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Bulgaria: la paura dell’euro fa vincere Radev

Le elezioni bulgare, avvenute a ruota di quelle ungheresi, sono state lette dai media italiani come un segnale contradditorio rispetto alla liquidazione di Orban, cioè un segnale “euroscettico”, e quindi filorusso. Una lettura decisamente parziale. Pochi hanno ricordato che dal 2006 la Bulgaria ospita 4 basi militari Usa con 2.500 soldati presenti a rotazione. Una, a Bezmer, meno di 100 km dal Mar Nero. Proprio a Bezmer, nel dicembre 2025, Crosetto ha firmato con la Bulgaria un accordo per la costruzione e la gestione congiunta di una nuova infrastruttura militare. 

Una lettura corretta di queste elezioni deve tener conto, secondo noi, del quadro internazionale complessivo. Stiamo parlando di un piccolo paese di 6,6 milioni di abitanti (di cui 1,4 milioni emigrati all’estero), in costante declino demografico (1), il più povero d’Europa (2), che non ha preso bene l’entrata recente nell’area Euro, di cui, non a caso, l’Ungheria non fa parte. Ma che può comunque contrattare su più tavoli, e non solo nel quadro della guerra ucraina, in base alla sua collocazione geografica vicino agli stretti che mettono in comunicazione con il Mediterraneo, in faccia a Russia, Turchia e Medio Oriente.

Anche se si tende a parlarne meno, la guerra in Ucraina (nel mattatoio ucraino) è ancora in corso. Eliminato Orban, la UE ha sbloccato il prestito di 90 miliardi di € all’Ucraina e confermato le sanzioni alla Russia. In cambio Zelensky ha dovuto accettare il ripristino dell’oleodotto Druzhba che con il suo “ramo” ucraino porta petrolio russo a Ungheria e Slovacchia. In tutto questo una Bulgaria “filorussa” potrebbe costituire un nuovo sassolino che inceppa l’evolversi di una di quelle guerre che Trump dichiarava avrebbe chiuso in quattro e quattr’otto.

Il passato che ritorna?

Per capire la politica bulgara occorre fare un breve excursus sulla sua storia, che spiega il presente. In entrambe le guerre mondiali la Bulgaria fu dalla parte dei perdenti, e nella seconda a fianco della Germania. A Yalta essa fu concessa dagli Usa all’Urss come sfera di influenza. Prima della caduta del muro di Berlino (1989), la Bulgaria è stato il paese più ligio alle direttive staliniane e post-staliniane. In quel periodo si è consolidato, come in Russia o in Ucraina, il potere degli oligarchi in linea con la precedente politica di autoritarismo regio dei Sassonia Coburgo. Fino a metà degli anni ’80 il paese è stato un paese prevalentemente agricolo. [Non a caso, nei movimenti di massa dopo la prima guerra mondiale, i soggetti più attivi non furono gli operai come in Ungheria o in Germania, ma i contadini poveri o i piccoli proprietari terrieri.]

Nel secondo dopoguerra la Bulgaria accettò il ruolo di coadiuvante della politica estera dell’Urss, inviando armi e soldati in appoggio ai movimenti di liberazione sostenuti dall’Urss (Vietnam, Indonesia, Angola, ecc.) o, più tardi, ai regimi amici (vedi i 10 mila bulgari inviati in Libia nell’84 e quelli che parteciparono all’invasione russa dell’Afghanistan nel 1980), costituendo una sorte di compagnia Wagner ante litteram. Come la Cecoslovacchia, la Bulgaria fu spesso accusata dall’Occidente di vendere armi a “terroristi” o rivoluzionari.

Come l’Urss e il resto dei paesi dell’Est, il paese, dai primi anni ’70 si aprì alla penetrazione di tecnologia e capitali dall’Europa occidentale, in primis a quelli della Germania. Tra i vari paesi del Comecon il suo tasso di scambi commerciali con l’Europa occidentale fu il più alto.

Dopo il collasso dell’Urss nel 1989, le prime elezioni furono vinte dal Partito socialista, nuova veste assunta dai vecchi stalinisti “democratizzati”, ma fra il ’92 e il ’94 una nuova leva di partiti liberisti provvide a varare un piano di privatizzazioni. Le industrie privatizzate, scarsamente competitive, non sostenute da infrastrutture adeguate, per lo più fallirono, provocando ondate di licenziamenti. Questo spiega il frequente ritorno al governo dei socialisti che si presentavano come difensori dei lavoratori impoveriti contro gli eccessi del libero mercato, mentre la popolazione meno giovane rimpiangeva la sanità e la scuola del vecchio regime sovietico.

Ben presto almeno un milione di bulgari trovarono nell’emigrazione in Germania, Belgio, Spagna e Italia la sola soluzione alla povertà. Ricordiamo che dal 2001 al 2005 il governo bulgaro fu guidato da Simeone Sassonia Coburgo, figlio dello “zar” bulgaro Boris III. Inutile seguire le andate e i ritorni elettorali, in sintesi si può dire che nell’era post-sovietica disoccupazione e emigrazione sono stati una costante, mentre gli standard di vita, dopo essere precipitati per alcuni anni, sono migliorati molto lentamente. 

Se nel periodo dell’Urss l’unica industria sviluppatasi massicciamente era quella siderurgica (grazie anche alla presenza di lignite e ferro), e in subordine quella tessile e agroalimentare (più la lavorazione del tabacco), a metà degli anni ’90 inizia la diversificazione industriale con lo sviluppo della meccanica e della chimica.

L’intervento USA ed europeo

Dopo il crollo dell’Urss, anche in Bulgaria ci fu un consistente intervento finanziario Usa (più di 600 milioni di $ entro il 2007) che portò all’adesione del paese alla Nato nel 2004 (complice il su citato Simeone Sassonia Coburgo). Confermando la tendenza a mettersi al servizio del più forte, la Bulgaria inviò suoi contingenti militari in Bosnia nel 1996, in Kosovo nel 1999 (missioni contestate dal Partito socialista filo-russo). Altri contingenti furono inviati a fianco degli Usa in Afghanistan dal 2001 al 2014 e in Iraq dal 2003 al 2005.

Come per molti altri paesi est-europei l’adesione alla Nato ha preceduto quella alla UE, avvenuta nel 2007. L’entrata nella UE ha comportato l’accesso a finanziamenti consistenti soprattutto per l’agricoltura (PAC) (3). Ma ha aumentato l’effetto di macelleria sociale liberista. Un’indagine del 2009 rivelava che il 76% dei bulgari si riteneva insoddisfatto del sistema democratico, il 63% pensava che il libero mercato non migliorava la vita delle persone e solo l’11% dei bulgari era d’accordo sul fatto che la popolazione normale aveva beneficiato dei cambiamenti successivi al 1989. In questo giudizio seccamente negativo pesavano in modo determinante gli effetti sui lavoratori dell’entrata nell’area di influenza occidentale.

L’entrata della Bulgaria nella Nato e nella UE non ha modificato l’importante dipendenza dal  petrolio russo, fornito principalmente dalla Lukoil, che ha garantito fino all’80% delle necessità energetiche del paese, a cui poi si è affiancata la fornitura del gas azero. Tutto è cambiato nel 2022 con la guerra in Ucraina.

Prima delle elezioni

La politica dei partiti borghesi ha dato ben scarse risposte alle più acute contraddizioni sociali del paese. Si è prodotta una frammentazione parlamentare: alle elezioni 2026 si presentavano 24 fra partiti e coalizioni. Di qui l’incapacità a creare governi stabili ed efficienti e il continuo ricorso alle elezioni anticipate (otto negli ultimi 5 anni) (4). Le elezioni politiche del 2026 sono state l’effetto delle proteste di massa del dicembre 2025 contro il progetto di bilancio 2026, che prevedeva aumenti delle tasse e dei contributi sui salari. Un bilancio che rifletteva una società in cui il parassitismo di pochi ricchi era pagato dai molti, con le diseguaglianze sociali in costante aumento (il 20% più ricco possiede 8 volte quello che ha il 20% più povero, la media UE è 4,9 volte) (5).

 Il piano è stato ritirato e il Presidente della Repubblica, quel Rumen Radev che adesso ha vinto le elezioni, ha sciolto il Parlamento, creato in marzo un suo partito, “Bulgaria Progressista”, e si è proposto come soluzione dei problemi, nella tradizione populista dell’uomo forte al comando.

La proposta politica di Radev

In questo contesto Rumen Radev, ex generale, ex top gun dell’aeronautica, ex presidente della Repubblica (2017- 2026), eletto coi voti del Partito Socialista di ascendenza stalinista, non proprio un uomo nuovo, esattamente come non è nuovo Magyar rispetto ad Orban, ha vinto con il 44,7% (conquistando 130 seggi su 240, non la maggioranza assoluta ma una maggioranza consistente).

È riuscito a convincere i bulgari a tornare a votare (48,5% di votanti contro il 33% del 2024), agitando non certo i temi internazionali, ma proposte sociali, accompagnate dal richiamo ai valori nazionali e patriottici: l’orgoglio di appartenere al popolo slavo e alla chiesa ortodossa, ma ostentando al tempo stesso un grande pragmatismo. È questo abile mix che gli ha dato una credibilità di massa.

Fra le proposte sociali (da vedere poi se saranno mantenute): alzare le pensioni, adeguare la sanità alle esigenze delle persone disabili e anziane, garantire l’acqua potabile a tutti (oggi, in particolare in città, l’erogazione giornaliera non supera le tre ore), migliorare i trasporti pubblici.

Radev ha agitato anche il tema della lotta alla corruzione e ai metodi mafiosi che caratterizzano il modello oligarchico (6). Le proteste contro la corruzione avevano dato luogo a estese manifestazioni nel 2020. Lo slogan anticorruzione non è tanto una istanza morale o civica, quanto risponde alla necessità del capitalismo bulgaro di razionalizzare il sistema produttivo e ridurre il parassitismo.

Una recente analisi dell’OCDE rileva la necessità, per il paese, di affrontare l’invecchiamento della forza lavoro, la fuga di braccia e cervelli giovani all’estero in presenza di salari troppo bassi, ma anche la bassa produttività. Non c’è un’adeguata massa di capitale investito e per attirare capitale estero i bassi salari non bastano più, occorre adeguare le competenze della manodopera investendo in corsi professionali. Bisogna ridurre “gli ostacoli normativi” (leggi: ridurre le mazzette ai funzionari che rilasciano i permessi di investimento, ridurre il pizzo preteso dai mafiosi) e infine bisogna svecchiare le infrastrutture. Un esempio di alta inefficienza il paese lo ha dato sul PNRR per il quale a fronte di uno stanziamento europeo di 6,7 miliardi di €, il governo nel 2025 era riuscito a spendere solo 1,4 miliardi. Un altro parziale fallimento è stata l’adesione all’area Schengen nel 2024, perché il paese non applica Schengen alle frontiere terrestri. Questi i rilievi dell’OCDE, ed è da dubitare assai che possano avere un’incidenza positiva sulla condizione dei proletari e dei contadini bulgari.

I media italiani hanno insistito sull’euroscetticismo di Radev. Ma è assodato che la classe dirigente bulgara non può rinunciare ai copiosi conferimenti europei, né al mercato europeo. Ad oggi l’interscambio commerciale della Bulgaria riguarda per il 65,7% la UE; primo partner la Germania con il 13,5%. Il solo piano UE 2021-27 prevedeva per la Bulgaria l’erogazione di 17 miliardi di € (comprensivi di 6,7 miliardi di PRNN). 

Radev si è semplicemente opposto all’entrata della Bulgaria il 1° gennaio 2026 nell’area euro. In dicembre solo banche, commercio e imprese prevedevano di trarne vantaggio. Invece fra la popolazione, soprattutto fra i meno abbienti, 6 bulgari su 10 erano contrari. Giustamente i lavoratori, sulla base dell’esperienza di quello che è successo nei paesi che via via sono entrati nell’euro, temono un’ondata di aumento dei prezzi, che in questo caso si sommerà al già avvenuto aumento dei costi energetici a causa della guerra in Ucraina, che l’UE ha assunto a propria ragione “esistenziale”. Radev, da presidente della Repubblica, cavalcando il malcontento, ha definito l’entrata nell’euro “prematura” e ha chiesto una consultazione referendaria, respinta dalla Corte Costituzionale (nota 7).

Radev è stato definito filo-russo in base alle sue realistiche considerazioni di preferire il petrolio preso da paesi vicini (anche la Russia, oltre all’Azerbaijan) a prezzi più convenienti, invece di rifornirsi del GNL americano a costi enormemente più elevati. Su questa base si potrebbe definire anche Descalzi “filo-russo”, anziché – quale è – un manager del capitale che sa fare i conti. Del resto, quanto sia isterica la narrazione dei media italiani lo dimostra il fatto che il partito filorusso più coerente, i socialisti, non sono entrati in parlamento essendosi fermati al 3,02% dei voti.

È evidente che per la Bulgaria riallacciare i rapporti energetici con la Russia avrebbe un valore strategico perché metterebbe il paese al riparo da eventuali blackout nelle forniture, e soprattutto perché risulterebbe molto più economico. In più la Bulgaria potrebbe giocare il ruolo di paese di transito per il petrolio russo o azero se l’Europa riprendesse a comprare dalla Russia, perché molti oleodotti e gasdotti passano per il suo territorio (ad esempio il Turkstream). L’Ungheria di Magyar ha ottenuto l’accesso al petrolio russo, perché non la Bulgaria?  

Sulla guerra in Ucraina – ecco un’altra smentita delle narrazioni mainstream di “casa nostra” – Radev ha definito la Russia un “aggressore”, ma non condivide l’atteggiamento bellicista di paesi come Polonia o Repubbliche baltiche; ha inoltre dichiarato di essere contrario alla fornitura di armi a Kiev, ma è una dichiarazione che va presa con le molle. La Bulgaria dal 2023 ha aumentato del 900% il suo export di armi. E il principale acquirente è stata proprio l’Ucraina di Zelensky. Questo nei fatti, non nella evidenza diplomatica: le esportazioni di armi e equipaggiamenti militari sono passate attraverso paesi terzi, nella fattispecie Polonia e Romania. Una “triangolazione” in cui è abilissima anche l’Italia (vedi in Sudan), e a cui certamente la Bulgaria non rinuncerà, visto che rappresenta una delle entrate più lucrose per la sua malandata economia.

La dichiarazione di Radev rientra, quindi, nella logica della “moneta di scambio” tipica dei paesi più deboli dentro la Ue, e costituisce comunque un ammiccamento a Trump, nel caso voglia proseguire nel suo tentativo, finora infruttuoso, di fare qualche apertura alla Russia per spezzarne l’asse con la Cina. La borghesia bulgara è sempre pronta, come la sua storia dimostra, al servizio del migliore offerente. Certamente un problema per l’Europa, o perlomeno per la Germania e la Francia nei confronti degli Usa.

Note

(1)  Nel 1989 la Bulgaria aveva 8,7 milioni di abitanti.

(2) Il suo reddito medio mensile è sui 15 mila € contro una media europea di 40 mila.

(3) Ancora nel 2014, l’82% delle imprese agricole, nate dalla disgregazione delle coop di stato, disponeva solo di circa 2 ettari. L’agricoltura occupava il 18% degli attivi. La scarsa produttività è stata in parte compensata dallo sviluppo dell’agro alimentare.

(4) La dispersione di voti è corretta dallo sbarramento del 4%. Ad esempio nelle recenti elezioni l’hanno superato:

  1. Gerb – SDS, partito al governo fino ad oggi con il primo ministro Rossen Zhelyakov, filo-europeo e di centro destra, guidato da Boyko Borissov, crollato al 13,4% dei voti (39 seggi)
  2. Bulgaria Democratica PP-DB, che ha ottenuto il 12,62% (37 seggi)
  3. Il Movimento per i Diritti e la Libertà (DPS) ha ottenuto 7,12% (21 seggi)
  4. Rinascita (Vazraždane), ultradestra, ha ottenuto il 4,26% 13 seggi

(5) Uno degli strumenti di accrescimento delle diseguaglianze sociali è il sistema di tassazione – la flat tax al 10% cara in Italia a Salvini, e non solo a lui.

(6) Uno degli oligarchi più chiacchierati, influente negli affari e nella politica, è Delyan Peevski, che è leader del partito “Movimento per i Diritti e le Libertà” (Dvizhenie), ex magnate dei media, membro del Parlamento, sanzionato negli USA e nel Regno Unito per corruzione.

(7) La Bulgaria è il 21° paese a entrare nell’area Euro, di cui non fanno parte Svezia, Danimarca, Polonia, Romania, Cechia e Ungheria.  

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