La legge finanziaria è lo strumento principale di pianificazione delle finanze pubbliche per uno o più anni a seguire e quindi rivela, dietro i numeri e le misure tecniche, il piano politico del governo del paese, le sue intenzioni immediate e quelle più lontane, strategiche. Per il 2026, del governo delle destre presieduto da Meloni.
E’ per questo che le leggi di bilancio sono documenti molto più politici che finanziari e mostrano – ma sta a noi svelarle del tutto – le volontà programmatiche del governo. Pensiamo, quindi, che i provvedimenti vadano esaminati e segnalati alla propaganda in questo senso, rintracciando nelle singole misure la volontà politica che sta dietro di esse in relazione alle classi sociali di cui si occupano e ai diversi strati sociali all’interno delle classi, o mezzi classi che siano. E quindi mettendo anche in evidenza le contraddizioni più rilevanti a cui lo stesso governo non può sottrarsi – alcune di esse emergono dall’esame di misure nelle quali si scorge sia il rigorismo di Giorgetti alla Draghi (che però deve tener conto delle pressioni dei partiti politici della maggioranza, e non solo, che intendono vantare questa o quella misura), sia la crisi dell’economia italiana, alle prese con un forte deficit statale che tende ad innalzarsi ulteriormente in un contesto di sostanziale stagnazione (nell’industria, in realtà, si è verificata una lunga discesa della produzione, che sembra finire solo nelle ultime settimane).
L’asta dei titoli di stato di queste giornate marcia a gonfie vele e rastrella denaro, ma in contemporanea lo stato italiano si indebita ulteriormente, e si aliena ai suoi creditori – con la finanza che tira le fila dell’impossessamento privato (capitalistico) delle risorse statali. Lo scenario che si prospetta è un inasprimento della crisi che toccherà soprattutto gli strati proletari, dal momento che – dentro la perdurante stagnazione dell’economia dell’UE – l’Italia resterà, nei prossimi due anni almeno, il fanalino di coda. Non a caso nel presentare la manovra il quartetto Meloni-Salvini-Giorgetti-Tajani ha ripetuto con una certa regolarità espressioni quali “…fatte salve le verifiche delle disponibilità”. Ed è facile previsione che queste scarseggeranno solo per il proletariato.
E’ chiaro che la maggiore spesa in armi (sono previsti 137 miliardi per i prossimi anni!) avrà la conseguenza di ridurre le risorse per sanità, scuola e servizi sociali. Contemporaneamente la finanziaria salva i profitti di banche e assicurazioni impugnando anche la bandiera della difesa del ceto medio con la riduzione dell’aliquota Irpef, che ha uno scarso significato economico (si tratta mediamente di 20€ al mese), ma ha un’importanza propagandistica in quanto lancia un segnale a lavoratori dipendenti, autonomi e pensionati della classe media; un segnale, comunque, da non sottovalutare perché spiega una parte significativa del consenso che questo governo riscuote.
Quello che illustriamo oggi non è il testo definitivo, dato che il parlamento potrà emendarne il contenuto, ma gli assi fondamentali esposti da Giorgetti saranno difesi in maniera granitica, anche se – è bene dirlo – l’opposizione parlamentare non ha alcuna intenzione di andare realmente all’attacco dell’impianto della finanziaria. Le contromisure proposte dal centro-sinistra si limiteranno all’invettiva; e l’accoglimento di alcuni emendamenti verrà fatto su piccole elargizioni mirate, nella migliore prassi del baratto in sede di comitato d’affari della borghesia – un baratto sia con le opposizioni sia all’interno della stessa maggioranza di governo. Basti pensare che all’indomani della presentazione alla stampa (17 novembre) le obiezioni più marcate sono venute proprio dall’interno della maggioranza. La più forte è stata quella di Tajani che, pressato da banche e assicurazioni, si è fatto paladino delle loro pretese in maniera esplicita e decisa.
La conferma di ciò che sosteniamo arriva a grande velocità con le ultimissime modifiche – ne citiamo solo alcune – proposte e contrattate dalla maggioranza di governo quali la rottamazione delle cartelle esattoriali allargata a tutte le tipologie, una nuova sanatoria edilizia anch’essa estesa e addirittura regressiva, ed una sequela di minuscole tasse, benefit e detrazioni varie: tassa sui piccoli pacchi in arrivo dalla Cina, detrazioni per ristrutturare le tombe, aumento dal 2 al 4% dell’Irap per banche e assicurazioni, riduzione delle aliquote sugli affitti brevi.
Detto questo, e riconosciuto che la finanziaria muove cifre relativamente modeste (circa l’1% del PIL), iniziamo un commento sugli assi principali della legge di bilancio rimandando alle conclusioni, dopo una valutazione analitica di tutta la manovra, le nostre proposte per la mobilitazione contro la finanziaria.
Gli assi principali della Legge di Bilancio
Cominciamo dalla sanità, ricordando che dal 2023 al 2026 il taglio complessivo sarà di 17 miliardi. Dei nuovi limitati stanziamenti previsti, la metà andrà alla sanità privata che si vede aumentato di 100 milioni il monte delle prestazioni di ospedali e specialisti in regime di convenzione. L’annunciata riduzione delle liste di attesa nel pubblico è ottenuta con un artificio, cioè dirottando verso le strutture private un maggior numero di prestazioni sanitarie per un importo di 246 milioni. Un esempio è il bonus psicologo: invece di assumere specialisti nelle Asl, si preferisce dare un contributo – spesso insufficiente e che le famiglie dovranno integrare – con il quale si pagherà un soggetto privato.
Anche il fabbisogno di infermieri e medici viene appena appena preso in considerazione, mettendo in previsione una spesa per 6.000 infermieri (con aumenti salariali netti di circa 40 €) e meno di 1.000 medici. Ricordiamo che in Italia mancano – rispetto alla media europea – 65.000 infermieri, e in breve tempo, con i pensionamenti e le uscite volontarie prima della pensione, il vuoto da colmare potrebbe arrivare a 100.000.
Quanto il governo sia al servizio dei padroni, lo mostra il capitolo del tetto di spesa per prescrizioni e prestazioni che viene innalzato di 280 milioni: questo è il limite massimo di erogazione di farmaci e prestazioni da parte delle aziende farmaceutiche e produttrici di dispositivi ed apparecchiature. Sforato questo tetto, le aziende devono restituire allo Stato la quota prevista sulla base del meccanismo noto come payback. Ma quando le suddette aziende hanno rifiutato di versare il dovuto – nonostante il parere della Corte costituzionale – il governo Meloni ne ha sposato la causa: pochi mesi fa ha accettato di rinunciare al 75% dell’ammontare totale del payback. Stesso spirito di protezione delle aziende private ha mostrato il sottosegretario Marcello Gemmato – anch’egli farmacista e quindi esperto del settore – che si è fatto carico di proporre ed ottenere lo stanziamento di 50 milioni per effettuare analisi e visite direttamente nella neofondata farmacia dei servizi.
La scuola e, in generale, l’istruzione non si sottraggono né ai tagli di spesa, né alla politica privatistica del governo, che ha stanziato 50 milioni per Its Academy (scuole di eccellenza ad alta specializzazione tecnologica e a gestione pubblico-privato) e un centinaio di milioni di euro per le scuole paritarie. La nuova legge di bilancio contiene anche una stretta ulteriore sulle supplenze temporanee specificando che il dirigente scolastico deve (e non più, “può”) effettuare le sostituzioni dei docenti assenti su posto comune nelle scuole di primo e secondo grado, per le supplenze fino a dieci giorni, con l’organico dell’autonomia; in parole semplici: con un maggior carico di lavoro per i docenti.
Per le Università il governo prevede 150 milioni l’anno per finanziare centri nazionali di ricerca, partenariati tra università e “progetti innovativi” soprattutto in ambito sanitario. E’ una sorta di prosecuzione di quanto avvenuto negli anni scorsi con una pesante dipendenza dai fondi Pnrr, seguendo la stessa “filosofia”, ovvero cercare di attrarre risorse esterne – quindi private – incentivando, così, la creazione di strutture, laboratori e brevetti in un contesto di sempre più stretto coordinamento/subordinazione al sistema delle imprese. I soggetti beneficiari sono, quindi, esterni all’università e saranno definiti con decreti ministeriali: per questa via il governo entra a piè pari nella ricerca in compagnia delle imprese! Per essere pignoli, questo intervento in finanziaria non riguarda l’università in senso stretto, ma progetti d’eccellenza sui quali – forse – l’università sarà chiamata a formulare pareri o entrare, come già detto, in partenariato.
La cosiddetta politica salariale è frantumata in una miriade di interventi quasi tutti minimali. Procediamo con ordine. Il cavallo di battaglia del governo è la riduzione dell’Irpef. Dopo i risultati risibili del taglio del cuneo fiscale, il governo ci riprova ma stavolta a partire dai redditi lordi di 28.000 € fino ai 50.000 €. La tassazione di questi redditi si abbassa dal 35 al 33%; la misura costerà 2,8 miliardi di euro, che verranno ripianati ricavando risorse dalla fiscalità generale (cioè in gran parte su lavoratori e lavoratrici che guadagnano di meno). Chi ha gli stipendi più alti (nella forbice tra 28 e 50mila) se ne avvantaggerà maggiormente – questo è ormai noto a tutti.
Anche la tassazione agevolata al 10% sui prossimi aumenti – che dovessero derivare dai rinnovi contrattuali dei lavoratori privati dal 1° gennaio 2026 fino a tutto il 2028 – si traduce da un lato in aumenti minimi per i lavoratori, e dall’altro in una riduzione delle entrate fiscali con le quali si finanziano i servizi pubblici. Lo stesso trattamento toccherà ai premi di produttività del salario dei turni notturni e festivi dei lavoratori del turismo che saranno detassati. Queste misure, con cui si allettano i lavoratori e le lavoratrici, hanno un chiarissimo carattere anti-operaio, perché incoraggiano, spingono verso il prolungamento della giornata e della settimana lavorativa degli occupati come solo modo per “recuperare” un po’ di salario in più. Risultato: le imprese pagheranno meno tasse e potranno sfruttare loro dipendenti fino a farli scoppiare. Del resto, non è per caso, tra i funesti record di questo governo c’è l’aumento record dei morti sui posti di lavoro! Cresce così l’estorsione di plusvalore assoluto – categoria marxista dimenticata da molti – e insieme ad essa crescono la disoccupazione e la precarietà. Né deve sfuggire che se si prolunga la giornata lavorativa, si riduce l’impegno sociale e politico dei lavoratori.
In realtà è tutta la politica di detassazione dei salari attuata dai governi degli ultimi 15 anni – e ben accolta dai padroni e dai sindacati di stato – ad essere in apparenza a favore degli operai e dei salariati (più soldi in busta paga all’immediato), ma nella sostanza contro gli operai e i salariati perché li subordina sempre più strettamente ai comandi aziendali riducendo le prestazioni sociali per loro e le loro famiglie.
La politica salariale del governo è coscientemente filo-padronale perché, ampliando i casi di detassazione, aiuta il fronte padronale a limitare le richieste di aumenti salariali diretti. Il vantaggio per gli operai è del tutto apparente, non solo per quanto abbiamo appena detto, ma anche perché tutte le misure di detassazione si riducono nei fatti a pochi spiccioli in busta paga a fronte di quella progressiva e forte riduzione di servizi pubblici di cui abbiamo fatto esperienza negli ultimi trent’anni. Sarà tagliata dal 5 all’1% la tassazione dei premi di produttività, si detassano i turni festivi e notturni – soprattutto nel settore del turismo. Per gli aumenti salariali derivanti dai prossimi rinnovi contrattuali (2026-2027), nel settore privato si prevede una tassazione agevolata al 10%. Per i redditi sotto lo scaglione dei 28.000 € si applicherà invece il 5%, anche per gli aumenti ottenuti nei rinnovi del 2025. Altre agevolazioni riguardano la soglia di esenzione per i buoni pasto che passa da 8 a 10€.
Su tutti questi micro interventi bisogna fare due considerazioni generali, importanti ai fini della valutazione dei loro effetti. La prima è che molti interventi di detassazione sono fatti a vantaggio delle imprese, che non pagheranno i corrispondenti contributi (sono quelli più beneficiati); la seconda riguarda il fiscal drag, quel meccanismo che quando la retribuzione si alza, provoca un salto di livello dello scaglione Irpef a cui è soggetto il lavoratore. La legge di bilancio dell’anno scorso aveva provocato proprio quest’effetto-beffa: non solo non si è recuperata l’inflazione, ma è avvenuto un aumento della tassazione con riduzione del salario netto. Più in generale, se si tiene conto del carovita, le tasse – nonostante tutte queste “detassazioni” – sono aumentate e aumenteranno ancora nel 2026.
Un’altra linea di interventi riguarda le misure minime di sostegno ai redditi più bassi mettendo a revisione l’Isee. Si tratta di briciole, per giunta sottoposte a vincoli che restringono la platea dei destinatari a poche migliaia di nuclei familiari. Una di queste è lo scorporo del valore della prima casa dal calcolo dell’Isee, ma col limite di 91.500 €. Segue la maggiorazione che prima scattava col terzo figlio e ora parte dal secondo, ma bisogna tener conto del fatto che le famiglie con più di un figlio sono in diminuzione, sicché con questo nuovo metodo di calcolo saranno appena 14mila le famiglie in più che rientreranno nell’assegno di inclusione. Che formidabile misura contro la povertà! Del resto, secondo i recenti dati Caritas, le persone in condizione di povertà assoluta sono aumentate del 43% in dieci anni, e di questi dieci ben tre sono coperta da questo governo, stabile soprattutto nell’attuare politiche di accrescimento della povertà – a cominciare dall’abolizione del reddito di cittadinanza.
Riguardo al supporto alla formazione-lavoro, saranno circa 2.300 i nuovi nuclei familiari che potranno ottenere 500 euro al mese per un anno se ci si iscrive ad un corso di formazione. Anche l’assegno unico universale aumenta di 10€ per ogni figlio a carico fino a ventuno anni di età, sempre calcolato in base all’Isee, e se non si è già raggiunto l’importo massimo di 9.350€. Non dimentichiamo il bonus di 1.000€ per i nuovi nati, e un “potenziamento” del bonus per le madri lavoratrici, il cui reddito non superi 40.0 00€ annui: si passa da 40 a 60 € mensili – chiamarlo potenziamento è una provocazione, se si tiene conto dell’aumento del 25% dei beni alimentari. La carta “dedicata a te” viene rifinanziata con 500€, a condizione, però, di avere un Isee non superiore a 15.000 € annui. Infine c’è l’aumento di 12€ delle pensioni minime per gli over 70 e per i soggetti in condizioni di disagio effettivo. Non è una vergogna?
Questa tattica dei micro-interventi si estende anche ai provvedimenti più vari come quelli per il cratere sismico del 2016 nel centro Italia, e ad interventi spot su singole emergenze della ricostruzione a Campobasso, Ischia, Marche e Umbria.
Dove saranno reperite le risorse per questa batteria di misure a “contrasto alla povertà” – che, come detto, continua invece ad aumentare? Anzitutto dalla riduzione delle spese per l’istruzione (il caso delle supplenze è un esempio), dalle economie di esercizio dei ministeri, da un aumento di tre mesi dell’età pensionabile, e da un provvedimento particolarmente caro a Salvini: la rottamazione delle cartelle esattoriali, che riguarda uno strato sociale particolare composto da evasori professionali. In un primo momento si era disposta la rottamazione anche di multe stradali, mancati pagamenti di Imu e Tari, ma Regioni ed Enti locali si sono opposti, e ci si è accordati per una sorta di autonomia fiscale di questi enti. Resta, quindi, quello “strato particolare” di evasori seriali provenienti dal piccolo commercio, dall’imprenditorialità individuale sempre in attesa del condono successivo, ma anche da un buon numero di imprese non proprio piccole (pensiamo a certi appalti nella logistica) abituate ad agire totalmente nel sommerso. Il governo conta di far cassa, ma dal punto di vista finanziario è un’operazione in perdita, perché rinuncia ad un’entrata futura più sostanziosa pur di realizzare subito qualcosa. Per i condonati un’ulteriore agevolazione è prevista consentendo il pagamento in nove anni…
Altra voce di entrata – questa ha suscitato forti proteste da enti e operatori turistici – proverrà dall’aumento della tassa di soggiorno da 5 a 12€ al giorno, ma la questione è ancora in via di definizione così come la tassa sugli affitti brevi (b&b) che prima è salita dal 21 al 26% e ora si riduce su pressione di Salvini e Tajani che si sono fatti portavoce delle proteste degli operatori.
Diamo ora qualche valutazione in più sulla tassazione dei redditi con la misura più strombazzata di tutte (in termini quantitativi è anche la meno vistosa), che va sotto la parola d’ordine “meno tasse per il ceto medio”. Il cammino era già tracciato dallo scorso anno ma, viste le crescenti simpatie riscosse presso questo settore della popolazione, il governo ha deciso di proseguire. Il vice ministro Leo lo ha detto apertamente: “ … il governo e tutta la maggioranza si sta concentrando sulla possibile riduzione dell’Irpef proprio per il ceto medio”. In realtà queste misure sono irrisorie, non compensano la diminuzione del potere d’acquisto e non avranno effetti di un certo significato se non per chi è più vicini alla soglia più alta dei beneficiari. La riduzione delle tasse per chi guadagna da 28mila a 50mila euro lordi l’anno è percentuale (dal 35 al 33%); i primi riceveranno pochi euro in più in busta paga, i redditi più alti avranno aumenti più consistenti. Il Corriere della Sera ha pubblicato una tabella nella quale si legge che il beneficio annuo parte da 0 € per il reddito di 28 mila e arriva a 440 € l’anno per quello più alto; beneficio che si estenderà anche ai redditi fino a 200mila euro per effetto dei meccanismi di applicazione dell’imposta.
Non c’è bisogno di essere raffinati economisti per capire che chi ha un reddito lordo, ad esempio, di 40mila euro non espanderà la propria spesa fidando nei 20 euro (o meno) in più che si troverà nella busta paga mensile. Se le cose stanno così, allora qual è il motivo di questa misura se non un effetto propaganda, un segnale di attenzione verso il ceto medio salariato o stipendiato ed il conseguente consenso?
La cuccagna per professionisti, imprese e banche
Insomma nel 2026, grazie al governo Meloni e alla sua Finanziaria, continuerà la riduzione del potere d’acquisto dei salari e degli stipendi degli impiegati esecutivi, e continuerà il taglio della spesa sociale in tutti i settori a fronte della crescita della spesa per la guerra. Ma nonostante la prevista crescita dell’economia al di sotto dell1%, andrà in tutt’altro modo per le imprese di ogni ordine e grado, le banche, le assicurazioni: per loro continuerà la cuccagna. Muoviamoci dal piccolo al grande.
Agevolazioni per chi ha la partita IVA. A questo sistema ricorre, in generale, chi vuole evitare o ridurre i costi e le procedure per costituire un’impresa. E lo si può fare addirittura online e gratuitamente. E’ possibile anche fare a meno di ricorrere ad un commercialista, e quindi è una modalità spesso preferita da chi intende iniziare un’attività autonoma. Naturalmente per questi ultimi si tratta di attività dalla portata economica limitata e con un livello di ritorno economico pari a quello di un qualsiasi lavoratore dipendente. Ma il governo non pensa certo ai più bassi “livelli” di impiego autonomo e si attiva nelle agevolazioni premiando chi fattura di più, medici, liberi professionisti, dall’ingegnere al dentista, che al contrario dei primi hanno a che fare più con cittadini privati che con enti pubblici o società con le quali bisogna necessariamente emettere fattura, e quindi non è possibile evadere dalla dichiarazione dell’introito. Sono queste categorie, che già usufruiscono di una tassazione piatta al 15%, che sono interessate ad un innalzamento del limite di reddito tassabile. Di conseguenza il governo ha deciso di innalzare il limite di reddito da 85mila a 100mila euro, anche se la Commissione Europea è contraria, e quindi si aspettano successivi dettagli che il governo dovrà fornire all’UE.
Riduzioni fiscali per le aziende che investono o assumono. Non poteva mancare! Le aziende che invece di dare tutto agli azionisti decidono di investire una parte (anche solo il 30%) degli utili – acquistando beni o assumendo – godranno di riduzioni nella tassazione. Misura analoga è prevista anche per le piccole e medie imprese rifinanziando la legge Sabatini.
Nel comparto immobiliare a sostegno delle imprese e dell’intero settore edilizio è mantenuta la detrazione del 50% per ristrutturazione della abitazione principale e del 36% per la seconda caso.
Abbiamo parlato di detassazione di parte del salario dei lavoratori del turismo che effettuano straordinario, festivi e notturni (in totale pochi spiccioli), ma ancora più importante è il “pacchetto turismo” rivolto alle aziende, che autorizza la spesa di 50 milioni l’anno concedendo un contributo a fondo perduto (vuol dire che non si restituisce nemmeno un euro!) per gli investimenti privati.
Quanto alle banche, sono intoccabili come le assicurazioni. Sono l’unico soggetto che può decidere se e come essere tassato. Pur avendo aumentato in maniera esponenziale i profitti, grazie all’aumento dei tassi di interesse della Bce, Meloni ha evitato di disturbarli, e non è riuscita a spiegare il significato del «contributo volontario» chiesto alle banche. Il governo chiede un contributo di circa 4,5 miliardi (11,5 nel triennio) ma l’associazione di settore è contraria a qualsiasi nuova tassazione e all’aumento dell’Irap. Tanto per capire la dimensione della richiesta del governo citiamo un solo dato: gli utili netti delle banche nel 2024 assommano a 46,5 miliardi (in crescita!), quindi il governo chiede appena il 10%. Ora fate il paragone con le tassazioni dei lavoratori dipendenti.
Stesso discorso per le assicurazioni che incassano utili per oltre 10 miliardi e a cui se ne chiede non più di uno. Senonché per questi superparassiti il 10% è una richiesta esosa. Andrebbero in rovina.
Abbiamo citato la tassazione immobiliare per gli affitti brevi – la cedolare secca – ma non sono citati i profitti immobiliari della Chiesa cattolica, titolare del più grande patrimonio immobiliare in Italia, sui quali cala sempre un totale silenzio anche dalle ali più sinistre dell’opposizione parlamentare. Non dimentichiamo nemmeno che la finanziaria, insieme agli indirizzi politici e programmatici, diventa anche l’occasione per operazioni di piccolo cabotaggio su richieste delle numerose lobby e comitati clientelari. Ne segnaliamo soltanto una che ha la sua importanza per la sicurezza sul lavoro. Sappiamo quanti incidenti avvengono nel corso della movimentazione delle merci: tanti da mettere quest’attività al secondo posto dopo gli incidenti in edilizia. Ebbene, nella finanziaria c’è l’esonero dall’obbligo assicurativo per carrelli elevatori e veicoli utilizzati dalle imprese nelle zone di “lavoro”. No comment!
All’armi, all’armi!
Dunque, sacrifici per la classe lavoratrice in tutti i settori: scuola ed università, sanità, salari, sicurezza sul lavoro, pensioni e innalzamento dell’età pensionabile, assistenza sociale, tagli alla spesa corrente dei Comuni e perfino ai progetti di decarbonizzazione dell’Ilva. E tutto questo per cosa se non per le armi? La spesa militare è cresciuta dello 0,5% del PIL per arrivare al 2% invocato da Usa e UE. Il Documento Programmatico Pluriennale della Difesa 2025-2027 non è il massimo della chiarezza ma l’Osservatorio Milex è riuscito a ricostruire il valore complessivo dei programmi di investimento dei prossimi 15 anni, settore per settore: si tratta di oltre 130 miliardi di euro destinati a nuovi sistemi d’arma, cui si sommano circa 9 miliardi per infrastrutture militari. Di questi, 35 miliardi risultano già stanziati e consolidati da precedenti leggi di bilancio. Ma nel nuovo DPFP c’è un ulteriore aumento di spesa per la difesa di 23 miliardi per il prossimo triennio necessari – così sostiene la relazione introduttiva – poiché “L’instabilità internazionale non è più un’eccezione, ma una condizione permanente [e] il quadro globale è in progressivo deterioramento [e pertanto] lo strumento militare deve essere pronto ad affrontare ogni tipo di minaccia”.
In realtà si tratta dell’allineamento dell’Italia del duo Mattarella-Meloni all’obiettivo del 5% del PIL per la spesa militare non senza una cinica occhiata ai “benefici” per l’industria bellica: i profitti di sempre. A questo punto ottenere o meno dall’UE la certezza del rientro dalla procedura di infrazione europea per deficit eccessivo al 3% è marginale – perché in ogni caso il conto finale, che sia in prestito come dal progetto SAFE (finanziamenti UE per gli stati che investono in progetti di “difesa”) o no, dovrà essere pagato dagli “italiani” e siccome la volontà del governo Meloni è quella cha abbiamo verificato dai dati della Finanziaria si comprende subito gli italiani e gli… oriundi immigrati di quale classe sociale lo dovranno pagare.
Conclusioni
Anzitutto specifichiamo che la manovra in corso ha cadenza annuale ma è parte di una pianificazione triennale. Al di là di questo è chiaro che quella attuale segue un indirizzo già segnato dalle precedenti leggi di bilancio e certamente quello attuale risale a scelte di politica economica precedenti. Andando più indietro possiamo affermare che il governo Meloni ha dimostrato di accogliere gli indirizzi di Draghi sull’austerità e perfino quelli di Renzi sulla scuola e sul lavoro mostrando che l’opposizione fatta all’epoca era pura demagogia. Nessun antagonismo, quindi, con i precedenti governi di centro-sinistra o “tecnici”!
Dal nostro canto ad ottobre dell’anno scorso – e a novembre quando commentammo il decreto infrazioni – non abbiamo risparmiato critiche alla scorsa finanziaria. Oggi si vede ad occhio nudo come l’abolizione del reddito di cittadinanza abbia sortito l’effetto voluto: aumentare la povertà per spingere una parte del proletariato ad accettare condizioni salariali da stato di recessione economica, che collocano l’Italia all’ultimo posto in Europa sui livelli dei salari.
Lo stesso Istat certifica che nel 2024 oltre 2,2 milioni di famiglie sono in condizione di povertà assoluta per un totale di 5,7 milioni di persone. Il fattore povertà è più alto al Mezzogiorno e tra le famiglie più numerose; il 15,6% delle famiglie con capofamiglia operaio e il 35% delle famiglie immigrate vivono in povertà assoluta, senza i mezzi per garantirsi il necessario per vivere. Allargare l’esercito industriale di riserva è la condizione preferita dal capitale per mantenere bassi salari. Ma la condizione di vita della gran parte del proletariato è aggravata dal crollo del welfare state, anch’esso vittima di una graduale erosione nel tempo e dalla sostituzione dell’intervento pubblico con l’intervento privato. All’interno di questo processo alle proletarie tocca il maggior carico regressivo e – sotto il primo governo guidato da una donna – si rafforza la spinta ulteriore verso il modello patriarcale e familistico. La riduzione dei servizi generali si aggrava con quelli specifici della medicina di genere, la distruzione ormai quasi totale dei consultori, e la beffarda sostituzione di essi con sussidi inconsistenti che sottolineano il ruolo riproduttivo delle donne sia l’unico degno di pelosa attenzione.
Abbiamo denunciato l’alternanza scuola-lavoro ed oggi vediamo come gli incidenti di cui sono vittime gli studenti sono in aumento e come il ministro Valditara continui a proporre quelle misure in modo ancora più energico ed estensivo. Il mondo della scuola, la formazione in generale, è sotto attacco non solo oggetto di spinte aziendalistiche e produttiviste, ma anche come sistema di trasmissione del sapere e di modelli autoritari e militaristi, non semplicemente acritici. Anche in questo campo la privatizzazione, che è sempre processo di realizzazione di profitti insieme a selezione di classe, si spinge sempre più avanti. E con l’introduzione dei corsi di cultura sionista previsto dal DDL Gasparri si farà su questa strada un bel balzo in avanti.
Nell’analizzare le misure di questa finanziaria abbiamo distinto tra le varie classi sociali, e possiamo concludere senza ombra di dubbi che questa manovra conferma che il capitale finanziario (banche e assicurazioni) resta al comando della classifica degli interessi e dei profitti. Al polo opposto troviamo tutta la classe lavoratrice, occupata e non occupata.
Il quadro internazionale del capitalismo globale spinge alla guerra e la borghesia italiana non ha alcuna intenzione di lasciarsi sfuggire l’occasione di partecipare alla spartizione del bottino di guerra. Ma può farlo solo investendo direttamente in armi e partecipazione ai conflitti in corso. E benché in questo esame particolareggiato della finanziaria citiamo questo aspetto per ultimo, è questo il terreno principale su cui attrezzarsi e combattere: contro la corsa all’economia di guerra e alla guerra. Lo sosteniamo da anni, almeno dal convegno di Roma contro la guerra tra NATO e Russia in Ucraina dell’ottobre 2022, e torneremo a sostenerlo in tutte le occasioni, a cominciare dalle giornate di lotta del 28-29 novembre.

