Stavamo per titolare: il ministro della malavita. Riferendoci a Nordio che in poco più di due anni ha fatto l’impossibile per garantire l’impunità alla malavita organizzata comune e politica: stretta sulle intercettazioni e sull’uso dei trojan, divieto di rendere pubblici gli avvisi di garanzia, abolizione dell’abuso d’ufficio, ridimensionamento del traffico di influenze e, tanto per chiudere in bellezza, la liberazione di Al Masri. Ma, senza nulla togliere agli indiscutibili meriti di Nordio, è più corretto parlare di governo della malavita, perché in una vicenda di questa portata, anche lasciando da parte le precedenti, non può non essere stato implicato l’intero governo. Il governo Meloni, che aveva giurato di voler fare una lotta senza quartiere ai trafficanti di esseri umani.
Quanto sia falsa questa intenzione lo ha mostrato anche ai ciechi per scelta proprio la vicenda Al Masri: una bravissima persona, accusato dopotutto solo di omicidi plurimi, torture, stupri di bambini nei kampi di concentramento libici voluti dal Pd Minniti, l’architetto politico di questi orrori, come il presidente emerito Napolitano lo è stato dei CPR. Caduto per un puro caso nelle maglie dei controlli di polizia, il “generale” libico, ricercato internazionale per gli efferati crimini commessi, è stato in tutta fretta scarcerato e riportato a casa su un aereo di stato.
Il governo delle destre e uno dei suoi portavoce in Tv (Bruno Vespa) hanno chiamato in causa la “sicurezza nazionale”. Nessuno di loro ci ha spiegato perché incarcerare un criminale avrebbe minato la sicurezza nazionale. A noi comuni mortali sembra il contrario. A meno che non si tema che il brav’uomo Al Masri possa mettere in campo le montagne di informazioni riservate con cui è in grado di ricattare l’intera “classe politica” italiana. Tutti gli stati hanno “affari sporchissimi”, ha strepitato Vespa. Vero. Lo stato italiano ne ha a bizzeffe. Ma per sua sfortuna il rientro dorato in Libia di Al Masri ha coinciso con la deportazione di 43 immigrati bengalesi e egiziani in Albania. Per chi volesse vederlo senza girarsi dall’altra parte, è condensata in questi due atti l’intera politica dello stato italiano e del governo in carica in materia di immigrazione: contro gli immigrati (non contro l’immigrazione, in generale), sempre; dalla parte dei torturatori di emigranti e del traffico di esseri umani, sempre.
I veri grandi trafficanti di esseri umani sono, per limitarci all’Europa, i grandi stati europei, con l’Italia in prima fila. Ma vi pare credibile – ci chiedevamo in un testo di anni fa dedicato al ministro della polizia del tempo Minniti (1) – che “per decenni barconi, barche e gommoni trasformati in carri-bestiame abbiano potuto scorazzare per anni e anni a loro piacere in un Mediterraneo sorvegliato in ogni suo angolo da droni e radar, gremito di portaerei, incrociatori, sottomarini, pattugliatori, fregate, navi da sbarco, navi ausiliarie, con al seguito centinaia di aerei di tutti i tipi, diversi ‘gruppi di battaglia’, migliaia e migliaia di militari statunitensi, italiani, inglesi, francesi, etc.? Vi pare credibile che dei piccoli trafficanti di moderni schiavi salariati la facessero impunemente sotto il naso ai grandi trafficanti, sia in mare, con tanto di Eunavfor e di Frontex in azione e i loro sofisticati sistemi di controllo, e a terra, con tutta la pletora di agenti dei servizi segreti, consiglieri militari, polizie private, truppe regolari, etc., sguinzagliati e dislocati in Libia, fino a quando non è arrivato con la sua bacchetta magica l’uomo della provvidenza Minniti (“un ministro di ferro in un governo di latta” secondo Destra.it)? Andiamo!”.
I figuri tipo Al Masri sono i “nostri” tenutari dei kampi di concentramento in Libia, coloro a cui sono stati demandati alcun “affari sporchissimi”. Uno tra essi è l’attività che si svolge in questi kampi per educare preventivamente all’umiliazione e alla sottomissione chi riuscirà a superare le barriere poste all’ingresso in Europa. Che non servono certo ad azzerare l’immigrazione. Servono, invece, a creare un’immigrazione a zero diritti, a zero “pretese”, dopo essere passata attraverso l’inferno dei kampi, il setaccio dei piccoli trafficanti, torturatori, estorsori, ricattatori, che operano per conto dei grandi trafficanti (stati ed imprese italiane ed europee).
A questo serve la militarizzazione delle politiche migratorie italiane ed europee in atto da molti anni contro gli emigranti dall’Africa (non tutti africani) “per rendere loro ancora più difficile, pericoloso, costoso, lungo, il cammino verso l’Italia e l’Europa, ampliando e rafforzando in Libia, Niger, Ciad, una rete di campi di concentramento (34 nella sola Libia, se è vero il dato ufficiale), che sono campi di umiliazione, di stupri, di torture e violenze d’ogni tipo, e per non pochi di morte. (…) Si torna così ai campi di concentramento di fascistissima memoria allestiti in Libia dal benemerito generale Graziani. Per sbarrare totalmente la strada agli emigranti africani e medio-orientali? Ma no! È il segreto di Pulcinella che, immediatamente, si sono aperti nuovi canali di ingresso in Europa, dal Marocco alla Spagna, dall’Algeria alla Sardegna, dalla Turchia a Lesbo o a Costanza, etc. Ad onta di tutte le dichiarazioni ufficiali in senso contrario, l’Italia, l’Europa (le imprese e gli stati dell’Italia e dell’Europa) hanno un bisogno strutturale di lungo periodo di immigrati e immigrate per insopprimibili ragioni economiche (per disporre di forza-lavoro, comune e qualificata, a basso o bassissimo costo), demografiche (per accrescere la propria popolazione a rischio di diminuzione) e politiche (per poter attizzare la guerra tra proletari autoctoni e immigrati). (…) I trafficanti-kapò locali arabi o neri costituiscono l’ufficio del personale dell’azienda-Italia, dell’azienda-Europa: a loro è esternalizzato il compito di selezionare i più ‘meritevoli’ di arrivare fin qui, purché nudi, vessati, umiliati, indebitati fino al collo (più sbarramenti devi passare, più esattori devi pagare), di modo che siano, per stato di necessità, più docili al super-sfruttamento differenziale che spetta in sorte a lavoratrici e lavoratori immigrati”.
Il salto di qualità in senso repressivo delle politiche migratorie europee è stato questo: ieri “erano affidate alle polizie e ai ministeri degli interni, oggi al binomio polizie-eserciti. Con tanto di ascari libici, nigerini, ciadiani, etc. al loro servizio, per sbrigare il lavoro più sporco, pagati – sembra – 6 miliardi di euro come l’altro grande mercante di schiavi, Erdogan. Tutto ricorda i bei tempi della vecchia tratta degli schiavi, quando la cattura materiale degli schiavi e il loro controllo nei forti-carceri sulla costa (i campi di concentramento del tempo) erano affidati a re, capi tribù, mercanti africani, così da seminare per secoli la più profonda divisione e un inestinguibile odio tra africani e africani. Del resto, ed anche questo è noto, i soldi europei vanno esattamente a quei mercanti al minuto di schiavi che si frottola di voler distruggere, con l’aggiunta in sovrappiù di qualche volonterosa banda mafiosa tipo la Brigata 48 di Sabratha (la collaborazione stato-mafie è materia in cui l’esperienza dello stato italiano è imbattibile).
“Un secondo aspetto fondamentale di questa operazione è che dietro il nobile proposito della lotta ai trafficanti di esseri umani, le frontiere italiane ed europee sono spostate fin dentro l’Africa, sempre più dentro il suo territorio, con l’ingresso progressivo di crescenti contingenti militari italiani ed europei nel nord dell’Africa, in vista di una sempre più stretta presa di possesso di questi territori e delle loro ricchezze naturali, umane, monetarie (non dimentichiamo che è ancora aperta la questione dei 150 miliardi di riserve valutarie libiche). In nome della ennesima missione civilizzatrice, l’assassino-colonialista è tornato sul luogo del delitto…”.
Il procedere delle politiche migratorie italiane ed europee ha anche questo altro importante aspetto. Le politiche neo-coloniali di Italia-Unione Europea, infatti, non si accontentano di rapinare risorse energetiche e minerarie. Vogliono impossessarsi anche della più importante risorsa di quei territori: la forza lavoro, una risorsa preziosa, per di più in gran parte giovane. Perché sprecare truppe e mezzi militari per invasioni di difficile mantenimento (la Francia ne sa qualcosa)? E’ più conveniente spopolare interi territori di quella che potrebbe essere una forza “resistente”. In questo le potenze capitaliste hanno come alleati i ras locali ben felici di sbarazzarsi di pezzi di popolazione che spesso sono in rivolta contro di loro. Con il terreno sgombrato da questo “fastidioso inconveniente”, le imprese capitalistiche del “vecchio mondo”, in una sorta di emigrazione all’inverso, vanno ad occupare con tecnici, manodopera di fiducia e guardie armate i paesi che più interessano, vi insediano stabilimenti, si appropriano di grandi estensioni di terre secondo i propri criteri di capitalistico sfruttamento, deforestano in tutta tranquillità, sperimentano addirittura “energie verdi” e combustibili “ecologici” come con i progetti ENI. In questo l’Italia conferma il suo ruolo storico: il cosiddetto Piano Mattei – che ha poco a che vedere con il vecchio brigante assassinato dalle Sette sorelle – è pieno di neo colonialismo.
La favoletta dello “…sbarrare la strada agli emigranti, della sostituzione, della identità nazionale e dei suoi (miserabili) valori” è buona solo per il “popolo coglione” (permetteteci questa trilusseria) che presto sarà destinato a far nuovamente da carne da cannone.
Il “generale” Al Masri – torniamo ora al suo caso – è un ufficiale di medio-alto livello di questa macchina coloniale, nella sezione: guerra agli emigranti e agli immigrati (quindi all’intera classe lavoratrice). Disgraziatamente l’attenzione a questa tematica è tutt’ora bassissima anche negli ambienti militanti. Non ci riferiamo alle ong, che nel 99% dei casi militano solo a favore della propria attività e dei propri affari. Tanto meno ci riferiamo al peloso, ipocrita “umanitarismo” di gente come la Schlein, che del resto se la prende con Meloni soprattutto perché ha “sprecato soldi” con l’invio dei 43 richiedenti asilo in Albania rimandati indietro dalla magistratura.
La polemica di Schlein contro il rilascio di Al Masri e la deportazione degli emigranti in Albania è solo fumo negli occhi, visto che i CPR sono stati istituiti dal PD e i kampi di concentramento in Libia sono un fiore all’occhiello di Minniti, condiviso da tutto il suo partito.
L’ex “ministro di ferro”, mandante e partner dei torturatori libici, ha trasfuso la sua nobile esperienza nell’attuale progetto altrettanto coloniale della Fondazione Italia, erede della Fondazione Med-Or, creatura di Leonardo, leader nella produzione di morte, da lui presieduta. Il PD, a sua volta, concentrandosi sullo “spreco di soldi” dell’operazione Albania, tira la volata al governo Meloni (o ad un futuro esecutivo del “campo largo”) per il rilancio e l’ampliamento dei CPR in Italia. Con ciò, il centro-sinistra indica che la gestione degli immigrati “irregolari” (cioè resi illegali dalla legislazione razzista in vigore) deve essere fatta democraticamente in casa. I CPR (luoghi ameni come Macomer, Gradisca, Ponte Galeria e simili) sono notoriamente templi del diritto, dove le torture, le umiliazioni, gli abusi, le uccisioni sono, che diamine!, rigorosamente made in Italy e a basso costo per i contribuenti!
Parlando di scarsa attenzione a questa tematica, non ci riferiamo quindi né alle Ong (che se ne occupano per mestiere), né al PD e alla sua coda AVS. Ci riferiamo agli ambienti che si auto-rappresentano militanti di classe, e soffrono invece quasi tutti di una semi-indifferenza alla sorte degli emigranti e degli immigrati, che si scuote un po’ solo in alcuni momenti.
Invece la lotta contro il razzismo istituzionale, la legislazione differenziale e gli strumenti amministrativi e repressivi di cui si avvale non può essere condotta in modo occasionale perché questi sono parte integrante delle politiche anti-proletarie del governo Meloni come lo sono stati di tutti i precedenti governi. Ne sanno qualcosa i lavoratori immigrati che vedono messa costantemente in discussione la loro condizione con i ricatti sul permesso di soggiorno, la concessione della cittadinanza (magari perché hanno fatto troppi picchetti sul posto di lavoro, come nella logistica), o la “mancanza di requisiti” per accedere a soluzioni abitative in caso di sfratto. E per chi è “senza documenti” c’è la minaccia dei CPR di cui, non a caso, si occupa specificamente il DDL ex 1660, per stroncare con pene esorbitanti ogni fenomeno di ribellione che ne metta in discussione la funzione deterrente.
Un movimento di classe che si rispetti, specie in questo momento in cui – a partire dagli Stati Uniti di Trump – sta scatenandosi una nuova sanguinosa offensiva contro i proletari emigranti e immigrati, deve mettere queste tematiche al centro della propria iniziativa politica, se non vuole contribuire alla divisione della classe lavoratrice, che è l’obbiettivo di fondo delle classi dominanti.
(1) Minniti e il suo mondo, a cura della Assemblea della statale, Calusca, No Borders Milano, 2017 – “La brutta estate calda del 2017”, intervista a Pietro Basso, pp. 49 ss.

