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L’Italia e l’Europa nella crisi dell’ordine mondiale

Le crescenti tensioni e la disarticolazione dei rapporti tra le potenze mondiali mette a dura prova le alleanze, le istituzioni continentali imperialiste, le singole borghesie nazionali. Lo vediamo direttamente con la crisi che attraversa l’U.E.

Lo scricchiolio dell’ombrello USA e NATO costringe l’Unione a cambiare radicalmente registro, rincorrendo gli eventi e rischiando profonde spaccature al suo interno.

Messa in mezzo tra la declinante potenza USA e l’ascendente potenza cinese, incapace di avere ragione dell’imperialismo russo in Ucraina, l’U.E. si è gettata con furia nel riarmo, incurante del futuro che si prepara dietro ad esso.

La guerra permanente in Medio Oriente, culminata con la recente aggressione israelo-americana all’Iran e al Libano, mette a nudo tutte le problematiche degli imperialismi del Vecchio Continente.

Come uscire dal vortice di innalzamento vorticoso dell’inflazione, recessione economica incombente, minorità politica?

C’è chi punta sul “fare da sé” manovrando a tutto campo. Chi sulla centralizzazione dell’Unione. Chi sulla costruzione di nuove alleanze e di nuovi poli. Chi cerca di non irritare più di tanto il duo dei più scatenati guerrafondai Washington-Tel Aviv. Chi su un mix tra tutte queste opzioni.

L’Italia, l’imperialismo italiano, è forse tra i più indecisi sulla strada da intraprendere. Ciò non gli impedisce – comunque – di operare spregiudicatamente per raccogliere la sua fetta di profitto al minor costo possibile. Indifferente, come tutti i suoi pari, al sacrificio di milioni di proletari/e che tale politica comporta.

L’arma del razzismo, del suprematismo bianco, dell’attacco su tutta la linea ai proletari immigrati e alle popolazioni immigrate, finalizzata a dividere la classe, è quella preferita dai capitalisti e dai loro governi.

Urge la costruzione di una vera opposizione internazionalista che unifichi gli sfruttati contro tutte le guerre del capitale, contro ogni opzione di questa o quella frazione borghese perché tutte anti-proletarie.  

Prezzi dell’energia in forte aumento, rallentamento economico, liquidità limitata a disposizione degli esecutivi comunitari… queste sono le urgenze dei paesi U.E. inseriti in una contesa globale che ha disarticolato gli assi portanti tra le potenze imperialiste.

Ormai ognuno può vedere come il recente vertice Xi-Trump a Pechino abbia messo l’UE in una posizione marginale: se non rispetto agli affari, sicuramente rispetto alle guerre. In un mondo dove la guerra è sempre di più un “affare” all’ordine del giorno.

L’UE si è incartata nel conflitto ucraino, da cui cerca di uscire affidandosi al polo del Centro-Nord europeo, allargando il fronte dello scontro, portandolo il più possibile in territorio russo, ma rischiando così di spaccarsi in due, se non in tre parti. Con dei riflessi politici che la dicono lunga su quel “trumpismo” considerato da noi – sin dai suoi primi grugniti – non come un fenomeno legato esclusivamente agli USA, né tanto meno a un singolo personaggio (senza con questo sottovalutarne il ruolo), ma come un fenomeno di tendenza. Il quale avrebbe ammorbato l’aria di tutto l’emisfero occidentale.

Le ultime elezioni amministrative inglesi (tracollo laburista, vittoria del Reform UK di Nigel Farage) e ciò che sta avanzando nelle principali fortezze imperialiste europee (1) mostrano come il trumpismo abbia prosperato anche in Europa; e come politicamente noi dovremo presto affrontare presumibilmente il problema continentale di una ulteriore polarizzazione tra “europeisti” e “sovranisti”, tra una ricomposizione di alleanze e l’altra, in un clima (armato fino ai denti) da disfacimento dell’Impero.

Sappiamo bene come in Italia il trasformismo, la furbizia levantina, il tenere il piede in due scarpe sia una tradizione ultra-collaudata. Ma quando i venti soffiano forte e diventano tempeste, saltano le combinazioni anche più accurate, e prende corpo ciò che si pensava impossibile.

Il disimpegno USA dall’Europa (relativo disimpegno, non ritiro) ha riflessi immediati nella NATO, al punto da spingere ancora di più sul riarmo e sulle opzioni interventiste. I “volonterosi” anti-russi diventano ora anche “volonterosi” in direzione del Golfo Persico, seppur con minore coesione; visto che la Francia dopo aver offerto all’UE la deterrenza nucleare, manda la sua portaerei nel Golfo Persico, avvia un tour in Africa e a giugno ospita il G7 a Evian. Una Francia, peraltro, in piena crisi politica, dove Macron ha già la valigia in mano.

La Germania non è più la locomotiva economica d’Europa: il modello della crescita trainata dalle esportazioni non tiene più. Pesano i costi energetici e la concorrenza cinese in campo manifatturiero. Buttato all’aria il totem del pareggio di bilancio, il governo CdU-SpD cerca di utilizzare la spesa pubblica per emergere come potenza industrial-militare (vedi la montagna di miliardi di euro investiti negli armamenti) (2) 

L’asse franco-tedesco, un tempo fattore portante dell’U.E., non esiste più. Senza che appaia peraltro all’orizzonte qualcosa che possa sostituirlo. Finito il collante centro-europeo, la Germania marcia diritta in solitudine alla ricerca del predominio continentale: con un occhio a sud (Italia, Grecia) e – soprattutto – un altro a nord-est (paesi scandinavi ed ex Comecon). La Francia si candida a scorrazzare nel Mediterraneo (Africa del Nord), in Centro-Africa (dove ne ha prese di batoste…), e come detto nel Golfo Persico.

L’Italia è attiva con il Piano Mattei, e con il tentativo di fare da ponte (un ponte più realistico seppur decisamente più impegnativo di quello con Trump) tra Francia e l’emergente Turchia. Nelle ultime ore compare anche l’ipotesi di un nuovo asse di affari e di “valori comuni” (ultrareazionari) con l’India di Modi.

Dal momento che l’Italia rimane comunque il 4° paese esportatore mondiale dopo Cina, USA e Germania (alla faccia della colonia!!!), da un lato cerca la sponda tedesca (vedi il recente asse Roma-Berlino contro la Francia sugli eurobond e l’intesa con i tedeschi a presidio di Israele); dall’altro è alla ricerca di quelle che vengono definite ZEE (Zone Economiche Esclusive), in cui far valere una negoziazione diseguale nella quale sia impresso il “nostro” timbro.

Questa ultima direttrice potrebbe costituire un’alternativa concreta alle difficoltà derivate dal terremoto Trump. Un terreno privilegiato, passando per la Turchia (già potenza d’area) con proiezione verso la Cina e l’India, finalizzato a “fare altro”. Cioè a rompere gli schemi, allo scopo di smarcarsi dalle tempistiche e dalle modalità UE.

Per gli Stati europei si prospetta, insomma, una “libertà di manovra” tale da rimettere in discussione un po’ tutta l’attuale impalcatura UE, a partire dall’unanimismo nelle decisioni.

Il fattore centralistico economico-finanziario della Commissione Europea, le relazioni comunitarie sedimentate da decenni e formalizzate in Trattati e Accordi, per non parlare dei recenti impegni sulla spesa militare, non possono certo essere liquidati in un amen. Ma ammortizzati, aggirati in qualche maniera, smussati per le ricadute nazionali che provocano, magari sì.

Fermo restando il grosso rischio, per ogni aderente U.E., di marciare da solo in una simile situazione di caos planetario.

A Roma, al governo Meloni (e non solo), lo schiaffo proveniente da Bruxelles sul deficit al 3.1% brucia, eccome. Ne vanno di mezzo le risorse per il riarmo e per ottenere sconti sulla spesa energetica. I tentativi fatti dal governo in questa direzione sono stati finora rispediti al mittente. Non è tempo di sconti, per nessuno.  

Il sistema-Italia, l’imperialismo italiano, ha fame di mercati e di occasioni di profitto. Per questo serra la morsa interna con una sequenza di leggi da stato di polizia, e cerca voracemente agganci esterni. Meloni va in Oman, Giappone, Corea del Sud, Arabia Saudita, Qatar, EAU, Algeria di certo per il petrolio, ma non solo.

La Spagna di Sanchez, nuovo modello della sinistra parlamentare, sembra andare in controtendenza vuoi alla situazione economica continentale, vuoi alle ipotesi di smarcamento soft dagli USA e dal duo Washinghton-Tel Aviv. (3) Ma non è certo nelle condizioni (per vari motivi) di creare un “polo sud” europeo con Italia, Portogallo e Grecia.

Casomai la Spagna potrebbe costituire il primo ricettore di una pressione cinese verso il mercato europeo atta a compensare le sue eventuali perdite in quello statunitense.

Occorre però tener presente come il massiccio deficit commerciale europeo verso la Cina e il surplus industriale che la Cina ha bisogno di smaltire nel mercato mondiale non favoriscano di certo “soluzioni vantaggiose” à la carte per i singoli imperialismi europei.

A compensare in qualche modo UE e UK in seria difficoltà (la scommessa Brexit è stata un disastro per Londra) entra nella partita il Canada. Paese NATO ma che non fa parte, né può far parte, dell’UE. Legato molto strettamente agli USA negli affari economici, non ha però nessuna intenzione di venire fagocitato dal vorace vicino (ventilata annessione e dazi pesantissimi).

Mark Carney, leader lib-lab canadese, è stato recentemente invitato a una riunione della Comunità Politica Europea (organismo che comprende tutta l’Europa geografica, escluse Russia e Bielorussia) allo scopo di coordinare politiche energetiche e di difesa.

Carney in tale occasione si è detto disposto a collaborare coi paesi europei nel Caucaso, nei paesi Baltici, in Ucraina e in tutta l’Europa.

Da episodi di tal genere si può vedere come in questa fase caotica di ridisegno delle alleanze fioriscano organismi flessibili, non istituzionalizzati, in grado di calamitare disponibilità di qualunque provenienza. Quando si dice gioco a tutto campo… Ricordiamo che il Canada possiede grandi riserve di gas naturale e di petrolio, oltre a minerali strategici utilizzati per la produzione di dispositivi elettronici. Secondo il Kiel Institut (aprile ’26), è uno dei paesi che aiutano di più l’Ucraina. E’ dello scorso anno l’accordo UE-Canada su sicurezza e difesa, cui farà seguito quello su energia e I.A.

Ottawa partecipa con le sue aziende al programma di appalti per il riarmo UE. Ma il distacco dagli USA non è certo automatico, essendo il commercio tra i due paesi assai integrato: 1.000 miliardi di $ verso gli USA contro i poco più di 100 nei confronti dell’UE. Ma per Bruxelles la carta Canada è comunque spendibile.

Veniamo al centro-nord Europa. I cambiamenti strategici più rilevanti sono qui già in atto.

La rotta che dal mar di Azov va fino all’Artico segna la linea di faglia che tocca non solo tutto il fronte orientale europeo, ma direttamente gli interessi delle due superpotenze cinese e statunitense, oltre naturalmente la Russia.

Chi continua a ritenere “controproducente” o “stupida” per l’UE la guerra in Ucraina, non tiene nel dovuto conto la prospettiva globale che con essa si è aperta.

Certo, come in tutte le guerre i briganti imperialisti partono con dei propositi e poi se ne trovano in tasca altri, con conseguenze imprevedibili, ma la cesura storica di cui sin dall’inizio abbiamo parlato (4) sta nelle dinamiche del capitalismo globale, non nella “stupidità umana”.

Tutti o quasi sono contro la Russia nel Baltico, ma non sono di certo omogenei verso UE e USA.

Fa notizia il contrasto tra la Norvegia laburista che nel mese di marzo ha incassato nel commercio di combustibili fossili il 68% in più rispetto al ’25 (stesso periodo), e la Svezia che è insofferente della “imprevedibilità” di Trump. Stoccolma è avanti sul piano delle rinnovabili e meno dipendente dai prezzi energetici, ma oberata da costi supplementari nel settore agricolo per il prezzo dei fertilizzanti.

Il 13 maggio si è svolto a Bucarest un summit dei B9 (sta per Bucarest Nove), asse dell’Europa del Nord-Est, con Zelensky invitato.

Trattasi degli Stati orientali della NATO più i paesi nordici. Bucarest spinge per il rafforzamento della presenza militare USA in Romania. Come si vede, non si tratta del puro e semplice ritiro amerikano dall’Europa, auspicato o temuto che sia.

In tale consesso, il presidente rumeno Nicosor Dan e quello polacco Karol Newrocki hanno tenuto banco su questi temi: 1) no all’energia russa; 2) no al sotto-finanziamento della difesa; 3) no alla transizione ecologica. Viene ventilato un blocco di Stati i quali, incentrati sulla ultra-riarmista Polonia e sulla ripresa tedesca, potrebbero da soli spingere potentemente i venti di guerra verso Est. Nelle ultime ore la proposta provocatoria di Merz di associare subito l’Ucraina all’UE ha questo segno.

Con delle particolarità: tipo quella del premier slovacco Robert Fico, aperto al dialogo con Mosca (unico leader europeo presente alla sfilata sulla Piazza Rossa del 9 maggio); o quella del presidente finlandese Alexander Stubb.

Quest’ultimo, partendo dalla constatazione che gli USA, in quanto potenza globale, non si ritireranno dall’Europa, fa un discorso di unione europea da nord a sud, da ovest ad est, fondata sull’equa ripartizione delle spese militari con gli USA e sul drastico innalzamento del 5% del PIL dei singoli paesi in spese militari (vedi Polonia), da investire su una NATO “europea”.

La guerra del Golfo? Da chiudere al più presto secondo Stubb, senza però chiudere la porta agli USA. Ergo: lavorare per la rapida riapertura dello stretto di Hormuz; che deve vedere impegnato, anche militarmente, tutto il continente. Visione “larga”, a trazione centro-nord Europa

Sollecitazioni raccolte alla loro maniera da Francia e Italia; quest’ultima dietro la foglia di fico della “missione ONU”. Cioè: mettere tutti e due i piedi nel piatto mediorientale senza dare troppo nell’occhio. Dalla guerra di Crimea del 1853-1856 ad oggi, è sempre stato questo il canovaccio della politica estera italiana. Quella che oggi definiamo come una potenza imperialista di media caratura, con punte di eccellenza (guarda un po’ la produzione di armi!).

Fra le tre opzioni che gli appartengono per storia e interessi (quella centro-europea, quella mediterranea/mediorientale e quella balcanico-danubiana), è probabile che l’imperialismo italiano, pur non potendo prescindere dalla prima per legami economici, debba al contempo perseguire con particolare accanimento la terza per prospettive politiche. Accettando un ruolo di rimessa sulla seconda. Anche per l’imperialismo di “casa nostra” si è aperta un’era di navigazione in un mare tempestoso.

Sono in pieno svolgimento riposizionamenti interni ed esterni che riguardano la borghesia europea e quella italiana. Pur senza dare per imminenti processi che sono in divenire e che potrebbero richiedere tempi di media-lunga scadenza (la disgregazione dell’U.E. per come l’abbiamo conosciuta ad esempio), dobbiamo registrare – e denunciare con forza – l’emergere delle varie opzioni imperialiste di “uscita dalla crisi”.

Gli imperialismi d’Europa, mollati in mare aperto da quello statunitense pur in un contesto di reciproca dipendenza che persiste, cercano scompostamente nuovi equilibri.

Che li trovino o no; in che forma tali equilibri dovessero manifestarsi una volta trovati, deve essere estremamente chiaro che essi non potrebbero mai favorire la “pace” in un mondo segnato da una contesa ferocissima, sempre di più armata, per spartirsi le risorse del pianeta! Tutta la “narrazione” sull’UE come fattore di equilibrio, di convivenza e di pace non è altro che vuota retorica.

Chi sostiene il contrario è un reggicoda del proprio imperialismo di riferimento. Sia esso nazionale o transnazionale. Diplomazia, diritto, pacifica convivenza, sono tutte fole, ipocriti impiastri buoni solo a dilazionare la resa dei conti, di fronte a un mondo dominato dalla logica del profitto e dal predominio del capitale; cose che servono a negare, o a mettere in sordina, l’unica soluzione progressiva, autenticamente umana, al caos denso di bellicismo di questa fase storica: il rovesciamento degli attuali rapporti politici e sociali ad opera delle classi sfruttate e oppresse.

L’imperialismo italiano è composto a sua volta da frazioni borghesi che hanno visioni diverse su come procedere. Chi vuole rinsaldare l’atlantismo. Chi rilanciare un europeismo doc. Chi attestarsi su un sovranismo sempre più marcato. Chi ancora proiettarsi con maggior decisione verso “nuove occasioni” in giro per il mondo. Non disdegnando magari, come fanno l’ad dell’ENI Claudio Descalzi, Emanuele Orsini presidente di Confindustria e l’ex presidente della Banca d’Italia Ignazio Visco, di riconsiderare “aperture” verso gas e petrolio russi, cioè nuovi rapporti con la Russia di Putin. Alla faccia della guerra e delle sanzioni in difesa della “civiltà occidentale”!  

Sono tutte opzioni del nemico di classe, in contrasto tra loro ma non in antagonismo tra loro. Tutte esiziali per i lavoratori, le donne e i giovani senza privilegi. Tutte da smascherare e denunciare al fine di costruire un fronte di lotta proletario contro l’economia di guerra, il militarismo, lo stato di polizia, le guerre del capitale.

Compito certamente non facile, perché la lotta degli/delle oppressi/e nel nostro continente langue.

Non per nulla le classi dominanti, insieme alla creazione del “nemico esterno”, fomentano ignobili campagne anche contro il cosiddetto “nemico interno”, raccolto nella figura delle popolazioni immigrate.

Anzi, per potenziare ancora di più questa redditizia arma di distrazione di massa e di divisione tra gli sfruttati, in quella stessa figura viene raccolta e diffusa la percezione della “minaccia” in quanto tale!

Quello dell’immigrazione, dell’unione dei proletari autoctoni coi proletari giunti da ogni parte del mondo, è un terreno di lotta fondamentale per far ripartire una vera opposizione di classe al capitalismo e alle sue guerre. La lotta del popolo e della resistenza palestinese ci hanno fatto scoprire tutte le potenzialità di una simile unione.

Si tratta ora di farle lievitare nella quotidianità: con la mobilitazione e l’organizzazione.

Note:

1) RN dato per vincitore in Francia; AfD in netta ascesa in Germania; per non parlare della progressiva penetrazione delle destre nei paesi scandinavi, Svezia in testa.

2) Sono in atto colloqui tra Berlino e Ankara per l’acquisizione da parte della Germania del missile balistico intercontinentale Yildirimban e di quello ipersonico Tayfun Block; missili a lungo raggio al posto dei Tomahawk americani. Senza con questo che Berlino nutra timidezza alcuna nel contattare il produttore americano RTX, allo scopo di avviare in patria le sue produzioni belliche.

3) Vedi la questione delle basi militari, delle prese di posizione “autonomistiche” di Madrid sulla Palestina e sulla Guerra del Golfo, delle aperture di mercato alla Cina.  

4) Vedi il nostro La guerra in Ucraina e l’internazionalismo proletario, Edizioni Pagine marxiste, 2023, seconda ristampa.

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