Sabato 9 maggio, a Venezia, è stata inaugurata la mostra “Gaza – No Words – See Exhibit”: una potente esposizione alla 61ª Biennale di Venezia che mette in luce il ricamo palestinese – tatreez – come strumento di resistenza e narrazione del genocidio a Gaza.
Nel corso della presentazione, impreziosita da bellissime musiche, la drammaturga e attrice palestinese Samia Qazmuz Bakri ha letto alcuni intensi versi della poetessa gazawi Hind Jouda che desideriamo far conoscere alle nostre lettrici e ai nostri lettori.
Il ricamo materiale (di fili) e il ricamo verbale (la poesia) come forme della resistenza del popolo palestinese all’aggressione coloniale sionista, entrambe agìte da donne. A fronte di una macchina di morte israeliana avviata alla sua fine con orrore e disonore, la causa palestinese grandeggia, nella sua apparente sconfitta, come invincibile. La sua invincibilità ha profondissime radici nel tessuto collettivo di vita delle donne palestinesi. (Red.)
Un piedino di un bambino morto
Non è un pezzo di ghiaccio,
anche se sembra ugualmente freddo
non corre più,
perché non ha ancora imparato a camminare
non è una rosa,
ma io lo annuso come una rosa
non un volto,
ma io lo bacio come una guancia
non è una lacrima,
che ha prosciugato il mio umor vitreo da quando il mio cuore brucia
non sono vivo,
sto soffocando
non sono morto,
ma la mia anima trema come un uccello sgozzato!
Sottosopra (*)
La città è spenta,
nessuna telecamera per catturare la sua paura e la sua oscurità
gli edifici alti sono stati morsi al collo,
o sono caduti privi di sensi
Non è più lo stesso nelle strade familiari,
siamo diventati come gatti randagi,
aspettiamo cibo che non cuciniamo,
beviamo acqua da lattine vuote.
Nessun bicchiere d’acqua luccicante,
non due cucchiai uguali,
nessuna coperta scelta in base al gusto,
nessun letto adatto a un corpo stanco,
nessun muro, nessun bagno privato,
quanto ferisce ed è ridicolo questo “privato”?
Qui niente sembra casa,
le case sono state svuotate del loro respiro,
e capovolte come un piatto tradizionale – sottosopra.
Quanti bambini spaventati e tristi ci sono intorno a te in questo momento?
Tutti ti guardano come un mostro solitario
capace di farli urlare dalla gioia!
Dondola, miserabile altalena,
non c’è elettricità in città.
(*) A proposito di un parco divertimenti trasformato in un rifugio per gli sfollati
Privazione
In guerra
sono una donna privata, con solo privazioni!
Privata di un bambino,
privata di una casa,
privata di un’intera strada,
privata di un sogno o due!
Nell’amore
non so più che forma abbia il riso
da quando l’ultimo cavaliere nella notte se n’è andato
alla strada della luce in solitudine.
Resterò sul sentiero che conduce a lui,
con le rose in mano
dal mio sorriso crescerà una città che ride,
e gli alberi del mio cuore saranno pieni di uccelli.
Sono io che ti aspetto,
con il sale, le candele
e le pagnotte rotonde dell’amore!
Io sono la città che lava il mare ogni mattina
e bacia i gabbiani,
io sono Gaza
(traduzione dall’arabo di Jolanda Guardi)

