Una mobilitazione di massa eccezionale. Non siamo in grado di dire se la stima di 8 milioni di manifestanti fatta dagli organizzatori sia del tutto corrispondente al vero, ma 3.300 iniziative di piazza in 50 stati, ogni metropoli coinvolta al pari di centinaia di medie e piccole città, fanno del 28 marzo 2026 il giorno della più grande protesta politica di piazza nella storia degli Stati Uniti.
La più straripante delle manifestazioni è stata quella di New York (oltre 300.000), a Minneapolis-St. Paul, Boston e Chicago si è andati vicino ai 200.000 manifestanti, a Seattle hanno sfilato in 100.000, e così via. Ovunque un numero impressionante di cartelli fatti a mano e non stereotipati, striscioni, pupazzi, slogan, canti, contro Trump e i membri della sua gang, contro l’ICE e la guerra agli immigrati, contro il processo di fascistizzazione dello stato, contro la guerra all’Iran – segni e temi che soverchiavano in modo schiacciante, ovunque, le odiose bandiere a stelle e strisce (pure presenti). Diffusissima la richiesta di impeachment di Trump e dei suoi ministri della guerra, della polizia, della giustizia, etc.
Il malcontento, la rabbia diffusa a livello proletario e popolare ha avuto in queste dimostrazioni un’espressione davvero potente, per quanto i media amerikani, anche quelli vicini al partito democratico, abbiano fatto molto, moltissimo per occultare l’imponenza dei cortei e il loro caldo sentimento di protesta.
Era la terza giornata “No Kings”.
La prima era stata il 14 giugno dello scorso anno, in coincidenza con una parata militare a Washington organizzata dalla presidenza; la seconda era avvenuta il 18 ottobre; la terza, sabato scorso, è stata quella con la maggiore partecipazione e la maggiore proiezione internazionale, in particolare in Europa (a Londra, a Madrid, a Parigi, a Roma, tra l’altro).
Quasi ovunque è stata evidente, se non scioccante, la distanza tra il sentimento diffuso nelle piazze e i discorsi degli oratori ufficiali. Mentre alcuni di essi hanno completamente taciuto sulla aggressione all’Iran, Sanders si è limitato a definirla “incostituzionale”, “in violazione del diritto internazionale”, facendo eco alla tesi secondo cui la guerra all’Iran sarebbe “la guerra di Netanyahu”, e non la guerra degli Stati Uniti – come se non fosse, da quasi un secolo, un’ossessione della politica estera statunitense avere il controllo (e il controllo in esclusiva) dell’Iran e del Golfo Persico.
Non inferiore l’ipocrisia degli oratori appartenenti alla burocrazia dell’AFL-CIO, anch’essi silenti sulla guerra e proiettati come Sanders al voto di novembre per il partito democratico alle elezioni di Midterm. Costoro sono stati capaci perfino di silenziare il moltiplicarsi degli scioperi e dei conflitti sindacali in una ampia serie di settori del proletariato e di categorie del lavoro salariato – alla JBS di Greely in Colorado (fabbrica di carne in scatola), alla AMPI Dairy di Paynesville in Minnesota, alla Welch di Grandview nel Washington, alla B&G Foods di Stoughton nel Wisconsin, solo per citare alcuni casi di agitazione operaia nell’industria alimentare. Dall’industria navale legata alla produzione militare a quella delle componenti auto alla BP, sono molteplici i luoghi di conflitto, benché tenuti tra loro separati. Ma alcune lotte nell’istruzione, nella sanità e nei servizi sociali, come quelle dei quasi 70.000 insegnanti di Los Angeles, delle infermiere di tre ospedali di New York e degli oltre 30.000 dipendenti della Kaiser Permanente in California e alle Hawaii, hanno avuto la forza di sfondare l’isolamento.
Dietro la grandissima partecipazione di lavoratrici e lavoratori nelle piazze di sabato c’è anche questa agitazione diffusa per salari e stipendi sempre più insufficienti, l’inflazione crescente, i mostruosi tagli alle spese sociali, i provvedimenti spezza-sciopero presi da alcuni padroni, i carichi di lavoro. A conferma che è in corso negli Stati Uniti, da tempo, una polarizzazione sociale inarrestabile – una polarizzazione che le oligarchie più potenti considerano del tutto naturale, intrise come sono di un totale disprezzo verso chi si suda la vita lavorando. Ma da questa polarizzazione prorompono risposte di lotta sempre più ampie, al tempo stesso sindacali e politiche. In un diffuso sentire, NO Kings non è riferito soltanto a Trump, ma anche ai re-autocrati delle Big Tech e dei grandi gruppi industriali che spadroneggiano sul tempo di lavoro e sulla vita dei loro dipendenti.
Questa dinamica ascendente del conflitto sociale e politico negli Stati Uniti (opportunamente colta dal “Teheran Times”, più avveduto di certi piccoli soloni di nostra conoscenza, per i quali laggiù non ci sarebbero né classi né conflitti di classe) dovrà necessariamente impattare contro l’apparato degli organizzatori delle giornate “No Kings”, legato a doppio filo – attraverso i DSA di Sanders e Ocasio Cortez – al partito democratico di Clinton, Obama, Biden, non meno guerrafondaio, non meno al servizio del grande capitale, non meno imperialista, di Trump&Co.
Il potenziale necessario per far esplodere questa contraddizione si sta accumulando nei movimenti BLM, contro l’ICE, di solidarietà per la Palestina, nei piccoli nuclei che si richiamano al Black Panther Party, nelle agitazioni sindacali più accese e trasversali ai singoli stati della Federazione. Il cammino da compiere non sarà breve. Ma non è da escludere che le prossime elezioni di novembre, anziché funzionare da sfiatatoio come nei programmi dei capi di Invisible, dei DSA, dell’AFL-CIO possano funzionare da scintilla per effetto della spinta dell’ala più fascisteggiante, o francamente fascista, dei MAGA che pretende elezioni svolte sotto il controllo intimidatorio dell’ICE, e accettate nel loro verdetto solo se sarà favorevole a Trump.
In ogni caso, come ripetiamo da tempo, la nostra America è in marcia, e va attentamente osservata.
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Qui un grafico sulle manifestazioni pro e contro Trump fino ad inizio 2026
https://www.statista.com/chart/36022/protest-against-in-favor-of-trump/?lid=hy17o8uwlfcp
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“No Kings”: Millions from Minneapolis to New York to Chicago against Trump, ICE, and the war on Iran, but…
An exceptional mass mobilization.
We can’t say whether the organizers’ estimate of 8 million protesters is entirely accurate, but 3,300 street demonstrations in 50 states, involving every major city as well as hundreds of medium-sized and small towns, make March 28, 2026, the day of the largest street political protest in US history.
The largest demonstration was in New York (over 300,000), while Minneapolis-St. Paul, Boston, and Chicago saw nearly 200,000 protesters, while Seattle saw 100,000 marchers, and so on. Everywhere, an impressive number of handmade, non-stereotypical signs, banners, puppets, slogans, and chants against Trump and his gang members, against ICE and the war on immigrants, against the fascistization of the state, and against the war on Iran — signs and themes that overwhelmingly overpowered the hateful Stars and Stripes (which were also present). Calls for the impeachment of Trump and his ministers of war, police, justice, and so on were widespread.
The discontent and widespread anger at the proletarian and grassroots level found a truly powerful expression in these demonstrations, even though the US media, even those close to the Democratic Party, did much, very much to conceal the magnitude of the marches and their fervent protest sentiment.
It was the third “No Kings” day.
The first was on June 14th of last year, coinciding with a military parade in Washington organized by the presidency; the second took place on October 18th; the third, last Saturday, was the one with the largest turnout and the greatest international impact, particularly in Europe (in London, Madrid, Paris, and Rome, among others).
Almost everywhere, the gap between the sentiment in the streets and the official speakers’ speeches was evident, if not shocking. While some remained completely silent on the aggression against Iran, Sanders simply called it “unconstitutional,” “in violation of international law,” echoing the argument that the war against Iran would be “Netanyahu’s war,” not the United States’ — as if it hadn’t been an obsession of US foreign policy for nearly a century to directly control Iran and the Persian Gulf.
The hypocrisy of the speakers belonging to the AFL-CIO bureaucracy was no less evident, also silent on the war and focused, like Sanders, on the Democratic Party’s midterm elections in November. They have even been able to silence the proliferation of strikes and labor conflicts across a wide range of proletarian sectors and wage-earning workers in the food industry, the naval industry linked to military production, the auto parts industry and so on – strikes and labor conflicts remained unfortunately isolated. But some struggles in education, healthcare, and social services, such as those of the nearly 70,000 teachers in Los Angeles, the nurses at three New York hospitals, and the more than 30,000 Kaiser Permanente employees in California and Hawaii, have had the strength to break through this isolation.
Behind the huge turnout of workers in the streets on Saturday lies widespread unrest over increasingly inadequate wages and salaries, rising inflation, monstrous cuts to social spending, strike-breaking measures taken by some employers, and workloads. This confirms that an unstoppable social polarization has been underway in the United States for some time — a polarization that the most powerful oligarchies consider entirely natural, imbued as they are with total contempt for the workers. But from this polarization, increasingly broader protests are emerging, both union-based and political. In a widespread sentiment, NO Kings refers not only to Trump, but also to the autocratic kings of Big Tech and major industrial corporations who dominate the working hours and lives of their employees.
This escalating social and political conflict in the United States (appropriately captured by the “Tehran Times,” more astute than certain petty pundits we know, who claim there are neither classes nor class conflicts there) will necessarily clash with the apparatus of the organizers of the “No Kings” days, closely linked — through Sanders and Ocasio Cortez’s DSA — to the Democratic Party of Clinton, Obama, and Biden, no less warmongering, no less in the service of big capital, no less imperialist than Trump & Co.
The potential needed to explode this contradiction is accumulating in the BLM, anti-ICE, and Palestine solidarity movements, in the small groups that hark back to the Black Panther Party, and in the most heated and transversal labor unrest in the individual states of the Federation. The road ahead will not be short. But it’s not out of the question that the upcoming November elections, rather than serving as a release valve as planned by the leaders of Invisible, the DSA, and the AFL-CIO, could serve as a spark, fueled by the more fascistic, or downright fascist, wing of the MAGA movement, which demands elections held under the intimidating control of ICE, and only accepted if their verdict favors Trump.
In any case, as we’ve long been repeating, our America is on the march, and we must watch it carefully.

