldamento. In dimensioni minori, anche centri urbani meno estesi della capitale vedono la stessa fenomenologia ad es. Londonderry, Ballymena, Newtownabbey ecc.
Inevitabile che gli irlandesi poveri possano guardare con astio alle risorse (non molte, in realtà) dedicate ai richiedenti asilo, spesso concorrenti anche sul piano dei lavoretti dequalificati a cui possono aspirare.
Ma qual è realmente il peso dell’immigrazione nell’Irlanda del Nord? Non esistono statistiche di Londra o Belfast. Fonti dublinesi parlano di 293mila immigrati che sono arrivati nell’Irlanda del Nord fra il 2001 e il 2023 “contribuendo in modo significativo alla crescita e al ringiovanimento della popolazione”. Dal numero va però scontata l’immigrazione “di passaggio”, quella composta da emigranti provenienti dal continente, in genere dalla Francia, che si reca a Dublino, poi in Irlanda del Nord, per approdare alla meta finale nel Regno Unito. Per cui nel 2023 i residenti nati all’estero in Irlanda erano 124.300 (un 6% sulla popolazione). Il dato percentuale è più alto (9%) nell’area metropolitana di Belfast, analogo alla media nazionale italiana.
Ciononostante, i fenomeni di intolleranza stanno aumentando, non come fenomeno spontaneo, ma pilotato. Un aspetto “pesante” della vicenda di Belfast è il fatto che il sudanese autore della violenza, Hadi Alodid, ha un regolare permesso di rifugiato fino al 2028. Questo consente alla destra di mettere sotto accusa tutto il sistema che regola l’immigrazione, per cui Belfast sarebbe la prova della “spaventosa realtà dei confini spalancati”. E si fa il parallelo con l’omicidio di Henry Nowak a Southampton (3 dicembre 2025) per inneggiare al “White Lives Matter”, uno slogan al contrario per accusare la polizia britannica di razzismo contro i bianchi.
Dato che il Parlamento nord irlandese non ha alcuna autorità in materia di immigrazione e asilo (3), la palla del “controllo” dell’immigrazione passa necessariamente a Londra e Dublino. Ma questo significherebbe toccare la Common Travel Area dell’accordo del ’98 e del post Brexit, cioè “l’architettura stessa della pace nord-irlandese, una partita di valore storico” (dichiarazione di Hilary Benn, segretario di Stato per l’Irlanda del Nord).
L’odio razziale è principalmente frutto della strategia organizzata delle piattaforme, per le quali secondo il governo inglese si può parlare di “troll farm”, cioè di piattaforme e campagne spesso collocate o dirette dall’estero. Dagli Usa in modo palese (con il fascista e razzista Musk in prima fila), ma anche dalla Russia, secondo i labouristi. E quindi, queste eroderebbero ”il fronte interno patriottico” per piegarsi all’influenza delle capitali straniere e diffamare i politici nazionali. E non è rassicurante che, secondo uno studio del MIT (Massachusetts Institute of Technology), le fake news – soprattutto a contenuto politico ed emotivamente polarizzante – hanno il 70% di probabilità in più di essere ri-twittate rispetto a notizie verificate e si diffondono sei volte più velocemente. Certamente Trump ha fatto tesoro di questa convinzione, che peraltro si trova anche nel Mein Kampf, dove ci si riferiva ancora alle balle trasmesse alla Radio o nei comizi.
Diatribe fra imperialisti che ci interessano fino a un certo punto. Quello che invece è evidente è che la destra in modo più virulento, il Labour in maniera più causidica, sono entrambi favorevoli a sfruttare la manodopera immigrata come più loro conviene, salvo assumere atteggiamenti più o meno esplicitamente razzisti per fare delle popolazioni immigrate il bersaglio del proletariato autoctono in reazione ai disagi e alle frustrazioni che esso vive crescentemente.
Pur consapevoli della enorme sproporzione di forze sul piano comunicativo, sta a noi contrastare questa politica impudente della borghesia e lavorare a ricompattare il fronte dei proletari contro il vero nemico, che sta in casa nostra.
Sotto questo profilo – è la seconda lezione dei fatti nordirlandesi – c’è stata una reazione di piazza ferma, ampia e attiva a Belfast, a Londonderry, a Glasgow, dove manifestazioni di migliaia se non di decine di migliaia di antirazzisti e antifascisti hanno gridato slogan contro il razzismo e gli autori dei pogrom. (9) Sulle centinaia di cartelli si leggeva “i disordini non parlano per Belfast”; “I diritti degli operai sono i diritti degli immigrati, stessa lotta stessa battaglia” ( “Worker’s rights are migrant’s rights, same struggle, same fight”); “Gridalo forte, gridalo chiaro, i rifugiati qui sono benvenuti” (“say it loud, say it clear, refugees are welcome here”) e infine “Solo l’odio rende pericolose le nostre strade”. I piccoli gruppi di militanti filo-nazisti hanno dovuto essere scortati dalla polizia che ha evitato che fossero sopraffatti.
Negli interventi sono stati ricordati i tanti solidali che si sono presi cura delle famiglie cacciate di casa, dei bambini terrorizzati, proteggendoli e nutrendoli. Decine di immigrati hanno ricordato come i vicini si sono stretti intorno a loro esprimendo partecipazione e solidarietà. Con altrettanta energia è stato stigmatizzato il ruolo dei social di Elon Musk, “questo miliardario che pretende di parlare a nome dei poveri”; ma è stato giustamente stigmatizzato anche il governo laburista di Londra che finge di non capire che “è la povertà ad alimentare il razzismo”.
Da internazionalisti apprezziamo profondamente e facciamo nostra la lezione data dalle reazioni solidali e dalle manifestazioni operaie e popolari nord-irlandesi – non si tratta solo di uno scontro di idee e di prospettive politiche, sarà anche e sempre più uno scontro diretto, materiale, al quale non si deve arrivare impreparati.
Note
1. cfr. Hope not Hate.
2. cfr. https://www.quotidiano.net/esteri/belfast-cosa-successo-3c0b6477. Un ruolo analogo lo svolsero i social nel 2024 dopo la strage di Southport (Inghilterra), quando il 17enne Axel Rudakubana uccise a coltellate tre bambine e ferì altre dieci persone durante un corso di danza, ma in questo caso l’input provenne da siti e troll farm russe.
3. Il parlamento nordirlandese ha 90 membri. Ha pieni poteri legislativi sull’istruzione, l’occupazione, l’agricoltura, la sicurezza sociale, le politiche abitative, lo sviluppo economico, il governo locale, l’ambiente, i trasporti e le operazioni di polizia. Non ha invece competenza alcuna sulla Costituzione, la fiscalità, l’immigrazione e l’asilo.
4. Lo slogan è nato dalla vicenda del diciottenne Henry Nowak, accoltellato a morte da un sikh che inizialmente aveva parlato di legittima difesa in seguito a una aggressione razzista. La polizia è stata accusata di essere troppo incline a credere agli stranieri. Da ciò sono scaturite numerose violenze a Southampton nel dicembre 2025.
5. Il partito repubblicano “Sinn Féin” (in gaelico “noi da soli”) nacque nel 1905 per promuovere l’indipendenza irlandese e ha giocato un ruolo cruciale nei principali eventi storici irlandesi, tra cui la Rivolta di Pasqua del 1916 e le guerre per l’indipendenza. Durante i Troubles ha stretto alterne alleanze con l’IRA e aspira comunque alla riunificazione delle due Irlande.
6. Avvenire 11 giugno 2026.
7. cfr. https://www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/IDAN/2018/617459/IPOL_IDA(2018)617459_IT.pdf Documento di analisi commissionato dalla UE nel 2018 a cui non corrispondono analoghe ricerche nel regno Unito.
8. https://www.radiodublino.com/ballymena-in-fiamme-rivolte-anti-immigrati-in-irlanda-del-nord/

