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In Ucraina la NATO è nei guai, ma non sa come uscirne. Quindi, la guerra continua.

In Ucraina la Nato è nei guai, ma non sa come uscirne.

Quindi, la guerra continua.

Neppure la più fanatica propaganda pro-Nato è in grado di nascondere che in Ucraina la Nato è nei guai, dal momento che la più reclamizzata offensiva della storia delle guerre da cinquecento anni in qua, su cui tanto si puntava, è del tutto impantanata. Uno dei più informati analisti delle vicende di questa guerra in chiave geo-politica, Enrico Tomaselli di “Giubbe rosse” (in realtà Giubbe russe) (*), la mette in questo modo:

“Di fronte all’ormai evidente impossibilità di recuperare anche solo in parte i territori persi dall’Ucraina, la NATO cerca disperatamente una via d’uscita che non la demolisca politicamente. Ma, intrappolata nella propria propaganda, sembra preda di una sorta di autismo che le impedisce di vedere/accettare la realtà strategica – sia quella del conflitto, sia quella dell’emergente multipolarismo. La conseguenza è una pericolosa impasse, che trascinerà la guerra almeno sino al prossimo anno”.

In effetti, ad un anno e mezzo dallo scoppio della guerra con la Russia il bilancio bellico immediato delle operazioni NATO è molto magro – altra cosa è il bilancio a più lunga scadenza, assai più positivo perché appare sventato, al momento, ogni rischio di autonomia europea dentro la NATO (quella vagheggiata da Macron), e perché la NATO si è espansa ulteriormente in Svezia e Finlandia.

Il bilancio bellico immediato è molto magro sotto diversi aspetti.

La Russia ha preso saldamente possesso delle aree dell’Ucraina a cui più tiene, ha respinto l’offensiva Ucraina e avanza a nord est verso Kupyansk, continuando a martellare senza posa le infrastrutture militari e logistiche di Kiev. In Ucraina il terribile costo umano della guerra per le persone che non hanno santi in paradiso ha provocato una fuga di massa dall’arruolamento attraverso la corruzione dei funzionari preposti che Zelensky ha dovuto licenziare in blocco e in tronco. Le forniture di armi NATO all’Ucraina sono state di tale entità da creare problemi di insufficiente approvvigionamento a diversi paesi “donatori” – l’abitudine alle guerre asimmetriche degli ultimi decenni aveva prodotto in Occidente attitudini che nello scontro con una potenza militare di primo rango come la Russia si sono rivelate pericolose. Anche la propaganda di guerra non ha dato i risultati sperati: la rappresentazione di Putin e dei russi come “il male assoluto”, il nuovo nazismo, ha paralizzato le proteste di piazza contro la guerra di impianto disfattista e anche quelle di impianto pacifista, ma non ha creato nella massa profonda delle popolazioni europee alcun entusiasmo verso la guerra in Ucraina e i sacrifici da sopportare per la guerra – anzi qua e là, soprattutto in Francia e nel Regno Unito, in questo anno e mezzo è emerso e poi esploso un malessere sociale non certo favorevole al compattamento bellico. La stessa fornitura di prestiti all’Ucraina perché si doti delle armi di attacco sul territorio russo a cui ambisce non può proseguire all’infinito e nell’entità astrattamente necessaria da parte di paesi che sono sull’orlo della recessione (per la Germania si parla già di recessione profonda) e di un ritorno alle politiche di “austerità”.

Non è che per la Russia sia tutto rose e fiori – a dimostrarlo basterebbe la pesantissima vicenda della Wagner, ora arrivata, pare, al suo epilogo; o le difficoltà del rublo, pur accortamente manovrato; o l’impossibilità di Putin di viaggiare in molti paesi (anche amici della Russia) per l’ingiunzione della Corte penale internazionale, una umiliazione non da poco per una grande potenza. La Russia è decisamente in vantaggio sul campo, ma – fin che la guerra dura – il suo vantaggio strategico rimane solo potenziale, minato per di più da una mobilitazione bellica che alla lunga logora anche Mosca. Inoltre, pur essendo questa guerra l’inizio di un conflitto inter-imperialistico per la ridefinizione degli equilibri mondiali, la Russia è costretta a combattere contro i suoi nemici della NATO nel suo cortile di casa, mentre soprattutto Washington, ed anche le capitali europee più importanti, no.

Certo, Kiev è messa incomparabilmente peggio della Federazione russa. Tant’è che da mesi Zelensky cerca affannosamente, senza grossi risultati, nuovi appoggi nel mondo arabo, nei Balcani, ovunque, consapevole com’è che il sostegno della NATO al suicidio ucraino non potrà durare a lungo nelle proporzioni attuali.

Il messaggio è stato esplicitato con l’uscita allo scoperto di due proposte di possibile armistizio o di accordo: fissare una sorta di nuova linea provvisoria di confine sul modello delle due Coree, oppure realizzare uno scambio, l’Ucraina nella NATO, i territori occupati alla Russia. Se non fosse che, per ragioni differenti, entrambe le proposte risultano inaccettabili per Kiev e per Mosca. Oramai, per come si sono messe le cose sul terreno fisico e su quello propagandistico, nessuno può perdere, né dare l’impressione di aver perso la guerra. E poiché il rischio di sconfitta è al momento decisamente maggiore per il campo della NATO, ecco lo scaricabarile tra i due strettissimi alleati: l’uno (Kiev) accusa l’altro di centellinare i propri aiuti militari inviandoli sempre a tempo scaduto, l’altro (i comandi NATO) accusa l’uno di rendimenti sul campo poco brillanti e di strategie sbagliate. Con l’inevitabile effetto di indebolire ancor più la capacità di fronteggiare l’esercito russo.

Tomaselli ne deduce che “un po’ per necessità materiale, un po’ per convenienza politica, la NATO sarà spinta ad un progressivo disimpegno”, e “si allenterà il coordinamento strategico tra i comandi NATO e quelli ucraini, con i primi sempre più scettici rispetto alle capacità dei secondi, e questi sempre più diffidenti verso i sostenitori atlantici”. Insomma uno “sganciamento soft” della NATO da Kiev, senza poter escludere una “soluzione afghana. Mollare tutto e tutti, avvolgere la bandiera e tornare a casa”. In ogni caso, “a meno di un tracollo improvviso, la guerra si trascinerà verso il 2024, in attesa che il match Biden-Trump si risolva”.

Quest’ultima è anche per noi la sola cosa certa: la guerra non è affatto vicina alla sua fine. A differenza di Tomaselli, però, crediamo che sia da escludere del tutto la “soluzione afghana”. Perché, oltre Washington, le capitali di questa squallida Unione europea perderebbero la faccia, e qualcosa d’altro. Non possono permetterselo davanti a una Russia che grandeggerebbe davanti a loro spinta dalla nuova vittoria militare e dall’accresciuto peso nell’economia e nella politica mondiale del polo-Brics, di cui è parte e sponsor – del resto, appena ieri la Meloni ha giurato sul ritorno della Crimea all’Ucraina. Se poi si avvicinasse il completo tracollo dell’Ucraina, è molto probabile che, spinti dalla disperazione, Zelensky&Co. intensificherebbero gli attacchi sul territorio russo con obiettivo i palazzi del potere centrale, attacchi a cui la Russia non potrebbe che dare – nella piena logica della guerra capitalista – una risposta distruttiva “esemplare” in una spirale non facile da fermare. Così com’è difficile che in una tale eventualità la Polonia (che già è stata ampiamente coinvolta in questa guerra con uomini e mezzi, e già vi ha avuto i suoi non pochi morti) rimanga con le mani in mano, e riesca a vincere la tentazione di presentarsi come la (falsa) salvatrice dell’Ucraina decidendo di entrare ancor più dentro le operazioni belliche, e squarciando così il velo ipocrita della non-partecipazione diretta dei paesi NATO alla guerra.

Come che sia, è il caso di darci una mossa rilanciando la mobilitazione unitaria contro i signori della guerra, contro l’economia di guerra, contro il disciplinamento sociale da addestramento alla guerra (copyright by Vannacci&Crosetto). In primo luogo – qui – contro il governo di Roma, la NATO, la UE. Per cui rinnoviamo l’appello a fare del 21 ottobre un momento significativo di questa mobilitazione.

(*) Un compagno ci suggerisce di specificare “russe-brune“, visti i trascorsi di Tomaselli, da noi qui citato come “uno dei più informati analisti di questa guerra in chiave geo-politica”. Tale chiave di lettura – forse è inutile precisarlo, ma non si sa mai – non è la nostra. Dal primo giorno abbiamo inquadrato questa guerra, come ogni altra guerra del capitale, in termini di classe, quindi internazionalisti. Un inquadramento che ovviamente non può non affrontare, a modo nostro, anche il tema dei contrasti inter-capitalistici e inter-imperialisti, confrontandoci – dall’altra parte della barricata – sia con le versioni pro-occidentali che con quelle filo-russe.

Una correzione al testo originario

Nella versione originaria di questo testo era contenuta un’affermazione sul riconoscimento, da parte della Polonia, di avere già perso 10.000 uomini in questa guerra. Yurii Colombo, sul blog Matrioska, contesta questa affermazione come una falsa informazione da ricondurre a torbidi circuiti polacchi filo-russi. Noi, invece, l’abbiamo ripresa da analisti italiani della guerra che riteniamo attendibili, e che naturalmente non simpatizzano per il governo reazionario (o qualcosa in più?) che regge la Polonia, e per l’attivissimo ruolo che la Polonia sta svolgendo nel tentativo di far deflagrare una guerra di molto più ampia portata di quella già devastante in corso. Che ci siano militari e consiglieri polacchi in Ucraina, nonché mercenari volontari polacchi, è stato riconosciuto anche da fonti occidentali, così come che vi siano stati finora non pochi caduti polacchi, ma poiché è vero, come Colombo afferma, che non c’è un riconoscimento ufficiale della cifra citata, abbiamo ritenuto opportuno correggere quel passaggio del nostro testo. E, ovviamente, ammettere l’errore e dichiarare la correzione. [Grazie al compagno Francesco Barbetta del Bollettino culturale per averci segnalato la nota di Y. Colombo.]

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