Su segnalazione di Pina Fioretti, riprendiamo molto volentieri da “La Bottega del Barbieri” la bella recensione che Mariella Cataldo ha scritto de “Il segreto dell’olio e della spada” di Walid Daqqa, uno dei tanti attivisti palestinesi condannati a morire nelle feroci prigioni sioniste. E che tuttavia sono stati capaci con le loro opere di rendere vana l’inumana ferocia dei loro carcerieri assassini. Un ringraziamento ad Aldo Nicosia che questo volume ha tradotto e curato. (Red.)
Walid Daqqa (1961-2024) è un intellettuale ed attivista palestinese morto nelle prigioni israeliane dopo esservi stato rinchiuso nel 1986 con la condanna a 38 anni di carcere. La sua salma è ancora in mano israeliana. In carcere diventa padre di Milad, nata dal seme fatto pervenire fuori della prigione e impiantato nel ventre di Sana, che, com’egli dice nella dedica, “ha trascorso metà della sua vita ai cancelli delle mie prigioni”.
La prigione di Gilboa è quella dove Walid ha trascorso più anni (25) di quanti ne avesse quando vi fu rinchiuso. Qui si laurea e scrive Il segreto dell’olio che verrà pubblicato nel 2018. Tre anni dopo esce Il segreto della spada, con lo stesso protagonista, l’adolescente Jud, Jud, nato dal seme di un prigioniero palestinese impiantato nel ventre di sua madre in una clinica della fertilità (come quelle bombardate da Israele dopo il 7 ottobre 2023). Il traduttore Aldo Nicosia, docente di lingua e letteratura araba all’università di Bari, le ha riunite in un unico volume, intitolandolo Il segreto dell’olio e della spada.
Ne Il segreto dell’olio viene raccontato il viaggio avventuroso di Jud alla ricerca delle sue radici biologiche, grazie all’aiuto di un ulivo di 1500 anni, Umm Rumi, che sta per perdere le sue radici perché gli israeliani lo stanno per sradicare per portarlo altrove. L’ulivo offre a il suo segreto che gli può permettere di ricongiungersi col padre: le olive nere spente che, strofinate sul suo corpo e su quello degli animali suoi amici, hanno il potere di rendere invisibili, e così di arrivare alla prigione. In questo senso, il segreto dell’olio è quello dell’occultamento: esso servirà a guarire la sua gente dalla” piaga della nostra epoca”: la perdita della libertà, la prigione, il muro, la perdita della ragione e della morale, l’ignoranza, e servirà a liberare il Futuro, il prigioniero palestinese più anziano.
Ne Il segreto della spada lo stesso Jud compirà un viaggio nella memoria, che lo condurrà fino alla cantina del villaggio della nonna Farida, Qaqun, che è un’antica fortezza dei crociati. Lì, Jud e i suoi compagni d’avventura troveranno altri indizi: olive, giare, simboli, la bambola della nonna Farida, tracce della presenza del loro popolo su quella terra da cui il 5 giugno 1948 la brigata sionista Alexandroni li aveva cacciati ai tempi della Nakba. Che, come dice la nonna Farida, “significava non solo la perdita di una patria ma anche quella dell’infanzia e dei suoi giochi”.
In questo bel libro scopriamo che la prigione, per l’uomo, da non luogo fisico di perdita dell’umanità, diventa il luogo astratto del suo recupero grazie alla capacità immaginifica della mente di Walid, capace di rievocare fatti della storia (come la Nakba), mai vissuti direttamente da lui, ma trasmessi dalla memoria orale della madre Farida (il suo vero nome) e di quanti del suo popolo si misero in cammino senza mai farvi ritorno. In prigione, di fronte alla eccedenza dei fatti storici capitati al suo popolo, la mente di Walid non fa naufragio, ma si aggrappa ai ricordi come al ramo di un relitto giunto a riva dopo una tempesta, conservando lucidità e speranza. Un po’ come andare sulla groppa del coccodrillo buono che porta in salvo i bambini.
Questo è un libro di complicità ed empatia tra uomo e natura vegetale e animale, come quella tra gli alberi di quella terra – che gli israeliani hanno trasformato in riserva naturale – e i bambini a cui essi avrebbero insegnato la strada inclinandosi al loro passaggio o il millenario ulivo Umm Rumi.
Questa recherche du temps perdu si trasforma in temps retrouvé per Jud, che vuole colmare il tempoperduto senza conoscere il padre, con quello ritrovatodell’incontrocon lui. In questo racconto, si ordinano e si annodano i fili della memoria che, come i fili ingarbugliati del tappeto lasciato frettolosamente quel 15 giugno 1948 a sfilacciarsi al vento della infamia della storia, si carica di valore simbolico e documentario per il suo popolo (un po’ come l’arazzo di Bayeux raffigurato su tutti i libri di storia medievale).
La cantina, più che un luogo fisico è come il subconscio: essa è un luogo metafisico in cui, grazie agli oggetti fisici dimenticati (giare, attrezzi di lavoro, miele, olio, olive), simboli (i pesci accoppiati sulle giare) si ridisegnano i contorni di uno spazio identitario forte che fa emergere la speranza di una possibile riappropriazione di una funzione (essere testimoni viventi ed eredi della Nakba) e di una identità negata (popolo di Palestina). Qui si compie il salto nella storia (da uno spazio metafisco e metastorico dove è stato relegato fin’ora) e nella memoria, telaio prezioso per riannodare e ritessere i fili di quel tappeto sfilacciato da consegnare alle future generazioni perché i bambini possano imparare a camminare su di esso. E sembra assurdo ma vero che una semplice bambola comprata dagli zingari e frettolosamente abbandonata quel maledetto 5 giugno 1948, così come la semplice madeleinette nella Recherche di Marcel Proust, metta in moto una catena associativa oleando l’arrugginita memoria della smemorata Farida che per tutta la vita è andata alla sua ricerca come di una infanzia perduta e sembra obbedire all’avvertimento categorico di Salman Natur: “ci sbraneranno le iene se perderemo la memoria”.
Qui la separazione è un filo tanto sottile quanto resistente che, come la Nostalgia, unisce più che dividere. Ma è un po’ come il filo di lana di un’alba di Ramadan che preannuncia una giornata di sofferenza, fame, sete, privazioni. Se unito alla Nostalgia diventa miscela esplosiva per il vivere.
Quella palestinese è una identità forte che legittimamente bussa alle porte della storia portando come credenziali libri come questo di Walid e di tanti poeti e scrittori come Mahmud Darwish, Edward Said, che, con i loro scritti, hanno lasciato sul loro cammino tracce ben più indelebili di quelle dei loro oppressori, convinti che lo scrivere serva a “liberarmi della prigione, nella speranza di strapparla da me stesso”, come dice Walid nella dedica del libro.
In questo racconto di resistenza della memoria contro l’oblio, di sofferenza che non vuole farsi rassegnazione, in questa cantina di Qaqun, Jud ha raccolto più di una prova indiziaria dei crimini commessi da Israele negli anni fino ad arrivare ai giorni nostri per una improbabile Norimberga .
Oggi sembrano più che mai attuali le parole di Mahmoud Darwish in una sua celebre poesia rivolta a coloro che nel corso di un secolo si sono rivelati ladri di semi, ladri di vita, ladri di infanzia, ladri di aquiloni, ladri di sogni, ladri di bambole:“voi che passate attraverso le parole passeggere,… ritirate le vostre ore dal nostro tempo e andate via” perché “abbiamo da fare nella nostra terra”.
Walid Daqqa “Il segreto dell’olio e della spada”
edizione Q 2026
traduzione e postfazione di Aldo Nicosia

