[Nella foto: l’ambasciatore della Cina in Israele, Xiao Junzheng, e il ministro sionista dell’economia e dell’industria Nir Barkat]
“La verità è meglio guardarla in faccia con coraggio, perché altrimenti, a suo tempo, ci pugnala alle spalle” (Francisco Goya)
Nei mesi di maggio e giugno scorso abbiamo avuto un’accesa polemica con alcuni compagni che avevano contestato con veemenza, e perfino con indignazione, la nostra ricostruzione dei rapporti tra Cina e Israele (molto solidi, e non scossi affatto dal genocidio di Gaza), salvo non riuscire poi a contro-replicare nulla alla nostra replica, fondata per intero sulla realtà dei fatti.
Naturalmente, com’è nostra abitudine, abbiamo continuato a seguire lo sviluppo di queste relazioni per raccogliere ulteriori elementi a conferma o – perché no? – a smentita della nostra analisi. Presentiamo qui di seguito il risultato della nostra indagine, che continua, non senza aver posto una domanda ai nostri critici: voi l’astensione di Pechino sul piano Trump su Gaza, contro la popolazione palestinese e le sue forze della Resistenza, come la definite?
Su Naked Capitalism del 6 giugno 2025 Nick Corbishley scrive: “The People’s Republic of China (…) is actually seeking to strengthen its ties with Israel” [sta realmente cercando di rafforzare i suoi legami con Israele”]. E ci informa che “just four days ago, as Israel’s Defence Forces were unleashing coordinated attacks on aid depots, China’s ambassador to Israel Xiao Junzheng discussed “deepening China-Israel economic and trade cooperation” with Israel’s Minister of Economy and Industry, Nir Barkat. “In a world where economic resilience and innovation matter more than ever,” said Xiao Junzheng, “building meaningful partnerships is key.”. Questo non significa che ci sia un allineamento politico della Cina ad Israele – la Cina, ricordiamolo, si è rifiutata di condannare l’azione del 7 ottobre e continua a sostenere la tesi dei “due popoli, due stati”, ma nello stesso tempo, come ha dichiarato Xiao Junzheng, “The war continues, but the war is not the theme of Israel-China bilateral relations. [La guerra continua, ma non è la guerra il tema delle relazioni bilaterali tra Cina e Israele.] For more than 33 years, China-Israel relations have withstood the test of history and always maintained stable development.”. Siamo alla fine di maggio di quest’anno, e – come nota Corbishley – Gaza è diventata inabitabile, dato che il 92% delle sue unità abitative e il 70% delle sue strutture è stato distrutto o danneggiato. Lo è diventata grazie anche all’aiuto di Pechino, che dichiara in modo esplicito che “la guerra continua, ma non è la guerra il tema delle relazioni bilaterali tra Cina e Israele”, la guerra è solo un tema da dare in pasto all’opinione pubblica internazionale… Del resto, rivendica Xiao, “Chinese companies in Israel have not evacuated or stopped their business. They have been sticking to their posts and fulfilling the contracts” [Le imprese cinesi non hanno annullato, e neppure sospeso le loro attività. Sono rimaste ben salde ai loro posti e stanno adempiendo ai contratti]. Gli affari, il denaro, il profitto al di sopra di ogni altra cosa.
Guerra o non guerra, tutto come prima, quindi. Anzi nel 2024, a genocidio in corso, le importazioni israeliane dalla Cina sono cresciute del 20% rispetto al 2023. Per il capitale made in China gli investimenti fatti in Israele sulle tecnologie di avanguardia in agricoltura, gestione delle risorse idriche, energia “pulita”, sanità, auto a guida autonoma, sono troppo rilevanti per metterli in discussione a causa di quattro straccioni di palestinesi (per giunta ribelli). E che siamo, nella “folle” Rivoluzione Culturale?
Il portavoce del ministero degli esteri cinese, Lin Jian, protesta educatamente perché Israele non ferma gli insediamenti illegali in Cisgiordania. Ma l’Adama Agricultural Solutions, ex-azienda israeliana, ora di proprietà esclusiva dell’impresa di stato cinese China National Chemical Corporations, e la Bright Food, altra azienda di stato cinese che controlla il 56% della israeliana Tnuva, cooperano tranquillamente con i coloni degli insediamenti illegali, consolidandoli contro il popolo palestinese espropriato e oppresso. Contano più le parole (di circostanza) o i fatti?
Nel mese di agosto Eric Toussaint ha pubblicato sul sito del CATDM, un documentatissimo articolo nel quale spiega “Pourquoi les BRICS ne dénoncent pas le génocide en cours à Gaza” [Perché i Brics non denunciano il genocidio in corso a Gaza]. Il suo riferimento è al 17° summit del 6 luglio scorso a Rio de Janeiro, nel cui comunicato finale non compaiono le parole “genocidio”, “pulizia etnica”, “massacro”. In quel summit non è stata proposta alcuna sanzione contro Israele, né alcuna misura concreta che possa danneggiarne l’economia. Nessuna forma di boicottaggio, nessun embargo di alcun tipo. Se si esclude l’Iran, tutti i componenti dei BRICS continuano a rifornire Israele di petrolio, gas, carbone, etc. – si tratta di “un aiuto importante”, nota Toussaint, dato al governo Netanyahu per evitare che “lo scontento della popolazione aumenti fino a diventare incontrollabile”.
Non possiamo seguire Touissaint nella sua analisi particolareggiata, che a sua volta rimanda ad un altro articolo altrettanto documentato di Patrick Bond su quanto le forniture dei BRICS siano, per Israele, “una benedizione per il genocidio”. Ci basta estrarne la conferma che da sei anni la Cina è il primo fornitore di merci per Israele, e che la crescita dell’interscambio continua anche nel 2025. Ci limitiamo solo a riprendere un caso particolare, quello dell’impresa cinese privata Autel Robotics, basata a Shenzhen, che vende ad Israele droni EVO che vengono utilizzati a Gaza (sono pilotati manualmente) per colpire civili palestinesi, in particolare le loro abitazioni, costringendoli ad abbandonare le loro case o impedendogli di fare ritorno in esse. La gran parte delle compagnie dell’IDF utilizzano questi droni, facendo decine di morti tra i palestinesi, bollati come “terroristi” anche se nella quasi generalità dei casi non sono armati. C’è anche un’altra grande impresa cinese, anch’essa privata, la Da-Jiang Innovations, basata a Shenzhen, che fornisce droni all’esercito sionista per le sue attività altamente umanitarie. Eravamo stati, quindi, troppo benevoli nei confronti della Cina sostenendo nel nostro scritto precedente che la Cina non fornisce armi ad Israele…
https://www.cadtm.org/Pourquoi-les-BRICS-ne-denoncent-pas-le-genocide-en-cours-a-Gaza
https://www.cadtm.org/The-Blessing-for-genocide
Un altro contributo utile per mettere a fuoco il rapporto tra la Cina e Israele è il testo di AND (A Nova Democracia) del 23 agosto scorso intitolato Na época de Mao, a China treinava guerrilheiros palestinos; hoje, o revisionismo chinês ajuda Israel a se manter. Non condividiamo affatto, sia chiaro, la chiave di lettura storico-teorico-ideologica di questo scritto, ma – visto che c’è ancora chi vede una perfetta, o almeno una sostanziale, continuità tra la Cina maoista e quella attuale – non è male ricordare, come fa questo testo, che tra il 1965 e il 1971 la Cina addestrava guerriglieri palestinesi sul proprio territorio (v. Shai Har-El, China e as organizações palestinas 1964-1971), forniva armi all’OLP, e nel 1974 votava all’ONU la risoluzione 3379 che equiparava il sionismo al razzismo. Il progressivo allontanamento dal sostegno alla causa palestinese si realizza con l’avvento dell’”era Deng” nel corso della quale la Cina si riavvicina progressivamente a Israele, instaurando rapporti che per un po’ resteranno segreti, approvando gli accordi di Camp David (1978) e di Oslo (1993), ed infine aprendo le relazioni diplomatiche con lo stato di Israele nel 1992.
Apprendiamo qualche dettaglio in più sull’uso militare dei droni della cinese DJI (i modelli DJI400, DJI Mavic, DJI Avata, DJI Acras), droni acquistati tramite la Hobbiz Ltda, nel bombardamento del centro di assistenza umanitaria a Jabalia e nella dispersione di bombe lacrimogene sui manifestanti palestinesi durante la Grande Marcia del ritorno. Apprendiamo anche che tra il 2023 e il 2024 la Cina ha venduto alla polizia israeliana manganelli, pistole, spade ed armi ad aria compressa o a molla per un valore di 54.000 dollari. È stato il collettivo sinofono Palestine Solidarity Action Network (PSAN) a fornire, sul portale New Politics, notizie dettagliate su come Israele usi tecnologie cinesi nella repressione dei palestinesi, denunciando soprattutto Hikvision, un’impresa con cui abbiamo già fatto conoscenza.
Un altro aspetto poco esplorato è quello della collaborazione tra università cinesi e università sioniste. Si tratta dell’Alleanza 7+7. Dalla parte cinese ci sono l’Università di Tsinghua, l’Università di Pechino, l’Università di Nanchino, l’Università di Renmin, l’Università di Shandong, l’Università di Agraria della Cina e l’Università di Agraria e Silvicoltura dello Shaanxi. Dal lato sionista, invece, sono coinvolti l’Università di Tel Aviv, l’Istituto Technion, l’Università Ebraica di Gerusalemme, l’Istituto Weizmann, l’Università Ben Gurion del Negev, l’Università di Haifa e l’Università Bar-Ilan. Questo progetto ha portato a “oltre cento proposte di progetti nei settori della biologia, della scienza dei materiali, della salute, dell’energia, dell’ambiente, dell’elettronica, dell’aerospaziale e in altri campi”, secondo quanto dichiarato dal rettore dell’Università di Tel Aviv, Joseph Klafter, in un’intervista al sito ufficiale dell’Università di Tsinghua.
Un’ulteriore stabile, e rilevante, connessione tra Cina e Israele in campo accademico è il gruppo Sino-Israel Global Network & Academic Leadership (SIGNAL) (Rete globale e leadership accademica sino-israeliana), un think tank che opera nelle università cinesi per modificare la percezione pubblica del conflitto di Israele con il popolo palestinese e i paesi del Medio – insomma il veicolo dell’Hasbarà in Cina. SIGNAL Il gruppo SIGNAL è stato fondato dall’israeliana Carice Witte e dalla cinese Guan Yuan. Uno dei corsi offerti dai docenti israeliani di SIGNAL è la “serie sul sionismo”, tenuta da Yisrael Ne’eman, che sostiene che antisionismo è sinonimo di antisemitismo. Chiaro? In un opuscolo ufficiale dell’organizzazione, SIGNAL chiarisce il suo legame con lo Stato cinese, con il PCC e le sue attività nelle università: “SIGNAL è l’unica organizzazione ebraica o israeliana con programmi in tutta la Cina e membro dell’Associazione dei Think Tank della Via della Seta cinese, sotto l’egida del Dipartimento Internazionale del Comitato Centrale del Partito al governo in Cina”. Complimenti vivissimi.
Parecchi altri elementi utili fornisce il report di AND, chi vuole lo legga. Qui ci limitiamo a prendere atto che il 22 gennaio di quest’anno il China-Israel Guangzhou Innovation Park (Parco dell’innovazione Cina-Israele di Guangzhou) ha invitato una delegazione sionista a celebrare il decimo anniversario della creazione della struttura. Il parco conta 300 imprese sino-israeliane, con 60 progetti di cooperazione tecnologica e 20 aziende israeliane già registrate e operative. La lotta rivoluzionaria del popolo palestinese contro la mostruosa macchina di distruzione e di morte sionista-occidentale per la propria liberazione nazionale e sociale può attendere… A Pechino non hanno fretta.
Sosteniamo, dunque, che ci sarà un eterno idillio tra la Cina iper-capitalista di Xi e lo stato sionista? Affatto. Anzitutto noi non abbiamo parlato da nessuna parte di idillio. Abbiamo messo nella giusta evidenza che in campo diplomatico la Cina continua a sostenere la (impraticabile) via dei “due popoli, due stati”, mostrando un’ipocrisia di fondo pari a quella di Macron, Starmer, Leone XIV e quant’altri. E che sempre in questo campo persegue una propria politica volta a ristabilire l’unità delle fazioni palestinesi dentro e sotto l’ANP, che non coincide certo con quella di Netanyahu e degli altri macellai sionisti. Nello stesso tempo, però, ad un livello della realtà assai più decisivo della diplomazia, abbiamo dimostrato non solo l’enorme ampiezza e solidità dei rapporti economici tra Cina e Israele, ma anche la loro funzione di primo rilievo nel portare avanti il genocidio a Gaza e la pulizia etnica in Cisgiordania.
Sarà sempre così? Non è detto, ovviamente, perché la crescente contrapposizione tra Cina e Stati Uniti in tutti i campi non potrà non avere conseguenze anche nel rapporto tra Cina e Israele. Di recente c’è stato un piccolo screzio, che può essere anticipatore di future tensioni: un deputato della Knesset, Boaz Toporovsky, si è recato a Taiwan e si è prodigato in dichiarazioni del tipo “Taiwan è un vero amico di Israele” – che la parte cinese ha giudicato subito, denunciandola, una provocazione contraria al principio politico inderogabile “One-China”. È da notare che l’iniziativa è stata israeliana (1), mentre finora la Cina non si è mai esposta più di tanto anche nelle sue dichiarazioni e iniziative diplomatiche, continuando a rafforzare i suoi amplissimi legami economici con Israele, in un “momento” in cui l’economia israeliana è in condizioni particolarmente critiche per l’impatto profondamente disorganizzante della chiamata alle armi di decine e decine di migliaia di riservisti. Ritorniamo così al punto-chiave: il rilevante, molto rilevante, contributo pratico della Cina al genocidio dei palestinesi.
Questi sono i fatti. Una montagna, una catena di montagne, di fatti. Negarli, o minimizzarli, è negare la realtà. Come accade a quanti forse sanno che la Cina è da molti anni tra i primi tre esportatori di capitali al mondo; forse sanno che tra il 2000 e il 2021 ha concesso prestiti ai paesi del Sud del mondo per un ammontare complessivo di 911 miliardi di dollari – non sono bruscolini (2); ma si attaccano alla circostanza che il tasso di interesse medio dei prestiti cinesi è inferiore a quello del FMI o della Banca mondiale, così da poter magnificare la “diversità” della Cina dal resto dei paesi e delle istituzioni dell’imperialismo occidentale, dimenticando che la Cina detiene, alla pari con il Giappone, la seconda quota del FMI, e quindi svolge una doppia funzione usuraria nei confronti dei paesi più poveri bisognosi di prestiti: con i prestiti propri e con quelli del FMI. Nella stessa negazione della realtà incorrono quanti ignorano, o vogliono ignorare, che nel trentennio dal 1995 al 2025 la Cina è passata da economia che cede valore all’estero ad economia che cattura valore dall’estero (3), un contrassegno inequivocabile dei paesi imperialisti, insieme a quello della massiccia esportazione di capitali; scansano questa scomoda realtà perché mette in discussione la visione tutta ideologica di una Cina in transizione (millenaria?) dal “socialismo” al capitalismo…
La Cina, che è stata per decenni solidale con la causa palestinese, diventata complice attiva del genocidio di Gaza? Impossibile! La Cina della rivoluzione anti-imperialista e “anti-feudale” del 1949, la Cina della Rivoluzione culturale del 1966-’67, diventata imperialista? Impossibile! “Impossibile”, ma vero. A noi che non amiamo particolarmente le citazioni, ne viene tuttavia in mente una: “Il marxismo poggia sul terreno dei fatti, e non delle possibilità. Il marxista deve assumere soltanto fatti rigorosamente e indiscutibilmente provati quali premesse della sua politica (…). Quando invece si mette avanti la ‘impossibilità’, io rispondo: è sbagliato, non è da marxisti, è schematismo. Qualsiasi trasformazione è possibile.” (Lenin). Incluse quelle che ci costringono a cambiare punto di vista.
Note
(1) https://mecouncil.org/blog_posts/is-israel-undermining-its-ties-with-china/
(2) Morro D., Bien-Aimé V. Y. e Engel L. 2024. Navigating Risk and Relationships: Chinese Loans to Africa in 2023, 3 settembre, China Global South Project, https://chinaglobalsouth.com/analysis/navigating-risk-and-relationships-chinese-loans-to-africa-in-2023/?utm_source=chatgpt.com ; Farraj Y. A. 2024. China’s lending to Africa rises for the first time in seven years in 2023, reaches $4.61 billion, Global Economy, 29 agosto, https://economyglobal.com/news/chinas-lending-to-africa-rises-for-the-first-time-in-seven-years-in-2023-reaches-4-61-billion/?utm_source=chatgpt.com ; Rajvanshi A. 2023. How China Became a Global Lender of Last Resort, Time, 28 marzo, https://time.com/6266658/china-emerges-major-global-lender/?utm_source=chatgpt.com ; Miriri D. 2025. China’s collateral demands curbing emerging countries’ ability to manage finances, Reuters, 26 giugno, https://www.reuters.com/markets/asia/chinas-collateral-demands-curbing-emerging-countries-ability-manage-finances-2025-06-25/?utm_source=chatgpt.com ; Witgens S. 2022. China’s footprint in Latin America: Recent developments and challenges ahead, EUISS, 15 settembre, https://www.iss.europa.eu/publications/briefs/chinas-footprint-latin-america?utm_source=chatgpt.com.

