Un blog per chi ama la lotta e sogna la rivoluzione

Non cadiamo nella trappola umanitaria. Organizziamoci e lottiamo – GPI

Riceviamo e volentieri rilanciamo. Il nostro ultimo post (*) (e molti precedenti) insistono proprio sulla stessa necessità: organizzarsi e lottare per spezzare qui tutti i legami materiali e culturali che alimentano la macchina sionista del genocidio. Il prossimo test è, lo ripetiamo, lo sciopero generale indetto da larga parte del sindacalismo di base per il 29 maggio. (Red.)

(*) https://pungolorosso.com/2026/05/21/gli-infimi-governanti-italiani-e-un-promemoria-per-gli-smemorati/

Sul movimento per la Palestina e la questione del fronte interno

La solidarietà con il popolo palestinese si misura su una sola domanda: la nostra azione cambia qualcosa per chi resiste sotto le bombe? Cambia qualcosa nei rapporti di forza reali tra chi sostiene il genocidio e chi lo subisce?

È con questo metro che dobbiamo valutare ogni forma di lotta — e possiamo dirlo con convinzione — a partire da quelle che portiamo avanti in Italia. Dobbiamo essere onesti con noi stessi: finché la nostra energia collettiva non si traduce in costi reali per i complici del genocidio sul territorio italiano, stiamo facendo politica simbolica. Dignitosa, necessaria forse, ma pur sempre simbolica.

Ormai è chiaro agli occhi di tutti che l’Italia non è uno spettatore del genocidio, ma ne è un ingranaggio centrale. Decine di ricerche e inchieste hanno mostrato come la Leonardo SpA produce componenti che finiscono sugli F-35 dell’aviazione “israeliana”. Come le banche italiane finanziano imprese legate all’occupazione delle nostre terre. Come i porti italiani movimentano merci e carburante verso “Israele”. E come il governo Meloni ha mantenuto i flussi militari con l’entità sionista mentre Gaza veniva rasa al suolo e il Libano bombardato. Questa è la nostra realtà materiale, e questa realtà è il nostro campo di battaglia.

Come organizzazione palestinese radicata in questo paese, lo diciamo senza ambiguità: aprire una breccia nel tessuto della complicità imperialista italiana è la forma più concreta di supporto alla resistenza del nostro popolo. Non la più comoda, ma assolutamente la più efficace.

Il nostro obiettivo non può essere presentare petizioni alla Meloni o affidarci alla buona volontà di chi ci governa. Il nostro obiettivo deve essere quello di ribaltare i rapporti di forza fino al punto in cui sostenere il sionismo diventa politicamente, economicamente e socialmente insostenibile per chi lo fa. Scioperi nell’industria militare e nella logistica, blocchi nei porti, campagne che rompano contratti, che fermino finanziamenti, che facciano costare cara ogni forma di complicità con il progetto coloniale, ovunque essa si manifesti sul territorio italiano.

C’è però un punto che non possiamo eludere, e lo diciamo chiaramente. Esiste una parte del cosiddetto campo progressista italiano che vorrebbe abbracciare la causa palestinese svuotandola del suo contenuto antimperialista, che vuole la bandiera senza l’analisi materiale, la commozione senza la responsabilità, la solidarietà senza il conflitto reale con i poteri che sostengono il genocidio. Una solidarietà che non disturba nessuno e che quindi non cambia niente, perfettamente compatibile con lo stesso sistema che quel genocidio lo permette, lo finanzia e lo arma.

Questo svuotamento del contenuto politico va di pari passo con il tentativo di isolare la causa palestinese dalla lotta globale per la liberazione dei popoli dal sistema capitalistico. Si genera così un paradosso stridente: mentre i palestinesi e le organizzazioni della diaspora chiedono al mondo di connettere la loro lotta con ogni battaglia per cambiare lo stato di cose presente — perché il miglior supporto alla Palestina è lottare per sé stessi e ovunque, per il salario, per la dignità, contro ogni forma di sfruttamento e oppressione — il campo cosiddetto “progressista” tenta sistematicamente di ridurre la lotta per il popolo palestinese a una lotta “solo” per il popolo palestinese, anche quando a parole è costretto ad affermare il contrario. Nulla ha reso questo più evidente dell’incapacità di affrontare l’allargamento regionale della guerra sionista, in particolare rispetto al Libano e all’Iran.

Noi non glielo permetteremo, non perché vogliamo escludere nessuno dalla lotta, ma perché il popolo palestinese non ha bisogno di testimoni commossi né di salvatori che vogliono sentirsi bene con la propria coscienza. Ha bisogno di un movimento che sappia dove colpire, che agisca dove può agire davvero e che non si lasci ridurre a gesto estetico da chi ha tutto l’interesse a tenerci innocui.

I dati che provano la complicità italiana sono documentati e inconfutabili: il sionismo si regge su una rete globale di supporto materiale che passa anche per l’Italia, le sue aziende militari, i suoi porti, le sue banche, le sue istituzioni, i suoi media di regime. Non è un caso: è la strategia del Nemico. Il sistema imperialista, di cui lo Stato in cui viviamo è parte integrante, ha nell’entità sionista la sua testa di ponte. Solo combattendo questo sistema dall’interno potremo sostenere concretamente la resistenza del nostro popolo. È il momento di tradurre questa consapevolezza in azione.

Giovani Palestinesi d’Italia

articoli correlati

Scopri di più da Il Pungolorosso

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere