A stare a certe teste di legno che s’atteggiano a “maître à penser” essendo soltanto dei disperati allo sbaraglio, se non si tratta di malfattori, ci sarebbe un’unica speranza di “pace” e di “progresso sociale” nel mondo, per i lavoratori di tutto il mondo: non la propria autonoma organizzazione di classe, questa sarebbe roba d’altri tempi, bensì i Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa). Qui di seguito vi presentiamo uno dei campioni di questo inesistente “progressismo”, il brasiliano Lula, attraverso il test della sua politica sociale e in materia di ambiente, anti-proletaria e anti-popolare dalla a alla zeta. Qualche tempo fa avevamo pubblicato un’intervista a Ricardo Antunes che presentava in questo modo il progetto di legge governativo sulle piattaforme: “regala diamanti e oro alle grandi imprese, e getta briciole avariate ai lavoratori”. Chi ha gli occhi per vedere, li apra.
Le favelas si espandono
I dati del censimento del 2022 (IBGE) indicano un quadro allarmante della crisi sociale brasiliana: la popolazione che vive nelle favelas è aumentata del 43% in 12 anni. Sono cinque milioni di persone in più che portano a 16,4 milioni il totale degli abitanti di questi insediamenti il cui collante sociale è il degrado, la precarietà, l’emarginazione, corrispondente all’8,1% della popolazione brasiliana.
12.348 favelas si distribuiscono in 656 comuni in cui le condizioni di vita sono caratterizzate non solo dall’insicurezza giuridica della proprietà, ma anche dall’assenza o precarietà dei servizi pubblici essenziali e delle infrastrutture urbane come acqua e fognature, e da situazioni di rischio ambientale. Questa cornice sociale richiama la violenza delle incursioni delle forze di polizia federale, municipale, dell’esercito e di squadre speciali anticrimine. Per facilitarne il lavoro, il governo attuale ha approvato un decreto legge che dà maggior libertà decisionale e di azione alle forze della repressione e garantisce loro l’impunità.
Per gli interventi armati nelle favelas il governo Lula-Alckmin ha sempre dato il suo sostegno e previsto un potenziamento degli effettivi; nel caso di San Paolo ha predisposto un miliardo di R$ (~160 milioni di euro).
Rocinha, a Rio de Janeiro, è la maggiore favela del paese con 72.021 abitanti, seguita da Sol Nascente a Brasilia (70.908 abitanti) e Paraisópoli a San Paolo (58.527 abitanti). Otto delle venti favelas maggiori sono nella Regione Nord, sette delle quali a Manaus, indice che l’aumento di queste comunità urbane non si limita alle metropoli del Sud-Est.
La popolazione delle favelas è in maggioranza nera e giovane: mentre in Brasile si contano 80 ultrasessantenni ogni 100 bambini, nelle favelas il rapporto è 45 a 100.
A spingere la popolazione ai margini e in aree a rischio contribuisce anche la gentrificazione urbana al servizio della speculazione immobiliare, che svuota il centro delle città.
La cronica carenza di infrastrutture delle favelas lascia trasparire un dato significativo: per ogni centro di salute, ci sono 18.2 luoghi di culto e 6.5 per ogni scuola.
La crescita dei residenti nelle favelas è indice del deterioramento delle condizioni di vita del proletariato brasiliano, dell’assenza di politiche abitative e sociali, dell’aumento delle diseguaglianze e della precarietà lavorativa dovuta principalmente al dilagare del lavoro informale (il 41% della popolazione economicamente attiva; IBGE settembre 2023), che porta con sé meno diritti e salari da fame.
Un’agenda neoliberista che prende di mira il pubblico impiego
In Brasile il potere d’acquisto della forza-lavoro si è dimezzato in 10 anni, frutto dell’inflazione e di politiche del lavoro che hanno progressivamente contratto i salari reali. In questo, ma non solo, l’attuale governo si colloca in piena continuità con i precedenti di altro colore politico.
Il governo del Fronte Ampio di Lula ha lasciato intoccate le riforme reazionarie ereditate dai governi di Temer e Bolsonaro.
E’ rimasta la Riforma del Lavoro, che legalizza i lavori informali senza contratto né diritti e stravolge le relazioni sindacali favorendo la negoziazione individuale su quella collettiva e stabilendo che la prima prevalga persino sulla legislazione.
E’ rimasta la Legge della Terziarizzazione senza Restrizioni, cioè estesa a tutte le attività d’impresa, compresa la principale. L’aumento delle esternalizzazioni ha peggiorato degradandole le condizioni di lavoro e salariali dei lavoratori brasiliani e ha favorito la diffusione del lavoro senza limiti e garanzie, con giornate estenuanti di lavoro, nessuna tutela, pagamenti in natura o prestazioni per debiti. I nomi delle aziende e dei padroni che praticano questa forma brutale di sfruttamento sono per lo più noti, la lista è pubblicata periodicamente, eppure solo il 4,2% viene perseguito.
Ma un’espansione senza precedenti dell’outsourcing nel mercato del lavoro era già avvenuta durante i governi PT di Lula e Dilma (2003-2016), periodo in cui i lavoratori esternalizzati sono aumentati da 4 a 12,7 milioni.
La riforma del governo del Fronte Ampio che più si è lanciata contro l’intera struttura statale dei dipendenti pubblici e ne determina l’assetto futuro è l’Arcabouço Fiscal, una riedizione della Legge del Tetto di Spesa di Temer, dettata dalla “responsabilità fiscale” e dall’obiettivo del ‘deficit zero’. Prevede il blocco o una forte limitazione della spesa pubblica (aumenti del 2,5% in termini reali se l’economia nazionale andasse a gonfie vele; dello 0.6% se soffiassero venti di crisi), con particolare accanimento per i settori educativo e sanitario.
Se il pagamento del debito pubblico consuma il 43,3% del bilancio federale, la stretta sui salari dei dipendenti pubblici, su nuove assunzioni e sulle spese per i servizi essenziali non può che essere drastica.
Per il prossimo anno la riforma prevede un taglio di 25 miliardi di R$ (~ 4 miliardi di euro) dall’area sociale.
Già da quest’anno i dipendenti pubblici avranno un adeguamento salariale pari a zero e sarà congelato anche il salario minimo.
CUT, Força Sindical e UGT hanno dato la loro approvazione.
All’Arcabouço Fiscal si aggiunge la Riforma Amministrativa, che entra nel dettaglio del settore pubblico seguendo le stesse linee neoliberiste e non si discosta dalla PEC 32 del governo di estrema destra precedente: attacco ai servizi pubblici e ai lavoratori del settore, privatizzazioni, esternalizzazioni, riduzione dell’offerta di servizi, tagli salariali, scomparsa della giornata di lavoro…
Lo scopo evidente è il trasferimento di risorse pubbliche al capitale privato e finanziario, al fine di alimentare profitti e rendite.
Queste provocazioni sono state ben presto colte dai lavoratori, che si sono mobilitati in ampie e durature proteste, in manifestazioni e scioperi, tra cui il principale è stato il lungo sciopero di 114 giorni dei dipendenti dell’INSS (Istituto Nazionale di Sicurezza Sociale).
Il blocco ha avviato un esemplare braccio di ferro con il governo, che ha attaccato duramente i lavoratori, ha negato qualsiasi mediazione e trattativa ed ha colpito gli scioperanti con ogni ritorsione possibile, criminalizzandoli. Tuttavia azioni legali, taglio dei salari e minacce di licenziamento per ‘assenze ingiustificate’ non hanno fatto desistere dalla lotta. Lula è rimasto fermo sulle sue posizioni: abbassare i livelli di ingresso in carriera, sostituire con un premio di produttività il salario base e non intervenire nella previdenza sociale; ed ha convocato tavoli settoriali allo scopo di frammentare la lotta.
Sindacati del settore affiliati alla CUT hanno sostenuto la posizione del governo e firmato un accordo traditore per porre fine allo sciopero, come era accaduto nel caso dello sciopero dell’istruzione federale. Varie direzioni sindacali hanno firmato accordi, anche illegittimi, con il governo, indebolendo e isolando i lavoratori in lotta e destinando il movimento alla disgregazione.
Se in nome dell’Arcabouço Fiscal il governo destina le risorse dello stato al pagamento del debito e alla tutela del capitale finanziario, l’approvazione della Riforma Tributaria preserva e favorisce ancora interessi di classe: si esentano dalla tassazione le grandi fortune dei miliardari e delle istituzioni ecclesiastiche, si concedono regimi speciali alle banche e agli istituti finanziari, alle imprese volte all’export di agrotossici, di prodotti agroindustriali e minerari. Permane una fiscalità regressiva, che carica le imposte sui consumi e non sui patrimoni e le rendite.
Lula procede sulla stessa linea dei suoi predecessori anche nella privatizzazione di istituti e aziende pubbliche (ad eccezione di Petrobrás): scuole, centri di salute, prigioni… segnando il destino dell’intera struttura di protezione sociale.
Con un occhio di riguardo al capitale industriale nazionale, il governo approva nel gennaio di quest’anno il Plano Nova Industria Brasil, dichiarando che il suo scopo è quello di combattere la deindustrializzazione del paese e interrompere il processo di ritorno dell’economia brasiliana a basarsi principalmente sulla produzione agricola. Vengono stanziati 300 miliardi di R$ (~48 miliardi di euro) per stimolare l’industria nazionale sotto forma di prestiti a tassi agevolati, sussidi, progetti infrastrutturali a beneficio soprattutto del settore agroalimentare, delle tecnologie informatiche, delle infrastrutture urbane, della difesa.
Con queste misure il fronte politico interno è consolidato: l’integrazione della destra riunita nel c.d. ‘Centrão’ e il consenso di quella trasversale agli schieramenti di partito e organizzata nella ‘bancada do boi’ (ruralisti), nella FIESP (Confindustria) ma anche nelle chiese evangeliche, centri di potere di grande influenza e pervasività nella politica brasiliana, sono garantiti. Il calibro politico ed economico dei ruralisti si esprime con un dato: occupano i 2/3 del Congresso e dirigono il Ministero dell’Agricoltura, dell’Allevamento e delle Risorse Naturali – mentre il Ministero dell’Ambiente viene fortemente indebolito in conseguenza di sostanziosi tagli.
Ma Lula indossa anche l’elmetto: in un accordo firmato con la FIESP vara un programma di aumento delle spese militari e di potenziamento dell’industria bellica nazionale; a margine, offre agli Stati Uniti l’Amazzonia come territorio per esercitazioni militari congiunte.
Della stessa natura è l’impronta politica dei governatori che presiedono i 26 stati del Brasile: come hanno evidenziato i risultati delle recenti elezioni amministrative, in grande maggioranza i municipi sono in mano alla destra e alla squadra di Bolsonaro, comprese le grandi metropoli; mentre il PT, estremamente ridimensionato, conta su uomini la cui politica ben poco si differenzia da quella dei loro avversari. A titolo di esempio, alcuni governatori PT hanno il record di disboscamento del territorio di loro competenza o si sono resi famosi per gli attacchi repressivi ai sem-terra.
I cavalli zoppi della transizione energetica, dell’ambientalismo e dei diritti umani
Con il suo protagonismo a livello internazionale Lula si è costruito un’immagine di leader ’progressista’, sia che si esprima sulla povertà e la fame nel mondo, sia sul clima o sui diritti umani. La risoluzione del vertice del G20 a fine novembre, di cui Lula era presidente, mostra, con la genericità delle argomentazioni, degli impegni e il velleitarismo trito di alcune campagne verbali ad effetto, il fallimento e il carattere propagandistico dei suoi sforzi diplomatici.
Le problematiche di cui il presidente si fa paladino nei meeting internazionali in casa hanno un trattamento di basso profilo o soddisfano le esigenze del capitale nazionale, agroindustriale in primis; le campagne contro la povertà e la distruzione dell’ambiente occupano spazi residui, confinati in singole iniziative dal sapore, appunto, meramente propagandistico.
Lo dimostra il “Piano Safra” a targa PT, il più sostanzioso della storia brasiliana: prevede più di 400 miliardi di R$ (~64 miliardi di euro) a favore del settore agroalimentare.
Fermo difensore dell’energia fossile e del suo ulteriore incremento, che secondo il governo dovrà fornire la base economica per la futura transizione energetica, Lula procede verso l’ampliamento dell’attività di ricerca e sfruttamento di nuovi siti per incrementare la produzione di petrolio; l’obiettivo è passare dal 9° al 4° posto tra i produttori mondiali. I territori interessati non sono solo il sottosuolo off-shore al largo della costa amazzonica, ma anche riserve naturali, zone protette e terre abitate da indigeni e quilombolas, grazie alle concessioni date dal governo.

Coltivazioni di soia in Brasile
Lula ha invece invertito il processo di privatizzazione del colosso petrolifero Petrobrás avviato dal governo Bolsonaro, la più grande azienda del Brasile con capitale oggi in maggioranza statale; ha dimesso il presidente per disaccordi sulle strategie economico-finanziarie ed ha nominato Magda Chambriard, una ‘dura’ della linea aggressiva di conquista del mercato petrolifero.
Accolto con soddisfazione dai ruralisti, il Progetto di Legge “do Veneno” (del Veleno), liberalizza e flessibilizza l’approvazione, la registrazione e il commercio di agrotossici, compresi cancerogeni in altri paesi vietati. Un dono prezioso che calpesta per le sue conseguenze la salute dei lavoratori nel comparto agrario e della popolazione tutta. Il Brasile è il maggior produttore mondiale di soia e il maggior consumatore mondiale di pesticidi, utilizzati in concentrazione 2-3 volte maggiori rispetto agli USA e alla Cina rispettivamente.
Una riforma agraria che vada a sgretolare la proprietà fondiaria basata sul latifondo giace da secoli incompiuta e dimenticata, né Lula ha fatto alcun passo avanti in questo senso, così come è ferma la demarcazione delle terre indigene.Durante il governo Lula-Alckmin le popolazioni native sono sempre più bersaglio del garimpo (cercatori d’oro illegali) e delle imprese minerarie e agroalimentari che sottraggono loro territorio e necessità vitali, invadendo le loro terre con la violenza. Soffrono la fame, la denutrizione, le malattie e l’assenza di cure. Dall’ultimo rilevamento del 2023 i conflitti nelle aree rurali hanno raggiunto l’apice.

Smettetela di ucciderci
L’annosa questione delle terre indigene è stata affrontata approvando un quadro normativo, il Marco Temporal (PL2903), che esclude gran parte dei nativi dal diritto alla loro terra. La Legge pone un limite temporale per stabilire il diritto di proprietà: il 5 ottobre 1988, data di promulgazione della Costituzione Brasiliana. Gli indigeni che non possono dimostrare di aver abitato le loro terre prima di quella data perderanno i loro diritti su di esse. E’ una legge che apre le porte al capitale agroalimentare e industriale e liberalizza lo sfruttamento di quei territori, dando ulteriore impulso al latifondo. Lo strapotere lobbistico della ‘bancada do boi’ ha prevalso sia sul veto di Lula che su una risoluzione contraria della Corte Suprema (1).

La nostra storia non comincia nel 1988
Insomma: Lula e la cerchia di governo del Fronte Ampio hanno adottato un’agenda neoliberista che spegne le speranze di quei lavoratori e proletari illusi che la sua rielezione portasse ad un cambiamento a loro vantaggio rispetto ai feroci governi antecedenti di Temer e Bolsonaro. Una discontinuità per affrontare e sciogliere le grandi e storiche contraddizioni sociali di questo paese che progressivamente vanno invece approfondendosi: le disuguaglianze sociali, la miseria da lavoro, l’aggressione senza limiti agli esseri umani e all’ambiente… dietro le quali manovra il potere consolidato e organizzato di una classe borghese che agisce senza ostacoli, dentro e fuori le istituzioni statali, rafforzandosi di governo in governo.
La lotta di classe in Brasile non ha ancora preso una direzione generalmente favorevole ai lavoratori, nonostante questi abbiano dimostrato una grande disponibilità alla lotta, capacità conflittuale e un’esemplare tenacia nel sostenere scioperi e battaglie. Importanti lotte economiche si sono spente perché incanalate nella mediazione al ribasso delle trattative, tradite o isolate dalle politiche concertative dei sindacati. L’indipendenza politica e organizzativa dei lavoratori e l’unificazione delle lotte sono la condizione indispensabile, assieme al rigore nel portare avanti i propri interessi di classe, perché una prospettiva rivoluzionaria emerga dalle forze proletarie coscienti del proprio ruolo storico.
(1) Il STF, pronunciandosi su un ricorso della FUNAI (Fondazione Nazionale dell’Indigeno), ha riaffermato il contenuto dell’art.231 della Costituzione che non pone limiti temporali al diritto alla terra, riconoscendo il possesso di tutte le terre storicamente abitate.


