Il PD potrebbe essere definito il “partito Para Bellum”, dal detto latino “si vis pacem, para bellum”, che significa “se vuoi la pace prepara la guerra”. A dire il vero tale aforisma, insieme alla “deterrenza”, va per la maggiore in tutta l’Europa riarmista, ma qui in Italia tale primato appartiene sicuramente a questo partito.
Il contesto internazionale
Il governo di destra della Meloni svolge come può il suo ruolo di rappresentare, in modo ambiguo quanto cialtronesco, come da tradizione, le mire dell’imperialismo italiano in un contesto internazionale ogni giorno più incandescente. Ma il vero retroterra dell’europeismo imperialista-riarmista, a cui la borghesia può fiduciosamente affidarsi, è costituito proprio dal PD; formazione che definire ancora di “sinistra” è un insulto alla storia, alla memoria, alla logica, al linguaggio.
Nato nel 2007 dall’innesto tra il togliattismo degenere del PDS-DS e la Margherita (“sinistra” DC) , il PD si schiera da subito in ambito europeista-atlantista, accodandosi all’ondata neo-liberista che, a suon di guerre guerreggiate (Kossovo, Iraq, Afghanistan, Libia, Siria), cerca di riaffermare il predominio dell’imperialismo occidentale in un mondo in piena trasformazione.
E lo fa in primo luogo dal versante europeista, cogliendo l’occasione che l’U.E. prospetta di sviluppare un forte blocco continentale in concorrenza coi colossi statunitense e cinese.
Non decollando appieno tale opzione (l’U.E. è potenza economico-finanziaria ma non politico-militare), il PD ravviva la sua componente atlantista; ribaltando storia e tradizioni (quelle russofile e pan-arabiste del PCI) e confidando appieno – come il resto della classe dirigente U.E. – nell’ ”ombrello NATO”.
Fino a che il rapporto con l’imperialismo americano si è mantenuto su un binario di concorrenza economica, le guerre amerikane sono state quasi sempre appoggiate nella sostanza (Iraq a parte, 2003) dai nipotini degeneri di Togliatti. Tanto per dire: nel 1999, quando la NATO attaccò militarmente la Serbia, il premier italiano era un certo Massimo D’Alema e il suo vice tale Sergio Mattarella, i quali concessero l’uso delle basi militari per i raid aerei. E il segretario della CGIL del tempo, un certo Sergio Cofferati, giustificò l’impresa criminale parlando di “contingente necessità”.
Casomai il PD, nel fornire il suo appoggio, si è premunito di legarlo alle risoluzioni dell’ONU, coprendosi con la foglia di fico del diritto internazionale. Che, di fronte ai rapporti di forza tra gli Stati, ha sempre avuto un valore vicino allo zero.
Ma tale riferimento all’ONU, dove si spera di strappare pur sempre qualche mediazione, rappresenta senz’altro il modus operandi delle politiche di imperialismi come quelli dell’U.E., privi di attributi “globali” paragonabili agli USA, alla Cina, alla stessa Russia.
Non potendo intervenire a tutto campo al livello dei concorrenti, simili soggetti imperialisti (di cui il PD è la massima espressione italiana) si appellano al diritto internazionale. Non certo per “bontà”, ma per pura e cinica convenienza.
Le prove? Senza andare troppo indietro nel tempo, basta guardare alla piena collaborazione assicurata ai sionisti, condita di profitti, profusa dall’intera U.E. in occasione del genocidio a Gaza. Solo dopo un anno e mezzo di massacri efferati, palesi, documentati, da Bruxelles si è avuto il “coraggio” di smarcarsi timidamente dal duo genocida Netanyahu-Trump. Non certo per fermare il massacro (che continua a più bassa intensità dopo la “pace” trumpiana), ma solo per usarlo come distinguo, come arma di politica estera, verso la sopravanzante offensiva del tycoon americano.
Pensiamo al colpo di mano USA in Venezuela. Nel balbettio che ne è seguito da parte dei governanti europei (“diritto violato”, “bene nel merito ma non nel metodo”, “operazione giustificabile seppur da non adottare come sistema”) il richiamo al diritto internazionale è servito solo come merce di scambio per “saziare la belva” (Trump) affinché non affondasse i suoi artigli altrove. In Groenlandia, ad esempio. Cosa non affatto scontata, del resto, come si evince dalla cronaca di questi giorni. Oppure in Ucraina: dando la possibilità all’U.E. di metterci le mani a pieno titolo, in cambio del “laisser faire, laisser passer” venezuelano.
Altro esempio l’Iran. L’U.E. ha provato a utilizzare le sollevazioni popolari contro il regime reazionario degli ayatollah da un lato per scardinare, poggiando sul duo Netanyahu-Trump, uno dei capisaldi dell’asse russo-cinese in Medio Oriente; dall’altro per cercare di temperare, a pro del suo inserimento nello scontro, la “transizione democratica” nel paese; facendo leva ancora una volta sul diritto internazionale per condizionare quello che appariva come un inevitabile intervento militare israelo-americano. Si è fatto mercimonio di una sacrosanta sollevazione popolare (costata migliaia di morti) al solo scopo di mettere le mani in un’area in cui gli imperialismi d’Europa ambiscono a svolgere un ruolo di rilievo.
In tutti questi snodi dello scontro internazionale il PD, dopo la rottura trumpiana datata 2025, assume il ruolo di partito del protagonismo economico-diplomatico-militare dell’U.E, e specificatamente dell’imperialismo italiano a trazione europeista.
Essendo le correnti dominanti dell’imperialismo di casa nostra ancora dibattute fra un atlantismo e un europeismo entrati in collisione, il PD non può attualmente assumere in prima persona funzioni di governo. Può però – e cerca di svolgerlo al meglio – fungere da riserva strategica qualora i rapporti tra Washington e Bruxelles, tra Washington e Roma, prendessero una piega più duramente conflittuale. Beninteso: Roma sta facendo di tutto per evitarlo attraverso l’agognato ruolo di “pontiere” da parte della Meloni; ma non si può escludere che l’imperialismo italiano venga trascinato per i capelli in conflitti che travalicano le sue sciacallesche aspirazioni. Due guerre mondiali insegnano.
E’ esattamente da questo punto di vista – dal punto di vista dell’appoggio al riarmismo europeo, del sostegno alla forza diplomatico-militare della U.E., dell’approdo a un esercito comune europeo, del “tenere duro” sul fronte ucraino, dello scioglimento del nazionalismo italiano nell’identità europea – che emerge il PD come “partito Para Bellum”, partito della preparazione della guerra!
Il punto nodale, che è quello poi su cui sono attestate le tutte capitali europee dell’imperialismo, rimane l’Ucraina.
Quando il “proprio” imperialismo chiama…
Lorenzo Guerini, ex ministro degli Esteri nei governi Conte e Draghi (2019-2022), attualmente a capo del COPASIR (Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica), dichiara quanto segue: “Il riarmo è un’esigenza ineludibile”; “occorre una autonomia strategica europea”; “il governo Meloni è più diviso che mai in politica estera, ma anche le opposizioni non riescono a trovare una convergenza”.
Più recentemente: “Sì a una iniziativa della NATO nell’Artico, no dei soli Stati Uniti…rischio di una crisi quasi senza ritorno tra USA ed Europa…vediamo di scongiurarla”; “Venezuela? Basta accodarsi a Trump…non si può essere contemporaneamente europei e filo-Trump”; “In tempi di instabilità globale serve un’Europa più unita a fianco dell’Ucraina.”
Su quest’ultimo nodo Guerini, in polemica con la sua segretaria Elly Schlein, considerata troppo acquiescente coi 5S e con AVS, cita il famoso motto di Esopo “hic Rhodus, hic salta!”, che in forma traslata significa: “Dimostra ciò che affermi!” Della serie: se sei veramente con l’Ucraina, devi esprimerti esplicitamente per l’invio di armi a Kiev e per il riarmo europeo! Guerini, non a caso, si vanta di aver messo personalmente la firma su ben cinque pacchetti di aiuti a Kiev…
Dietro questo campione guerrafondaio si annida tutta la corrente cosiddetta “riformista” del PD: primeggia la “pasionaria” Pina Picierno (vice presidente del Parlamento U.E.) che dichiara relativamente all’Iran: “O con il popolo iraniano o con gli ayatollah”, ricalcando le strumentalità imperialiste di Bruxelles. La signora, sulla scia di Kaja Kallas, Alto Rappresentante degli Affari Esteri Europei, è vigorosamente per attaccare la Russia, considerata l’”Impero del Male”.
Feroce avversaria del “pacifismo imbelle”, nel marzo dello scorso anno la Picierno ha incontrato l’organizzazione di estrema destra israeliana dell’IDSF (Israel Defense and Security Forum), legata ai coloni usurpatori della Cisgiordania e, per contrappeso, l’associazione di opposizione “IT’S TIME”, di cui fa parte il partito “The Democrats” del generale Yair Golan. Partito “sionista demo-laburista”, che vede la soluzione della questione palestinese nella vecchia brodaglia dei “due Stati” puntando, guarda un po’, sull’assegnazione alla collaborazionista ANP del controllo su Gaza.
Seguono la rappresentanza “riformista” personaggi come Graziano Del Rio, promotore al pari del forzista Maurizio Gasparri, di un disegno di legge che equipara l’anti-sionismo all’anti-semitismo… alla faccia di questi democratici che pretendono di insegnare al mondo “i valori “occidentali”. Sua l’affermazione : “abbiamo urlato per la Palestina ma abbiamo dimenticato l’Ucraina”. Il nostro fioco eroe dimentica di aggiungere che le armi a Zelensky il PD non le ha mai fatte mancare, mentre non si è mai sognato di “aiutare” allo stesso modo la resistenza palestinese!
Altre figure di spicco di questo edificante quadretto: Filippo Sensi, uomo dell’ex Commissario Europeo agli Affari Economici e Monetari, ed ex premier, Paolo Gentiloni. L’ex ministra della Difesa Roberta Pinotti dal 2014 al 2018 (governi PD targati Renzi e Gentiloni); il costituzionalista Ceccanti favorevole, insieme alla Picierno, Del Rio e altri, al SI nel referendum sulla Giustizia; l’ex forzista ed ex ministro degli Esteri (2012- ’13, governo Letta) Mario Mauro; l’ex sindaco di Bergamo Giorgio Gori, quello di “Bergamo running” durante il Covid; la sottosegretaria alla Salute nel governo Conte II Sandra Zampa, pedina di Romano Prodi.
E come non mettere nel gruppo un certo Piero Fassino, uomo di tutte le stagioni, presidente della 3° Commissione Affari Esteri della Camera (2020-’22), ex ministro della Giustizia e sindaco di Torino, sostenitore da segretario dei DS della guerra in Afghanistan (2001) e dei bombardamenti Alleati sulla Siria (2018)? Quel Fassino che denuncia una “timidezza di fondo della sinistra a mettere in campo una forte mobilitazione per l’Iran”… tradotto: è per l’intervento dell’imperialismo europeo contro i popoli dell’Iran.
Alla carrellata non può mancare Arturo Scotto, figura significativa del tragitto politico di certa “sinistra”: ex Arcobaleno, ex SEL (Sinistra Ecologia Libertà), approda poi ai più confortanti lidi del PD. Fa parte dei quattro parlamentari italiani che si sono aggregati nel settembre scorso alla “Flotilla” diretta a Gaza, dopo aver però rilasciato la seguente dichiarazione: “Il piano di riarmo di Ursula Von der Leyen è sbagliato. Non è un piano della difesa comune europea, che è un obbiettivo a cui tendiamo tutti. E’ il piano di riarmo della Germania, lo ha detto Draghi, non io”.
E’ vero ciò che dice Scotto: tutti, ma proprio tutti, nel PD, da Guerini alla Schlein, dalla Picierno a Bettini, sono per la “difesa europea”, ergo per il riarmo europeo. Che significa: investimenti in tecnologie di guerra, armamenti, militari, esercito europeo. E potremmo estendere il giudizio, senza timori di smentite, ai 5S, ad AVS, nonché a numerose frange di “pacifisti” a senso unico.
Lucia Annunziata (nota giornalista, eurodeputata PD) sostiene che “I sistemi difensivi devono essere integrati. Non bisogna spendere in maniera disordinata. L’armamento dell’Europa è il modo migliore per riportare Trump a più miti consigli. Occorre una difesa comune! Sono i sovranisti a non volerla…” Anche per lei il riarmo della Von der Leyen, per come è impostato, serve poco a rafforzare l’Europa (dunque sveglia!); ma se non altro trattasi “di un enorme stimolo all’industrializzazione militare, alla produzione non solo di armi e munizioni, su cui siamo carenti, ma anche di hardware e strumenti tecnologici.” Tutte ottime cose.
Tesi rafforzata dalla stessa segretaria del partito Elly Schlein: “Il piano Von der Leyen non ha un indirizzo politico chiaro, verso la difesa comune…abbiamo bisogno di una risposta all’altezza della sfida globale…al ruolo dell’Europa nel mondo.”
Per la serie: quando l’imperialismo “de noantri” chiama, i “veri” patrioti rispondono!
Lotta tra correnti: tutte imperialiste.
Prendiamo ora in esame dichiarazioni di altri esponenti di vertice del PD, stando nella componente maggioritaria. Relativamente all’Iran Peppe Provenzano, responsabile Esteri del PD, parla di “sostegno alla lotta del popolo iraniano, contro il regime teocratico, che deve finire al più presto”; lotta finalizzata naturalmente non alla rivoluzione proletaria ma alla “transizione democratica”.
Provenzano esprime contrarietà a “interventi esterni portatori di caos”.
Ma stando bene attento a declinare il soggetto portatore di questi “interventi esterni”. Quelli di Trump non vanno bene (Venezuela). Quelli dell’ U.E., se “democratici” e “umanitari”, sarebbero naturalmente altra cosa…
E’ la posizione di chi si oppone all’interventismo trumpiano nelle situazioni dove l’U.E. è debole o fuorigioco. Pronto, però, a sposare un nuovo protagonismo europeo, anche interventista, qualora esso riuscisse a raccogliere le forze necessarie e ottenesse la “copertura legalitaria” dell’ONU.
Che i promotori di una simile corrente “mediana” (vagamente pacifista quanto confusionaria nella terminologia, rivolta al “cuore” del “popolo di sinistra”) siano in sostanza ugualmente ammanicati con l’imperialismo, lo si evince dalla seguente uscita di Chiara Braga, capogruppo dei deputati PD alla Camera. Su cosa? Ma naturalmente sul “tema non negoziabile” dell’Ucraina (Lorenzo Guerini).
Per Braga, premesso che la Groenlandia “non si tocca” (!!??), il colpevole della stagnazione politica e militare in Ucraina è Trump. I vertici U.E. di Berlino e Parigi (dove l’Europa ha alzato timidamente la voce contro il presidente americano) sono per lei dei segnali appropriati.
In Ucraina occorre perseguire una pace “giusta e duratura” (il mantra europeo pronunciato al fine di proseguire nel macello imperialista) ..; “il peccato più grave del governo Meloni è la subalternità a Trump.”
Come si vede, mettendo a confronto i destri “riformisti” con la maggioranza “movimentista-alternativista” del partito (quella della Schlein), i punti di divergenza non sono incentrati sulla necessità o meno di aderire all’europeismo imperialista. Su ciò sono tutti d’accordo.
Si dividono soltanto sul come tale adesione debba esplicarsi. I destri sono per tenere in vita un atlantismo, pur “critico”; gli altri per metterlo in discussione in maniera più radicale, puntando a una U.E. più indipendente dagli USA, capace di far pesare in essa il bacino mediterraneo, attenta alle “opportunità” provenienti da paesi terzi che possano bilanciare una Commissione Europea troppo incentrata sul centro-nord del continente.
Per questo la maggioranza PD spinge sul tasto di un pacifismo vacuo ma che impatti sul “sentire” del proprio elettorato. Per questo essi sono sì riarmisti, ma “critici” su “come” il riarmo viene effettuato.
Il maitre à penser della “sinistra” interna Goffredo Bettini, favorevole a una collaborazione più stretta coi 5S, tira la volata verso un maggior disimpegno sull’invio di armi a Kiev, rilanciando addirittura il “dialogo” con Mosca; dal momento che ritiene “a fine ciclo” la gestione europea della Von der Leyen.
Non è dato sapere quanto questo vettore di apertura diplomatica verso l’imperialismo russo sia nelle corde dell’elettorato PD (difficile poter fare valutazioni su un corpo attivo di partito in via di estinzione). Quello che è certo è che anche tale componente, rivolta ai settori più superficialmente “pacifisti” del partito, diventa un fattore che mette in fibrillazione la vita interna del PD.
Naturalmente non è possibile dividere le correnti e sottocorrenti con l’accetta, ma i filoni politici fondamentali li abbiamo, pur sommariamente, delineati. Ed è su questi che vanno fatte le dovute valutazioni e condotta la nostra battaglia politica.
Pensiamo anche al ruolo degli “amministratori” di Stefano Bonaccini. L’ex governatore dell’Emilia-Romagna, attuale presidente del partito, competitor della Schlein alla segreteria nel ’23, si è tirato appresso una folta schiera di “uomini pragmatici”: il suo successore di regione Michele De Pascale, il presidente della Puglia Antonio De Caro, la sindaca di Genova Silvia Salis, il presidente toscano Eugenio Giani, il sindaco di Torino Stefano Lo Russo. E personaggi come il sindaco di Milano Giuseppe Sala, che a dire il vero fa il pendolare tra ”riformisti” e “amministratori”.
Fino allo scorso anno Bonaccini veniva considerato il capo della destra PD tramite la sua corrente “Energia Popolare”. Ecco alcune sue dichiarazioni: militari italiani in Ucraina? Solo sotto egida ONU. Guerra in Ucraina? “Qualsiasi accordo che tagli fuori la U.E. si rivelerebbe inefficace e non garantirebbe sicurezza”. Riarmo europeo? “Siamo contrari a una corsa agli armamenti. Siamo invece favorevoli a un piano di rafforzamento strategico dell’U.E. che ne accresca l’autonomia anche sul piano difensivo.” Decisamente contro Trump e i suoi dazi.
In autunno, però, le cose hanno preso un’altra piega. Ansiosi di rompere gli indugi la destra-destra istituzionale, quella direttamente collegata alle opzioni imperialiste nazionali ed europee, ha deciso di separarsi dal raggruppamento precedente, fondando “Crescere”, filiazione diretta di Guerini, Picierno, Del Rio e simili.
Bonaccini si è così trovato in mezzo a due pressioni interne, provenienti dalla Schlein (la quale ha però bisogno dell’ex presidente emiliano per rimanere a galla) e da una destra ringalluzzita in quanto portatrice delle “vere” istanze guerrafondaie collegate ai piani alti di Bruxelles. In tale ginepraio, ça va sans dire, sembra rifare capolino il mai domo Matteo Renzi con la sua nuova creatura: “Casa Riformista”… Per non parlare del cosiddetto “Correntone” (Dario Franceschini, Andrea Orlando, Roberto Speranza) dei delusi della Schlein (troppo “movimentista” per loro, troppo aperta ai 5S) che devono ancora decidere a chi affiliarsi.
Dal canto suo la segretaria Schlein cerca forse di mediare ciò che sembra non più componibile.
Non prende di petto i mal di pancia interni, fa del cerchiobottismo, spesso si defila. La sua politica sembra incentrata più su ciò che Meloni non fa, piuttosto che sul “fare” di un partito in balìa delle correnti come il PD. Il mantra della Schlein sta nel denunciare l’Italia meloniana prostrata agli USA di Donald Trump.
Basti vedere alcune sue recenti dichiarazioni: “Il governo italiano dà sempre e comunque ragione al presidente USA anche quando questi vuol disintegrare l’U.E”…
Sulla Groenlandia, nuovo terreno di scontro con Trump: “La Groenlandia non si tocca, non si vende e non si compra… quello italiano è il governo più trumpiano d’Europa.”
Una segretaria che in fondo non ha idee molto coerenti. Eccetto una: votare tutte le risoluzioni parlamentari (a Roma come a Bruxelles) che danno il via libera all’invio di armi a Kiev.
Certo, alzandosi in rapidissima successione il livello dello scontro imperialista (oltre all’Ucraina, Venezuela, Iran, Groenlandia, Board of Peace di Trump per Gaza…) le mediazioni interne potrebbero saltare.
Il “guerriero” Guerini va giù duro. Detta la linea. Focus – tanto per cambiare – sull’Ucraina, dove gli imperialismi d’Europa si giocano tanto, troppo per poter desistere. “Volonterosi” o meno che siano.
Dice Guerini: “La pace non può essere resa all’aggressione e alla sopraffazione. Il Purl (Programma europeo di acquisto di armi da Washington per poi destinarle a Kiev) non è buono come modalità, ma è uno strumento per far giungere in tempi rapidi gli aiuti necessari alla difesa ucraina…”. Dunque, ancora una volta: Meloni muoviti! Schlein contraria al riarmo, come la mettiamo? Domanda il giornalista. E Guerini: “Parlare di autonomia strategica europea e non volere il riarmo (in realtà non è vero che la Schlein è contraria – ndr) significa menare il can per l’aia… bisogna farlo. Bisogna farlo bene.”
Tutto questo lungo elenco di prese di posizione del “partito Para Bellum” è anche per mostrare come i fattori internazionali, sempre determinanti, contribuiscano notevolmente a definire schieramenti, ideologie, gruppi di pressione in campo borghese. Cosa che non di meno avviene, nel nostro piccolo, anche nel campo della sinistra rivoluzionaria.
Conclusioni
Arrivando alle conclusioni, quello che ci preme mettere in evidenza non è solo la natura intimamente e irrimediabilmente borghese, imperialista, di partiti come il PD; che qualcuno, per interesse, o ignoranza, o bassa propaganda politica, continua ancora a definire di “sinistra”.
Basta possedere un seppur minimo spirito di opposizione classista, di ripulsa verso il capitalismo, i suoi orrori, e il putridume sociale che produce, per non porsi neppure lontanamente il problema da che parte stia il PD (e non da ora).
Ci interessa qui non di meno soffermarci sulla forma degli attuali partiti dell’imperialismo verniciati di “sinistra”. I quali, per attrarre masse di elettori e simpatizzanti sempre più distanti e schifate, non disdegnano di abbellire la loro proposta politica con elementi di “socialità”.
Proposta alla quale però – a differenza dei partiti riformisti di un secolo addietro – non viene dato alcun seguito, alcun impegno concreto che non sia il sabotaggio, la divisione della classe e della lotta di classe. Quando non la pura repressione di esse.
Suona infatti perlomeno strano, e certamente non credibile, che un partito come il PD, che al governo ha letteralmente massacrato i salari e i diritti dei lavoratori, creda ora di potersi ripresentare all’ “opposizione” come partito dei salari e dei diritti. Infatti è solo fuffa. Pura fuffa elettorale.
Se ai partiti opportunisti socialdemocratici di un secolo fa premeva perlomeno mantenere un seppur vago legame con la classe, gli odierni partiti imperialisti di “sinistra” hanno del tutto cassato ogni riferimento alla classe proletaria come classe, e soprattutto come classe internazionale.
Tutto è concepito esclusivamente sul terreno di “noi” cittadini appartenenti a questo o quel paese contro quelli degli altri paesi. Una vera e propria concezione propedeutica alla guerra tra borghesie, commerciale e militare.
Altro aspetto: il legame di ferro coi sindacati non è più cercato dai moderni partiti imperialisti di “sinistra”. Anzi, potremmo dire che è decisamente avversato tutto ciò che non conduca ad un sindacalismo corporativo, collaborazionista, corrotto, assertivo alla propria borghesia nazionale.
Quando ad esempio la su citata corrente della destra PD “Crescere”, non di meno della Schlein, crede di potersi decentemente proporre come fautrice della triade “crescita-salario minimo-welfare”, se ne deduce come questa gente punti da un lato sull’ignoranza abissale di chi dovrebbe poi sostenerla; ma dall’altro ci dimostra – per l’ennesima volta – come una vera lotta per il salario, per migliori condizioni di vita, per risalire la china in cui hanno trascinato milioni di sfruttati, è legata in modo inestricabile, tutto politico, alla lotta contro il riarmo, la militarizzazione della società, la guerra. Contro tutti gli imperialismi. A partire dal “nostro”.
Nell’assemblea di domenica 7 febbraio a Napoli sarà questo un tema centrale.
Note
Le citazioni degli esponenti PD riportate nell’articolo sono tratte dai seguenti organi di stampa:
Lorenzo Guerini – “L’Espresso” 18/11/’25 e 7/01/’26, “Corriere della Sera” 18/01/’26, “La Stampa” 7/01/’26
Pina Picierno – “Corriere della Sera” 11/01/’26
Graziano Del Rio – “Il Foglio” 25/01/’25
Piero Fassino – “La Stampa” 12/01/’26
Arturo Scotto – “Italianinews” 20/06/’25
Lucia Annunziata – “La Stampa” 3/04/’25
Elly Schlein – “La Repubblica” 4/03/’25, “Imolaoggi” 23/01/’26, “L’Opinionista” 18/01/’26
Peppe Provenzano – “Il Manifesto” 19/01/’26
Chiara Braga – “Nigrizia” 15/01/’26
Goffredo Bettini – “Il Fatto Quotidiano” 11/01/’26
Stefano Bonaccini – “Corriere della Sera” 27/02/’25

