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La Polonia e l’Ucraina: “fraterna solidarietà” o fratelli-coltelli?, di Angela Marinoni

La settimana scorsa il governo polacco ha dichiarato (salvo poi ridimensionare) che non avrebbe più inviato armi all’Ucraina e, senza attendere il consenso europeo, ha prolungato il blocco alla vendita del grano ucraino sul territorio polacco.

Un ripensamento pacifista di Morawiecki? Ne dubitiamo. Più banalmente il 15 ottobre sono previste le elezioni parlamentari in Polonia e il premier, fiutando l’aria che tira dai sondaggi, ha ritenuto elettoralmente utile dare questi segnali.

Segnali che sono utili anche per noi, perché ci dicono che il sostegno all’Ucraina in guerra sta calando nella popolazione polacca (e non solo – pensiamo alla Slovacchia, ad esempio), per ragioni differenti a seconda degli strati sociali.

I contadini sono inferociti per la “sleale concorrenza del grano ucraino” che, essendo esentasse grazie alla guerra, e potendo approfittare di “corridoi di solidarietà”, è diventato molto più competitivo sul mercato europeo, facendo crollare le vendite dei contadini polacchi, ungheresi, slovacchi, rumeni, bulgari. Costoro hanno ottenuto dalla UE di poter bloccare l’import di cereali dall’Ucraina fra aprile e settembre 2023. Una vicenda di interessi commerciali, quindi, dove non c’è alcun posto per la “fraterna solidarietà” “in nome della democrazia”, tant’è che Zelensky è arrivato a denunciare la Polonia al WTO.

Una vicenda che rivela i retroscena e l’ipocrisia del famoso accordo sul grano fra Russia e Ucraina firmato il 7 luglio dello scorso anno con la mediazione di Erdogan, e non rinnovato dalla Russia il 7 luglio di quest’anno con la motivazione che le clausole concernenti la Russia non erano state rispettate. Tutti i politici europei coinvolti hanno spinto per l’accordo in nome della nobile necessità di non affamare l’Africa già tormentata dalla siccità. Peccato che poi il grano ucraino sia stato quasi del tutto incanalato nei paesi che potevano pagare gli aumenti dei prezzi, e agli africani siano arrivate solo le briciole (ogni 100 Kg di cereali venduti dall’Ucraina, infatti, 48 sono andati in Asia, 40 in Europa, 12 in Africa).

Nella propaganda ufficiale la Polonia è stata il paese più generoso di aiuti all’Ucraina, sia nell’accoglienza dei profughi (1,5 milioni) che nella fornitura delle armi. Ma come ogni “generosità” di un paese capitalistico, si tratta di una generosità pelosa, in questo caso mirata ad arraffare per sé una parte del bottino, forse anche territoriale, costituito da un’Ucraina in rovina.

L’industria polacca si è già avvantaggiata assorbendo migliaia di profughi e profughe ucraini ad alto livello di istruzione tecnica, di cui era pesantemente carente, pagandoli una miseria, e pure il mercato del lavoro domestico ne ha beneficiato (mentre i richiedenti asilo siriani e gli emigranti dal Medio Oriente hanno continuato a essere bastonati sul confine bielorusso). A sua volt l’industria bellica ha mietuto profitti fornendo armi spesso obsolete all’Ucraina (i cui costi sono parzialmente rifusi dalla UE) e ora batte cassa per “ricostituire le scorte” con armi occidentali più moderne. In realtà il governo polacco ha iniziato il suo riarmo già nel 2014, l’anno di Euromaidan, dello scoppio della guerra civile nel Donbass e dell’occupazione o ricongiunzione, a seconda i punti di vista, russa della Crimea. In questo processo la guerra ha prodotto un’accelerazione senza precedenti, e la Polonia non fa mistero della sua ambizione di sorpassare la Germania come “scudo militare europeo e perno della Nato”, portando a 300 mila gli effettivi del suo esercito, dagli attuali 110, e aumentando la spesa militare al 3% del PIL nel 2024, dall’attuale 2,4%. Di queste ambizioni si è già avvantaggiata Leonardo Finmeccanica con le sue forniture di elicotteri a Varsavia (che per il resto acquista da Usa e Corea del Sud).

Bruxelles, peraltro, non bacchetta più il governo ultranazionalista polacco per le sue clamorose violazioni dello stato di diritto. In questo quadro di “più cannoni e meno burro”, i lavoratori polacchi vedono i loro salari erosi dall’inflazione e i loro spazi sindacali e politici sempre più minacciati dalla repressione statale. Per quanto sappiamo, per ora non c’è evidenza di opposizione al riarmo e alla guerra a fronte di una propaganda bellicista martellante. Se nel febbraio dello scorso anno il sindacato Ozz Inicjatywa Pracownicza scriveva: “I conflitti militari servono alle élite finanziarie che si arricchiscono grazie al commercio di armi e allo sfruttamento delle risorse naturali, così come ai governi che costruiscono il proprio capitale politico sulla minaccia della guerra. L’imperialismo – non importa chi ci sia dietro – è sempre contrario agli interessi dei lavoratori, indipendentemente dalla loro nazionalità”, oggi le voci contrarie all’impegno bellico sono schiacciate dalla violenza di stato. Violenza che si esercita anche contro i rifugiati ucraini maschi “normodotati”: in Polonia, da un mese, se la polizia gli mette le mani addosso, li riconsegna a Kiev, contro ogni norma del diritto internazionale.

Abbiamo fiducia, tuttavia, che la tragica esperienza della guerra farà maturare sia fra i lavoratori ucraini che fra i lavoratori polacchi una nuova consapevolezza dei rapporti di classe, e del fatto che in entrambi i paesi il nemico è prima di tutto “in casa nostra”.

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