Traduciamo e volentieri pubblichiamo due testi che ci arrivano dalla Turchia:
-l’appello che il SEP (Partito socialista dei lavoratori e delle lavoratrici della Turchia) ha lanciato in vista di una mobilitazione di massa contro il recente vertice Nato di Ankara – mobilitazione che è stata poi oggetto di dura repressione (anche contro militanti del SEP) da parte del regime di Erdogan;
-un articolo della compagna Derya Koca, in cui si mette in prospettiva il vertice di Ankara, e si spiega in modo convincente perché la Nato ha bisogno dell’apporto di paesi sub-imperialisti (potenze regionali) quale è la Turchia (sempre più presente ed attiva non solo in Medio-Oriente, ma anche nell’intera Africa araba e nera). E perché, a sua volta, il regime di Erdoğan ha bisogno dell’aiuto e della copertura degli Stati Uniti e dei paesi Nato per reprimere un movimento proletario e popolare assai vivace negli ultimi anni, e le sue avanguardie rivoluzionarie. (Red.)
APPELLO DEL SEP IN VISTA DEL VERTICE NATO DEL 7-8 LUGLIO
La NATO, l’alleanza militare imperialista, si riunirà ad Ankara il 7 e l’8 luglio. Trump, che ha portato l’aggressione imperialista a un nuovo livello con le sue azioni contro l’Iran, occuperà un posto centrale in questa partnership criminale.
Oggi, nel nostro Paese, si stanno piantando gli ultimi chiodi nella bara della volontà popolare e del sistema elettorale. Attraverso la nomina di commissari governativi (kayyum), la repressione politica e gli attacchi all’opposizione, la Turchia viene spinta passo dopo passo verso un regime dinastico.
Potreste chiedervi: “Perché la NATO dovrebbe interessarci nel mondo di oggi?”
Vi sbagliate.
Perché dietro la discesa del Paese nell’oscurità e l’instaurazione di un governo autoritario ci sono gli alleati imperialisti di Erdoğan e Trump.
Uno scenario di sangue in Medio Oriente, un sultanato in Turchia!
Dagli anni ’90, gli strateghi imperialisti hanno cercato di trasformare il Medio Oriente in un bagno di sangue in cui le diverse identità si contrappongono l’una all’altra. Hanno perseguito ogni possibile mezzo per raggiungere questo obiettivo. Oggi, l’imperialismo statunitense non considera i popoli del Medio Oriente degni di laicità o di democrazia. Come ha ammesso arrogantemente l’ex inviato di Trump, Tom Barrack, ciò di cui l’imperialismo ha bisogno sono autocrati compiacenti e leader fantoccio che, pur fingendo di rappresentare le identità dei rispettivi paesi, servono fedelmente gli interessi imperialisti.
Coloro che hanno attuato questo sanguinoso scenario in Siria ora cercano di condannare la Turchia a un regime di sultanato celato dietro l’Alleanza Popolare (Cumhur İttifakı). Un governo economicamente in bancarotta non potrebbe mai attaccare il popolo e i suoi diritti democratici con questa impunità senza l’approvazione e il sostegno dei suoi protettori imperialisti.
Per questo motivo, i lavoratori turchi devono ritenere responsabili non solo i collaborazionisti interni, ma anche l’imperialismo statunitense, che li incoraggia e concede credito politico al loro regime.
Riempiamo le strade al grido di: “No all’imperialismo!”
Al vertice NATO di luglio, alziamo la voce contro l’imperialismo statunitense, Trump, Tom Barrack e la loro alleanza di guerra, la NATO, che cercano di far sprofondare questo Paese nell’oscurità. Dichiariamo: Non vi vogliamo, né su queste terre né in nessun altro luogo del mondo!
Rafforziamo la resistenza di massa contro questo ordine barbaro, i cui occhi non vedono altro che il verde del dollaro statunitense e che nega all’umanità e alla natura il diritto di vivere.
Sciogliamo la NATO, alleanza criminale di guerra!
La Turchia deve ritirarsi dalla NATO e tutte le basi militari della NATO devono essere chiuse!
Annulliamo il sanguinoso vertice NATO di Ankara!
Poniamo fine a tutte le relazioni militari, commerciali e diplomatiche con lo Stato sionista di Israele!
Giù le vostre grinfie predatrici da Iran, Venezuela e Cuba!
Trump, Netanyahu e Tom Barrack devono essere dichiarati criminali di guerra responsabili di crimini contro l’umanità!
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NATO 3.0: il nuovo ordine di guerra e la sopravvivenza di Erdoğan
di Derya Koca
Dopo ventidue anni, la NATO si è riunita nuovamente in Turchia. Alla luce delle nuove dinamiche generate dallo storico declino dell’egemonia statunitense, stiamo assistendo alla rinascita e alla riorganizzazione di un’alleanza che nel 2019 era stata definita «in stato di morte cerebrale». Questa nuova fase richiede partner sub-imperialisti regionali come Erdoğan, nonché una condivisione molto più ampia dell’onere derivante dall’espansione della spesa militare.
Dalla «morte cerebrale» alla riorganizzazione
Gli sviluppi intervenuti sulla scena internazionale a partire dal 2019 hanno consentito alla NATO di riorganizzarsi e di tornare in primo piano con rinnovato vigore. Il più importante di questi sviluppi è stato la guerra in Ucraina. Grazie al massiccio sostegno militare fornito a Kiev, il conflitto è stato di fatto trasferito sul territorio russo. Nel frattempo, è proseguito anche l’allargamento della NATO: la Macedonia del Nord ha aderito nel 2020, la Finlandia nel 2023 e la Svezia nel 2024. Candidati più controversi, come Bosnia-Erzegovina, Georgia e Ucraina, restano invece in attesa.
Facendo della guerra aperta ai confini dell’Europa un’emergenza politica, le classi dirigenti europee hanno iniziato a reintrodurre il servizio militare obbligatorio. La leva è già stata ripristinata negli Stati di prima linea, come Danimarca, Lettonia e Lituania. Anche la Polonia ha posto il suo ritorno al centro del dibattito politico, mentre in Germania il confronto sul tema rimane particolarmente acceso.
La conseguenza più importante della guerra in Ucraina è stata la sua trasformazione in un processo che ha costretto l’imperialismo europeo a ricostruire la propria coesione interna e il coordinamento tra le sue diverse componenti. La stessa dinamica si è manifestata, in modo doloroso, anche per gli Stati Uniti durante la guerra contro l’Iran. Non essendo riuscita a ottenere dai governi europei il livello di sostegno che si aspettava sulla questione iraniana e avendo subito una battuta d’arresto politica, Washington ha finito per riconoscere di avere un interesse diretto a rafforzare l’unità e la coesione interne della NATO.
Ciò non significa che gli interessi degli Stati Uniti e delle potenze europee coincidano completamente. Dallo scoppio della guerra in Ucraina, l’Unione europea è precipitata in una crisi economica sempre più profonda, diventando al contempo sempre più dipendente in settori cruciali quali intelligence, energia e tecnologia. Allo stesso tempo, i Paesi europei continuano a mantenere estesi rapporti commerciali e di investimenti con la Cina. Inoltre, l’Unione europea non dispone della capacità politica ed economica necessaria per attuare una delle principali richieste di Trump: interrompere le relazioni commerciali con Pechino. In breve, se per Washington la Cina è diventata il principale avversario strategico, per l’Unione europea non riveste lo stesso livello di priorità.
Il controllo da parte della Cina di 57 delle 65 tecnologie critiche a livello mondiale ha generato nuove forme di dipendenza e rafforzato la sua superiorità tecnologica, rendendo questa una delle principali preoccupazioni della NATO. Di qui l’importanza strategica attribuita alla cooperazione tra le potenze occidentali in settori quali l’intelligenza artificiale, la produzione di semiconduttori e le tecnologie spaziali, un orientamento esplicitamente ribadito nella dichiarazione della NATO. La dichiarazione afferma:
«Oggi ad Ankara annunciamo nuovi programmi di approvvigionamento per la difesa per oltre 50 miliardi di dollari; ci impegniamo ad ampliare la capacità produttiva congiunta e ad accelerare l’innovazione attraverso una più stretta cooperazione con l’industria. Continueremo a eliminare gli ostacoli al commercio nel settore della difesa tra gli Alleati e a sfruttare appieno i partenariati della NATO per massimizzare la cooperazione industriale nel settore della difesa e la capacità produttiva.»
In altre parole, la NATO sottolinea che la capacità di deterrenza dipenderà sempre più da capacità militari ad alta tecnologia e da investimenti su larga scala in questi settori.
In sintesi, questi sviluppi stanno spingendo il blocco occidentale a operare con una maggiore coesione e ad agire in modo più unitario.
Alleanza con le potenze sub-imperialiste
Durante la Guerra fredda, la legittimazione della NATO si fondava sulla difesa dell’ordine mondiale contro quella che veniva definita la «minaccia comunista» e, in ultima analisi, contro la sfida rivoluzionaria rappresentata dalla classe lavoratrice. Oggi, invece, l’obiettivo centrale dell’imperialismo è contenere la Cina e ridefinire gli equilibri in aree come l’America Latina e il Medio Oriente. In Iraq e in Siria sono stati rovesciati governi al prezzo di milioni di vite umane, mentre l’intera regione è stata riorganizzata sulla base della supremazia incontrastata di Israele. In Venezuela Maduro è stato rapito. Cuba continua a essere sottoposta a un brutale blocco economico. In Medio Oriente, l’imperialismo statunitense proseguirà la propria offensiva per piegare l’Iran, l’ultimo grande anello rimasto della complessa eredità del secolo scorso. Infatti, subito dopo la pubblicazione della dichiarazione conclusiva del vertice NATO, Trump, mentre si trovava ancora ad Ankara, ha impartito un nuovo ordine di bombardare l’Iran.
La riorganizzazione degli equilibri regionali richiede attori regionali in grado di realizzarla. In quanto fronte meridionale della NATO, la Turchia occupa una posizione strategica che collega l’Europa ai principali teatri di crisi: l’Iran, l’Ucraina e il Mar Nero. Per questo motivo, quando Donald Trump ha dichiarato di essere «venuto per Erdoğan», non si è trattato di un semplice gesto diplomatico. Quel rapporto risponde a interessi strategici reciproci. Washington non intende più sostenere da sola il peso delle proprie guerre regionali. Punta invece a un modello in cui gli oneri finanziari e militari siano condivisi con gli alleati e, al contempo, venga affidato un ruolo più attivo ai partner regionali. Erdoğan, perfettamente consapevole delle opportunità che questa strategia offre alle ambizioni sub-imperialiste della Turchia, cerca di ricavarne il massimo vantaggio possibile sul piano strategico, commerciale, militare e politico.
Avendo svolto con fedeltà il ruolo che le era stato assegnato, la Turchia ha contribuito in misura significativa a rafforzare la posizione dello Stato sionista, garantendo la fornitura di energia, carburante, materiali militari e informazioni di intelligence attraverso le proprie basi militari, mentre il popolo palestinese subiva un genocidio. Non a caso, non appena si è aperto il vertice della NATO, Erdoğan ha ribadito il continuo sostegno della Turchia all’Ucraina.
In cambio, Trump ha annunciato la revoca delle sanzioni previste dal CAATSA (1). La soddisfazione di Erdoğan per questo annuncio è stata evidente. Poco prima del vertice era stato inoltre archiviato il procedimento relativo a Halkbank, legato alle presunte violazioni delle sanzioni contro l’Iran e che coinvolgeva persone vicine a Erdoğan. Per giorni le televisioni turche hanno trasmesso le immagini di Trump che elogiava calorosamente il presidente turco. Restano invece ancora irrisolte due questioni di fondo: quella dei sistemi missilistici russi S-400, acquistati dalla Turchia ma mai entrati in funzione, e quella dei caccia F-35, pagati da Ankara ma mai consegnati. Washington non ha ancora preso una decisione definitiva, soprattutto perché Israele continua a opporsi all’approvazione da parte del Congresso della cessione degli F-35.
L’ordine internazionale fondato su regole, costruito dopo la Seconda guerra mondiale, ha ormai lasciato il posto a un’epoca nella quale è la forza, e solo la forza, a determinare gli esiti dei rapporti internazionali. Mentre Trump ridispiega le risorse militari nelle aree considerate strategiche nel tentativo di contenere la Cina, gli Stati Uniti dipendono sempre di più dal sostegno degli alleati regionali. Attraverso questa strategia Washington punta a compensare il consolidato predominio della Cina nella produzione manifatturiera e nelle tecnologie avanzate facendo leva sulla superiorità militare che gli Stati Uniti continuano a detenere.
La classe dominante turca è filo-NATO
La classe dominante turca è storicamente filo-NATO e filo-statunitense. Questo orientamento non è certo una peculiarità di Erdoğan, né la tradizione politica islamista che egli rappresenta ha mai realmente rotto con questa collocazione strategica. Nonostante la retorica anti-israeliana che oggi domina il dibattito politico interno, Erdoğan ha cercato di trasformare il vertice della NATO in una grande vetrina internazionale, con l’obiettivo di rafforzare la propria legittimazione sul piano esterno e ottenere un sostegno economico che compensasse il suo crescente indebolimento politico all’interno del Paese.
Uno degli elementi di questa operazione è stata una vasta campagna repressiva culminata nell’arresto di centinaia di socialisti. Per mettere a tacere ogni voce contraria alla NATO, ad Ankara sono state vietate per tredici giorni tutte le manifestazioni e le riunioni pubbliche. All’alba, decine di città turche sono state teatro di perquisizioni nelle abitazioni, mentre la polizia ha condotto operazioni contro socialisti, sindacalisti, giornalisti, accademici e attivisti della sinistra impegnati nella campagna contro la NATO. Centinaia di persone sono state fermate e arrestate. La repressione ha colpito indiscriminatamente, da un giovane comico socialista fino ad anziani attivisti ambientalisti.
Nell’ambito di queste misure di fatto assimilabili alla legge marziale, in tre diverse città sono state perquisite le abitazioni di militanti del SEP. Dopo essere stati trattenuti per giorni con l’accusa di appartenere a un’organizzazione armata illegale, tre militanti sono stati rimessi in libertà sotto controllo giudiziario, con l’obbligo di presentarsi alla polizia cinque giorni alla settimana, mentre un quarto membro del SEP è stato incarcerato. Centinaia di persone restano tuttora in prigione.
Erdoğan teme profondamente i socialisti che organizzano i lavoratori e i giovani. Il Paese è attraversato da un grave impoverimento, accompagnato da una crescente rabbia popolare. Due anni fa una nuova generazione, politicamente molto attiva, ha dato vita a un’imponente ondata di proteste, resistendo ai tentativi del governo di schiacciare l’opposizione. Per Erdoğan, che punta a garantirsi future vittorie elettorali reprimendo l’opposizione borghese ed eliminando i propri avversari politici, la priorità strategica resta la repressione della classe lavoratrice. Sotto il peso della crisi economica, i salari reali continuano a diminuire, alimentando un diffuso malcontento sociale. Da oltre un decennio, in Turchia non è stato consentito lo svolgimento di un solo grande sciopero industriale senza l’intervento dello Stato. In queste condizioni Erdoğan cerca la propria salvezza nel sostegno delle potenze internazionali, puntando non tanto a rafforzare la propria posizione interna quanto piuttosto a indebolire i suoi avversari e prolungare così il proprio potere come autocrate eletto.
Dopo la nuova ondata repressiva giustificata con il pretesto del vertice della NATO, è ormai diffusa l’aspettativa che Erdoğan lanci un’ulteriore offensiva contro il leader della principale forza di opposizione, Özgür Özel. Eppure, lo stesso Özel, il cui partito è diventato bersaglio di questa deriva autoritaria, si propone come un alleato della NATO ancor più affidabile di Erdoğan. Le sue critiche al vertice non riguardano infatti i piani di guerra dell’Alleanza, bensì il fatto che «il vertice della NATO si svolga mentre il candidato alla presidenza è in carcere». Il messaggio è inequivocabile: «Posso essere un partner dell’imperialismo più affidabile, più stabile e più prevedibile».
Un’intervista rilasciata da Rahmi Koç in occasione del centenario della Koç Holding, il più grande gruppo capitalistico della Turchia, mostra con chiarezza quanto le ambizioni dell’AKP di trasformare il Paese in una potenza regionale siano in sintonia con l’orientamento strategico della NATO. Tra queste ambizioni figurano l’espansione dell’influenza turca in tutto il Medio Oriente e la possibilità di trarre profitto dalla ricostruzione della Palestina e della Siria.
«Nel mondo di oggi, se hai forza, la tua voce viene ascoltata; se non ce l’hai, non conta nulla. L’assetto creato dalle Nazioni Unite è ormai di fatto crollato. I cambiamenti sono profondi. A ogni Paese viene distribuita una nuova mano di carte, e bisogna giocarle di conseguenza. La Turchia dispone di molti punti di forza: è circondata dal mare su tre lati, occupa una posizione strategica, gode di quattro stagioni, possiede terre fertili e una popolazione giovane. Ma soprattutto sappiamo muoverci su un terreno scivoloso. Negli anni a venire dovremo valorizzare appieno tutti questi punti di forza. Questa è l’epoca in cui “la tua voce arriva fin dove arriva la tua forza”.»
Per la borghesia turca, così come per Trump e per l’imperialismo occidentale nel suo complesso, il progetto di Erdoğan di rimodellare il regime politico promette soltanto un Paese più stabile e meno conflittuale. Mentre in Turchia la repressione si fa ogni giorno più dura, il fallimento storico dell’opposizione borghese, che continua a riporre le proprie speranze nelle potenze europee, non fa che rafforzare una conclusione: i lavoratori non hanno altra scelta che organizzare una propria lotta di classe indipendente, anche per difendere i più elementari diritti e le libertà democratiche. Un’opposizione borghese il cui orizzonte politico non si spinge mai oltre le classi dirigenti degli Stati Uniti e dell’Unione europea finisce inevitabilmente per trasformarsi in uno dei principali punti di forza dello stesso Erdoğan.
La conferenza antimperialista di Atene
Le forze rivoluzionarie, che, in Turchia come nel resto del mondo, si oppongono al capitalismo organizzato su scala internazionale e all’imperialismo, stanno attraversando purtroppo una crisi profonda. La guerra, però, porta con sé anche l’acuirsi delle contraddizioni esistenti e l’aprirsi di nuove possibilità per le forze rivoluzionarie.
L’aumento delle spese militari comporta — e continuerà a comportare — pesanti tagli alla spesa pubblica destinata all’istruzione, alla sanità e agli altri servizi essenziali in tutti i Paesi, accompagnati da un’offensiva sempre più dura contro la classe lavoratrice. La campagna «Rearm Europe», lanciata dall’Unione europea, troverà il suo corrispettivo in Turchia nell’ulteriore irrigidimento delle politiche di austerità. Ogni dollaro in più destinato a carri armati e armamenti sarà sottratto agli ospedali, alle scuole, ai salari e alle pensioni. Si apre così una nuova fase, profondamente contraddittoria, nella quale i governi sono chiamati a combattere una guerra innanzitutto contro le proprie classi lavoratrici.
L’unica forza sociale in grado di fermare questa macchina da guerra è la classe lavoratrice internazionale. La risposta non consiste nello schierarsi con uno dei blocchi imperialisti contro l’altro, ma nel costruire una lotta di classe contro la guerra fondata su un programma socialista internazionalista. Una pace duratura potrà nascere soltanto dalla lotta comune dei lavoratori di tutto il mondo contro il riarmo. L’unica risposta all’altezza del tentativo del capitalismo di risolvere la propria crisi storica attraverso la guerra è rafforzare il movimento socialista internazionale capace di superare il sistema capitalistico stesso.
Per questo la conferenza internazionale che dal 22 al 26 luglio, ad Atene, riunirà le forze rivoluzionarie della classe lavoratrice mondiale contro la guerra imperialista, lo sfruttamento e l’avanzata dell’autoritarismo assume un’importanza ancora maggiore. Il SEP prenderà parte a questa lotta storica.
- La Turchia deve uscire dalla NATO. La NATO deve essere sciolta.
- Tutte le basi della NATO, a partire da quelle di Kürecik e İncirlik, devono essere chiuse.
- Ogni relazione con Israele deve essere interrotta.
- Le spese militari devono essere destinate all’istruzione, alla sanità e ai bisogni delle lavoratrici e dei lavoratori.
Nota
(1) Il Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act (CAATSA) è una legge federale degli Stati Uniti che impone sanzioni sull’Iran, la Corea del Nord e la Russia.

NATO 3.0: The New War Order and Erdoğan’s Survival
Derya Koca
Twenty-two years later, NATO has convened once again in Türkiye. Under the new dynamics created by the historic decline of U.S. hegemony, we are witnessing the resurgence and reorganization of an alliance that was declared “brain dead” in 2019. This new period requires regional sub-imperialist partners such as Erdoğan, as well as a far greater sharing of the burden of expanding military expenditures.
From “Brain Death” to Reorganization
Developments in the international arena since 2019 have enabled NATO to reorganize itself and stage a vigorous comeback. The most significant of these developments has been the war in Ukraine. Through the massive military support provided to Ukraine, the war was effectively brought onto Russian territory. NATO’s expansion also continued: North Macedonia joined in 2020, Finland in 2023, and Sweden in 2024. More contentious candidates, such as Bosnia and Herzegovina, Georgia, and Ukraine, remain in the queue.
Presenting the arrival of a hot war on Europe’s borders as an urgent political campaign, the European ruling classes have begun reinstating compulsory military service. Conscription has already returned in frontline states such as Denmark, Latvia, and Lithuania. Poland has also placed its reintroduction on the political agenda, while heated debates continue in Germany.
The most important consequence of the war in Ukraine has been its transformation into a process compelling European imperialism to restore internal cohesion and coordination. The same reality was experienced by the United States in a painful way during the war with Iran. Having failed to secure the level of support it expected from European governments on Iran and suffering a political setback, Washington has come to recognize that it has a direct interest in strengthening NATO’s internal unity and cohesion.
This does not mean that the interests of the United States and the European powers are fully aligned. Since the outbreak of the Ukraine war, the European Union has been mired in a deepening economic crisis while becoming increasingly dependent in critical areas such as intelligence, energy, and technology. At the same time, European countries continue to maintain extensive trade and investment ties with China. Moreover, the EU lacks the political and economic capacity to implement one of Trump’s central demands: severing commercial relations with Beijing. In short, while China has become Washington’s primary strategic adversary, it does not occupy the same position in the hierarchy of priorities for the EU.
The fact that China controls 57 of the world’s 65 critical technologies has created new forms of dependence and technological superiority, making this one of NATO’s central concerns. Cooperation among Western powers in fields such as artificial intelligence, semiconductor production, and space technologies has therefore emerged as a major strategic priority, a point explicitly reflected in NATO’s declaration. The declaration states:
“Today in Ankara, we are announcing more than $50 billion in new defence procurement; we commit to expanding joint production capacity and accelerating innovation through closer cooperation with industry. We will continue removing barriers to defence trade among Allies and make full use of NATO partnerships to maximize defence industrial cooperation and production capacity.”
In other words, NATO is emphasizing that deterrence will increasingly depend on high-technology military capabilities and on large-scale investments in these sectors.
In short, these developments are compelling the Western bloc to function with greater cohesion and to act collectively.
Alliance with Sub-Imperialist Powers
NATO’s legitimacy during the Cold War rested on defending the world order against what it called the “communist threat” and, ultimately, against the revolutionary challenge of the working class. Today, however, the central objective of imperialism is the containment of China and the reconfiguration of regions such as Latin America and the Middle East. In Iraq and Syria, regimes were overthrown at the cost of millions of lives, and the region was reshaped on the basis of Israel’s unquestioned supremacy. In Venezuela, Maduro was abducted. Cuba remains under a brutal blockade. In the Middle East, U.S. imperialism will continue its aggression to secure the subjugation of Iran, the last major link remaining from the contradictory legacy of the previous century. Immediately after the NATO summit declaration was released, Trump gave another order to bomb Iran when he was still in Ankara.
Regional restructuring requires regional actors capable of carrying it out. As NATO’s southern front, Türkiye occupies a strategic position linking the Europe to the major flashpoints in Iran, Ukraine, and the Black Sea. Donald Trump’s remark that he had “come for Erdoğan” was therefore far more than a routine diplomatic gesture. The relationship reflects mutual strategic interests. Washington no longer wants to wage its regional wars alone. Instead, it seeks a model in which the financial and military burden is shared with its allies while regional partners assume greater initiative. Erdoğan, fully aware of the advantages this presents for Türkiye’s own sub-imperialist ambitions, is seeking to extract the maximum possible strategic, commercial, military, and political gains from the process.
Having faithfully fulfilled the roles assigned to it, Türkiye significantly strengthened Zionist states’ position by enabling the supply of energy, fuel, military materials, and intelligence from its military bases while Palestinians were being subjected to genocide. Indeed, as soon as the NATO Summit began, Erdoğan reaffirmed Türkiye’s continued support for Ukraine.
In return, Trump announced that the CAATSA sanctions would be lifted. Erdoğan’s visible satisfaction with the announcement was striking. Shortly before the summit, the Halkbank case, which was linked to the alleged circumvention of sanctions on Iran and implicated individuals close to Erdoğan, was dismissed. Images of Trump warmly praising Erdoğan were broadcast for days on Turkish televisions. At the same time, the issues of the Russian-made S-400 missile systems purchased by Türkiye but never activated, and the F-35 fighter jets that Türkiye paid for but never received, remain unresolved. Washington has yet to take a definitive step, largely because Israel continues to oppose congressional approval of the F-35 decision.
The rules-based international order established after the Second World War has long since given way to an era in which power alone determines outcomes. As Trump reallocates military resources to strategic regions in pursuit of containing China, he is increasingly dependent on the support of regional allies. Through this strategy, Washington aims to offset China’s long-established dominance in manufacturing and advanced technology with the military superiority that the United States still possesses.
Türkiye’s Ruling Class Is Pro-NATO
Türkiye’s ruling class has historically been pro-NATO and pro-US. This orientation is by no means unique to Erdoğan. Nor has the Islamist political tradition he represents ever broken with this strategic alignment. Despite the anti-Israeli rhetoric that dominates domestic politics today, Erdoğan sought to turn the NATO Summit into a major spectacle designed to generate international legitimacy and economic support, thereby compensating for his growing political weakness at home.
One component of this spectacle was an intense campaign of repression that resulted in the imprisonment of hundreds of socialists. To silence anti-NATO voices, all demonstrations and meetings were banned in Ankara for thirteen days. Homes were raided in dawn operations across dozens of cities across Turkey, and police launched operations targeting socialists, trade unionists, journalists, academics, and left-wing activists involved in anti-NATO campaigning. Hundreds of people were detained and arrested. The repression extended from a young socialist comedian to elderly environmental activists.
As part of these de facto martial law measures, the homes of SEP members were raided in three different cities. After being held for days on accusations of membership in an illegal armed organization, three members were released under judicial supervision requiring them to report to a police station five days a week, while another SEP member was imprisoned. Hundreds of people still remain behind bars.
Erdoğan deeply fears the socialists who are organizing workers and youth. The country is experiencing severe impoverishment alongside mounting social anger. Two years ago, a politically dynamic younger generation launched a massive wave of protests and resisted the government’s efforts to crush the opposition. Yet for Erdoğan, who hopes to secure future electoral victories by suppressing the bourgeois opposition and eliminating political rivals, the strategic priority is the repression of the working class. Under the pressure of the economic crisis, wages have been continuously eroded in real terms, fueling widespread public discontent. For more than a decade, not a single major industrial strike in Türkiye has been allowed to proceed without state intervention. Under these conditions, Erdoğan seeks salvation through strong international backing, aiming not so much to strengthen his own domestic position as to weaken his opponents and thereby continue ruling as an elected autocrat.
Following the wave of repression carried out under the pretext of the NATO Summit, there are widespread expectations that Erdoğan will launch yet another major operation against the leader of the main opposition, Özgür Özel. Yet Özel, whose party has itself become the target of this authoritarian offensive, presents himself as a more reliable NATO ally than Erdoğan. His criticism of the summit is directed not at NATO’s war plans, but at the fact that “the NATO Summit is taking place while the presidential candidate is imprisoned.” His message is unmistakable: “I can be a more reliable, more stable, and more predictable partner for imperialism.”
An interview given by Rahmi Koç on the occasion of the centenary of Koç Holding, Türkiye’s largest capitalist, illustrates the close alignment between the AKP’s ambitions to become a regional power and NATO’s broader strategic orientation. These ambitions include expanding Türkiye’s influence throughout the Middle East and profiting from the reconstruction of Palestine and Syria.
“In today’s world, if you have power, your voice is heard; if you don’t, it isn’t. The framework established by the United Nations has effectively collapsed. The changes are remarkable. Every country is being dealt a new hand of cards, and you have to play accordingly. Türkiye has many strengths: we are surrounded by seas on three sides, we occupy a strategic location, we enjoy four seasons, we have fertile land and a young population. Most importantly, we know how to operate on slippery ground. In the coming years, we must make full use of all our strengths. This is the era of ‘your voice carries only as far as your power.’”
For the Turkish bourgeoisie, as for Trump and Western imperialism as a whole, Erdoğan’s efforts to reshape the political regime promise nothing more than a quieter and more stable country. At a time when repression is steadily intensifying in Türkiye, the historical bankruptcy of the bourgeois opposition, which looks to the European powers for salvation, only reinforces the conclusion that working people have no alternative but to wage their own independent class struggle, even in defense of basic democratic rights and freedoms. A bourgeois opposition whose political horizon never extends beyond the ruling elites of the United States and the European Union ultimately becomes one of Erdoğan’s greatest sources of strength.
The Anti-Imperialist Athens Conference
The revolutionary forces confronting internationally organized capitalism and imperialism are, unfortunately, in a profound crisis both in Türkiye and globally. Yet war also signifies the deepening of existing contradictions and the emergence of new opportunities for revolutionaries.
The expansion of military budgets means, and will continue to mean, deep cuts to public spending on education, healthcare, and other essential services across every country, accompanied by intensified attacks on the working class. The “Rearm Europe” campaign launched by the European Union will find its counterpart in Türkiye through the deepening of austerity policies. Every additional dollar allocated to tanks and weapons will be taken from hospitals, schools, wages, and pensions. This points to a new and deeply contradictory period in which governments are compelled to wage war first and foremost against their own working classes.
The only social force capable of halting this war machine is the international working class. The answer is not to choose one imperialist bloc over another, but to build class struggle against war on the basis of an internationalist socialist program. Lasting peace will emerge from the united struggle of workers resisting rearmament across the world. The only adequate response to capitalism’s attempt to resolve its historic crisis through war is to expand the international socialist movement capable of abolishing the capitalist system itself.
For this reason, the international conference that will bring together the revolutionary forces of the world’s working class in Athens from 22 to 26 August against imperialist war, exploitation, and rising authoritarianism assumes even greater significance. SEP will take its place in this historic struggle.
- Türkiye must withdraw from NATO. NATO must be dissolved.
- All NATO bases, beginning with Kürecik and İncirlik, must be closed.
- All relations with Israel must be stopped.
- Military spending must be redirected to education, healthcare, and the needs of working people.

