A marzo di quest’anno raccontavamo le prime proteste negli Stati Uniti contro le politiche anti-immigrati del “nuovo” presidente USA Donald Trump. Proteste che a giugno sono esplose in modo massiccio in California, propagandosi anche in altre città e prendendo di mira in particolare l’impiego violento dell’agenzia ICE (Immigration and Customs Enforcement, creata da Bush jr), per deportare, arrestare e intimidire migliaia di lavoratori e lavoratrici immigrate.
Le proteste della California, nella loro forma dura e determinata con cui si erano espresse a giugno, sono poi rientrate. Le politiche anti-proletarie di Trump sono andate avanti invece a spron battuto, inondando il mondo di immagini raccapriccianti di uomini mascherati che separano forzatamente mogli e mariti, bambini e genitori, di retate nelle fabbriche e nei campi, anche a scapito delle stesse produzioni in cui questi operai sono impiegati.
Ma l’opposizione contro Trump si è fermata a giugno?
Tutt’altro: la brutalità della nuova presidenza, che attacca all’interno le categorie più disparate di proletari (immigrati, donne, dipendenti pubblici, sindacalisti, manifestanti, studenti per la Palestina …), mentre fomenta e prepara l’allargamento della guerra all’esterno – alla faccia dell’immagine pacifista di Trump, ormai profondamente ammaccata – nutre un ribollio nella società e nella classe lavoratrice americana che prepara nuove esplosioni.
L’annuncio ad agosto dello schieramento della Guardia Nazionale a Washington DC, ha innescato ripetute manifestazioni di protesta già lo scorso mese. Dichiaratamente tale decisione è finalizzata a combattere l’“emergenza criminalità”, ma ovviamente è volta a tacitare e intimidire ogni opposizione di piazza e proletaria, anticipando un’atmosfera da legge marziale.
La protesta più grande si è tenuta sabato scorso, 6 settembre, quando migliaia di persone sono scese in piazza a Washington contro la svolta autoritaria, rappresentata dalla Guardia Nazionale in città (striscione d’apertura: “Fine all’occupazione di D.C.”), ma anche con numerosi cartelli contro l’ICE e le politiche di deportazione anti-immigrati. Una protesta organizzata in ogni caso da grandi associazioni per i diritti civili (Home Rule e Aclu), composte da legali e costituzionalisti, che è sfilata “civilmente”.
Sempre sabato è scesa in piazza anche Chicago, con migliaia di persone in marcia. Martedì 2 settembre Trump aveva annunciato la volontà di inviare la Guardia Nazionale anche nel capoluogo dell’Illinois, dopo Los Angeles e Washington, forzando la contrarietà del governatore e del sindaco della città democratici. Aveva inoltre corredato la decisione delle sue tipiche modalità colorite, con un post sul suo social “Truth”, dal titolo “Chipocalypse Now”, in cui Trump vestito da colonnello Kilgore, celebre personaggio di Duvall, pronuncia la frase “I love the smell of deportations in the morning.” (Adoro l’aroma delle deportazioni il mattino) e promette guerra a Chicago.

La manifestazione di Chicago ha visto una maggiore presenza anche delle componenti della popolazione cittadina originarie del sud America, tra cui molti messicani. Pare che per protesta siano stati annullati anche una serie di eventi programmati per la festa dell’indipendenza del Messico, del prossimo 16 settembre.
Il livello delle proteste sembra tornato quello di febbraio, con sfilate pacifiche nelle città sotto l’ombrello di associazioni sorte per difendere la Costituzione e la democrazia (a febbraio anzi si erano avuti anche scontri con le forze dell’ordine da parte dagli studenti delle scuole superiori). Tuttavia avevamo già visto a giugno cambiare drasticamente la composizione e la conflittualità, mettendo in difficoltà le politiche trumpiane. Non c’è dubbio che le continue vessazioni stanno lavorando sulla coscienza dei proletari americani, come segnalano numerosi video in circolazione di contrasto attivo da parte di lavoratori e abitanti dei quartieri alle retate dell’ICE.
Teniamo gli occhi puntati sugli Stati Uniti, certi che la crisi del capitalismo americano, con le sue pesanti ripercussioni anche all’interno, innescherà mobilitazioni della classe lavoratrice Usa, fondamentali anche per contrastare la deriva bellica in atto nel mondo.
La politica “MAGA” di guerra commerciale e di tagli alla spesa sociale sta dando risultati opposti a quelli enunciati: i redditi del 5% più ricco della popolazione sono aumentati di $11.500 negli scorsi 12 mesi, ma quelli del 50% meno ricco sono rimasti fermi di fronte alla crescente inflazione, e la “job machine” americana si è quasi del tutto arrestata negli ultimi mesi, anche a causa dell’espulsione di centinaia di migliaia di immigrati, con un aumento dei disoccupati ufficiali e non.
Il populismo trumpiano punta a deviare il malcontento per le crescenti difficoltà vissute dal proletariato americano verso il nemico esterno (non solo la Cina, ma tutti i principali concorrenti, inclusi gli europei) con la guerra tariffaria, e verso il “nemico interno” individuato negli immigrati da espellere. Questa politica può essere combattuta e sconfitta da una opposizione che proponga l’unità di classe tra proletari, “americani” e immigrati, contro il nemico interno, il grande capitale che ha continuato ad arricchirsi negli ultimi decenni sulle loro spalle, e contro le sue guerre commerciali e la sua corsa riarmistica, che impone tagli alla spesa sociale. Nella lotta contro l’economia di guerra occorre concretizzare l’unità internazionalista tra i lavoratori di tutti i paesi.

