Era soltanto ieri…
Le grandi manovre post-referendarie sono iniziate. La netta vittoria del NO alla riforma sulla Giustizia ha messo in difficoltà il governo Meloni, spingendo il cosiddetto campo largo a preparare le batterie per la rivincita alle elezioni politiche del 2027.
E’ in tale contesto che va interpretata l’uscita di Giuseppe Conte alla Convention di “Più Europa” del 28 marzo, occasione in cui il leader pentastellato ha fatto due dichiarazioni di programma.
La prima: “Non dobbiamo acquistare il gas russo fino a quando non ci sarà un trattato di pace.”
La seconda: “L’Europa dovrebbe rafforzare la difesa comune europea, che non ha nulla a che vedere col piano di riarmo.”
E’ la stessa logica che anima da tempo le correnti più belliciste dell’imperialismo italiano (PD in testa), condita da un’ipocrisia a tutto tondo.
Nei fatti, se andiamo a vedere la sostanza sulla quale questi soggetti cosiddetti “pacifisti” si accapigliano, tutto ruota sui distinguo tra Riarmo Europeo, Difesa Comune Europea, Esercito Comune Europeo, Difesa nazionale.
Questioni così elastiche che ognuno le tira dove vuole e nella maniera che meglio gli aggrada.
Un punto però le accomuna: la militarizzazione della economia e della società, dunque il riarmo, allo scopo di tutelare i “sacri interessi” della classi dominanti, in serrata contesa tra blocchi e nazioni a fronte della fine del vecchio ordine internazionale.
Conte ha iniziato così la sua campagna per le primarie, assumendo la veste del responsabile futuro leader di centro-sinistra, incassando all’uopo il plauso del destro dem Filippo Sensi, nonché del renziano Enrico Borghi (“Bene la svolta di Conte, ora andiamo alle primarie”- Il Fatto Quotidiano del 29 marzo).
Non si tratta, però, di un puro e semplice contorsionismo elettorale. Già un anno fa, in occasione della pur notevole mobilitazione di piazza indetta a Roma da Conte, sostenuta da una pirotecnica quanto poco credibile “Internazionale pacifista”, notammo come dietro il ramo d’ulivo si nascondeva la riproposizione “sinistra” di noti pruriti nazional-popolari. (1)
E sostenemmo, senza timori di smentite, che la “terza via” contiana (di apertura ai BRICS) sarebbe andata a finire nell’alveo di un imperialismo “democratico” non molto diverso da quello sponsorizzato dal PD per l’Europa (2), e benedetto dalla stessa Conferenza Episcopale Italiana (3).
Dopo un anno di iniziativa trumpiana, con gli USA che si disimpegnano da Kiev e dalla NATO (torna la minaccia del ritiro delle truppe statunitensi dalla Germania) allargando a iosa i fronti di guerra, si va oggettivamente preparando il terreno per far sì che le sacrosante proteste di piazza contro il bullo criminale della Casa Bianca diventino un’occasione per rilanciare, nel nostro caso, del riarmismo europeo.
E’ il pericolo che potrebbe emergere da manifestazioni – pur importanti e partecipate, animate da un sano spirito di reazione antitrumpiana – come quelle “No Kings” tenutesi sabato 28 marzo, irradiandosi dagli USA in tutto il mondo.
Stando all’Italia, Roma ha visto sfilare in corteo decine di migliaia di partecipanti sinceramente contrari a guerre e riarmo.
Non altrettanta sincerità la si può trovare tra i promotori. Stando ai maggiori, AVS è su una linea non dissimile da quella di Conte (“difesa europea collettiva, più integrata e responsabile”, recita la sua Risoluzione del marzo 2025). La CGIL ha atteso per due anni che si consumasse il genocidio di Gaza prima di indire uno sciopero generale. Sull’Ucraina, in quattro anni e più, non pervenuta. Dopo un mese di guerra in Iran e Libano idem.
Quando si tratta di inchiodare le responsabilità, gli interessi e le connivenze del “proprio” imperialismo con azioni che lo colpiscano a fondo e suscitino la solidarietà delle classi sfruttate, la sinistra “pacifista”, o i “progressisti” che dir si voglia, si guardano bene dal farlo…
In tale contesto, contro chi fomenta illusioni sul fatto che basta essere contro Trump/Putin/Netanyahu, i moderni autocrati, per ottenere la pace; contro chi vuol accreditare un capitalismo europeo “buono”, amante del diritto internazionale; il nostro dovere internazionalista è contestare simili argomentazioni. (4)
Facendo emergere invece come il sano sentimento anti-trumpiano, di opposizione alla guerra e a una fascistizzazione dei poteri statali, non può essere disgiunto dall’opposizione al “proprio” imperialismo, sia nazionale che continentale.
A maggior ragione se questo si trova in una situazione di difficoltà, come è il caso dell’UE, certo non messa al meglio quanto a coesione. Le varie opzioni riarmiste dividono, e non da ora, governi, correnti e partiti. E gli “Stop and Go” di Trump hanno disarticolato il precario equilibrio che Bruxelles prova a tenere in piedi.
L’asse franco-tedesco si è sbriciolato. I paesi scandinavi, più la Polonia e la stessa Germania fanno blocco a sé. Ungheria, Slovacchia e Cechia vanno per conto proprio, con la Spagna che alza il vessillo di una (molto relativa) indipendenza da Washington e dai dettami del duo iper-bellicista Von der Leyen-Kallas.
L’Italia meloniana, che non appoggia ma neppure condanna i blitz di Trump, cerca improbabili sponde: stando ben attenta a non essere tirata per i capelli in cimenti alquanto problematici.
Il “contare di più” come nazione o come Europa non contribuisce alla pace, ma alla diffusione della guerra e dei disastri ad essa connessi.
Chi deve “contare di più” è il proletariato internazionale.
E’ questo il messaggio profondo, rivoluzionario, che emerge dalla storia del movimento proletario mondiale ogni qualvolta esso si è messo nell’ottica di rompere le catene del nazionalismo per condurre la sola battaglia in grado di emanciparlo: quella per l’unione fra tutti gli sfruttati e gli oppressi contro il capitale, promotore di guerre, distruzioni e miseria.
Il PD di Elly Schlein ha da tempo gettato la maschera. Ora anche il M5S di Conte l’ha gettata.
L’opposizione coerente alle guerre, alla militarizzazione, alla repressione, allo sfruttamento e all’immiserimento dei proletari – tutte questioni intimamente legate – passa dalla lotta di classe e dalla solidarietà fattiva tra le masse sfruttate e oppresse.
Note
(1) “L’Internazionale della pace” di Conte: una pace per modo di dire”; “Il Pungolo Rosso” 13/7/’25;
“Comunisti” abili e arruolati dietro il presidente Conte”; “Il Pungolo Rosso” 2/4/’25
(2) “PD: il partito della guerra”; “Il Pungolo Rosso” 24/1/’26
(3) “L’ipocrita “pace disarmata e disarmante” della chiesa cattolica”; “Il Pungolo Rosso 15/12/’25
(4) “Venezuela, Groenlandia e dintorni: gli imperialismi europei di fronte al ciclone Trump”; “Il Pungolo Rosso 13/1/’26

