
Facciamo del 21 ottobre un giorno di forte mobilitazione unitaria contro la guerra in Ucraina, l’economia di guerra, il governo Meloni!
È il momento di cominciare a ragionare in modo operativo sul rilancio – assolutamente necessario – della mobilitazione contro la guerra tra NATO e Russia in Ucraina e contro l’economia di guerra amministrata dal governo Meloni.
Non servono molte parole per spiegarne l’urgenza. Sono in atto, è vero, diversi tentativi di arrivare ad una tregua, ad opera di Cina, Vaticano, Turchia, etc., ma il completo fallimento dell’offensiva di terra ucraina della primavera-estate sta lasciando il campo ad un crescendo di attacchi sul territorio della Russia che sembrano prendere di mira, ormai, anche le centrali nucleari, e a forniture a Kiev di armi NATO sempre più offensive e letali. A sua volta la Russia, dopo avere disdetto l’accordo sul grano, appare determinata a colpire con crescente durezza l’intero territorio ucraino, isolare i porti di Odessa e Mykolaiv, e provare uno sfondamento nel Donbass. La guerra in Ucraina, insomma, continua e si allarga, ad onta delle difficoltà, delle contraddizioni e dei fenomeni di stanchezza che affiorano qua e là su entrambi i fronti.
Nonostante il rifiuto di fissare una data per l’ingresso formale dell’Ucraina nella NATO, il vertice di Vilnius ha prodotto impegni bellici solenni in particolare da parte dell’Unione europea, che ha creato un fondo speciale di 20 miliardi per rifornire negli anni a venire il governo di Kiev con ogni tipo di armi. Sull’altro fronte le crescenti adesioni al gruppo dei Brics e il sempre più assertivo protagonismo cinese nella politica mondiale incoraggiano il governo russo a tirare diritto, anche per dimostrare all’interno e all’esterno di avere superato l’ammutinamento della Wagner senza grosse perdite.
Secondo certi inguaribili ingannatori di sé stessi e degli altri, in virtù della sua Costituzione, l’Italia dovrebbe essere “partigiana della pace” – in realtà si conferma un paese-perno della NATO, come ha sottolineato di recente, incontrando Meloni, il suo segretario Stoltenberg, totalmente interna alla dinamica di guerra e di corsa al riarmo che domina la scena internazionale. Questo ruolo dell’Italia non riguarda solo l’Ucraina: si estende ai Balcani, dove diplomazia, imprese e servizi italiani stanno preparando metodicamente il terreno per nuove guerre distruttive, anzitutto contro la Serbia; si protende in Africa occidentale dove, profittando dell’irreversibile declino del neo-colonialismo francese, Roma sta maneggiando per intrufolarsi, fare lucrosi affari e stroncare sul nascere i movimenti sociali e politici che abbiano anche un vago contenuto anti-coloniale; si allarga infine all’intera scena mondiale, dal Medio Oriente – con il sostegno al tentativo di Israele di mettere in atto una “soluzione finale” di stampo nazistoide alla “questione palestinese”, e con l’intensificata guerra agli emigranti – fino alle provocazioni anti-cinesi intorno a Taiwan.
Per dare corso alle proprie ambizioni, il governo delle destre e gli apparati dello stato che ne orientano e applicano le scelte hanno bisogno di stabilità politica e di un retroterra sociale pacificato. Ed ecco l’incalzante serie di provvedimenti finalizzati a blindare da ogni rischio giuridico la nomenklatura politica borghese ponendola al di sopra delle leggi (anche quella di opposizione ne usufruirà, altro che!), e concludere con l’enorme congerie di ceti medi accumulativi molto più di una mera pace fiscale definitiva – un vero e proprio patto di sangue anti-operaio nella migliore tradizione degli antenati di queste destre. Sul versante della classe lavoratrice, la banda Meloni prosegue l’attacco scatenato dai governi precedenti, con un abile mix di bastonate (no al salario minimo, abolizione del reddito di cittadinanza, sistematico intervento di polizia contro i pochi picchetti militanti) e apparenti concessioni (il taglio del cuneo fiscale o la card “dedicata a te”). La logica di queste apparenti concessioni è educare i proletari ad accontentarsi del poco, del minimo del minimo, specie i più poveri tra loro (basta mettere un piatto in tavola, cosa volete di più?), e approfondire e moltiplicare le divisioni e le stratificazioni esistenti nel corpo della classe. C’è in giro un’impressionante sottovalutazione dell’efficacia dell’azione di questo governo nell’ambito della cosiddetta sinistra di classe, quasi indifferente anche alla feroce semina in atto di razzismo, sessismo, spirito colonialista, militarismo, negazionismo in materia di catastrofe ecologica, altrettanti veleni che paralizzano un’adeguata risposta di lotta all’offensiva dell’asse Confindustria-esecutivo. Non è stato solo Landini ad arrendersi al fatto compiuto dell’avvento di un governo che più anti-proletario di così non potrebbe essere, invitandone la capa al congresso della Cgil…
Per le ragioni qui sommariamente richiamate l’indispensabile rilancio dell’iniziativa di piazza contro la guerra in Ucraina e la corsa al riarmo deve avere come suo bersaglio n. 1 il governo in carica e il capitalismo imperialista di “casa nostra”, insieme al suo sistema di alleanze (UE, NATO): il nostro nemico principale è qui, nel cosiddetto “nostro paese”, in cui di realmente nostro ci sono solo il sudore, il sangue dei morti sul lavoro, i sacrifici e l’usura dei debiti di stato. Il destinatario n. 1 di questo rilancio dev’esserela massa dei lavoratori e lavoratrici salariati e dei disoccupati che stanno già pagando duramente i costi di questo cammino verso l’abisso, e che tuttavia finora – salvo un limitato contingente di proletari immigrati della logistica e di disoccupati napoletani – non hanno battuto un solo colpo. Battersi contro la guerra e rompere la pace sociale sono un tutt’uno.
Da quasi un anno, dal convegno di Roma dello scorso 16 ottobre, abbiamo identificato la guerra in atto in Ucraina come il punto di non ritorno delle contraddizioni di un sistema capitalistico che sta affondando in una crisi storica. E siamo impegnati, insieme ad altre forze (SI Cobas, Iskra, Fc, Fgc), a costituire su basi chiare e solide un polo di classe, internazionalista – schierato contro questa e contro tutte le guerre del capitale senza se e senza ma, escludendo categoricamente il tifo per l’uno o l’altro degli schieramenti a scontro, perché questa guerra, e la dinamica che essa ha innescato, è contro i proletari di Ucraina, di Russia, di tutti i paesi del mondo.
Fin dall’inizio, nel confronto politico e nelle piazze, abbiamo puntato a “unire le forze contro la loro guerra” (questo lo slogan dell’assemblea di Milano dell’11 giugno). Nel corso dei mesi il perimetro dei nostri interlocutori si è senza dubbio allargato, in Italia e all’estero. Vogliamo ulteriormente sviluppare questo impegno nei confronti di quanti sono “allarmati e rattristati dalla guerra” (come è scritto nella dichiarazione dell’incontro dei pacifisti di Vienna), e soprattutto verso la classe lavoratrice perché solo quando questa scende in campo per sé, le guerre possono finire, e finire senza paci che siano infami quanto le guerre.
Si deve a ciò se nell’assemblea di Milano dell’11 giugno e nelle settimane seguenti abbiamo legato le iniziative di piazza dell’autunno agli scioperi messi in cantiere dal sindacalismo conflittuale – come già si è visto il 2-3 dicembre scorso, questa è una condizione favorevole al maggior coinvolgimento di settori di operai e proletari combattivi nella lotta contro i “signori della guerra”, e cioè anzitutto contro gli stati e i governi della NATO, a cominciare dal governo di Roma, che vanno denunciati e battuti sul campo attraverso la conquista di nuovi rapporti di forza.
Da questo deriva la nostra critica all’appello di Vienna delle ong pacifiste che è rivolto “ai leader di tutti i paesi” e alla “diplomazia”, cioè esattamente a quei soggetti che la guerra hanno preparato da anni e anni, sistematicamente, e voluta – altro che “illogica della guerra”! Per gli autocrati della NATO (e non solo per Putin e i suoi) la guerra in corso è perfettamente logica, coerente con la logica capitalistica della rapina, dello sfruttamento, del dominio. A tutti/e coloro che nei primi giorni di ottobre accetteranno l’invito a manifestare lanciato da Vienna, chiediamo perciò: non è illogico implorare i “signori della guerra” perché si pentano? Non vedete che, dopo aver iniziato da tempo “la terza guerra mondiale a pezzi”, stanno ordendo quotidianamente, in modo febbrile, nuove trame di guerra a scala globale? Possiamo costringerli a modificare le loro posizioni solo con la messa in campo di una forza materiale soverchiante che li metta spalle al muro, il resto è illusione e auto-illusione. Si è mai vista una guerra fermata da appelli o da referendum? Perciò vi diciamo: unitevi a noi nel rilancio della mobilitazione di massa contro la guerra.
Per tale rilancio crediamo che l’indicazione migliore non sia “fermare l’escalation” perché c’è il rischio che suoni come l’accettazione della guerra così come è ora – purché non trasbordi dai confini ucraini, non ci coinvolga direttamente (per esempio con attacchi alle centrali nucleari), non implichi ulteriormente l’Italia -, e come un appello ai governi, alle diplomazie imperialiste, affinché siano “ragionevoli” e trovino, magari, un compromesso “onorevole” per una tregua che si limiti a congelare la guerra. Non snobbiamo un’eventuale tregua, è ovvio, ma facciamo appello ai lavoratori e alle lavoratrici, alle realtà sociali, politiche, sindacali a rompere la pace del capitale, ad unire le forze con l’obiettivo di contribuire a porre fine alla guerra in Ucraina, denunciando le cause e i responsabili della stessa, lottando contro il nemico principale in “casa nostra”, e solidarizzando attivamente con quanti hanno assunto dai due lati una posizione disfattista.
Per questo ci impegniamo per un’iniziativa unitaria e chiara in autunno che dica “Uniamo le forze contro la loro guerra!”, ed esprima la totale contrarietà alla guerra tra NATO e Russia in Ucraina, al governo Meloni e ad entrambi gli schieramenti, senza margini di ombra.
In questi mesi abbiamo provato a relazionarci con le iniziative che hanno posto il tema dell’escalation militare e la necessità di mobilitarsi. Convinti come siamo della necessità di un’iniziativa unitaria, abbiamo evitato di lanciare appuntamenti senza verificare prima le possibilità concrete di un’azione comune. E continueremo a farlo.
Al netto di quelle che potevano essere, per noi, soluzioni migliori, ad ora si tratta di rimboccarci le maniche e lavorare affinché la giornata di sabato 21 ottobre possa e debba diventare data nazionale di rilancio della mobilitazione unitaria contro la guerra in Ucraina, l’economia di guerra, il governo Meloni con manifestazioni in contemporanea, a Ghedi e a Coltano, unite da uno stesso filo politico.
I due luoghi-simbolo, dopotutto, si integrano tra loro. Ghedi è la più importante base storica dell’aeronautica militare italiana (ha più di un secolo!), deposito di 20-40 bombe atomiche in dotazione alla NATO. Anche con i suoi F-35, ben rappresenta la guerra in atto e l’alleanza di guerra di cui l’Italia dell’art. 11 della Costituzione è socio fondatore (ai tempi della guerra fredda da questa base erano pronti a partire aerei muniti di bombe nucleari per colpire Praga e Budapest). Coltano, con la decisione del governo Draghi del 23 marzo 2022 di istituirvi una nuova base militare per il GIS (Gruppo di interventi speciali) e i paracadutisti del Tuscania, può esser presa a simbolo della politica di riarmo portata avanti dagli ultimi governi. Specie se si potesse arrivare anche ad una piattaforma comune, il segnale sarebbe davvero positivo. Tanto più se si riuscirà ad avere adesioni e partecipazioni anche dall’estero, in particolare dai paesi direttamente in guerra.
Per noi, scegliere d’intesa la data del 21 ottobre significa attribuire la massima importanza al coinvolgimento attivo dei proletari e dei lavoratori che faranno lo sciopero del 20 ottobre, indetto finora da SI Cobas, CUB, SGB, e al tentativo di raggiungere un’area del lavoro salariato e degli sfruttati molto più ampia, senza accontentarci di essere una forza di nicchia. Ed è naturale che se avrà un seguito di reale attivizzazione l’indicazione dello sciopero generale in autunno appena data da Landini, ci rivolgeremo ai lavoratori e alle lavoratrici che vi aderiranno con l’invito a battersi insieme sia contro la politica sociale sia contro la politica bellicista del governo Meloni.
Mettiamoci al lavoro!
23 luglio
