Ieri sera (sabato 20 giugno) a Tirana, un immenso corteo di centinaia di migliaia di dimostranti ha letteralmente occupato la capitale dell’Albania.
E’ stato il culmine di un movimento di protesta partito poco più di tre settimane fa contro un mega-investimento immobiliare del genero di Trump, Kushner, dietro il quale ci sono interessi statuali e sionisti che vanno decisamente al di là di un “semplice” investimento nel turismo.
Partita come sacrosanta protesta ecologista (l’area interessata è di grandissimo pregio naturalistico – non a caso si parla di “rivoluzione dei fenicotteri”), la protesta si è progressivamente riempita di un contenuto anti-coloniale, anti-imperialistico: “l’Albania non è in vendita!“, questa la parola d’ordine che dominava nelle manifestazioni degli ultimi giorni, cresciute fino a diventare imponenti grazie anche alla grande adesione degli emigrati albanesi in diversi paesi dell’UE e nel Regno Unito, che si sono messi in marcia da migliaia di chilometri per raggiungere ieri Tirana
Sulla nascita e lo sviluppo di questa grande protesta popolare e proletaria, che è scoppiata contro il progetto immobiliare-turistico (e molto probabilmente militare) statunitense-sionista, ma è andata molto oltre questo obiettivo, riprendiamo da Marx21 un articolo firmato dal Collectif anticapitaliste albanais (KASh).
Il movimento chiede le dimissioni del governo Rama, implicato a fondo in questa impresa e, in generale, nella svendita del territorio albanese. Ma è falso che sia stato messo in piedi dall’opposizione che fa capo a Berisha e alla sua ganga, da sempre anche loro al servizio degli investitori stranieri. Come ci hanno direttamente ribadito lavoratori e compagni albanesi immigrati da lungo in Italia, si tratta di un movimento dal basso, fondamentalmente spontaneo. Che ora, proprio per la sua incredibile crescita, sta arrivando al suo momento cruciale: cosa fare davanti all’ostinata determinazione di Rama di far proseguire i lavori a Zvërnec, vicino alla laguna di Narta, e sull’isola di Sazan?
Tutto ciò che possiamo fare noi qui è favorire la conoscenza di questa protesta. E denunciare che l’Italia di Meloni e Mattarella è tra i primi 4 predatori al mondo del territorio e del lavoro albanese – in Albania e qui ci sono circa 400.000 immigrati/e albanesi sul territorio italiano.
Il recente assalto dell’Italia democratica “nata dalla resistenza” all’Albania in crisi, incardinato sugli stessi binari dell’assalto dell’Italia monarchico-fascista, cominciò tre decenni fa con la malavita organizzata pugliese, che si accaparrò grandi estensioni di terra per produrvi la “marijuana migliore al mondo”. In seguito – soprattutto dopo il varo di una legislazione particolarmente favorevole al capitale straniero – la massa degli investimenti di capitale made in Italy è rapidamente cresciuta in diversi settori: attualmente ci sono in Albania 5.500 imprese italiane che, come dice questo articolo di propaganda, stanno contribuendo a “plasmare l’economia albanese”.
https://it.ocnal.com/2025/09/perche-gli-investitori-italiani-si.html
La rivolta in corso è esattamente contro la banda Trump-Kushner e contro i “plasmatori-benefattori” dei paesi UE, Italia in testa (e non UE) e l’intera oligarchia politica ed economica albanese che vi si è associata. (Red.)
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Da oltre una settimana, i media europei [salvo quelli italiani! ndt] trasmettono regolarmente immagini dall’Albania, un paese solitamente assente dalla stampa occidentale: migliaia di manifestanti, con bandiere e cartelli in mano, nelle strade di Tirana e di altre città. Si radunano ininterrottamente dal 30 maggio 2026 per protestare contro i progetti turistici previsti a Zvërnec, vicino alla laguna di Narta, e sull’isola di Sazan. Al di là delle preoccupazioni ambientali, il filo spinato eretto lungo la costa, contro cui gli attivisti si battono, è diventato per la popolazione il simbolo di una questione politica fondamentale: la progressiva espropriazione del loro territorio e del loro futuro.
Proponiamo di ripercorrere questi recenti eventi e di ricostruirne la cronologia. Più in generale, vogliamo dimostrare che l’attuale mobilitazione va ben oltre la mera tutela ambientale: rivela le profonde tensioni che ancora permeano l’Albania contemporanea riguardo alle questioni di sovranità territoriale e al più ampio diritto della popolazione all’autodeterminazione.
Per comprendere questi conflitti e i potenziali punti di rottura, è necessario esaminarne le cause, in particolare la convergenza di interessi tra investitori stranieri, oligarchi, proprietari terrieri locali e leader politici, che porta alla progressiva mercificazione del territorio. In altre parole, intendiamo evidenziare la natura capitalista, neoliberista e imperialista dei meccanismi combinati che conducono alla negazione della democrazia contro cui il popolo albanese si sta attualmente ribellando.

Cronologia del Movimento di opposizione
Tutto ha avuto inizio il 15 marzo 2024, quando Jared Kushner, genero di Donald Trump, pubblicò sul suo account Instagram immagini generate al computer che mostravano diversi progetti di turismo di lusso in Albania. Il 16 gennaio 2025, Reuters rivelò che Edi Rama, il primo ministro albanese, aveva firmato un accordo del valore stimato di 1,4 miliardi di dollari con Atlantic Incubation Partners LLC, una società affiliata di Affinity Partners, per lo sviluppo di un vasto complesso alberghiero sull’isola di Sazan [1].
Situata all’ingresso della baia di Valona, Sazan è la più grande isola dell’Albania. A lungo chiusa al pubblico, servì come base militare strategica sotto il regime di Enver Hoxha. Dopo la caduta del regime, il prolungato isolamento di Sazan contribuì a preservarne gli straordinari paesaggi e la biodiversità, mentre l’urbanizzazione trasformò gran parte della costa albanese a partire dagli anni ’90.
Sebbene le rivelazioni riguardanti Sazan abbiano agito da catalizzatore, non sono l’unica fonte di diffusa opposizione. Sulla costa di Valona, nella regione di Zvërnec e Narta, sta prendendo forma un altro progetto turistico su larga scala. Questo progetto prevede la costruzione di migliaia di ville, appartamenti, hotel e infrastrutture turistiche su diverse centinaia di ettari situati vicino a uno degli ecosistemi più importanti dell’Albania. Nell’area sono state osservate centinaia di specie di uccelli diverse, alcune delle quali vi svernano, come ad esempio il fenicottero maggiore. Quest’ultimo è diventato sia simbolo della ricchezza ecologica del sito sia della sua fragilità di fronte ai progetti turistici, tanto da essere adottato come emblema del movimento di protesta. L’espressione “Rivoluzione dei Fenicotteri” (Revolucioni i flamingove) si è quindi gradualmente affermata tra i manifestanti per designare la mobilitazione.

I fenicotteri rosa sulla laguna di Narta
Alla fine di aprile 2026, sono iniziati i primi lavori di costruzione nell’area di Pishë Poro e Portonovo. I bulldozer sono entrati nel sito, precedentemente aperto al pubblico, e sono state installate recinzioni e filo spinato. Il 23 maggio, residenti e attivisti ambientalisti si sono riuniti per la prima volta vicino alla laguna di Narta per protestare contro le recinzioni erette intorno alla spiaggia di Pishë Poro.
Una settimana dopo, il 30 maggio, si è svolta un’altra manifestazione vicino al cantiere di Portonovo. Sono scoppiati scontri tra i manifestanti e le guardie di sicurezza private incaricate di proteggere il futuro sito. Le immagini di questi incidenti sono rapidamente circolate sui social media, scatenando indignazione in tutto il paese.
Nei giorni successivi, migliaia di persone sono scese in piazza a Tirana e in diverse altre grandi città albanesi per chiedere l’abbandono dei progetti in corso, una maggiore tutela legale del territorio e le dimissioni del primo ministro Edi Rama.
Filo spinato che rievoca vecchi ricordi
Mentre gli oppositori dei progetti di Zvërnec e Sazan denunciano la distruzione di aree naturali protette e la privatizzazione del litorale, la rabbia espressa nelle ultime settimane non si limita alle sole preoccupazioni ambientali. Per comprendere la causa e la portata delle proteste, è necessario delineare la storia del popolo albanese. Per oltre un secolo, la questione dell’autodeterminazione è stata centrale nelle sue preoccupazioni: che si trattasse di un progetto popolare o di un progetto delle élite locali, è stata ripetutamente oggetto di negoziazione, persino di negazione, influenzando profondamente la coscienza politica e la storiografia nazionale.
Nel 1913, alla Conferenza di Londra, le principali potenze europee riconobbero l’indipendenza dell’Albania e ne stabilirono i confini. Una parte significativa della popolazione albanese rimase al di fuori del nuovo Stato. Il Kosovo fu assegnato alla Serbia, mentre altri territori furono annessi al Montenegro o alla Grecia. L’indipendenza nacque quindi da un paradosso politico: uno Stato finalmente riconosciuto da nazioni influenti, eppure privato di una parte sostanziale della popolazione che avrebbe dovuto unire.
Inoltre, questo Stato albanese, da poco indipendente, fu posto sotto l’autorità di un principe straniero, Guglielmo di Wied, nominato dalle potenze europee nel 1914. Questa sottomissione è continuata per tutto il XX secolo, con i territori a maggioranza albanese che rimasero soggetti a molteplici forme di influenza e dominazione esterna: occupazioni militari, interventi delle grandi potenze, controllo politico ed economico, e così via.
Naturalmente, i progetti turistici di Zvërnec e Sazan si discostano significativamente da questa sequenza storica. Ma le immagini di filo spinato, milizie private e spiagge chiuse al pubblico rievocano una memoria collettiva alimentata da una storiografia profondamente radicata. Infatti, nella narrazione nazionale albanese, il motivo di un piccolo popolo resiliente di fronte a secoli di dominazione straniera è centrale; si dice quindi che l’identità albanese sia sopravvissuta agli imperi romano, bizantino e ottomano, alle guerre balcaniche, alle occupazioni fasciste e naziste del XX secolo e, più recentemente, alle politiche di pulizia etnica attuate in Kosovo.
I recenti eventi si aggiungono a questa narrazione di lunga data. Per una parte dell’opinione pubblica, la questione fondamentale del destino politico degli albanesi si ripropone, in una nuova forma: chi decide il futuro del territorio? Fino alla caduta degli imperi coloniali e all’avvento del neocolonialismo, il dominio straniero si è manifestato – ed è stato esercitato in parte – con la forza delle armi.
Oggi, l’imperialismo si manifesta attraverso le vie meno visibili dei mercati, degli investimenti, dei grandi progetti infrastrutturali privati e degli accordi tra governi e grandi multinazionali. I meccanismi sono certamente cambiati, ma i recenti eventi rivelano, da un lato, la consapevolezza della popolazione di questa riconfigurazione del dominio imperialista e, dall’altro, il timore di perdere il diritto all’autodeterminazione. Per molti manifestanti, il filo spinato simboleggia più della semplice chiusura di una spiaggia; riaccende un trauma collettivo, tramandato di generazione in generazione, che rimane doloroso.
A questo proposito, va aggiunto che le attuali mobilitazioni in Albania non seguono un’unica linea politica. Comprendono un’ampia gamma di orientamenti e sensibilità: ambientalisti, attivisti di sinistra, cittadini senza una particolare affiliazione politica, ma anche nazionalisti di movimenti più tradizionali. Questa diversità si spiega precisamente con il peso storico e simbolico che la questione del territorio riveste nella coscienza e nella storiografia albanese. Il nazionalismo albanese non è un nazionalismo imperialista, ma un nazionalismo di resistenza, di lotta anticoloniale e di autodeterminazione. Le sue origini non ne attenuano le contraddizioni politiche, né la violenza che talvolta ha generato. Tuttavia, questo legame ideologico con la nazione contribuisce a spiegare perché la difesa di una laguna, di un’isola o di una spiaggia possa oggi mobilitare persone ben oltre gli ambienti ambientalisti: un livello di sostegno che può sembrare sorprendente da una prospettiva dell’Europa occidentale.

Una foto presa il 25 maggio 2026, durante la prima protesta ecologista
Una logica di espropriazione neoliberale
I progetti di costruzione previsti per Zvërnec e Sazan non sono casi isolati. Dalla caduta del regime stalinista, parti della costa, terreni agricoli e risorse naturali del paese sono stati progressivamente ceduti a interessi privati. Queste decisioni sono state prese senza un’autentica consultazione pubblica, spesso a vantaggio di una minoranza di investitori locali o stranieri. La dinamica neoliberale ha subito un’accelerazione sotto il governo di Edi Rama, che ha fatto dell’attrazione di investimenti esteri e dello sviluppo del turismo uno dei pilastri della sua strategia economica. Per i suoi sostenitori, questa politica rappresenta un modo per modernizzare il paese e promuovere la sua integrazione europea. In realtà, ha portato principalmente a una maggiore concentrazione di ricchezza nelle mani di una minoranza, al rafforzamento del potere politico degli oligarchi albanesi e alla graduale trasformazione del territorio in una merce da mettere all’asta per gli investitori più ricchi.
La politica di sviluppo concepita da Rama si è gradualmente concretizzata negli ultimi anni. Dall’adozione della Legge sugli Investimenti Strategici nel 2015, diversi milioni di metri quadrati di terreni pubblici o semi-pubblici sono stati messi a disposizione di investitori privati [2]. Secondo un’indagine di Citizens.al, quasi 5,8 milioni di metri quadrati erano già stati assegnati a “investitori strategici” entro il 2023, una parte significativa dei quali situata lungo la costa [3]. Più recentemente, il governo albanese ha presentato un portafoglio di 83 progetti prioritari relativi al turismo e allo sviluppo delle infrastrutture, volti ad attrarre capitali stranieri [4]. Questi dati dimostrano che il settore turistico non è un progetto governativo secondario. Al contrario, rappresenta uno dei pilastri del modello economico implementato negli ultimi anni. Si stima infatti che il turismo rappresenti circa il 26% del PIL, inclusi i suoi benefici indiretti [5]. Per i manifestanti, il filo spinato a Zvërnec non rappresenta semplicemente una negazione della democrazia, ma è l’espressione tangibile di un intero modello di sviluppo, basato fondamentalmente sulla privatizzazione del demanio pubblico.
Lasciatemi cantare…
Va inoltre specificato che, anche quando non viene venduto al capitale privato, il territorio albanese è una risorsa prontamente ceduta in cambio di qualsiasi compensazione economica, anche indiretta. Così, nel 2023, Edi Rama e Giorgia Meloni, primo ministro di estrema destra italiana, hanno concluso un accordo per la costruzione di un campo profughi a Gjadër, vicino alla costa nel nord del paese [6]. Per il governo Meloni, si trattava di delocalizzare l’elaborazione delle domande di asilo fuori dal territorio nazionale, a un costo inferiore; per Rama, l’obiettivo è presentare il governo albanese come un partner affidabile nella gestione della crisi migratoria, facilitando così il processo di integrazione europea. Si aspetta che tale integrazione porti a importanti benefici economici: aumento delle esportazioni, agevolazione degli investimenti esteri attraverso il quadro giuridico, aiuti economici e così via.
Come i progetti per Zvërnec e Sazan, questo progetto pretende di rafforzare indirettamente lo sviluppo economico del paese, ignorando qualsiasi processo decisionale democratico in materia di gestione del territorio. Il popolo albanese non ha mai avuto voce in capitolo in questa politica disumanizzante che trasforma la sua terra in una prigione a cielo aperto gestita da Frontex, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera.
Questa logica non è nuova. Da oltre vent’anni, l’Albania importa sporadicamente rifiuti, principalmente dall’Italia, pur dovendo già affrontare notevoli difficoltà nella gestione dei propri rifiuti [7]. Ne sono una prova le numerose discariche a cielo aperto che costellano il suo territorio. Prima del suo primo mandato, Rama aveva promesso di porre fine ai partenariati pubblico-privati responsabili di questo fenomeno. In seguito ha cambiato idea; la situazione si è risolta solo nel 2022, dopo un’indagine e l’incriminazione di diverse persone ed enti pubblici per corruzione.
Più di recente, il governo ha introdotto un regime fiscale particolarmente vantaggioso per attrarre pensionati europei, soprattutto italiani, che sono esentati dalle tasse sulle pensioni quando si stabiliscono nel paese. Il loro numero è aumentato da poche centinaia a quasi 3.000 in pochi anni [8]. La logica rimane la stessa: il territorio albanese viene svenduto a stati stranieri, in questo caso membri dell’UE, di cui cercano di ingraziarsi il favore politico.
Chi sta svendendo l’Albania?
Kushner e Affinity Partners non sono arrivati in Albania trovando un terreno vergine; per loro le condizioni erano già state preparate. Sarebbe infatti troppo semplicistico ridurre la sfida che l’Albania si trova ad affrontare a un conflitto tra capitale straniero e interessi nazionali. I grandi progetti turistici attualmente in corso non sono fenomeni isolati, ma derivano piuttosto da un processo di più lungo periodo in cui il territorio è stato progressivamente occupato da una nebulosa rete di attori locali: uomini d’affari, speculatori, intermediari discutibili, figure vicine al governo e i nuovi ricchi emersi nel caos delle privatizzazioni degli anni ’90.
Il progetto si estende su una superficie stimata di 437 ettari [9]. Di questi, 251 ettari sono interessati dalla costruzione e sono principalmente di proprietà di due grandi proprietari terrieri: Redi Struga, che possiede 120 ettari attraverso le sue società (South Adriatic Development e Smart Construction Invest), e Arthur Shehu, residente in Florida, che possiede 110 ettari [10]. Allo stesso modo, diverse indagini evidenziano il ruolo che Shefqet Kastrati, uno degli oligarchi più potenti dell’Albania, capo del gruppo Kastrati, avrebbe svolto nella conduzione dei negoziati relativi ai progetti [11].

Edi Rama, in compagnia di Ivanka Trump e di Musa Kastrati, figlio dell’oligarca Shefqet Kastrati (22 gennaio 2026)
Questa nebulosa rete di interessi facilita l’afflusso di capitali stranieri e al contempo cela le responsabilità dei principali attori coinvolti. La questione della proprietà terriera è, tuttavia, assolutamente centrale. A chi appartengono i terreni destinati ai progetti turistici di Zvërnec e Sazan? A pochi privati, a fondi di investimento internazionali o alle comunità locali che vi risiedono? La controversia attuale va quindi oltre il danno diretto causato dal progetto immobiliare. Riguarda questioni di sovranità, democrazia e gestione delle risorse comuni del paese.
Quale futuro per la mobilitazione e per l’Albania?
Il caso Zvërnec e Sazan rivela la convergenza di interessi tra le élite economiche albanesi, un potere politico neoliberista e investitori internazionali alla ricerca di nuove opportunità di guadagno. Gli oligarchi locali forniscono i terreni, i governi modificano le leggi e creano condizioni favorevoli per i progetti pianificati, mentre i capitali stranieri forniscono i finanziamenti necessari per lo sviluppo del territorio. In questo sistema, i cittadini perdono ogni controllo su una porzione della propria terra senza mai essere consultati [bisogna considerare, infatti, che parte di queste terre appartenenti un tempo alle cooperative, negli anni ’90 erano state assegnate per parti ai membri delle stesse coooperative, ma questi ultimi, attraverso una serie di illegalità e azioni mafiose, ne sono stati spossessati – ndt]. In questa maniera l’ambiente diventa una mera risorsa, un bene il cui valore è misurato dalla sua capacità di generare profitto.
Lenin scrisse che l’imperialismo rappresenta la fase più alta del capitalismo. Più di un secolo dopo, il filo spinato in Albania ne offre un esempio particolarmente concreto. Non sono più gli eserciti a minacciare l’Albania, ma il capitale che acquista tratti della sua costa a prezzi stracciati. La violenza non è scomparsa; ora si esercita in altre forme, più sottili, discrete e diffuse: quelle di un modello di sviluppo imposto dal capitale straniero a spese del popolo albanese.
Le manifestazioni delle ultime settimane, tuttavia, dimostrano che questa violenza viene contestata e respinta. Nonostante la retorica che esalta lo sviluppo e l’influenza degli interessi economici in gioco, migliaia di albanesi hanno visto le forze all’opera dietro questo filo spinato e le problematiche che la situazione solleva. Non hanno solo individuato un progetto turistico ecocida, ma anche una manifestazione tangibile di negazione della sovranità, della democrazia e del controllo territoriale.
In un contesto internazionale che ribadisce costantemente che non esiste alternativa alle esigenze del capitale, dei mercati e degli investitori, i manifestanti albanesi offrono una narrazione diversa: nessuno sviluppo può essere considerato legittimo quando viene realizzato contro la volontà delle popolazioni colpite. Dietro la difesa di una laguna, di una spiaggia o di un’isola, in definitiva è in gioco il diritto dei popoli di decidere il proprio futuro. La sfida ora sta nella realizzazione politica di questa lotta: in un paese privo di un autentico fronte di sinistra radicale che si opponga al partito socialista di Rama, come possono queste rivendicazioni popolari essere indirizzate verso una politica realmente anticapitalista e antimperialista? Ce lo diranno gli albanesi.

