Siamo rimasti sorpresi – lo riconosciamo – dalla decisione di Trump e soci di escludere la Machado e altri brutti ceffi dell’opposizione di destra come propri interlocutori, nonostante l’estremo servilismo loro, e su tutti della stessa Machado (“vorrei consegnare di persona al presidente degli Stati Uniti il premio Nobel che mi è stato conferito”), scegliendo invece di “lavorare” con il governo Maduro senza Maduro per la transizione ad un Venezuela di nuovo filo-yankee.
Evidentemente, alla Casa Bianca si sentono più garantiti da questo governo messo sotto tutela, che da una destra ideologicamente affine e pronta ad ogni sporco servigio agli interessi delle multinazionali a stelle e strisce e dei boss di Washington.
Questi sono i fatti.
E sono fatti talmente duri da mandare giù per i cantori del bolivarismo chavista e del “socialismo del XXI secolo” che si stanno attorcigliando su sé stessi pur di non prendere atto che, come dimostrano i suoi primi provvedimenti contro la Cina e a vantaggio degli Stati Uniti, il governo a guida Delcy Rodriguez è disposto a “lavorare” sotto tutela della Casa Bianca. E non ha la benché minima intenzione di chiamare alla mobilitazione la piazza venezuelana e le piazze latino-americane a proprio sostegno contro la brutale aggressione dell’imperialismo statunitense.
Vedremo in altri articoli gli interessi di Cina e Stati Uniti a scontro frontale in Venezuela (come del resto in tutto il mondo). Qui vogliamo solo presentare a chi ci legge una riflessione sulla sostanza politica e di classe del bolivarismo chavista alla luce di un’esperienza durata, ormai, un quarto di secolo abbondante. Una riflessione basata anch’essa su precisi fatti che ci inducevano a parlare, già parecchi anni fa, di fallimento del verboso “socialismo” fondato sulla rendita petrolifera di cui è stato promotore Hugo Chavez Frias.
Lo facevamo analizzando, in concreto, tanto le apprezzabili misure di welfare, quanto – nei loro effetti reali – le misure politiche più “avanzate” e “ardite” proposte da Chavez come l’ingresso degli operai nella direzione di alcune grandi imprese di stato.
Con Maduro, subentrato a Chavez nel 2013, le cose sono andate precipitando verso il peggio, nonostante gli importanti investimenti e prestiti cinesi – forse i più dissipati al vento nel mondo. Due dati inequivocabili:
1)tra il 2014 ed oggi sono emigrati quasi 8 milioni di venezuelani in pressoché tutti i paesi del Sud America, oltre che negli Stati Uniti;
2)con Maduro è stato toccato, nel 2024-5, il minimo storico dell’estrazione quotidiana di petrolio, scesa al di sotto del milione di barili al giorno – nel 2005 il Venezuela era ancora il 5° produttore di petrolio al mondo, oggi è il 21°, segno di un livello di inefficienza statale e produttiva difficilmente superabile. (Intanto, però, la Casa Bianca già ha avvertito in classico stile mafioso la nuova capa del governo che i suoi “assets all’estero” sono monitorati – le fortune personali dei governanti bolivariani, evidentemente, non hanno risentito del disastro.)
In questo frattempo, nonostante avessero promesso il contrario, sia Chavez che Maduro hanno continuato a pagare regolarmente gli interessi sul debito estero. E né l’uno né l’altro hanno preso misure reali contro la mostruosa esportazione di capitali e rendite all’estero di cui si è resa responsabile in questi 25 e passa anni la bolibourgeoisie militare-civile e quella facente capo all’opposizione di destra.
E’ inutile “ricordarci” che il Venezuela, ha preso con Hugo Chavez coraggiose posizioni di principio contro Israele, contro gli Stati Uniti, ha sostenuto materialmente i Social Forum, ha fatto propaganda per “Le vene aperte dell’America Latina” (grande libro di Eduardo Galeano), e così via. Sono cose che ricordiamo molto bene, e che hanno costruito il “personaggio” Chavez, insieme alla sua notevole comunicativa e simpatia personale. Ma qui stiamo parlando della sostanza di classe della sua politica, del contenuto reale, sociale e politico del “socialismo” bolivariano, o del XXI secolo che dir si voglia – ed è su questo piano che si deve smentire la nostra analisi.
Il passaggio da Chavez a Maduro ha visto l’esplicita adozione, specie durante il secondo mandato (2018-2024), di una politica neo-liberista, proprio il neo-liberismo a parole aborrito da questo “socialismo”-farsa, con una compressione brutale dei “diritti sociali, economici politici” dei lavoratori, con la creazione di “sindacati” collaborazionisti facenti capo alla Centrale dei lavoratori socialisti bolivariani del Venezuela (!!!!), e – come ha denunciato anche il PCV (Partito comunista del Venezuela) – con centinaia di lavoratori e attivisti sindacali sbattuti in carcere “con processi truccati” e accuse di “incitamento all’odio, associazione a delinquere, boicottaggio e terrorismo”. Insomma con la feroce criminalizzazione di ogni lotta operaia e popolare contro quei livelli di super-sfruttamento che hanno prodotto la fuga in massa dal paese di milioni di contadini e proletari alla fame. Come si vede, la progressiva affiliazione al campo Cina-Russia-Iran è andata di pari passo all’acutizzazione della politica anti-operaia e anti-popolare del governo Maduro.
L’imperialismo gringo ha fatto tutto quello che ha potuto – non poco! – per provocare il fallimento del chavismo. Ma a che serve ostinarsi a non vedere la originaria debolezza, e l’inconseguenza, di questo “anti-imperialismo” che, al di là della fraseologia altisonante, ha di fatto consegnato alla “borghesia nazionale” della rendita petrolifera l’emancipazione del Venezuela dalla dipendenza dall’imperialismo? Quanto poi al presunto anti-capitalismo del chavismo, non è neppure il caso di parlarne, perché lo stesso Chavez, che pure non mancava di immaginazione, ne ha parlato in termini così vaghi che è impossibile distinguerlo, e non si può distinguere, da un decente welfare state borghese. Maduro ha demolito anche questo. E non è per caso che contro il suo sequestro da parte dei gangster di Trump non c’è stata in Venezuela alcuna significativa protesta di piazza.
Questi sono i fatti. E parlano, appunto, del completo fallimento del “socialismo” rentier, e dei suoi sostenitori in Occidente.
I due testi che qui ripubblichiamo sono stati redatti per “Pagine marxiste” da Roberto Luzzi. (Red.)
Il fallimento del “socialismo” rentier (“Pagine Marxiste”, n. 44 – ottobre 2017)
In Venezuela la primavera e l’estate 2017 hanno visto grandi e spesso violente manifestazioni contro il governo Maduro; negli scontri si sono contati oltre 120 morti. Il terreno su cui è cresciuto un forte malcontento sociale è quello dell’inflazione che ha fatto salire alle stelle i prezzi dei generi di consumo riducendo i salari a una miseria, e la scarsità di molti prodotti di prima necessità, trovabili solo sul mercato nero. Tuttavia a scendere in piazza contro il governo non sono state le masse diseredate, ma in prevalenza gli strati impiegatizi e la piccola borghesia, mobilitati dall’opposizione di centro-destra contro l’elezione dell’Assemblea Costituente, fatta su misura, su base corporativa, per garantire il predominio del partito di governo PSUV ed esautorare il Parlamento, in cui l’opposizione ha la maggioranza.
Abbandonato dai governi latino-americani oltre che da quelli europei che avevano sostenuto Chavez, ma ancora sostenuto da Russia e Cina, il governo Maduro trova l’appoggio della maggior parte di ciò che resta della “sinistra” a livello internazionale, sia di matrice stalinista che trotzkista, avvezze al “campismo”, ossia a schierarsi in funzione degli schieramenti internazionali delle potenze e non sulla base degli interessi di classe e della prospettiva rivoluzionaria anticapitalista.
Noi riteniamo che i comunisti In Venezuela debbano lavorare per dirigere la giusta protesta sociale contro il governo e contro il capitalismo corrotto che rappresenta, sottraendola all’opposizione di centro-destra che ha usato in modo strumentale le mobilitazioni di questi mesi e che, quando è stata al potere, ha garantito grandi ricchezze alla borghesia tradizionale sulle spalle della miseria per grandi masse.
La storia del Venezuela nell’ultimo secolo è ritmata dal fattore petrolio. Sulla base dei più recenti rinvenimenti, il Venezuela è il paese con le più grandi riserve petrolifere del mondo. Questa grande ricchezza potenziale è stata al contempo la benedizione e la maledizione del Venezuela, perché il traino del petrolio sull’insieme dell’economia e sulla valuta nelle fasi di boom ha sfavorito lo sviluppo di altri settori produttivi condannando la popolazione a un tenore di vita dipendente dal prezzo del greggio. Vasti fenomeni di parassitismo e corruzione hanno amplificato questa dipendenza. L’illusione che con Hugo Chavez si fosse spezzata la maledizione è rapidamente svanita con la ridiscesa dei prezzi petroliferi nel 2014, e il drastico peggioramento delle condizioni di vita degli strati più poveri della popolazione.
Il ciclo della rendita petrolifera
Già negli anni ’50 e ancor più negli anni ’70 con gli alti prezzi del petrolio che durarono fino ai primi anni ’80, il Venezuela fu il paese con redditi e salari più alti dell’America Latina, analoghi ai paesi europei. I partiti di centro, Azione Democratica e Partito Sociale Cristiano, strinsero un patto di governabilità che garantì la stabilità politica dal 1958 alla fine degli anni ’80, quando i tagli e sacrifici imposti a proletari e semiproletari per mantenere i redditi dei borghesi anche con bassi prezzi del petrolio, fecero esplodere una insurrezione popolare (Caracazo, febbraio-marzo 1989) che non trovò una direzione politica rivoluzionaria e fu repressa nel sangue con centinaia, probabilmente migliaia, di morti.
Negli anni ’90, nonostante una ripresa della produzione, il reddito disponibile era rimasto al di sotto di quello degli anni ’70 causa il crollo della rendita petrolifera:-La sostanza di classe delle politiche liberiste è che la borghesia cerca il recupero della rendita perduta con l’aumento dello sfruttamento, la riduzione dei salari e del welfare: per questo continuano una forte inflazione e il peggioramento delle condizioni di vita per la massa del proletariato. Il numero delle persone in condizioni di povertà aumenta dal 36% nel 1984 al 66% nel 1996.
Socialismo del XXI secolo?
Nel 1998 il valore del prodotto procapite era ridisceso al livello del 1963 e il potere d’acquisto del salario medio era caduto a un terzo di quello del 1978. Il malcontento popolare covato sotto la cenere per tutti gli anni ’90 trovò espressione nel 1998 con l’elezione alla Presidenza della Repubblica di Hugo Chavez, un militare che aveva diretto un fallito golpe nel 1992.
Caratterizza Chavez un forte spirito nazionalista (soprattutto contro le interferenze dell’imperialismo americano, con un atteggiamento molto più amichevole nei confronti dei governi europei, soprattutto spagnolo e italiano – compresi i governi Berlusconi) e un’aspirazione populista alla ridistribuzione della ricchezza per realizzare una vaga “giustizia sociale”. La base ideologica da cui parte Chavez è il “bolivarismo” : indipendenza e abolizione della schiavitù, aspirazione all’unione del continente sudamericano; alla ricerca di una via originale alla “giustizia sociale”. Chavez assumerà man mano una terminologia marxista, associando nei suoi governi anche ministri che si richiamano al marxismo, e come programma farà propria infine l’espressione “Socialismo del XXI secolo”. Si tratta di una formula teorizzata nel 1996 da Heinz Dieterich Steffan e poi fatta propria, anche se ciascuno in una propria versione nazionale, pure dal presidente ecuadoriano Rafael Correa e da quello boliviano Evo Morales.
Tra i cardini ideologici del “socialismo del XXI secolo” c’è l’accettazione della proprietà privata dei mezzi di produzione, eventualmente corretta dalla statizzazione, anche l’esistenza del mercato e del lavoro salariato, e quindi di tutti i presupposti del modo di produzione capitalistico, ma con la “condizione” che le merci siano vendute a un prezzo corrispondente al lavoro necessario per produrle. Un’aspirazione proudhoniana corrispondente alla piccola produzione mercantile basata sullo scambio tra lavoratori indipendenti, ma impossibile da realizzarsi nel sistema capitalistico, dove l’equilibrio dinamico (ossia generato dal costante squilibrio) del mercato delle merci e dei capitali determina prezzi delle merci tali da livellare il saggio di profitto, quindi superiori al valore-lavoro delle merci là dove si impiega molto capitale costante, e inferiore nei settori dove l’intensità di capitale è minore (vedi Marx, Il Capitale, libro III). La pretesa che le merci siano vendute al loro valore-lavoro è quindi del tutto velleitaria e impossibile da realizzare stanti lavoro salariato (quindi capitale e sfruttamento del lavoro salariato) e mercato, perché nessuno metterebbe capitali nei settori a più alto investimento di capitale fisso per averne un ritorno inferiore alla media. È quindi velleitaria l’idea di un mercato “democratico” in cui non ci sia anche sfruttamento dell’uomo sull’uomo (che anzi diventa il motore del tutto) e che non produca e riproduca le ineguaglianze sociali.
Questa idea di fondo del “socialismo del XXI secolo” è ancora più contraddittoria per un paese come il Venezuela, dove la principale risorsa economica, il petrolio, è venduta costantemente (sul mercato mondiale) a un prezzo che è di parecchie volte superiore al suo valore-lavoro, e anche al suo “prezzo di produzione” che tiene conto del capitale impiegato. Un paese cioè che, come tutti i paesi grandi produttori-esportatori di petrolio, sistematicamente preleva dal resto del mondo una quota consistente di plusvalore sotto forma di rendita petrolifera che si alimenta proprio della vendita delle merci al di sopra del loro valore-lavoro.
Le illusioni del “socialismo” rentier
La riduzione delle disuguaglianze sociali è quindi limitata, nel modello chavista, alla distribuzione della rendita petrolifera tra i vari strati della popolazione, senza intaccare i profitti ottenuti dalla borghesia con lo sfruttamento della forza lavoro. Hugo Chavez ebbe la fortuna di essere stato eletto sull’onda del malcontento popolare a seguito di 15 anni di riduzione dei salari e tagli al welfare, di peggioramento in generale delle condizioni di vita, ma di avere potuto quasi subito trarre vantaggio dalla forte ascesa dei prezzi petroliferi a partire dal 1999 (per l’aumento della domanda con la ripresa delle economie asiatiche dopo la crisi del 1998, parallela al calo della produzione petrolifera dovuta al mancato investimento in nuovi pozzi negli anni di prezzi bassi).

Il prezzo del petrolio sale da circa 20 dollari al barile nel 1998 fino oltre i 100 dollari intorno al 2005-07 e poi ancora nel 2010-13 dopo una parziale ricaduta nella fase più acuta della crisi (2008-09). Con questo enorme incremento della rendita Chavez ha avuto a disposizione una ricchezza aggiuntiva superiore anche a quella degli anni d’oro 1975-83, utilizzata in parte per il lancio di programmi di welfare. Con questi programmi Chavez ha consolidato la sua base sociale tra gli strati inferiori del proletariato e della piccola borghesia, riducendo la quota della popolazione in condizioni di povertà dal 66% del 1995 al 28% nel 2008, sotto il livello del 1984 (36%).
La serrata indetta dai dirigenti del monopolio petrolifero PDVSA nel 2002, che quasi bloccò la produzione e le esportazioni di petrolio per un paio di mesi, si può spiegare soprattutto come il tentativo di settori della borghesia e della vecchia dirigenza capital-statale ad essa legata e con rapporti diretti con il capitale statunitense, di continuare a mettere le mani su una quota preponderante della rendita petrolifera.
Tuttavia il perdurare della spesa sociale e quindi il consolidamento della base di massa del chavismo sono rimasti dipendenti dalla rendita petrolifera e quindi dai prezzi del petrolio, perché, nonostante i proclami del governo sulla diversificazione della produzione e sostituzione delle importazioni con produzione interna, è avvenuto il contrario: l’afflusso di capitali negli anni del boom ha fatto rivalutare la moneta venezuelana (il bolivar fuerte) rendendo meno competitive le esportazioni, e meno care le importazioni, che quindi hanno sostituito produzione interna. Ciò è avvenuto anche in agricoltura, accelerando l’esodo dalla campagna verso lavori urbani più remunerativi, svuotando i campi e aumentando la dipendenza dall’import alimentare. L’esportazione di petrolio e gas, pari al 75% delle esportazioni totali nel 1997-98, è salita al 97% nel 2013 (ultimo dato disponibile), cosa che indica un crollo dell’export di prodotti industriali e agricoli.
La produzione manifatturiera, pari al 23,2% del Prodotto Interno Lordo (PIL) nel 1997, era scesa al 12,6% nel 2013 (ultimo dato disponibile: lo stop alla pubblicazione di buona parte dei dati statistici dopo il 2013 è indice del tentativo di celare il forte dissesto economico dal 2014 in poi): mentre altri paesi Opec, Arabia Saudita in testa, stanno investendo in un loro apparato industriale, in Venezuela è in corso il ridimensionamento di quello esistente sotto la pressione delle forze di mercato.
Disastro finanziario e corruzione
Un esame più dettagliato dei dati economici venezuelani (fonte: Banca Mondiale) mostra tuttavia non poche anomalie. Innanzitutto il forte indebitamento con l’estero, che cresce già negli anni di alte entrate petrolifere, da 37 miliardi di dollari nel 2002 a 132 miliardi nel 2013, con un servizio annuo del debito che sale da 7,5 a 23,1 miliardi di dollari. Il Venezuela ha contratto grossi prestiti nonostante un quasi costante attivo della bilancia commerciale (esportazioni superiori alle importazioni) che gli forniva ampia disponibilità di valuta. Cosa è stato fatto di questi prestiti? Non sono stati utilizzati per investimenti, la cui quota sul prodotto non è aumentata; si deve presumere che siano stati utilizzati in prevalenza per finanziare la spesa pubblica, salita dal 26% del PIL nel 1999 al 40% nel 2012-2013 mentre le entrate dello Stato, salite dal 26% del 1999 al 37% del 2005-2006, sono poi ridiscese al 21% nel 2010 e 26% nel 2013: una spesa pubblica crescente finanziata non con tasse fatte pagare ai ricchi, ma con la rendita petrolifera e i prestiti esteri quando la rendita non ha più tenuto il passo con la spesa.
Una ricetta quindi per il disastro finanziario, già preannunciato nel 2013 quando, nonostante il prezzo del petrolio ancora alto, il deficit pubblico è arrivato al 15% del PIL e le importazioni pagate con il denaro elargito per scopi elettorali (l’ultima elezione vinta da Chavez) hanno superato l’import. Da questo momento la banca centrale ha iniziato a stampare moneta per finanziare con carta la spesa pubblica, provocando una crescente inflazione e quindi la rapida svalutazione del “bolivar fuerte”, il cui nome è divenuto un’ironia.
Un’altra anomalia è l’enorme crescita dei “risparmi” (ossia del reddito non speso) che risultano dalla contabilità nazionale (fino a un massimo tra il 37% e il 42% del PIL per gli anni 2005-2008), senza un aumento degli investimenti. Tra il 2000 e il 2011 una cifra pari al 129% del PIL è stata “risparmiata” senza essere reinvestita. C’è da ritenere che ciò abbia molto a che fare con quanto denunciato da due ex ministri dei governi di Hugo Chavez, Héctor Navarro, ex ministro dell’energia elettrica e dell’Istruzione, e Jorge Giordani, ex ministro della Pianificazione: alti funzionari della Pubblica Amministrazione (indicati con nome e cognome) si sarebbero appropriati di più di 300 miliardi di dollari, soprattutto mediante frodi legate al controllo statale sulle importazioni e sul cambio (dollari stanziati per l’import e acquistati a un cambio ultra-favorevole rispetto a quello di mercato, e persi per strada senza registrazione delle relative importazioni) da parte di ex dirigenti della Commissione per l’Amministrazione dei Cambi (Cadivi) e del Sistema per i Titoli denominati in Valute Straniere (Sitme). Un caso di corruzione scoperto è stato quello di 55 dirigenti della catena di supermercati pubblici Abastos Bicentenarios. Secondo Navarro, a questi ammanchi, di importo pari al PIL venezuelano di un anno, corrisponde la crescita dei conti in banche estere di cittadini venezuelani.
Si tratta quindi di una grossa fetta della rendita petrolifera intercettata dai dirigenti della “repubblica bolivariana” proprio attraverso i meccanismi messi in atto nell’illusione di tenere a freno le forze di mercato, come il controllo dei cambi, istituito nel 2003. Il fenomeno della corruzione è tuttavia molto più ampio – un esempio recente l’appalto concesso alla società di trasporti boliviana Trenaco per l’esplorazione ed estrazione di greggio pesante nella Falda dell’Orinoco, per la quale, secondo quanto emerso dalle denunce delle società petrolifere bocciate, sarebbero state pagate tangenti per oltre 1 miliardo di dollari, molti rintracciabili in 700 conti correnti in Svizzera. Il procuratore generale della Repubblica Luisa Ortega, già sostenitrice di Chavez, è stata rimossa dal suo incarico e inseguita da un mandato di arresto dopo che ha iniziato a denunciare casi di corruzione.
Nulla di nuovo sotto il sole, si può dire, rispetto a quanto avviene nei paesi capitalistici avanzati, e in Italia in particolare. In Venezuela, dato che una fetta importante della ricchezza, oltre che dallo sfruttamento diretto dei lavoratori da parte delle imprese, proviene dalla rendita petrolifera che passa attraverso la statale PDVSA e la Pubblica Amministrazione, le occasioni di arricchimento per politici, alti burocrati e supporter del governo sono ancora più ghiotte. È così che negli anni della “Repubblica Bolivariana” si è andata formando quella che è stata definita “bolibourguesia”, o borghesia bolivariana, che costituisce il vero e ceto dominante della “repubblica bolivariana”, da distinguere dalla base sociale del chavismo.
[vedere il riquadro in fondo all’articolo sui principali componenti della borghesia venezuelana, in più di un caso di estrazione militare, arricchitasi negli anni del chavismo.]
Tra le caratteristiche del chavismo o bolivarismo (termine questo che assume diverse accezioni in altri paesi come la Bolivia o l’Ecuador) spiccano: il nazionalismo con forte retorica antimperialista, la politica di welfare “popolare” per attenuare le condizioni di indigenza di ampi strati del proletariato e sottoproletariato e consolidarvi un base di massa, tentativi di coinvolgimento diretto di settori organizzati della classe operaia con forme di cogestione e nazionalizzazioni.
Nazionalismo bolivariano
Vediamo questi tre aspetti.
Il nazionalismo in veste antimperialista è una forma ideologica e politica diffusa in America Latina, i cui sostenitori sono andati al potere in quasi tutti i paesi del Sud America nello scorso decennio (Brasile – Lula da Silva già dal 2003, poi Dilma, 2011-16, ma ora Temer, centro-destra; Bolivia – Evo Morales; Ecuador – Lenin Moreno; Perù – Humala, coalizione di sinistra, 2011-16, seguito da Kucynsky, destra dal 2016; Cile – Michelle Bachelet, nuove elezioni prossimo novembre 2017; Uruguay – Vasquez, centro-sinistra; ma: Colombia – Santos, centro, Paraguay – Partido Colorado, centro-destra, Argentina – Macri, centro-destra) e così anche in diversi paesi del Centro America (Nicaragua, Salvador).
Questa ideologia è stata “praticata” con la nazionalizzazione del petrolio e della rendita petrolifera negli anni ’70 (sottraendola alle compagnie petrolifere internazionali) e raccolta dagli ufficiali dell’esercito della generazione di Hugo Chavez, sulla tradizione di Simon Bolivar. Essa ha trovato più ampio spazio internazionale con la fine della “Guerra Fredda” e l’affermarsi del multipolarismo: contro la “dottrina Monroe” che vedeva l’America Latina come il “giardino di casa” dell’imperialismo americano, i governi sudamericani hanno potuto praticare la libera contrattazione dei rapporti commerciali, produttivi, finanziari e anche politico-militari con tutte le potenze, in particolare quelle europee, il Giappone, e negli ultimi 15 anni la Cina, divenuta primo o secondo partner commerciale per diversi paesi dell’America Latina. In generale i governi di sinistra favoriscono rapporti più stretti con gli imperialismi europei e con la Cina, quelli di destra con gli USA.
Nel caso del Venezuela è da notare che anche con i governi “bolivariani” gli Stati Uniti sono rimasti il principale partner economico, sia per l’import che per l’export di petrolio (circa un quarto del totale va negli USA), e anche per gli investimenti esteri del Venezuela, che tramite la PDVSA controlla la statunitense CITGO, un’importante società di raffinazione del petrolio venezuelano e di distribuzione di benzina negli USA. Questi stretti rapporti economici non hanno subito alcun ridimensionamento durante i governi di Chavez e Maduro, nonostante la loro retorica anti-americana.
Scontro tra multinazionali sulle risorse venezuelane
Lo scontro con gli USA è sulle concessioni di quote nell’esplorazione ed estrazione di petrolio nei grandi giacimenti del bacino dell’Orinoco (i giacimenti più grandi del mondo), dove nonostante la nazionalizzazione delle attività petrolifere (1976) negli anni ’90 di bassi prezzi petroliferi erano state date concessioni di esplorazione ed estrazione alle statunitensi ExxonMobil, Conoco Phillips e Chevron, alla anglo-olandese Shell e alla francese Total (anche perché richiedono grandi capitali e tecnologie complesse di estrazione e raffinazione, a causa alla densità dell’olio pesante – la cosiddetta apertura petrolera). Lo stesso Chavez nei primi anni di governo assegnò contratti per 5 miliardi di dollari a Texaco ed Exxon Mobil per l’esplorazione di petrolio e gas nella falda dell’Orinoco.
Nel 2007, con i prezzi petroliferi alle stelle, il governo Chavez decideva la trasformazione delle concessioni straniere in joint venture a maggioranza statale (tramite PDVSA e la sua controllata PDV). Mentre Chevron, Total e Shell hanno accettato di rimanere con quote di minoranza, ExxonMobil e ConocoPhillips hanno rifiutato, e dopo essere state espropriate hanno aperto un contenzioso giuridico ed economico non ancora risolto.
PDVSA non è tuttavia stata in grado di dare impulso allo sviluppo dei giacimenti dell’Orinoco, per cui ha poi avviato ben 45 joint venture con una serie di società, tra cui l’Italiana ENI, la spagnola Repsol, la norvegese Statoil, l’indiana ONGC Videsh, la cinese CNPC, la russa Rosneft, che hanno apportato capitali e know how in cambio di forniture di petrolio. Il 40% del petrolio venezuelano è ora estratto da queste joint venture, per cui il Venezuela è ora meno indipendente nelle stesse attività petrolifere di quanto lo fosse nei decenni precedenti.
Con l’aggravarsi della crisi, PDVSA ha usato le joint venture per ottenere prestiti. PDVSA si è indebitata per 4-5 miliardi di dollari nei confronti di Rosneft e in cambio di un credito di 1,5 miliardi di dollari PDVSA ha dato in pegno a Rosneft il 49% dell’americana CITGO… Ora Rosneft chiederebbe, in cambio della restituzione dei diritti su CITGO a PDVSA, la possibilità di sfruttare direttamente il petrolio dell’Orinoco, in luogo di limitarsi a quote di minoranza. Non è un caso che proprio su questa questione si sia prodotta l’impasse tra governo chavista e parlamento controllato dall’opposizione, il quale ha bloccato le concessioni a Rosneft (potente multinazionale russa del petrolio) in quanto “incostituzionali”. Qui è la destra a giocare la carta nazionalista e antimperialista … in funzione filo-americana.
Lo scontro è aperto tra società americane, europee, russe, cinesi ecc. per il petrolio dell’Orinoco e la lotta politica in Venezuela riflette anche questo scontro, con l’opposizione su posizioni filo-USA e il governo che privilegia Russia e Cina, mentre gli imperialismi europei, che inizialmente avevano appoggiato Chavez, si sono ora schierati contro Maduro a seguito dell’elezione dell’Assemblea Costituente che esautora il Parlamento.
Ruolo crescente della Cina
Più defilata politicamente della Russia, la Cina è ormai di gran lunga il maggior creditore e investitore in Venezuela. Il Venezuela è il paese al quale la Cina ha fornito più crediti in assoluto, e nel quale ha investito i maggiori capitali. Si calcola che i crediti concessi dalla Cina al Venezuela ammontino a 62 miliardi di dollari, e che abbia inoltre investito altri 50 miliardi nell’economia venezuelana in più di 650 “progetti strategici”, soprattutto nel settore minerario (nichel, carbone, oro), metallurgico (acciaio, alluminio), cemento e nell’agroalimentare. Dal punto di vista cinese la logica è chiara: assicurarsi anche a lungo termine una quota delle più grandi riserve petrolifere del mondo, e altre materie prime. La CNPC partecipa con quote del 40% ad almeno 6 joint venture di estrazione, offshore e nel bacino dell’Orinoco, dove ha elevato la produzione a oltre 220 mila barili al giorno, e a un impianto di emulsionamento. È inoltre stato firmato un accordo per la costruzione di una raffineria in Cina (quota CNPC 60%) per la raffinazione del petrolio venezuelano.
I 62 miliardi di crediti cinesi hanno finora evitato il tracollo finanziario del regime bolivariano già durante la crisi del 2008-9, e soprattutto dopo la caduta dei prezzi del petrolio nel 2014. Diventano ancor più vitali per il Venezuela dopo le recenti sanzioni USA, volte a impedire il riscadenzamento del debito estero venezuelano. Tuttavia questi crediti non sono gratuiti. Essi prevedono il pagamento delle rate in petrolio, ma con la caduta del prezzo del petrolio, le quantità da consegnare mensilmente alla Cina sono notevolmente aumentate e il Venezuela è in forte arretrato nelle consegne, anche perché la produzione è in calo per le difficoltà tecniche, organizzative, logistiche e finanziarie (ritardi nei pagamenti a società di servizi petroliferi, come Schlumberger e Halliburton che assicurano la manutenzione degli impianti). Se la situazione si protrae, il Venezuela potrebbe essere costretto a cedere parte della sua “sovranità petrolifera” al principale creditore. Ma a quel punto si riaprirebbe lo scontro tra i fautori delle multinazionali americane e di quelle cinesi.
Il multipolarismo apre quindi maggiori spazi di manovra per Stati come il Venezuela, che tuttavia non può sfuggire alle logiche del capitale.
Welfare bolivariano
Il welfare bolivariano è stato strutturato soprattutto nella forma delle “misiones”, progetti per promuovere l’istruzione gratuita, l’assistenza sanitaria, e la costruzione di case popolari. Si tratta certamente di iniziative a carattere progressivo nella misura in cui hanno contribuito, per alcuni anni, ad aumentare i tassi di scolarizzazione, ad estendere l’assistenza sanitaria, a dare la casa a più di un milione di famiglie, secondo quanto pubblicizzato dal governo. Il loro limite di fondo è che sono finanziate non con quote della produzione interna, tramite le imposte sui redditi derivanti da questa produzione, ma sostanzialmente con la rendita petrolifera, che dipende dall’andamento del prezzo del petrolio sul mercato mondiale. È la distribuzione di una manna che cade dal cielo solo in certi e imprevedibili periodi. Oltre a non essere un modello riproducibile in altri paesi, esso non è quindi neppure un modello sostenibile, e infatti è crollato con la caduta del prezzo del petrolio. Al polo opposto la Norvegia – che parte da una posizione certamente molto più favorevole – ha accantonato gran parte della rendita petrolifera in un fondo per le pensioni e il welfare dei decenni futuri, fondo che ha raggiunto 1 trilione di dollari pari a $190 mila per abitante, e che detiene l’1,3% di tutto il capitale azionario mondiale e quindi alla rendita petrolifera somma quella finanziaria, appropriandosi con entrambe di quote del plusvalore prodotto dal proletariato internazionale. Ma anche in Norvegia, è chiaro, le pensioni da nababbi (se le prossime crisi finanziarie non le manderanno in cenere) non sono per i proletari ordinari.
Il Venezuela non ha potuto approfittare appieno degli alti prezzi del petrolio anche perché, come abbiamo già accennato, la sua produzione è diminuita causa insufficienti investimenti e manutenzione. Tra il 2005 e il 2016 la produzione venezuelana di greggio è diminuita del 27%, da 3,32 a 2,41 milioni di barili al giorno (mbg), passando dal 4% al 2,6% della produzione mondiale, aumentata nello stesso periodo da 82 a oltre 92 mbg. Ciò ha fatto mancare circa un quarto della rendita, già prima del dimezzamento dei prezzi petroliferi avvenuto nel 2014 e ha contribuito dapprima a far aumentare, poi esplodere il deficit pubblico, l’inflazione e la svalutazione della moneta.
Si sta ripetendo il ciclo che negli anni ‘80, con la caduta dei prezzi petroliferi, vide salire deficit pubblico e inflazione, fuga di capitali, fino al tracollo del bolivar nel “venerdì nero” del 18 febbraio 1983 cui il governo Campins cercò di far fronte con il controllo e un regime differenziato dei cambi, sul quale a sua volta fiorirono ampi fenomeni di corruzione – gli stessi fenomeni degli anni recenti, in versione “bolivariana”.
Le cronache, con le code per i generi di cui vi è penuria, dalla carta igienica alla farina, i dati sulla svalutazione dei salari, le immagini dei poveri che cercano cibo nei bidoni della spazzatura, la perdita di peso di 8kg in media per i tre quarti della popolazione, indicano una forte risalita della povertà, almeno ai livelli del 1998, anche se il governo tiene nascosti i dati. La forte inflazione continua a falcidiare i salari, ormai schiacciati verso il salario minimo integrato di una componente chiamata “cestaticket” (una specie di mini-scala mobile) equivalente a un pasto equilibrato al giorno, che viene rivalutato ormai con frequenza bimestrale (l’inflazione ufficiale nel 2016 è stata del 720% e del 249% nei primi 7 mesi del 2017).
Il fallimento è completo anche sul piano del welfare, con il deterioramento della salute per scarsità di medicinali e di risorse oltre che dell’alimentazione: sono ricomparse malattie quasi scomparse quali difterite, paludismo, tubercolosi, è aumentata la mortalità infantile e soprattutto quella materna.
Secondo i dati di Wikipedia, il valore del salario minimo + il cestaticket all’1/9/2017 era di 136.544,18 +189.000,00 “bolivar fuerte”, pari a un totale di 325.544,18 Bs mensili. Si tenga conto che i 189mila Bs secondo l’amministrazione statale rappresentano il costo di 30 “pasti equilibrati”, quindi un salario non sarebbe in grado di garantire neppure due pasti al giorno (mentre in Italia la spesa alimentare incide per circa il 18% sul reddito familiare medio). A prezzi costanti (in Bs del 1999), questo salario minimo integrato con il cestaticket sarebbe diminuito da oltre 200 nei primi dieci anni del 2000 a soli 115 Bs a settembre 2017. (Non prendiamo qui in considerazione i calcoli in dollari sulla base del cambio di mercato, che danno salari di 19 dollari al mese, perché riflettono le distorsioni della speculazione). Dovendo far quadrare i conti con affitto, luce, gas, ecc. si spiega il dimagrimento della maggioranza della popolazione.
Anche se non siamo in grado, anche per il blackout delle statistiche ufficiali, di quantificare i mutamenti in corso nella distribuzione dei redditi, è evidente che i lavoratori salariati, anche quelli professionalizzati, si stanno impoverendo, mentre altre categorie borghesi si stanno arricchendo pur nella crisi.
Nonostante il governo cerchi di alleviare la miseria con elargizioni ai poveri, le risorse disponibili non sono sufficienti, non volendo/potendo bloccare la rapina da parte della boliborghesia, né far pagare più tasse alla borghesia nel suo complesso, mentre Maduro si vanta di continuare a pagare puntualmente il debito estero. Per questo è da prevedere che, a meno di un rialzo dei prezzi petroliferi, aumenterà l’impoverimento e la protesta sociale, dopo che quella diretta dalla destra si è acquietata a seguito dell’elezione dell’Assemblea Costituente e del tentativo di avviare negoziati governo-MUD sponsorizzati dall’ex premier spagnolo Zapatero e favoriti anche dagli Stati Uniti.
Come comunisti riteniamo corretta la posizione di quei pochi gruppi, come l’ Unidad Socialista de los Trabajadores, che durante i moti di primavera-estate non hanno fatto cerchio attorno al governo di Maduro, ma hanno cercato di strappare la protesta sociale dalle mani della destra, chiedendo tra l’altro le dimissioni di Maduro, libere elezioni e la chiusura dell’Assemblea Costituente, il non pagamento del debito estero, l’espropriazione di multinazionali e boliborghesia, la nazionalizzazione delle risorse minerarie.
Sappiamo che contro questo programma, e l’utilizzo a fini sociali e di crescita produttiva delle ricchezze trafugate da vecchia e nuova borghesia, troveremmo non solo costoro ma anche le Forze Armate, i cui vertici sono tra i principali beneficiari del sistema vigente, anche se la truppa non può non risentire del profondo disagio degli strati popolari da cui proviene.
Dal controllo operaio al controllo sugli operai
Nella sinistra anche italiana permane un attaccamento romantico al chavismo perché almeno ha parlato di socialismo, perché là sono stati tentati esperimenti di “controllo operaio” come primo passo verso una società diversa. Il 16 gennaio 2010 il presidente Hugo Chavez lanciò l’elezione da parte dei lavoratori dei dirigenti della Corporación Venezolana de Guayana (CVG), il maggior gruppo statale nelle industrie di base (acciaio e alluminio) affermando “Qui andiamo a costruire una grande zona socialista”. Racconta il cronista: “Con evidente allegria il capo dello Stato invita il movimento operaio a demolire il sistema capitalista e a costruire quello che ha chiamato “il meraviglioso socialismo””.
Ammesso (e non concesso, come vedremo) che Hugo Chavez fosse convinto di ciò che diceva, l’esperimento era destinato a fallire dall’inizio perché ipotizzava il controllo da parte di operai che restavano lavoratori salariati, su imprese che mantenevano intatta la loro natura di imprese capitaliste operanti sul mercato. Non è la volontà dei singoli, nemmeno dei CEO o dei padroni, che imprime il carattere capitalistico a un’attività lavorativa; sono i rapporti di produzione, il fatto che i lavoratori ricevono un salario e la loro produzione viene venduta sul mercato con l’obiettivo di realizzare un profitto, altrimenti il processo produttivo si arresta, a determinare una dinamica per cui l’interesse dell’impresa è opposto a quello dei lavoratori, e la produzione è determinata dalla domanda solvibile e non dai bisogni sociali. Il socialismo è innanzitutto abolizione del lavoro salariato, e produzione secondo un piano sociale, ma ciò presuppone il potere politico dei lavoratori e la riorganizzazione della società nel suo complesso. Non si dà socialismo in una sola impresa, e nemmeno in tutte le imprese se i rapporti di produzione restano capitalistici.
Ad es. Sidor, la più grande impresa siderurgica del Venezuela con circa 16 mila lavoratori, dopo la nomina del “presidente operaio” Carlos D’ Oliveira (in realtà un personaggio senza esperienze né meriti particolari, tranne l’essere sodale di Hugo Chavez) vendeva l’80% del tondino al Brasile per gli impianti olimpici anziché fornirlo per la costruzione di case in Venezuela. Questo primo e unico “presidente operaio” venne destituito per malversazioni dopo più di un anno, avendo trafugato parecchi milioni con la vendita privata della produzione. Nonostante i vari tentativi di gruppi di sinistra sostenitori di Chavez di costituire comitati di controllo nelle varie sezioni del grande stabilimento, l’esito fu la nomina di ben tre militari a capo di Sidor tra il 2013 e il 2014, in rapida successione perché combinavano rapacità nell’arricchimento personale e inefficienza organizzativa, un modello che non è cambiato fino ad oggi, basti pensare che nel 2016 Sidor ha lavorato al 6% (al sei per cento!!) della sua capacità produttiva per mancata manutenzione, mancanza di pezzi di ricambio e di materiali, dissesto organizzativo e finanziario. Nel 2017 la produzione dovrebbe risalire intorno al 20%.
I militari non solo sono rimasti al potere (il generale della Guardia Nazionale Justo Noguera Petri è stato a capo della Sidor per alcuni mesi del 2013, e poi della holding CVG), per dimettersi a fine agosto 2017 allo scopo di candidarsi alla carica di governatore, succeduto al vertice sia di CGV che di Sidor dal colonnello Humberto Calles Gonzalez, già direttore marketing di Sidor. Anziché il controllo operaio sulla gestione abbiamo così il controllo militare sugli operai, con arresti, condanne, licenziamenti – e anche assassinii – di dissidenti. Tutto questo mentre corruzione e malversazioni continuano, e sempre più militari entrano per questa via nella “boliborghesia”.
Non solo gli operai di fatto non hanno mai avuto la possibilità di nominare e controllare i dirigenti, ma neanche di eleggere i propri rappresentanti. Nel 2017 il partito socialista unificato PSUV al governo ha fatto intervenire la Corte Suprema per impedire – tre giorni prima del loro svolgimento – le elezioni degli organismi sindacali dei lavoratori (nel sindacato unico Sutiss), temendo di esservi messi in minoranza. Solo dopo due anni di blocco, con la commissione elettorale messa sotto il controllo del PSUV e molti leader sindacali di opposizione fatti oggetto di misure repressive, si potranno svolgere le elezioni.
Il contratto collettivo di lavoro per Sidor firmato nel 2008 (l’anno della nazionalizzazione) e scaduto nel 2010 non è più stato rinnovato fino al luglio 2017, quando è stato dettato dal presidente Maduro per avere l’appoggio all’Assemblea Costituente, senza essere discusso e approvato dai lavoratori.
Nel luglio 2016 dodici lavoratori Sidor sono entrati in sciopero della fame, perché la fine della copertura sanitaria li stava condannando al deterioramento delle condizioni di salute. Le assicurazioni con cui l’azienda aveva sottoscritto polizze sanitarie per i dipendenti avevano dichiarato fallimento e la società aveva loro sostituito un’assicurazione “autogestita”, che tuttavia non offriva una copertura sanitaria corrispondente ed escludeva molti familiari e pensionati prima coperti.
Non abbiamo spazio per illustrare più in dettaglio il rovesciamento del “controllo operaio” nel controllo e repressione sugli operai da parte della nuova borghesia di Stato, ma questo desolante quadro della situazione in quelle che dovevano essere le roccaforti del “potere operaio” ci confermano nelle considerazioni sul “Socialismo del XXI secolo”: al potere c’è una nuova borghesia con forte componente militare, e l’esperimento del controllo operaio nelle industrie di base, probabilmente lanciato con l’intenzione di creare un’aristocrazia operaia che costituisse una solida base di massa per la boliborghesia, è miseramente fallito non solo per il calo del prezzo del petrolio, ma anche per l’insipienza organizzativa e la rapina del patrimonio pubblico da parte di questa nuova frazione della classe dominante, che non merita alcun sostegno da parte dei lavoratori contro la vecchia.
Per questo riteniamo corretta da un punto di vista comunista la politica dei gruppi che con la parola d’ordine “via Maduro” lavorano per dare una direzione genuinamente rivoluzionaria in senso anticapitalista ai prossimi “Caracazo” delle masse proletarie del Venezuela; contro il governo Maduro ma, ovviamente, anche contro i vecchi partiti del centro-destra. A fronte di questa posizione, molto minoritaria e sostenuta dalla UST, Unione Socialista dei Lavoratori, abbiamo da un lato i partiti di derivazione stalinista schierati in appoggio incondizionato al PSUV e al governo Maduro, dall’altro il “chavismo critico” dell’area “Marea”, che rivendica la politica di Chavez con qualche correzione criticandone l’abbandono da parte di Maduro, i gruppi trotskisti centristi che, pur denunciando il carattere borghese del governo Maduro affermano che occorre difenderlo contro il golpe della destra e degli USA; altri gruppi centristi che sostengono la linea “né Maduro, né la MUD”, e con ciò non danno una indicazione di lotta politica. In campo internazionale, oltre alle posizioni pro-MUD, dei governi filo-americani, vi sono poi le posizioni di governi di “centro-sinistra” (Bachelet in Cile, e il governo uruguayano) che hanno appoggiato la sospensione del Venezuela, criticando, insieme al Blocco delle Sinistre in Portogallo, al Front de Gauche di Melenchon in Francia, alla Linke tedesca e al PSOL brasiliano, l’abbandono della democrazia parlamentare con l’elezione dell’Assemblea Costituente, sostanzialmente allineati con la posizione dei governi europei, che vorrebbero un accordo PSUV-MUD (che potrebbe aprire maggiori spazi alle multinazionali europee).
Tutte queste posizioni hanno come criterio lo schierarsi rispetto ai “fronti” politici, e non rispetto alle classi, che devono essere il riferimento cardine di ogni posizione rivoluzionaria.
[RIQUADRO]
L’ascesa della bolibourguesia
Riportiamo le notizie circostanziate riportate sul Correo Internacional della LIT (Liga Internazional de los Trabajadores) del 22 giugno 2016, riguardo l’ascesa della bolibourguesia fino a divenire la frazione borghese dominante nella “Repubblica Bolivariana”.
L’articolo nota innanzitutto che la bolibourguesia non è un fenomeno nuovo in quanto “la quasi totalità dei gruppi economici e settori borghesi esistenti (e alcuni scomparsi) sono sorti a partire dal parassitismo sulla rendita petrolifera, dall’uso del bilancio statale e dai favori ricevuti dallo Stato tramite i governi di turno. Esempi ne sono i gruppi Alfonzo Rivas (scomparso con l’acquisizione da parte della statunitense Cargill), Delfino e Mendoza, ecc.
Con il temine bolibourguesìa si intendono “sia coloro che, da diversa origine di classe si sono convertiti in imprenditori multimilionari a partire da affari leciti o illeciti facilitati dai governi Chavez-Maduro, sia coloro che, essendo già grandi, medi o piccoli imprenditori hanno preso parte al progetto chavista fin dall’inizio accrescendo la propria ricchezza con lo stesso genere di affari.”
L’articolo osserva come il movimento chavista sia stato eterogeneo fin dall’inizio, comprendendo “attivisti del movimento popolare, militanti di partiti della sinistra riformista, vecchi politici riciclati dei partiti della destra tradizionale, militari, banchieri, imprenditori e burocrati sindacali”. La base materiale di questo processo è stata “l’abbondanza fiscale iniziata nel 1999, quando Chavez trovò il petrolio a nove dollari il barile e partì il rialzo fino a 62 dollari e poi, dopo il 2006, oltre i 100 dollari il barile”.
“I meccanismi di arricchimento sono stati diversi: fare da intermediari negli affari” tra le imprese private e le multinazionali con lo Stato, “ricevere tangenti e favori con l’aggiudicazione di appalti pubblici, le società di facciata, la deviazione di voci del bilancio, la corruzione, la frode commessa soprattutto da parte dei gestori delle imprese statali con l’assegnazione delle valute per le importazioni di generi alimentari, le scorte …”.
“L’economista di sinistra, giornalista e storico Domingo Alberto Rangel [1] ha segnalato l’esistenza di tre grandi gruppi economici. Il primo e il più forte ruota intorno a Diosdado Cabello e Rafael Sarría, entrambi militari in pensione. Le proprietà di questo gruppo comprendono banche, diversi stabilimenti industriali e partecipazioni in società di servizi. Dopo il gruppo Polar, è forse il primo impero finanziario del paese.
Un secondo gruppo è quello costruito intorno ad un altro militare in pensione, Jesse Chacon. Suo fratello sarebbe il proprietario o il capo apparente di questo gruppo, che nei primi otto anni di chavismo avrebbe acquisito una banca, una delle più grandi fabbriche di latte in polvere nel Sud America, e diversi possedimenti.
Infine, ha fatto riferimento a un terzo gruppo oligarchico i cui leader sarebbero Ronald Blanco La Cruz e Edgar Hernandez Behrens, entrambi militari in pensione, il primo governatore dello stato di Tachira (2006), e l’altro banchiere, presidente del Fondo di garanzia dei depositi ( Fogade), del CADIVI (Commissione di Amministrazione dei Cambi) e della SUDEBAN (Superintendenza delle Banche) per un lungo periodo. A quel tempo, erano i tre gruppi economici, tra i quali si suddivideva la boliburguesia allora emergente.”
“A questi gruppi vanno aggiunti gli imprenditori e banchieri che hanno accompagnato Chavez dall’inizio (o che si sono avvicinati nei primi anni) e che con il chavismo hanno visto aumentare le loro fortune. Tra questi sono Alberto Cudemus, presidente di FEPORCINA [settore suinicolo]; Alberto Vollmer proprietario di Ron Santa Teresa e oggi rappresentante del Venezuela nel Mercosur; Miguel Pérez Abad presidente di FEDEINDUSTRIA; Irasqüín Victor Vargas, titolare del Banco Occidental de Descuento (BOD), chiamato all’epoca “banchiere preferito Chavez” e suocero di Louis Alphonse (duca d’Angiò e pronipote del dittatore Franco); Víctor Gil, presidente della banca Fondo Comun, liquidata; Wilmer Ruperti, armatore petrolifero miliardario che, dopo aver aiutato Chávez durantes la serrata petrolifera del 2002, ha visto la sua fortuna crescere a 10 miliardi di dollari; Luis Van Dam, imprenditore metallurgico, chavista dal 2005 (nel 1988 è stato coinvolto in uno scandalo su una presunta truffa alla nazione dell’ordine di 70 milioni di dollari, nel caso di un contratto per il repowering di alcuni carri armati AMX-30), e oggi presente nel settore petrolifero e elettrico.”
E ancora: “ di- David Cabello (fratello di Diosdado), Ministro delle Infrastrutture dal 2006 al 2008 e, da allora, direttore del SENIAT (Agenzia delle Entrate). Tutto il commercio estero di beni in entrata e in uscita è nelle loro mani; tutte le imposte, le tasse, i contenziosi, le liti e le procedure sono gestite da lui. Rafael Ramírez Carreño (ex presidente di PDVSA e ex ministro dell’energia e del petrolio fino al suo licenziamento da parte di Maduro) ha partecipato al programma alimentare del governo che importa cibo attraverso PDVAL, alla costruzione di alloggi (Gran Mision Vivienda) e al finanziamento delle “missioni sociali”, tutto questo accanto agli affari nell’energia. Si stima che maneggiasse almeno 150 miliardi di dollari l’anno.”
Molti sono i profittatori della rendita petrolifera a livello regionale, e non mancano coloro che hanno acquisito proprietà a livello internazionale. Media dell’opposizione segnalano come boliborghesi anche:
“Diego Carreño Salazar, alias il “rosso d’oro” figlio di un guerrigliero e poeta degli anni ’60 e cugino del citato Rafael Ramírez, che si è aggiudicato contratto di assicurazione e la riassicurazione miliardaria di PDVSA, passando da venditore di polizze assicurative a uno degli uomini più ricchi del paese. Alejandro José Andrade Cedeño (tenente dell’esercito, ha partecipato alla tentativo di golpe 1992). Si stima che abbia una fortuna di 5 miliardi di dollari. Pedro Torres Ciliberto, con un patrimonio di 700 milioni di dollari. E’ stato indicato come prestanome del giornalista chavista José Vicente Rangel. Leonardo González Dellán, ex presidente del Banco Industrial de Venezuela (con capitale misto tra lo Stato e le banche private); si stima una fortuna di 1 miliardo di dollari. Eudo Carrullo Perozo (figlio di Eudomaro Carrullo, un ex direttore PDVSA che ha offerto collaborazione a Chavez durante la serrata petrolifera) a quanto pare ha un patrimonio netto di 500 milioni di dollari. Baldo Sansón, ex consigliere finanziario di PDVSA, ha una fortuna di 600 milioni di dollari. Armando Capriles Capriles (collegato alle società di famiglia, amico dell’ex ministro delle Finanze Nelson Merentes e cugino dell’oppositore Henrique Capriles Radonsky): fortuna stimata di 2 miliardi di dollari.
L’elenco potrebbe continuare: Samark José López Bello (di umili origini, con genitori insegnanti), è attualmente il presidente della Profit Corporation (società i cui clienti principali sono PDVSA, PDVSA GAS e il Ministero degli Affari Interni). È coinvolto negli scandali dell’importazione di cibo avariato tramite PDVAL. Possiede un capitale di 1 miliardo di dollari.
Raúl Antonio Gorrín Belisario (“L’uomo dalle stufe in Venezuela”). Associato a attività illecite, con il sostegno di potenti uomini governativi, si dice che agisca come prestanome di magnati dei media. Appare come acquirente del canale Globovisión (per un importo di 68 milioni di dollari). Egli possiede l’assicurazione La Vitalicia, e la sua ricchezza è pari a 2.000 milioni di dollari. Ci sono altri come Walid Makled (ha acquistato la compagnia aerea AEROPOSTAL); Eligio Cedeño, Leopoldo Castillo Bozo (proprietario della Banvalor, casa di commercio) e Miguel Mawad, tutti possessori di enormi patrimoni e in rapporto con funzionari governativi, attuali ed ex (Freddy Bernal, Aristóbulo Istúriz e Luis Felipe Acosta Carles, tra gli altri).”
Come si vede non si tratta di casi particolari, né di piccoli imprenditori rampanti, ma di grandi gruppi finanziari, miliardari, cresciuti all’ombra del chavismo, con importante presenza di (ex) militari, e in grado di rivaleggiare con la preesistente borghesia privata nel camposs economico, finanziario, e… politico.
La sua possibilità di restare al potere democraticamente dipende dalle quote di rendita petrolifera che essa può elargire ad ampli strati della popolazione dopo aver rimpinguato i propri conti all’estero. Con i bassi prezzi del petrolio degli ultimi anni ha perso il sostegno della maggioranza e deve quindi ricorrere ai rimaneggiamenti istituzionali (Assemblea Costituente, dove non vale il principio “una testa, un voto”, e l’intervento diretto dell’esercito e polizia contro la piazza e gli oppositori). Tra i quali vanno distinti in modo molto chiaro quelli che fanno riferimento alle destre, e la protesta proletaria e popolare contro il peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro, l’inflazione, la crescita della povertà.
Nazionalismo petrolifero e populismo rentier (da “Pagine marxiste”, n. 10, ottobre-dicembre 2005)
Da alcuni anni, con Hugo Chavez alla presidenza, il Venezuela è alla ribalta della politica internazionale, per la sua linea di unità latinoamericana e di sfida agli Stati Uniti, e per una politica sociale che dice di prendere le distanze dal capitalismo alla ricerca di una terza via alle volte definita come “socialista”. Per questo trova sostenitori in una parte della sinistra, anche in Europa come si è potuto vedere durante la sua recente visita a Milano e Madrid.
Riteniamo per questo utile un’analisi spassionata, con l’uso degli strumenti del marxismo, per comprendere la natura dei processi economici, sociali e politici in corso in Venezuela.
La conclusione cui giunge la nostra analisi è che l’attuale governo del Venezuela persegue politiche, sia all’interno che all’esterno, che non si discostano sostanzialmente da quelle portate avanti dai passati governi nelle fasi di alti prezzi petroliferi, anche se le forme politiche in cui questo avviene sono originali, e il contesto mondiale e latino-americano è fortemente mutato.
Dipendenza dalla rendita petrolifera
Gli elementi di continuità con la storia passata del paese sono infatti molto maggiori di quanto sia generalmente noto. Il principale è dato dalla specificità economica di questo Stato, che ha una popolazione pari a metà di quella italiana su una superficie tre volte più grande, e un prodotto interno lordo (PIL) pari a circa un dodicesimo di quello italiano: si tratta del quinto produttore mondiale di petrolio, con circa 3 milioni di barili al giorno. Circa un terzo del PIL, quasi la metà dei profitti (margine operativo lordo) e oltre metà delle entrate statali sono dati dalle attività petrolifere. Ė naturale che, dal 1918 quando inizia lo sfruttamento industriale del petrolio, e in un ventennio si trasforma da esportatore agricolo a primo esportatore petrolifero mondiale (e importatore agricolo), gran parte delle lotte sociali e politiche in Venezuela abbiano avuto per oggetto il controllo e la ripartizione dei proventi petroliferi.
Tra il 1917 e il 1936 il petrolio fornì il 29% delle entrate statali; tra il 1936 e il 1945 il 54% (con la nazionalizzazione del petrolio messicano il Venezuela ne diviene il primo esportatore mondiale e il principale fornitore degli Stati Uniti nel corso della Seconda Guerra mondiale); lo Stato dipende dalle entrate petrolifere addirittura per il 71% tra il 1945 e il 1958, e questa dipendenza rimarrà sopra o intorno al 50% anche nei decenni successivi. Per questa ragione, soprattutto negli ultimi 30 anni di forti oscillazioni dei prezzi petroliferi, il ciclo politico venezuelano è strettamente correlato a quello del petrolio.
Capitalismo di Stato
Con il quadruplicamento dei prezzi del petrolio nel 1973-74 il Venezuela vede un improvviso, enorme aumento della rendita petrolifera, che viene ridistribuita tra consumi privati (sussidi all’acquisto di generi di consumo, alle importazioni), consumi pubblici e welfare state (raddoppio del pubblico impiego a 750 mila unità tra il 1974 e il 1978), profitti privati (detassazione e incentivi alle imprese) e soprattutto investimenti pubblici, con il varo di un piano quinquennale di investimenti per ben 52,5 miliardi di dollari nel 1977: costruzione di infrastrutture nei trasporti, telecomunicazioni, energia, e costruzione di un grande complesso industriale a capitale di Stato, con la costituzione di 163 società a capitale pubblico in una molteplicità di settori, dal tessile ai trasporti alla cantieristica. Tramite l’ente pubblico Corporacion Venezolana de Guyana viene costruito dal nulla il maggior polo industriale del paese a Ciudad Guyana (nello Stato di Guyana, ad est), con un complesso idroelettrico, complessi siderurgici e dell’alluminio, che sfruttano le risorse minerarie locali. In pochi anni Ciudad Guyana, che riunisce due cittadine preesistenti, passò da 40 a 300 mila abitanti, e oggi è vicina al milione.
Per questa spesa e questi investimenti lo Stato e le imprese pubbliche si indebitarono verso l’estero, puntando sui proventi petroliferi futuri per il pagamento del debito.
Crisi da controshock: la rivolta del Caracazo
Con il riflusso dei prezzi del petrolio l’indebitamento cominciava a divenire insostenibile, ma il secondo shock petrolifero del 1979 (collegato alla rivoluzione islamica in Iran) arrivò in tempo a far cestinare un piano di austerità già varato e a permettere di continuare la politica di forte spesa pubblica e di aumento dell’indebitamento estero. Venne tra l’altro costruito un complesso carbosiderurgico nello Stato di Zulia, ad Ovest. Ma dopo una crescita sostenuta (6% annuo) tra il 1974 e il 1978, l’economia ristagna e non genera le risorse per ripagare i debiti. La borghesia trasferisce all’estero ingenti quantità di denaro; 5 miliardi di dollari di liquidità della società petrolifera di Stato PDVSA vengono requisiti dallo Stato per tamponare le falle. L’equilibrio finanziario dipende sempre più dal prezzo del petrolio. Quando questo dimezza nel 1986, la situazione finanziaria precipita: il Venezuela è costretto a ricorrere alle garanzie del Fondo Monetario, che impone drastiche misure di austerità. Il 27 febbraio, con l’entrata in vigore di forti aumenti dei biglietti dei trasporti pubblici (30%, ma alcune linee di autobus extraurbane chiedono il 70%) che seguono di un giorno il raddoppio del prezzo della benzina, scoppiano disordini nelle periferie di Caracas, che si trasformano rapidamente in una vera e propria sommossa popolare dei quartieri poveri, nota come il Caracazo. La folla saccheggia soprattutto i negozi alimentari, tenta di penetrare nei quartieri alti della capitale ma, senza guida politica, non attacca i centri del potere. La polizia della capitale, in lite con la Guardia Nazionale, interviene debolmente; la Guardia Nazionale non ha forze sufficienti per la repressione. Il presidente Carlos André Perez, da poco in carica, fa intervenire l’esercito: è un massacro, con un numero di morti valutato tra i 400 e i 2000. Verranno trovate fosse comuni.
Se la rendita petrolifera aveva permesso di elargire le briciole a settori del proletariato urbano, il calo del prezzo del petrolio, facendo tagliare i sussidi, ha provocato la rivolta popolare. Il Caracazo scava un solco profondo tra gli strati inferiori del proletariato e i tradizionali partiti della borghesia.
Alla crisi del Caracazo seguiranno anni di instabilità politica e finanziaria, che culminano nella crisi bancaria del 1994, quando oltre metà del sistema bancario venezuelano viene salvato dal governo con un costo pari a tre quarti delle entrate statali. Nel 1998-99 la caduta dei prezzi petroliferi a 11-12 dollari al barile, minimi dagli anni ’70, aggrava le difficoltà per l’economia e i problemi finanziari: è in questa congiuntura che matura l’ascesa al potere di Hugo Chavez.
Compagnie americane
Intorno al petrolio non ruota solo la politica interna, ma anche quella internazionale. Il petrolio scandisce i rapporti tra il Venezuela e il capitale internazionale, tra il Venezuela e le potenze imperialistiche, Stati Uniti in particolare, ma anche tra il Venezuela e i paesi in via di sviluppo (PVS), in particolare dell’America Latina.
La giovane borghesia venezuelana nel secondo decennio dell’800 aveva lottato per cacciare gli spagnoli che le imponevano il monopolio sulle esportazioni di cacao e le importazioni di schiavi e manufatti, dato in appalto alla basca Compañia de Caracas. Per un secolo l’export agricolo, di cacao e di caffè, costituirà il suo introito più importante
L’estrazione industriale del petrolio decolla nel secondo decennio del ‘900.
Cruciale sarà il rapporto con Creole, la filiale venezuelana del gruppo americano Standard Oil of New Jersey (attuale Exxon), che ottenne concessioni per quasi i due terzi delle riserve accertate e che negli anni ’40 forniva il 48% degli utili del gruppo; sono presenti anche Shell e Gulf, cui si affiancano numerose compagnie minori. Il Dipartimento di Stato americano esercita una costante azione di mediazione e pressione presso i governi venezuelani, dittatoriali o democratici, a protezione degli interessi delle compagnie petrolifere statunitensi.
Guerra Fredda e militari di sinistra
Il Venezuela fino a tutti gli anni ’60 rappresenta per gli Stati Uniti il “paese modello” che mantiene buoni rapporti con le compagnie petrolifere e non minaccia nazionalizzazioni (a differenza di Bolivia e Messico, che avevano nazionalizzato nel 1937 e ’38), anche se a partire dal 1943, approfittando del ruolo strategico delle forniture venezuelane nel corso della guerra mondiale, il governo inizia ad aumentare le royalties e porterà la quota dello Stato al 50% degli utili delle compagnie. Il generale Perez, che rovescia il governo di Accion Democratica nel 1948, garantirà nuove concessioni alle compagnie petrolifere estere, e riceverà l’onoreficenza della Legion of Merit dal presidente USA D. Eisenhower nel 1954. La Giunta Patriottica che depone Perez nel 1958 alza la royalty dal 50 al 60%, ma il governo Betancourt che le succede consolida stretti rapporti con gli USA e si schiera decisamente con gli USA nella Guerra Fredda. L’ammiraglio Larrazabal, che aveva capeggiato la Giunta Patriottica ed era appoggiato dal Partito Comunista Venezuelano, toglierà l’appoggio al governo quando esso rompe le relazioni diplomatiche con Cuba e i paesi “socialisti” nel 1961. In più occasioni nella storia del Venezuela dei militari si mettono in politica trovando appoggio nella sinistra, su posizioni nazionaliste e antiamericane. Chavez è all’interno di questa tradizione.
La linea filo-americana prevale fino alla fine degli anni ‘60, sia nei governi a guida di Accion Democratica (un partito di stampo socialdemocratico), sia in quelli a guida COPEI (partito democristiano) che si alternano al potere.
Caro petrolio e latinoamericanismo
Già nel 1960 tuttavia il governo venezuelano aveva cercato di neutralizzare la crescente concorrenza dei produttori mediorientali di petrolio promuovendo la costituzione dell’OPEC, il cartello dei paesi esportatori di petrolio e nel 1971, in coincidenza con la crisi del dollaro, il governo eleva al 70% la royalty sulla rendita petrolifera. Sarà nel 1973, con la congiunzione tra una crescente domanda di petrolio causata dal forte sviluppo mondiale postbellico e la terza guerra arabo-israeliana, che l’OPEC trova i rapporti di forza per decidere la limitazione della produzione e l’embargo contro gli Stati Uniti, alleati di Israele.
Gli Stati Uniti per ritorsione nel 1974 escludono i paesi OPEC, incluso il Venezuela, dalle tariffe preferenziali adottate per i PVS, nonostante questo avesse in realtà aumentato le sue forniture agli USA, per supplire al venir meno dei rifornimenti del Medio Oriente.
Ė nell’anno del primo shock petrolifero che il presidente Caldera, del partito cattolico COPEI, pone fine alla “dottrina Betancourt”, allaccia rapporti diplomatici con Cuba e coi paesi del blocco “sovietico”, e sviluppa una politica estera latinoamericanista che sarà continuata dopo il 1974 dal suo successore Perez di AD, il quale istituisce un Fondo di investimenti per esportare il 35% della rendita petrolifera verso i paesi caraibici, andini e centroamericani, soprattutto per il finanziamento dei loro acquisti di petrolio: una forma latinoamericanista del riciclaggio dei petrodollari. Nella seconda metà degli anni ’70 il governo venezuelano fornisce armi e sostegno attivo ai sandinisti in Nicaragua, mentre taglierà i rifornimenti di petrolio al governo Somoza (negli anni ’80 parteciperà al processo di mediazione).
Nel 1975 il Venezuela promuove la costituzione del SELA, il Sistema Economico Latinoamericano, cui partecipano 26 Stati, ma che rimane nulla più che un forum di discussione.
L’aumento dei prezzi petroliferi fornisce al Venezuela i mezzi finanziari per una politica estera attiva, sganciata da quella statunitense, nel tentativo di creare una propria sfera di influenza tra i piccoli Stati della regione. Un’analoga strategia viene portata avanti oggi dal governo Chavez, con l’offerta di petrolio a prezzi di favore agli Stati dell’America Latina, e con la proposta di costituire comunità regionali dell’energia.
La nazionalizzazione: PDVSA multinazionale
Ė in queste condizioni che nel 1975 viene decisa la nazionalizzazione delle attività petrolifere. Essa viene effettuata senza rotture con le compagnie, che ricevono circa due miliardi di dollari di indennizzi. Viene costituita la società di Stato PDVSA che, sotto la guida di un generale (capitale di Stato a direzione militare, come è avvenuto in molti PVS), nel giro di qualche anno centralizza le attività delle 14 compagnie estere private che operavano in Venezuela. Lo Stato, in teoria, è ora padrone del 100% della rendita petrolifera, anche se PDVSA continua a pagare alle vecchie e a nuove compagnie petrolifere estere servizi di assistenza tecnica e anche di gestione dei pozzi. PDVSA diviene a sua volta una multinazionale alleata ad altre multinazionali, con l’acquisto di quote di raffinerie in Germania, Svezia, Gran Bretagna, e soprattutto negli Stati Uniti con l’acquisizione di CITGO acquisisce il controllo al 100% di 5 raffinerie con una capacità di quasi 1,2 milioni di barili al giorno (mb/g), rispetto agli 1,28 mb/g delle raffinerie possedute in Venezuela e agli 0,97 mb/g di quelle partecipate in Europa. PDVSA, terza al mondo per capacità di raffinazione oltre che quinto produttore mondiale di petrolio, diventa in questo modo la più grande multinazionale di un PVS, e si affranca dalle reti commerciali delle multinazionali petrolifere giocando direttamente sui mercati dei paesi consumatori.
Affari privati del capitale di Stato
Con la nazionalizzazione del petrolio il Venezuela sancisce la sua indipendenza politica dagli Stati Uniti, ma questi rimangono il suo principale mercato. La PDVSA, come tutte le aziende capitalistiche, tende a seguire il proprio massimo tornaconto aziendale, che spesso non coincide con quello dello Stato azionista. I dirigenti spesso perseguono un interesse aziendale che diverge da quello degli azionisti, e quasi sempre, nel rispetto o in violazione di leggi e statuti, perseguono anche o soprattutto il proprio interesse privato, come testimoniano i regolari scandali aziendali. Nel caso della PDVSA, inoltre, i dirigenti operativi delle varie attività del gruppo rimangono quelli formati dalle multinazionali, legati ad ambienti e interessi stranieri, spesso essi stessi provenienti dall’estero. Essi utilizzano la struttura multinazionale di PDVSA per trasferire profitti dalle società venezuelane a quelle estere del gruppo, e sottrarli in questo modo alla pesante tassazione del governo venezuelano (ad esempio praticando sconti alle forniture di greggio alle proprie raffinerie all’estero). Con il denaro e il potere di influenza di cui dispongono essi comprano anche l’appoggio di numerosi esponenti politici e dei vertici della magistratura, ottenendo nei primi anni ’90 dalla Corte Suprema sentenze che aboliscono i vincoli posti al ruolo delle compagnie straniere dalla legge sulla privatizzazione e da altre leggi sugli idrocarburi. Gli accordi operativi con compagnie straniere vengono sottratti al controllo del Congresso; PDVSA può formare joint ventures per lo sfruttamento del petrolio venezuelano in cui le società straniere hanno la maggioranza (in tutti gli accordi di associazione degli anni ’90 PDVSA sarà socio di minoranza); per lo sfruttamento dei giacimenti di olio pensante nel bacino dell’Orinoco l’imposta viene ridotta all’1%; PDVSA si impegna inoltre a risarcire i soci per l’eventuale aumento del carico fiscale…
Soprattutto a partire dal 1996, con la cosiddetta politica della abertura il controllo dello Stato sulla rendita petrolifera scende sotto il livello pre-nazionalizzazione. La caduta del prezzo del petrolio e quindi della rendita nel 1998-99 aggrava ulteriormente la situazione per le finanze pubbliche e pregiudica la redistribuzione della rendita petrolifera tramite la spesa pubblica.
Movimiento nazionalista
Importanti settori della borghesia abbandonano i vecchi partiti di governo e nelle elezioni del 1998 appoggiano il movimento elettorale di Hugo Chavez, ex tenente colonnello che nel 1983 aveva fondato un’organizzazione segreta di ufficiali, MBR-200 (Movimiento Bolivariano Revolucionario), nazionalista e populista, e nel 1992 aveva tentato e fallito un golpe. Amnistiato dopo due anni di prigione (durante i quali aveva potuto concedere interviste e tenere riunioni), ma espulso dai ranghi dell’esercito, Chavez si era convertito alla democrazia dedicandosi alla costruzione del MVR (Movimiento Quinta Republica), ispirato alla figura e alle idee di Simon Bolivar (vedi riquadro).
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Simon Bolivar
Simon de Bolivar l’eroe della guerra di indipendenza dalla Spagna, che aveva tentato l’unificazione dell’America Latina con la costituzione, nel 1821, della Repubblica della Grande Colombia (corrispondente all’incirca con gli attuali Venezuela, Panama, Ecuador, e Colombia attuali). Bolivar era espressione della borghesia locale, eroica contro gli spagnoli, ma spietata contro le aspirazioni all’uguaglianza di schiavi e salariati. Assicuratosi il controllo di una parte del Venezuela grazie all’appoggio dell’armata di colore comandata dal pardo (sangue misto) Manuel Piar, poco dopo averlo nominato Generale in Capo nel 1817 lo fa arrestare e condannare a morte per alto tradimento per aver espresso le istanze delle classi oppresse. Il bolivarismo, ora divenuto ideologia ufficiale di Stato, è un’ideologia nazionalista, antimperialista e panamericanista (o meglio, latinoramericanista), ma anche anti-proletaria e anti-comunista della borghesia. che oggi viene utilizzata per assoggettare ideologicamente il proletariato.
Il nucleo centrale del MVR è costituito da militari nazionalisti, ma trova sostegni sia nei partiti di sinistra La Causa R(adical) e MAS (Movimiento al Socialismo, costituito da ex guerriglieri degli anni ’60, poi passati su posizioni riformiste tanto che alcuni vennero cooptati nel governo del democristiano Caldera e altri ottennero cariche nei governi locali), che presso gli stessi ambienti imprenditoriali che avevano appoggiato i precedenti governi (tra cui il Grupo Cisneros, il maggior gruppo privato del paese). Chavez, candidato del Polo patriotico ottiene il 56% dei voti alle presidenziali del dicembre 1998 (mentre il MVR aveva ottenuto meno del 20% dei voti validi alle elezioni parlamentari di novembre). Secondo varie indagini condotte nel 2000, tra gli elettori del MVR quelli che si considerano di destra superano di gran lunga quelli che si considerano di sinistra.
Il compito principale di Chavez è quello di riprendere il controllo statale sulla rendita petrolifera, un compito nazionale. Ma Chavez va oltre, accentuando il proprio antiamericanismo (fornendo tra l’altro significativi aiuti finanziari a Cuba, che in cambio ha inviato 14 mila medici in Venezuela) e qui si viene a scontrare con i forti legami economici, finanziari e politici tra settori della borghesia venezuelana e gli Stati Uniti. Gustavo Cisneros, ad esempio, è membro di una decina di istituzioni statunitensi.
Il partito americano
Ė soprattutto sul fronte della politica estera che si è creato uno schieramento anti-Chavez, comprendente una maggioranza dell’imprenditoria privata, la Chiesa, parte dei vertici militari, la confederazione sindacale CTV, controllata da AD, e la dirigenza della PDVSA, in lotta per impedire che la nuova legge sugli idrocarburi entrasse in vigore con il 2003. Questo schieramento nell’aprile del 2002 organizzò un colpo di Stato, che arrivò a decretare lo scioglimento del parlamento e alla nomina a presidente della repubblica di Pedro Carmona, presidente delle Camere di Commercio, che nominò un governo d’emergenza. Gli Stati Uniti e la Spagna di Aznar furono troppo solerti a riconoscere il governo golpista, perché nel giro di due giorni a seguito di un confronto interno alle sfere militari prevalsero i fautori di Chavez, che fu reinsediato nei suoi poteri.
Lo schieramento anti-Chavez provò allora a giocare le carte delle manifestazioni di piazza, con l’appoggio della polizia della capitale, e dello sciopero politico. Nel dicembre 2002 la CTV proclamò lo sciopero generale mentre alcune imprese fecero una serrata; al centro dello scontro fu la PDVSA, dove 23 mila tra dirigenti e dipendenti, soprattutto quadri e impiegati, entrarono in sciopero, con l’obiettivo di far cadere il governo bloccando la produzione di petrolio anche con azioni di sabotaggio. Dopo due mesi lo sciopero fallì, e la PDVSA fu rimessa in moto con l’aiuto dei militari senza l’apporto degli scioperanti, che vennero licenziati in massa.
L’ultima carta giocata dal fronte dell’opposizione è stata la raccolta di firme per un referendum per la revoca di Chavez: il referendum si tenne nell’agosto del 2004, ma Chavez fu confermato dal 58% dei votanti. Alle ultime elezioni parlamentari del dicembre 2005 i maggiori partiti di opposizione si sono ritirati con il pretesto della mancanza di garanzie; i partiti governativi hanno stravinto, ma su un voto cui ha partecipato solo il 25% degli elettori. La maggioranza dei venezuelani è rimasta estranea.
Improbabile socialismo rentier
In seguito a queste vicende Chavez si è appoggiato in misura crescente sulle correnti di sinistra accentuando la fraseologia “anticapitalista” e socialisteggiante – anche se ha sempre limitato la prospettiva del mutamento sociale alla sfera della distribuzione.
Nei primi anni di governo Chavez ha portato avanti una serie di riforme di stampo progressista ma non socialmente radicali, quale una campagna di alfabetizzazione e di formazione professionale per la quale è stato utilizzato anche l’esercito, una campagna per portare l’assistenza sanitaria nei barrios delle periferie, con l’aiuto di 14 mila medici cubani, e medicine a prezzi sussidiati; una riforma agraria che ha ridistribuito solo le terre incolte (e che ha difficoltà a trovare gli aspiranti contadini); ora il governo sta promuovendo la riforma dei suoli urbani per legalizzare il possesso delle case abusive costruite nei barrios, e procedere a fornire acqua, elettricità ecc. Il governo ha anche costituito una rete di negozi di generi alimentari e di largo consumo a basso costo, per calmierare i prezzi (soprattutto con prodotti di importazione).
Sul piano sociale il governo ha lanciato alcune iniziative a carattere propagandistico, come la requisizione – dietro indennizzo ai proprietari – di alcune delle fabbriche abbandonate o chiuse dalla proprietà, date in gestione a cooperative di lavoratori con la partecipazione dello Stato.
Sono inoltre stati avviati esperimenti di “cogestione” con l’inserimento di rappresentanti dei lavoratori nei consigli di amministrazione di alcune grandi imprese statali (l’esempio più noto è il complesso dell’alluminio di Ciudad Guyana, ALCASA, in perdita da quando è stato aperto 17 anni fa, al vertice del quale è stato nominato il sociologo ex guerrigliero Carlos Lanz).
Sul piano occupazionale, il governo ha promosso la costituzione di cooperative di lavoro in svariati settori, dall’abbigliamento al calzaturiero all’orticoltura, nelle quali lo Stato (spesso direttamente la PDVSA) mette il capitale iniziale. Sono state finora costituite quasi 5 mila cooperative.
In queste cooperative i lavoratori non possono organizzarsi in sindacati, perché formalmente sono “soci” e non dipendenti, e spesso percepiscono retribuzioni inferiori al salario minimo.
Tutte queste iniziative hanno delle caratteristiche comuni:
– non sono il risultato di conquiste operaie strappate con lotta alla borghesia, ma concessioni dall’alto con la distribuzione di denaro proveniente dalla rendita petrolifera;
– i lavoratori rimangono in balìa del mercato, in concorrenza con produttori nazionali ed esteri generalmente dotati di tecnologie superiori, costretti ad autosfruttarsi per restare sul mercato.
La borghesia ha continuato a ricevere una quota consistente della rendita petrolifera tramite sussidi, protezioni, la domanda e il debito pubblico – e continua a mandare all’estero una grossa parte dei suoi profitti.
La rivista londinese della grande banca, “The Banker”, rileva il sostegno al governo Chavez delle banche private venezuelane, che nel 2005 hanno visto crescere gli utili del 30%, mentre nel boom indotto dalla spesa pubblica i crediti in sofferenza sono diminuiti dal 10% del 1995 (quando lo Stato dovette salvare metà del sistema bancario dalla bancarotta) all’1,5% attuale – indice questo che anche le imprese private sono in buona salute perché riescono a ripagare i prestiti. Il 51% delle attività delle banche private è tenuto in titoli pubblici: le banche fanno affari con il debito dello Stato.
Il quadro economico-sociale complessivo mostra che al di là della fraseologia anticapitalista, Chavez è attento ad assicurare un buon clima di affari per la borghesia venezuelana. Fin quando la rendita petrolifera resterà elevata, Chavez potrà mantenere l’ambiguità sociale che caratterizza il suo governo, concedendone rivoli a tutti gli strati sociali, compresi parte dei lavoratori e dei giovani tra i quali ha suscitato speranze di una radicale trasformazione sociale. Quando il prezzo del petrolio scenderà in seguito ai forti investimenti nella ricerca ed estrazione, suscitati in tutto il mondo dagli enormi profitti attuali, i margini per il populismo si ridurranno, e lo scontro sociale tornerà ad acutizzarsi.
Il socialismo non può basarsi sulla distribuzione della rendita petrolifera, ossia del frutto dello sfruttamento dei lavoratori in altre parti del mondo; esso può essere solo il risultato dell’espropriazione degli espropriatori, della produzione e ripartizione sociale del prodotto, non mediata dal lavoro salariato, dal denaro e dal mercato.
Il socialismo può essere solo il risultato della lotta dei lavoratori stessi, non il dono di un esercito che si presenta come al di sopra delle classi.

