Qui di seguito la presa di posizione della Tendenza internazionalista rivoluzionaria sul discorso tenuto questa notte da Trump sulla guerra all’Iran. (Red.)
Stanotte, nell’atteso “discorso alla nazione”, il pedo-gangster che siede alla Casa Bianca ha di nuovo fatto sfoggio della sua retorica di morte, tanto feroce quanto impotente.
Bersaglio destinato l’Iran, culla di antichissima civiltà (Hegel lo definì “il primo popolo storico”), che “merita”, a suo dire, di essere riportato all’età della pietra.
Perché? Perché osa restare in piedi dopo essere stato colpito dall’”operazione [militare] più potente di qualsiasi cosa nella storia”.
Nel momento in cui questa proditoria aggressione amerikano-sionista è stata scatenata, Trump promise un rapido “regime change” e un’altrettanto rapida “resa incondizionata”, non lasciando all’Iran altra possibilità. Ha poi ripetuto più volte di avere fatto a pezzi l’Iran, di averlo decimato, di averlo “messo in ginocchio”, di avergli “rotto il culo”, e così via nella sua elegante lingua epsteiniana.
Ma dopo 32 giorni, 11.000 missioni di bombardamento, 16.000 bombe, missili, droni, etc., gli obiettivi militari non risultano raggiunti, è lui stesso a dirlo: sono stati solo “quasi raggiunti“. Per cui, per altre due tre settimane (almeno), la guerra va intensificata.
Dopo le distruzioni apportate ai siti nucleari, alla marina, all’aviazione, alle infrastrutture missilistiche iraniane, sarà il turno, avvisa, delle centrali elettriche e degli impianti petroliferi – senza escludere l’operazione di terra contro l’isola di Kharg. E se nel solo primo giorno dell’aggressione ci sono stati due massacri di bambini/e e studenti, a Minab (175 morti) e a Lamert (21 morti), quest’ultimo effettuato per testare il nuovo missile PrSM (Precision Strike Missile), tutto lascia credere che la nuova serie di bombardamenti terroristici in arrivo distruggerà altre migliaia di case, scuole, ospedali, oltre quelle già distrutte.
L’abusato lessico stragista statunitense sul “ritorno all’età della pietra”, per la sua radicale disumanizzazione degli iraniani, fa pensare che non hanno escluso l’uso di nessuna arma (le atomiche tattiche?). Lo pensiamo anche perché questa minaccia arriva nei giorni in cui il suo stretto alleato sionista introduce la pena di morte obbligatoria per i partigiani palestinesi, adotta il metodo Rafah per il Sud del Libano, crea oltre un milione di profughi in Libano, inquina con le acque reflue il mare di Gaza, vara per Gerusalemme il piano coloniale “quartiere Shami”, mostrando un disprezzo illimitato per la vita dei palestinesi, dei popoli arabi e della natura.
Il dato di fatto che il discorso delirante di Trump non può nascondere è che la guerra non sta andando bene per gli aggressori – né sul piano militare, ed ancor meno su quello propagandistico-politico.
I danni subiti dalle basi amerikane, dal sistema di rilevazione dei radar, dalla portaerei Ford, da diverse strutture e siti strategici sionisti, dalle città israeliane, sono pesanti, largamente superiori alle previsioni. I celebrati sistemi anti-missile, a cominciare dall’impenetrabile Iron Dome, si sono rivelati dei colabrodo. Nonostante l’assassinio di Khamenei e di altri dirigenti di vertice della repubblica islamica, il crollo del regime non c’è stato – tant’è che ora Trump fa finta di non averlo mai voluto, e s’inventa di sana pianta un “nuovo regime” messo in sella dai bombardamenti. La tenuta della repubblica islamica, la sua efficace tattica militare di “difesa a mosaico decentralizzata” e il largo ricorso a postazioni sotterranee, la rivolta popolare in Bahrein, la scesa in campo degli Hezbollah, degli Houthi, delle tribù di Nassyria e di altri settori iracheni, il rifiuto (finora almeno) dei curdi iraniani di funzionare da ascari dell’asse Usa-Israele, stanno complicando maledettamente i piani statunitensi di vittoria immediata per “resa incondizionata”.
Il blocco dello stretto di Hormuz ha gettato nel panico prima gli alleati asiatici di Washington (Giappone, Filippine e Corea del Sud), poi gli stessi paesi del Golfo, storici supporter delle armate statunitensi. Questi scoprono ora che, invece di essere protetti militarmente dagli Stati Uniti, sono esposti alle rappresaglie iraniane che i protettori statunitensi hanno provocato. Ormai il vecchio accordo sui petrodollari è diventato per loro un cappio al collo, dal momento che l’epicentro della accumulazione mondiale si è spostato in Asia, e sono ormai lì i loro migliori clienti.
La situazione preoccupa in modo crescente anche i paesi europei, l’Italia è tra quelli messi peggio. La regolarità della fornitura di petrolio e di gas dal Medio Oriente è stata compromessa per molti mesi, se non per anni. Agli stessi mercati finanziari una recessione, forse di grande portata, o quanto meno una fase di stagflazione, appare inevitabile, se la guerra continua. E quel che è peggio per Washington e per Wall Street, l’effetto-boomerang di questo gigantesco caos è che il petro-yuan sta conquistando rapidamente punti sul petro-dollaro.
Per Trump e la sua gang non va meglio sul piano interno.
Il 28 marzo c’è stata la più partecipata giornata dei “No Kings” con milioni di lavoratori e lavoratrici scesi per le strade a protestare contro l’ICE e contro la guerra all’Iran e la sua prosecuzione. All’interno della stessa base popolare del movimento MAGA cresce lo scontento per l’incremento del costo della benzina e dell’elettricità (più 30%), per la nuova guerra e – nei suoi settori anti-semiti – per l’essersi fatti coinvolgere in una guerra che (a loro avviso) non era necessaria per la prosperità degli Stati Uniti. La guerra all’Iran è la più impopolare tra tutte le guerre scatenate dall’imperialismo yankee, nonostante – a stare ai dati ufficiali – siano appena 13, finora, i caduti a stelle e strisce. Per molti commentatori il discorso di questa notte di Trump è stato, essenzialmente, un discorso rivolto proprio all’interno del suo campo politico.
Ha buon gioco la Cina, con il suo piano in 5 punti, co-sponsorizzato dal Pakistan, alleato militare dell’Arabia saudita, a presentarsi agli occhi del Medio Oriente (o Asia occidentale, visto da Pechino) e del mondo intero come un fattore di stabilità e di pace; che difende la sovranità nazionale e la sicurezza di tutti i paesi coinvolti; che protegge le popolazioni, le infrastrutture civili, la sicurezza delle rotte marittime; che impugna la Carta delle Nazioni Unite e il diritto internazionale per la “realizzazione del vero multilateralismo”, preso (falsamente) come sinonimo di “pace duratura”. Lo scoppio di questa guerra e la sua ulteriore prosecuzione, lungi dall’affossare la Cina, come sognavano le “menti” del clan trumpiano, la sta finora rafforzando, sotto ogni aspetto. Anche se, evidentemente, la costringe a riorganizzare (in parte) le proprie forniture energetiche.
Lo stesso regime iraniano, pur colpito duramente, sta muovendosi con intelligenza tattica superiore a quella dei suoi avversari. Perché, se da un lato dimostra un’imprevista resistenza militare e minaccia rappresaglie proporzionali ai nuovi attacchi statunitensi e sionisti, riuscendo a fare leva sul sentimento nazionale; dall’altro – con il messaggio di Pezeshkian al popolo degli Stati Uniti – entra abilmente nelle contraddizioni della stessa base MAGA, insinuando che la guerra in corso fa solo gli interessi della “grande Israele”, e non degli Stati Uniti.
La grande difficoltà dell’asse degli aggressori Stati Uniti-Israele è provata anche dalle mossette del governo Meloni intorno alla base di Sigonella per il timore, dopo la sberla del NO al referendum, di essere eccessivamente identificato con Trump e le sue imprese, ora che l’inflazione comincia a mordere i salari già molto magri di milioni e milioni di proletari/e.
Questo quadro deve spingere noi e tutt/e coloro che coerentemente si oppongono a questa aggressione all’Iran e ai popoli del Medio oriente, al genocidio di Gaza e ai crimini dello stato sionista, e più in generale alla corsa all’economia di guerra e alla guerra globale, ad intensificare l’iniziativa per la sconfitta del kampo dei gangster occidentali, Italia ben inclusa. Per recidere i legami tra la macchina di distruzione e di sterminio Stati Uniti-Israele e il sistema-Italia.
Perché questo avvenga, dobbiamo moltiplicare gli sforzi in direzione della classe lavoratrice dell’industria e della logistica. L’innesco dell’ampia disponibilità di settori giovanili delle scuole, delle università e del precariato è prezioso, ma non sufficiente. Toccare con mano i crescenti costi dell’economia di guerra e dello sconquasso dell’economia può essere di aiuto ad aprire gli occhi, ma alla condizione che questa presa di coscienza porti ad un’attivizzazione contro il governo dei sacrifici e della guerra e contro la NATO. Per sciogliere finalmente questa funesta alleanza votata alla devastazione e al saccheggio del mondo intero. Per spostare alle voci della spesa sociale i crescenti oneri militari. Per forti aumenti salariali e la reintroduzione di un meccanismo di scala mobile capace di neutralizzare realmente l’inflazione. Per l’imposizione di un’imposta patrimoniale del 10% sul 10% dei più ricchi in modo da riportare in ambito proletario una parte della ricchezza rubata dalla classe dominante e dai suoi leccapiedi, destinandola a finalità sociali. Per la mobilitazione contro la repressione e lo stato di polizia. Temi sui quali è giusto chiamare l’insieme del sindacalismo conflittuale allo sciopero generale.
Dobbiamo fare il possibile e l’impossibile per la disfatta dell’asse dei gangster Trump-Netanyahu, del “nostro” governo falso neutrale e vero belligerante, della UE e della NATO, per metterci di traverso all’instaurazione di un’economia di guerra che comporterà lacrime e sangue per le classi lavoratrici.
Ma – come abbiamo ribadito nell’assemblea di martedì 31 – rifiutiamo di stringerci e, come fanno certuni, invitare a stringerci intorno al regime della repubblica islamica. Perché questo è stato fin dalle sue origini, e resta, un regime capitalistico anti-proletario, che ha sterminato e disperso un’intera generazione di militanti rivoluzionari e di avanguardie del proletariato. L’anti-americanismo non è per noi l’equivalente di anti-imperialismo, e tanto più di anti-capitalismo. Per riuscire a confiscare e deviare il movimento insurrezionale del 1979, Khomeini e il PRI hanno dovuto ricorrere ad una retorica “anti-imperialista”, e hanno dovuto introdurre qualche forma di tutela per i settori più poveri e schiacciati della popolazione. Ma non per questo sono diventati amici della classe lavoratrice. In questi cinquant’anni, tra mille traversie dovute alle guerre e alle sanzioni, hanno comunque sviluppato capitalismo in Iran, e represso brutalmente tutte le insorgenze proletarie e popolari, inclusa l’ultima di gennaio, che solo gente che non sa nulla dell’Iran può definire una sollevazione “colorata”.
Ecco perché, in quanto militanti di classe che si battono contro il capitalismo di ogni latitudine e foggia, abbiamo dato e diamo il nostro sostegno ai proletari e alle masse oppresse dell’Iran che, nel respingere la nuova aggressione dei nemici esterni, cercano di preservare e rafforzare la propria autonomia, le proprie organizzazioni dal controllo di un regime che da decenni esercita su di loro il pugno di ferro per conto del capitale nazionale e internazionale (incluso quello italiano, ben presente in Iran – mai sentito parlare di Eni, Danieli, Saipem, Ferrovie dello stato, Pessina Costruzioni, Fincantieri, Italtel?).
La nostra casacca è quella internazionalista proletaria, ieri oggi e domani. Lottiamo perciò per la costituzione di un fronte di lotta internazionale e internazionalista delle masse sfruttate e oppresse di tutto il mondo contro i signori capitalistici della guerra, per rovesciare il loro potere e il loro ordinamento sociale.

