Proseguiamo nella nostra documentazione relativa ai rapporti sociali di produzione e riproduzione realmente esistenti nei BRICS, visti da molti/e volenterosi/e di auto-ingannarsi come un “altro mondo possibile” qualitativamente diverso dal capitalismo in Occidente. Qui l’oggetto è la condizione delle donne nel Brasile di oggi (a cura di Paola Zadra). Ancora una volta il nostro terreno è il terreno della realtà. (Red.)
In Brasile le condizioni di lavoro delle donne, nonostante alcune conquiste formali, denotano il persistere di un’enorme disuguaglianza di genere e di razza. Nel 2023 è stata approvata la Legge di Equiparazione salariale, che tuttavia non si è tradotta in un mutamento effettivo della situazione, poiché informalità, precarietà e lacune nelle nuove forme di contrattazione ne inficiano l’efficacia. Le disparità salariali e la sottorappresentazione negli incarichi di più alto livello sono sempre le linee trainanti, aggravate nel caso delle donne nere.
Il quadro politico inoltre non rassicura: il governo Lula, nonostante le promesse elettorali, non ha revocato la Riforma del Lavoro né quella delle Pensioni né la legge sulle Esternalizzazioni; ha approfondito le politiche di austerità dei governi precedenti con l’Arcabouҫo Fiscal e la Riforma Fiscale, imponendo come obiettivo l’”equilibrio fiscale” del paese. La Riforma Amministrativa, ancora ferma al Congresso grazie all’accesa opposizione di massa dei lavoratori e alle divisioni interne al governo, minaccia un aggravamento della precarietà nei servizi pubblici, in cui la presenza delle donne è maggioritaria.
In un contesto di inflazione che eleva il prezzo del paniere di base, le famiglie più povere sono penalizzate, e tra queste molte sono condotte da sole donne.
Le problematiche inerenti le donne lavoratrici sono parte integrante e centrale della lotta contro lo sfruttamento capitalista, essendo la forza femminile maggioritaria sia nella popolazione che come forza-lavoro potenziale.
Inserimento nel mercato del lavoro
Negli anni 70/80 le donne entrarono massivamente nel mercato del lavoro brasiliano, uscendo di casa per integrare il reddito familiare nell’economia precaria di quel periodo. Ad oggi la situazione non è cambiata.
Su 90,5 milioni di donne in età lavorativa, 44,9 milioni sono occupate, 2,9 milioni disoccupate, 1,4 milioni scoraggiate e non cercano più lavoro. Significa che 42,7 milioni di donne che potrebbero lavorare sono fuori dal mercato del lavoro (dati IBGE, 2025)
Analizzando la percentuale di persone che lavorano rispetto alla popolazione in età attiva, si evidenzia la disparità storica tra uomini e donne. Nel terzo trimestre 2024 più della metà (51,2%) delle donne in età attiva era fuori dal mercato del lavoro; per gli uomini il dato era del 31,3%. Ogni tre persone fuori dalla forza-lavoro, due sono donne; questa condizione non è mutata se si osserva la serie storica disponibile.

Il tasso di disoccupazione (2025) per gli uomini è del 4,2%, per le donne del 6,2%; per le donne non nere del 4,7%; per le donne nere del 7,5%.
Genere e razza in Brasile segnano la linea portante della discriminazione sociale.
Il livello di occupazione delle donne in età adulta (25-54 anni) è fortemente influenzato dalla presenza di figli in famiglia, in maggior misura per le donne nere. Vale notare che solo poco più di un terzo dei bambini da 0 a 3 anni frequentavano nel 2023 l’asilo, limitando la possibilità per le madri di inserirsi nel mercato del lavoro.
Le donne lavoratrici sono occupate principalmente in questi settori:
-Amministrazione pubblica, sicurezza sociale, educazione salute e servizi sociali (26,2%)
-Commercio, riparazione di veicoli e moto (18,9%)
-Servizi domestici (12,7%)
-Informazione, comunicazione e attività finanziarie, immobiliari, attività professionali e amministrative (11,7%)
-Industria (10%)
TAB.1

La TAB.1 mostra la distribuzione nei vari settori (agricoltura, industria, servizi) della popolazione occupata, rispetto al genere e alla razza.
La TAB.2 indica la distribuzione dei NEET (chi non studia né lavora, tra la popolazione attiva) in base a genere e razza.
TAB.2

Entrambe le tabelle sottolineano la doppia discriminazione che subiscono le donne proletarie nell’affrontare il mercato del lavoro, disparità che si riflette sul reddito e su un futuro di scarsa mobilità sociale.
Lavoro domestico e lavoro domestico non remunerato
Nel 2024 sono 5,9 milioni le persone occupate nel lavoro domestico; di cui il 91,9% sono donne e il 69% di queste nere.
Il 76,4% delle collaboratrici domestiche non hanno un contratto di lavoro.
Nello svolgere il lavoro domestico non remunerato, le donne dedicano quasi il doppio del tempo in media rispetto agli uomini, comprendendo anche il lavoro di cura; le donne mulatte e nere dedicano 10,3 ore in più settimanalmente rispetto agli uomini; 1,6 ore in più rispetto alle donne bianche (IBGE, 2022). Tra la popolazione maschile in questo settore non ci sono differenze significative di colore e razza. Anche in questo caso la situazione è stazionaria storicamente, ma la differenza tra donne per colore e razza peggiora dal 2016.
La doppia giornata di lavoro impatta anche nella qualità dell’inserimento lavorativo: il 28% delle donne sono occupate a tempo parziale, quasi il doppio rispetto agli uomini. Rispetto alla differenza di colore/razza, le donne nere e mulatte sono impiegate a tempo parziale per il 30,9% e le bianche per il 24,9% (dati IBGE 2022).
Significative sono anche le disparità salariali per chi svolge attività di lavoro domestico: le lavoratrici percepiscono il 56% in media in meno (mensilmente) rispetto alle donne diversamente occupate.
Se consideriamo inoltre che il 55,4% delle colf sono capifamiglia, possiamo capire di quante difficoltà sia colma la loro vita quotidiana e di quali sforzi debbano effettuare per portare avanti la famiglia. Se poi consideriamo che il 61% non arriva ad un titolo di studio secondario, sono davvero scarse le prospettive di emancipazione e di un miglioramento futuro (il tasso di povertà delle collaboratrici domestiche è del 26% nel 2023, IBGE).
Informalità
L’informalità del mercato del lavoro brasiliano rappresenta una delle principali fonti di disuguaglianza sociale. Questo significa che viene esclusa una gran parte dei lavoratori dal sistema base di protezione sociale. L’impatto dell’informalità è particolarmente severo per i lavoratori neri e le donne nere, che hanno il maggior indice di informalità.
Questa doppia discriminazione, per genere e razza, colloca le donne nere nella posizione più vulnerabile del mercato del lavoro brasiliano, privandole dei diritti del lavoro.
Dopo più di 10 anni dall’approvazione della Legge delle Collaboratrici Domestiche, che estese i diritti del lavoro anche alle colf con contratto mensile e non giornaliero, l’informalità in questo settore rimane elevata, con meno di ¼ di lavoratrici con un contratto formale.
Imprenditorialità femminile
I dati IBGE dello scorso anno mostrano una crescita significativa della micro imprenditoria individuale, con le lavoratrici che occupano il 46,7% del settore, principalmente nelle attività di estetica, vestiario e alimentazione. Gli uomini prevalgono invece nel settore dei trasporti, costruzioni, industria alimentare e bevande.
Salario e reddito
Le donne lavoratrici che godono di un contratto regolare percepiscono in media annualmente il 73% del salario rispetto a quello degli uomini (valore mediano, 1° semestre 2026, dati Min. Del Lavoro).
E’ stata inoltre calcolata la quota di lavoratrici che percepiscono fino ad un salario minimo per alcune città e regioni brasiliane (1SM=1621 R$, pari a 250 euro circa). A titolo di esempio, si riporta: per Rio de Janeiro il 37% del totale delle lavoratrici, per San Paolo il 23%; mentre per lo stato di Bahia si raggiunge il 65%.
Le disuguaglianze nella distribuzione del reddito si approfondiscono se vengono analizzate congiuntamente genere e razza; le donne nere percepiscono salari ridotti sia rispetto agli uomini neri che alle donne e uomini non neri.
Infine, per le donne ‘imprenditrici ‘(dati della Banca Centrale), il reddito è inferiore di ¼ rispetto a quello degli uomini. Considerando la mediana, meno influenzata da dati estremi, la disparità è del 32%.
La scolarità non garantisce l’uguaglianza
Le donne brasiliane hanno il 34% di possibilità in più di concludere le scuole superiori rispetto agli uomini; nonostante ciò, hanno maggiore difficoltà a trovare lavoro. Il tasso di impiego delle donne tra 25 e 34 anni con diploma universitario è dell’82%, mentre tra gli uomini è dell’89%. Tra le donne con diploma tecnico la percentuale scende al 63%, contro il 76% degli uomini. Nonostante la maggior scolarità delle donne (TAB.3) non le avvantaggi nel mercato del lavoro rispetto agli uomini, il livello di occupazione delle donne con titolo superiore completo è tre volte maggiore di quello delle donne senza istruzione o con una scolarità primaria incompleta. Tra gli uomini questa differenza è solo 1,7 volte.
TAB.3

Conclusioni
I dati presentati e l’invarianza nel tempo del quadro sociale, mostrano che benché le donne godano di una maggior scolarizzazione, le disuguaglianze di genere e di razza in Brasile persistono in forma strutturale.
Le donne affrontano una doppia giornata lavorativa, maggiore informalità, segregazione occupazionale e minori salari, con le donne nere nella situazione più grave. La mancanza di politiche pubbliche efficaci (asili, diritti lavorativi, ecc.) approfondisce queste disparità.
La lotta per l’effettiva parità di trattamento tra uomo e donna nei rapporti di lavoro e tanto più la prospettiva dell’emancipazione verso una società socialista richiedono di affrontare assieme allo sfruttamento capitalista anche il maschilismo e il razzismo. Di qui l’urgenza di unificare la lotta di classe con quella femminista rivoluzionaria.
Fonti : ILAESE (Istituto Latino Americano di Studi Socioeconomici) n.111, marzo 2025; IBGE (Istituto Brasiliano di Geografia e Statistica), Pnad Continua 2022, 2025.

