La linea Trump va assestando i suoi colpi in giro per il mondo. La gangsteristica defenestrazione di Maduro in Venezuela non è che l’ultima tappa di un percorso a ondate, condito di annunci provocatori quanto apparentemente schizofrenici, che mette a nudo come il “liberi tutti” sia ormai diventato la normale prassi della politica internazionale. Alla faccia di chi ancora blatera di “diritti” e “regole”, di ricorso ai tribunali o agli organismi “super partes”… fatti diventare dei ridicoli orpelli dalla ferrea logica dei rapporti di forza tra potenze imperialiste.
Il chavismo, di cui l’attuale governo collaborazionista di Delcy Rodriguez segna la triste parabola discendente, ha dimostrato di non avere nulla a che vedere col socialismo; trattandosi, in fondo, di un capitalismo statale, colluso con quello privato, fondato sulla rendita petrolifera. (1)
Ciò ricordato e precisato, dobbiamo mettere a fuoco tutto il senso e la portata di un interventismo imperialista accelerato a livello mondiale dalla politica trumpiana.
Lo scrivemmo chiaramente a suo tempo: Trump andava preso sul serio, nonostante nella sua tecnica comunicativa e nella sua tattica di approccio alle questioni non manchino di certo boutade e spacconate buone per tutti gli usi. In fondo il tycoon rappresenta al meglio la politica di una superpotenza in declino, che proprio per questo mostra la faccia feroce e un attivismo diplomatico-militare, oltreché commerciale (dazi), al di fuori dei canali normali.
Solo allargando l’orizzonte dalla pretestuosa polemica sul narcotraffico del Venezuela, sul fatto se Maduro sia stato o meno un “dittatore”, sulla ridicola tesi della “transizione democratica” in Venezuela sotto comando di Washington … è possibile cogliere gli aspetti essenziali dello scontro internazionale messi ancora una volta prepotentemente in primo piano dall’iniziativa trumpiana.
Un durissimo colpo alla Cina
L’azione USA a Caracas chiama in causa decisamente il contenzioso imperialista degli Stati Uniti con la Cina. Non si può non partire da questo dato, considerando il grado di integrazione economica raggiunto negli ultimi tempi tra il Venezuela e il colosso asiatico. C’è di mezzo il petrolio, certo: Washington vuole per sé l’oro nero venezuelano, non lasciarlo a Pechino (che ha assorbito fino all’84% dell’export petrolifero venezuelano nel 2025). Ma non si tratta solo di questo.
Fabio Lugano, su “Scenari Economici” (del 6 gennaio), sostiene che il vero problema per gli USA consiste non solo nel quanto petrolio venga venduto ai cinesi, bensì nel come esso sia pagato. L’operazione politico-militare in corso in Venezuela sarebbe, in sostanza, un’operazione di difesa del petrodollaro, essendo Caracas diventata un laboratorio a cielo aperto per un commercio petrolifero completamente de-dollarizzato. Cosa che avrebbe un impatto esiziale per il capitalismo yankee: avvezzo sin dagli anni ’70 a reinvestire i petrodollari nei titoli di Stato e finanziare così il suo deficit monstre. Con il blitz sul Venezuela gli USA, conclude Lugano, hanno vinto solo una battaglia (tra l’altro ancora in corso), ma la guerra continua “perché la volontà dei BRICS di creare circuiti alternativi non sparisce con Maduro”. (2)
Va inoltre messo in primo piano come l’attacco al Venezuela, che coinvolge tra gli altri anche Russia e Iran, abbia dato un’ulteriore accelerata a tutta la dinamica della lotta inter-imperialistica mondiale.
La Cina, il super-capitalismo cinese che per noi è giunto allo stadio imperialista, si sta a sua volta muovendo a tutto campo, mettendo davanti a tutto l’immagine di un paese rispettoso del “diritto internazionale”, amante dei commerci, ma tenendo comunque le armi al piede. E’ di questi giorni la notizia di un riavvicinamento tra Cina e Corea del Sud (a spese di USA e Giappone, protettori di Taiwan), che coinvolgerebbe aziende di ogni settore strategico. “Il Sole 24 Ore” del 6 gennaio, commentando l’incontro tra XI Jin Ping e il premier della Corea del Sud Leejae Myung, parla esplicitamente di “cooperazione strategica”, senza escludere che la Corea del Nord di Kim Jong Un possa entrare nella partita. Sarebbero coinvolte circa 200 aziende, tra cui le coreane Hyundai, Samsung e Sk Group e le cinesi Lenovo e Alibaba.
Gli stati europei, anzitutto la Germania, sono chiamati a spendere di più per la guerra…
Una guerra commerciale, finanziaria e naturalmente militare del “mondo multipolare” che investe appieno tutte le centrali dell’imperialismo, trascinando i conflitti locali in una dimensione di scontro mondiale. Con ripercussioni che è illusorio, fuorviante e alla fine devastante credere che possano interessare solo gli “altri” senza turbare il tranquillo tran-tran (si fa per dire) della “pacifica” Unione Europea… La quale pacifica non è affatto: dal momento che ha fomentato e fomenta la guerra in Ucraina contro la Russia (l’imperialismo russo), ha appoggiato e appoggia a piene mani il genocida Stato neo-coloniale d’Israele, si fa promotrice di un forsennato riarmo da 800 miliardi di euro, sulla pelle delle proprie popolazioni, paventando un’imminente guerra contro la Russia.
Ciò che spiazza gli imperialismi europei (l’U.E. come coeso blocco imperialista non esiste) è questo tourbillon di iniziative spregiudicate, a tutto campo, prese dall’amministrazione Trump; dopo che per decenni gli USA erano stati per i paesi europei un retroterra sicuro, o perlomeno affidabile, l’Alleato per eccellenza, con il quale competere economicamente, senza però mettersi esplicitamente di traverso sul versante politico e militare.
Ma il recente “Documento sulla sicurezza strategica USA”, redatto appena due mesi or sono dal pool del Trump II, parla in maniera estremamente chiara. Partendo dall’ “America First”, cioè dall’obiettivo di fare degli USA il paese più forte in tutto (“più ricco, potente, di maggior successo” ecc.), viene deprecata la linea delle amministrazioni precedenti per i troppi soldi sprecati in giro per il mondo, a causa di una eccessiva fiducia sul “libero mercato”.
Dichiarando la priorità dello “Stato-Nazione” si intende applicare una politica estera di “sano realismo”, sempre finalizzato al “primato americano”. Ergo: ognuno degli alleati si prenda gli oneri che gli spettano, pagandosi ad esempio le spese della “propria difesa” (cosa già ottenuta con l’innalzamento della spesa militare al 5% del PIL dei paesi NATO).
Più in generale, viene richiamata la necessità di estendere la “dottrina Monroe” a tutto l’emisfero occidentale, per “arruolare ed espandere” l’influenza USA. Conviene qui ricordare che per “emisfero occidentale” si intende l’intero continente americano, l’Oceano Atlantico, gran parte dell’Oceano Pacifico, parti occidentali estreme del continente europeo e di quello africano, nonché una porzione dell’Antartide … in pratica mezzo mondo. Il punto nodale viene individuato nell’Indo-Pacifico (dove si produce circa la metà del Prodotto Lordo Mondiale); vero e proprio “campo di battaglia” economico e geopolitico, appoggiandosi su Australia e Giappone e tentando di strappare l’India all’influenza di Cina e Russia.
… e a rompere i residui legami economici con Russia e Cina
Sul versante europeo, la Germania, ancora troppo interagente economicamente con la Cina e fruitrice di materie prime russe (vedi il gas, nonostante guerra in Ucraina e sanzioni), rappresenta il fulcro del problema europeo per gli USA.
Trattasi di un nodo strategico secolare mai definitivamente risolto che riemerge periodicamente. Questo spiega anche come l’imperialismo americano da un ventennio almeno abbia “spinto,” assieme a tutta l’U.E. per l’attacco alla Russia attraverso la guerra per procura in Ucraina. L’Europa si è sentita incoraggiata ad alzare la posta, per poi essere mollata, nel vicolo cieco di un conflitto probabilmente senza via d’uscita, comunque logorante e disarticolante per l’intera Unione.
Non a caso abbiamo definito – sin da subito – la guerra in Ucraina non solo inter-imperialista, quindi anti-proletaria su entrambi i fronti; non solo guerra per procura, in cui i proletari ucraini venivano a svolgere il ruolo di carne da cannone dell’imperialismo occidentale e delle proprie corrotte oligarchie nazionali; ma anche guerra indiretta tra USA e U.E., in quanto finalizzata a impedire pericolosi avvicinamenti europei con Mosca e Pechino.
L’interventismo trumpiano è a tutto campo, e tende a tagliare fuori gli stati europei…
Il cruento rinfocolarsi dello scontro in Palestina, dove però il popolo palestinese ha dimostrato che è possibile per gli oppressi agire come soggetti politici, ha riproposto il cliché dell’interventismo trumpiano a tutto campo, poggiante su Israele, paesi arabi, Turchia, ma non sull’U.E., sfociato nella tregua-capestro (per i palestinesi) di Sharm el Sheikh.
Siamo ora al nuovo giro di giostra trumpiano che pone, in rapida successione, dopo il Venezuela, il problema della Colombia, di Cuba, del Messico (col Brasile componente BRICS in fibrillazione), senza scordarsi naturalmente il Canada (per Trump il 51° Stato americano…), e poi vantare pretese – dolente nota – sulla Groenlandia: paese posto a nord, tra il Canada e il continente europeo.
Il tutto, notare bene, dopo che l’Iran è stato bombardato da USA e Israele nel giugno scorso, con il pretesto dell’uranio arricchito; mentre la notte di Natale è toccata la stessa sorte alla Nigeria, con la scusa della “difesa delle comunità cristiane” locali colpite dall’ISIS. Un rimescolio a tambur battente, dove non si capisce bene se, dove, quando, come Trump intenda affondare; andazzo poco consono alle tempistiche “parlamentari” e mediatorie” (ma non per ciò meno ciniche) delle istituzioni comunitarie europee.
La notizia shock di questi giorni è appunto la riproposizione delle mire statunitensi sulla Groenlandia a seguito del blitz venezuelano; cosa che ha fatto assumere ai proclami di Trump l’aspetto di una concreta minaccia.
La Groenlandia, ricca di materie prime e già importante centro dei traffici commerciali (considerato in proiezione addirittura nevralgico), già popolata di basi militari statunitensi, di merci russe e cinesi, è politicamente un protettorato della Danimarca, membro dell’U.E. e della NATO.
Fino a che si è trattato di fare le anguille verso Trump nel mentre questi metteva la mani sul Venezuela, Bruxelles, in barba al tanto sbandierato diritto internazionale, non si è azzardata a contrariare il padrone della Casa Bianca; limitandosi a dire che i mezzi adottati non sono magari idonei, ma che in fondo Maduro ha avuto ciò che si meritava. Raccomandando solo misura e “rispetto dei diritti umani” nella fase di “transizione alla democrazia”. Per la serie: caro Trump ingoia pure il boccone venezuelano, basta che non ci molli sull’Ucraina.
Quando però si è trattato di reagire alla successiva minaccia praticamente sul portone di casa, non l’U.E. ma otto singoli Stati europei (i più importanti, tra cui l’Italia) hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui si afferma che il Regno di Danimarca è parte della NATO, auspicando però il raggiungimento della sicurezza “collettiva” dell’Artico. Quindi, al di là della facciata “indipendentista”, una sicurezza da inseguire insieme a quegli stessi USA che intendono in sostanza prendersi comunque anche questo boccone. In prima battuta comprandolo. Ma se occorre, occupandolo. Parola di Trump e del segretario di Stato Marco Rubio. Quest’ultimo già impegnato in colloqui per staccare la Groenlandia dalla Danimarca e instaurare “rapporti bilaterali”. Corsia preferenziale quella bilaterale, attraverso la quale Trump intende, com’è chiaramente scritto nel “Documento sulla sicurezza”, distinguere gli amici dagli avversari; considerando i paesi con i quali compie accordi non più alleati, ma allineati. Che sia l’avviso di un intervento a breve degli USA in Groenlandia o un depistaggio per colpire altrove, poco importa. Importa che il segnale sia stato lanciato a chi vuole intendere.
… ma gli imperialismi europei, per quanto in difficoltà, vogliono comunque giocare in proprio.
Gli imperialismi europei balbettano. Preferiscono, ai vari livelli di coinvolgimento, svolgere un ruolo di sciacallaggio in Ucraina e dintorni, fidando sul sostegno dell’inaffidabile Trump, piuttosto che affrontare uno scontro planetario per il quale non sono attrezzati.
Il fatto che nella pubblicistica emerga la “triade” Cina, Russia e USA (i “grandi imperi”) a tutto discapito della “democrazia” (tesi cara agli europeisti doc), non deve far credere, però, che l’U.E. sia nelle mani di “servi sciocchi”, di “satelliti” statunitensi, piuttosto che nelle mani di rappresentanti di gruppi imperialisti capaci di giocare in proprio. Seppur dovendo essi, per il momento, battere il passo e preparare rivincite.
Anzi, è proprio questa realtà che ci interessa mettere a fuoco, onde evitare che la relativa debolezza dell’imperialismo di casa nostra davanti al capo-banda di Wahington diventi il pretesto per accodarsi alle campagne di guerra e di riarmo da esso condotte.
La cosa potrebbe assumere aspetti pieni di insidie per il proletariato europeo, non perché l’U.E. sia in grado o voglia oggi fronteggiare politicamente – e meno che mai militarmente – l’imperialismo USA; ma sotto l’aspetto del montare di campagne europeiste (oppure “sovraniste”) finalizzate ad accorpare fette consistenti di popolazione sotto la bandiera di borghesie “democratiche”, amanti del “diritto” e della “pace”, in contrapposizione, appunto, agli altri blocchi “imperiali”. Campagne aventi come fine o il gioco a tutto campo dei singoli Stati europei in un multipolarismo comunque imperialista, o in alternativa l’attivazione di un “blocco imperialista continentale europeo” (non si sa quanto vasto), in grado di “dire la sua” sullo scenario mondiale.
Questo problema, al di là delle chance di riuscita che può avere, va tenuto presente dal momento che è agitato in mille maniere in tutti i meandri della “società civile”, indipendentemente dai compromessi politici temporanei dei vari governi – una prospettiva, è evidente, da combattere.
In fondo, tanto per fare un esempio, la polemica tra i sostenitori del riarmo “a prescindere” e quelli che lo vedono solo come misura da adottare solo nell’ottica di della costituzione dell’esercito europeo, non esclude, anzi implica che il risultato sia stato il ripristino della leva di massa in diversi paesi del continente.
Contrapporsi ai progetti militaristi del governo Meloni e dell’Unione europea
Non mettersi sulla lunghezza d’onda dello scontro inter-imperialistico in tutti i suoi aspetti, presenti e in divenire, potrebbe significare, per il movimento rivoluzionario, non riuscire a svolgere appieno qui e ora la sua funzione di opposizione internazionalista. Arrivando ad accodarsi, nel migliore dei casi, alle vulgate e alle mobilitazioni “anti-imperialiste” a senso unico – contro l’imperialismo degli “altri”.
La sete di protagonismo e di rivincita che attraversa i paesi dell’U.E. è particolarmente insidiosa per settori non indifferenti di quel “popolo della pace” protagonista anche qui in Italia, come in altre parti del mondo, dell’ampio moto di protesta contro il genocidio in Palestina e il sequestro della Global Sumud Flotilla che tra il settembre e l’ottobre scorso ha investito le mille piazze della penisola.
Distinguere le ragioni degli oppressi contro gli oppressori (del proletariato internazionale e dei popoli oppressi contro le classi dominanti di ogni latitudine) dentro un confronto-scontro tra borghesie dove la “nostra” parte (l’imperialismo italiano e quello di altri stati europei o dell’UE) è chiamata direttamente in causa e presentata come vittima dei “grandi Imperi”, non è facile.
La guerra d’Ucraina ce lo sta insegnando. Nonostante essa abbia già prodotto impatti non secondari sulla vita quotidiana dei proletari europei; nonostante sia stata l’occasione per un piano forsennato di riarmo, nonostante si vadano sempre più delineando piani di guerra verso Est; essa non ha ancora suscitato dalle nostre parti moti significativi di solidarietà fattiva coi proletari dei due fronti mandati al macello. Seppur non manchino episodi anche significativi di rivolta contro la guerra, in particolare sulla sponda ucraina.
Quella guerra, in realtà, è ritenuta ancora “lontana” dal comune sentire delle popolazioni occidentali, nonostante non lo sia affatto. E non sia per nulla slegata della mattanza mediorientale e dagli altri conflitti in giro per il mondo.
Compito degli internazionalisti è allora ricollegare i fili della tendenza alla guerra e alla distruzione del pianeta propria del capitale delle nostra epoca. Mostrare concretamente, con la mobilitazione, la propaganda, l’organizzazione, come non esistano compartimenti stagni nel processo capitalistico di sfruttamento globale.
Non si può essere con il popolo palestinese e allo stesso tempo con gli imperialismi della U.E.!
Non si può essere contro l’imperialismo yankee e tifare per il “proprio” imperialismo!
Non si può lottare per un “altro mondo possibile” (non capitalistico, si suppone) confidando negli imperialismi “emergenti” del BRICS!
Il proletariato è una classe internazionale oggettivamente antagonista a quella borghese – l’unica forza sociale in grado di contrapporre una politica emancipatrice ai disastri che si stanno annunciando -, checché ne dicano politici e intellettuali al soldo dei poteri costituiti, o singoli individui, un tempo compagni, ora degenerati.
Tale politica va fatta emergere collegando gli organismi rivoluzionari che esistono nei vari paesi e conducendo un incessante lavoro di massa teso ad affermare la prospettiva comune di una lotta senza confini al capitalismo.
(1)
(2) Un esperto francese di Cina, Pierre-Antoine Donnet, nel suo articolo https://asialyst.com/fr/2026/01/09/venezuela-gros-caillou-chaussure-xi-jinping/ , presenta il sequestro di Maduro e della moglie da parte delle “forze speciali” statunitensi anche sotto un altro aspetto: come un catastrofico fallimento delle strumentazioni elettroniche di segnalazione e dei radar sofisticati di sorveglianza JYL-1 e JY-27 che Pechino aveva installato in Venezuela, e che avrebbero dovuto individuare gli F-22 e gli F-35 yankee a centinaia di km di distanza. Secondo Donnet questo clamoroso “fiasco militare” danneggerà le vendite di equipaggiamenti militari e di armi, di cui la Cina è ora il quarto venditore al mondo, dal momento che almeno 23 paesi hanno oggi sistemi radar di difesa aerea fabbricati in Cina. Ancora maggiore, a suo dire, il danno ricevuto dalla Cina sul piano geo-politico dal momento che Pechino ha prestato a Caracas oltre 100 miliardi di dollari tra il 2000 e il 2023 per costruire ferrovie, centrali elettriche e altre infrastrutture in cambio di petrolio – e non è stata in grado di prevedere l’attacco statunitense, e pararlo.

