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Quale modello di donna ha il governo Meloni? Basta guardare alla Finanziaria

Dobbiamo fare una premessa di carattere generale. Prima della “rimodulazione” dei fondi del ponte sullo Stretto di Messina l’importo complessivo della manovra finanziaria era stimato in circa 22 miliardi di euro. Una parte di quei fondi è stato rimodulato – cioè diviso e spalmato su altri capitoli di spesa e differito nel tempo – ma un pacchetto di circa 3,5 miliardi di euro è stato aggiunto portando la manovra ad un “valore” di 25,5 miliardi.

La logica di ogni “buon governo” – non foss’altro che per alleggerire la tensione sociale – sarebbe stata quella di dedicare la cifra a qualche capitolo di spesa dal carattere sociale; niente di tutto questo!

Profittando della dormiente tensione sociale e delle dosi di sonnifero sparse da sindacati compiacenti e da una minoranza parlamentare da operetta, le risorse aggiuntive sono state allocate per finanziare la ZES Unica del Mezzogiorno e il Piano di Transizione 5.0 per le imprese; vale dire: tutto ai padroni! Il fondo “Impresa Donna” rientra in questo ambito e continua ad essere presente nella Legge di Bilancio offrendo contributi a fondo perduto e mutui agevolati per le donne che volessero cimentarsi con la costituzione di imprese. Sappiamo che spesso per le donne si tratta di fare da prestanome, di fornire una “intestazione di comodo” al coniuge o ad altro parente che non può o non vuole figurare come imprenditore, ma questo è solo una comune osservazione che conferma che anche in queste iniziative c’è una buona dose di ruolo domestico e familistico. A proposito, il fondo suddetto non è una nuova misura ma segue le leggi precedenti a partire dalla finanziaria del 2021 (governo Draghi) che la istituì, e dalla integrazione delle risorse del Pnrr e l’anno prossimo, quando queste finiranno, lasceranno uno strascico di problemi in tutti i settori in cui sono stati impegnati, dalle università alla salute, dalla transizione ecologica ai trasporti ferroviari.

In tutto questo, cosa c’è per le proletarie? Nulla. Perfino “Opzione Donna” – già sotto erosione dal 2021, attraverso criteri di accesso via via più restrittivi – viene cancellata!

Questa misura costituiva un piccolo spiraglio di vita per una esigua porzione di donne che avevano necessità di andare in pensione, ma anch’essa è finita nell’elenco delle cose da eliminare contribuendo ad inasprire la famigerata legge Fornero contro la quale in tanti – capeggiati da Salvini – si erano espressi con dure dichiarazioni di condanna ed energiche promesse e giuramenti “à la Pontida”. Non è stata, però, cancellata la concezione conservatrice, reazionaria che il governo Meloni sparge a piene mani ed in maniera spesso subdola all’interno delle decisioni economiche della Legge di Bilancio e di tutti i provvedimenti del suo governo.

Se guardiamo, ad esempio, alla modifica del calcolo dell’Isee – spacciato per essere più favorevole – troviamo quella filosofia che assegna alle donne il ruolo di riproduzione senza supportarlo con reali misure di sostegno, asili nido, medicina di genere e assegni regolari invece dei consueti bonus “una tantum” che vuol dire, lo ricordiamo, una sola volta! Il coefficiente di calcolo dell’Isee viene innalzato di pochi punti e cresce secondo il numero di figli di appena 0,05 punti, col che il governo sembra ignorare che le famiglie con più di due figli diminuiscono ogni anno di più e con maggiore velocità anche nelle zone con tradizionale numerosità familiare (1). Naturalmente le prestazioni di sostegno per usufruire dei bonus valgono per i nuovi nati, per incoraggiare la crescita di nuove generazioni di proletari e soldati di cui hanno fame i padroni facendone cittadini che erediteranno le condizioni di vita dei loro genitori. Per questa generazione di fortunati è stata confermata la cifra di 1000€ – giusto i pannolini per il primo anno di vita – a carico dell’Inps, che già è in rovina con la spesa pensionistica. Come per gli altri bonus, è necessario che l’Isee non superi una certa soglia (in questo caso 40mila euro).

Sono state adottate alcune semplificazioni per l’accesso al bonus nido ma resta il limite di età dei tre anni per il bambino e la verifica dei requisiti. Il bonus viene esteso anche a chi fruisce di servizi educativi per l’infanzia, micronidi, spazi gioco e servizi educativi domiciliari. Le ricadute di questo snellimento burocratico cadono in minima parte sui fruitori e sono mirate ad ampliare il numero delle strutture riconosciute. Anche qui si guarda sicuramente alle strutture religiose, a quelle private e a quanti vorranno lanciarsi nella creatività di “impresa”.

Non mancano le agevolazioni per i padroni che assumono madri di almeno tre figli purché siano senza impiego da almeno sei mesi. Si tratta dell’esonero dai contributi al 100% e mentre la lavoratrice rinuncia ad una serie di contributi che riguardano la sua pensione (ma tanto questa scomparirà poco per volta anche come parola!) e l’assistenza sanitaria. Anche il suo prenditore di lavoro – al quale il governo Meloni non manca mai di dare sostegno – ne ricaverà qualcosa perché avendo un minor costo del lavoro, pagherà anche meno tasse.

L’unico aumento registrato in finanziaria riguarda il bonus per le lavoratrici madri che sale da 40 a 60€ al mese, ma sempre legato al numero dei figli: il valore di una lavoratrice parte dai due figli in su! (2) Anche qui ci sono ulteriori condizioni: è necessario un rapporto di lavoro a tempo determinato ed un reddito non superiore a 40.000€, ma attenzione! Il beneficio non spetta in caso di lavoro domestico, in altre parole colf, badanti e baby-sitter non ne possono usufruirne: sarà perché molte di esse sono immigrate? Sarà perché questo tipo di lavoro è innato e talmente congeniale alla donna che, a norma di diritto naturale, forse non dovrebbe essere nemmeno pagato?

In tutti i casi previsti da questa finanziaria dei padroni, banchieri e costruttori di armi emerge la linea pensata per favorire le assunzioni di donne: quella dello strumento dello sgravio contributivo, un meccanismo che agevola solo le imprese e che, per essere compensato nelle casse dell’Inps, obbliga a ricorrere ad una tassazione sempre più aspra ma diffusa volutamente in una pletora di accise, aumenti tariffari, imposte di piccolo taglio che proprio per questo risultano meno “visibili” e suscitano solo reazioni individuali di protesta. Sarebbe molto più semplice obbligare a rinnovi contrattuali e aumenti salariali, ma questo governo e i sindacati compiacenti pensano che è meglio non vessare i padroni con sciocchezze, obblighi, penalizzazioni che ostacolano il libero sviluppo, vale a dire i profitti, dei prenditori di lavoro.

Questo governo tocca il massimo dell’ideologia patriarcale nell’ambito del lavoro di cura, delle/dei cosiddette/i caregiver a cui dedicheremo il prossimo articolo.

Note

(1 ) Nel calcolo dell’Isee la prima casa viene esentata – non concorre al reddito – fino ad un certo valore, ma entrano i dati dell’auto di proprietà. Auto con targhe estere e intestazioni fasulle si moltiplicheranno.

 (2) L’integrazione non riguarda solo le lavoratrici come ce le raffiguriamo di solito. Sono ammesse all’integrazione le lavoratrici autonome e quelle con reddito d’impresa. Ricordiamo sempre il limite dei 40.000€ di reddito e quella imprenditorialità “povera” di chi guadagna meno dei propri dipendenti. Anche in questi settori esiste il ceto medio!

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