Riceviamo e volentieri rilanciamo questo testo che ci arriva da MENA Solidarity Network, e denuncia: a tre anni dallo scoppio della guerra per bande in Sudan tra le Forze Armate sudanesi (ufficiali) e le Forze di rapido supporto di Dagalo, per la massa della popolazione sudanese la situazione si è fatta sempre più tragica – con un insopportabile di più di violenza e di dolori per la massa delle donne povere, sia nelle aree degli scontri che in tutto il resto del paese.
L’appello è a muoversi nei paesi imperialisti (e nelle potenze regionali) implicati in questa carneficina per mettere fine al fiume di armi che arrivano ai contendenti, l’uno più spietato dell’altro, entrambi nemici giurati della sollevazione popolare del 2018 e di quanti denunciano oggi la natura reazionaria di questo sanguinoso scontro in atto nel paese. Facciamo nostro l’appello a schierarci “dalla parte dei lavoratori e dei rivoluzionari del Sudan”.
Dopo il testo, richiamiamo due nostri articoli. (Red.)
A tre anni dallo scoppio della guerra tra le due principali milizie del Sudan – le Forze Armate Sudanesi (SAF), guidate da Abdel Fattah al-Burhan, e le Forze di Supporto Rapido (RSF), guidate da Mohamed Hamdan Dagalo (Hemedti) – il Sudan rimane intrappolato in una brutale lotta controrivoluzionaria tra signori della guerra rivali.
Questa non è una guerra per la democrazia o la liberazione. È una guerra tra due forze reazionarie, entrambe espressioni della dittatura, entrambe responsabili della repressione della rivoluzione sudanese ed entrambe in lotta per il controllo dello Stato, della terra e delle ricchezze del Paese. Le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le Forze di Supporto Rapido (RSF) sono due facce della stessa medaglia controrivoluzionaria.
Questa catastrofe trae origine nel fallimento della rivoluzione del 2018-19, quando i lavoratori, i giovani e gli strati popolari poveri del Sudan rovesciarono Omar al-Bashir e aprirono la strada per un governo civile e la giustizia sociale. Questo processo fu bloccato da una “transizione” imposta sotto la pressione delle potenze occidentali e regionali, che mantenne al potere i militari e legittimò le medesime forze che ora stanno dilaniando il Paese, e che culminò nel colpo di stato dell’ottobre 2021, quando quegli stessi leader militari rovesciarono le forze civili.
Dall’aprile del 2023, il Sudan è stato devastato. Città ridotte in macerie. Milioni di sfollati. Carestia dilagante. Violenza sessuale sistematica, massacri etnici e distruzione di ospedali, infrastrutture e mezzi di sussistenza. Questi non sono danni collaterali, è la logica di una guerra condotta da milizie che considerano la vita umana sacrificabile.
Le potenze imperialiste e regionali hanno alimentato questa guerra. Gran Bretagna, Stati Uniti, Unione Europea, Israele, Russia, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Egitto, Unione Africana e altri tutti hanno fatto la loro parte, attraverso flussi di armi, sostegno politico e manovre diplomatiche che consolidano il dominio militare pur dichiarando di perseguire la “stabilità”. La loro priorità è il controllo, non la giustizia.
L’ipocrisia è evidente. La Gran Bretagna è stata complice di una guerra che ha causato milioni di sfollati, eppure sia i Conservatori che ora i Laburisti hanno chiuso le porte ai rifugiati sudanesi. Alle vittime della politica estera britannica vengono negati percorsi sicuri e legali, mentre il razzismo viene alimentato in patria e il Primo Ministro definisce la Gran Bretagna “un’isola di stranieri”. Ora il Regno Unito è andato oltre, annunciando nuove restrizioni, tra cui il blocco del rilascio di visti di studio a persone provenienti da diversi paesi, incluso il Sudan. La logica è sempre la stessa: guerra all’estero, confini in patria.
Eppure la rivoluzione è viva. In tutto il Sudan e in esilio, comitati di resistenza, sale di pronta risposta all’emergenza, sindacalisti, organizzazioni femminili, reti di base e attivisti portano avanti un processo, lento ma determinato, di organizzazione e resistenza in condizioni impossibili. Nonostante la repressione, la guerra e la frammentazione, essi rimangono l’unica forza in grado di ricostruire il Sudan su fondamenta democratiche, civili e sociali.
La nostra posizione è chiara: no a entrambe le milizie controrivoluzionarie (SAF e RSF). Nessun accordo con i signori della guerra. Nessuna soluzione imposta dall’alto. L’unica via d’uscita passa attraverso il potere indipendente della classe operaia sudanese, del suo movimento rivoluzionario e della forza della solidarietà internazionale.
Facciamo appello agli attivisti, al movimento operaio e agli antimperialisti in Gran Bretagna e nel mondo: rompete il silenzio. Opponetevi alla vendita di armi. Ponete fine alla complicità. Schieratevi con i lavoratori e i rivoluzionari del Sudan.
MENA Solidarity Network

