
L’Africa, con le sue enormi risorse minerarie e agricole, la sua crescente e giovane forza lavoro, continua ad essere terra di conquista per il capitale internazionale e per le vecchie e le nuove potenze in cui il capitale globale si incarna. Nell’Africa Occidentale la Francia, storica potenza coloniale in quella regione, sta cercando di mantenere il proprio monopolio commerciale, finanziario e politico, ma i recenti colpi di stato militari l’hanno costretta a ritirare le truppe dal Mali e dal Niger, mentre in Senegal il governo filo-francese è finora riuscito a reprimere il movimento di opposizione. In Sudan la “guerra civile” in corso tra due bande di militari l’una più infame dell’altra – oggi divise ma ieri unite nella sanguinaria repressione della sollevazione popolare -, una “guerra civile” alimentata dai loro padrini imperialisti, ha messo a ferro e fuoco la capitale e altre città, uccidendo migliaia di persone, costringendone centinaia di migliaia alla fuga, e riportando il genocidio in Darfur.
I sostenitori del “multipolarismo”, cioè del capitalismo imperialista multipolare, definiscono i colpi di stato militari anti-francesi come antimperialisti, e li vedono come portatori di democrazia e di progresso.
Riportiamo qui la traduzione di due testi tratti dal sito https://www.icor.info/, rispettivamente dei movimenti Togo en Lutte e FM Togo Democratie, e del Partito Comunista del Togo, che mostrano la totale inconsistenza di questa tesi fornendo un quadro interpretativo di quanto sta avvenendo largamente condivisibile, che deriva da una prospettiva di classe e di lotta genuinamente anti-imperialista, collegata alla lotta dei proletari e dei diseredati in via di proletarizzazione contro il giogo del capitale straniero, ma anche contro lo sfruttamento dell’avida borghesia locale, di cui i militari sono espressione. Una lotta che di sicuro fa sentire il fiato sul collo dei generali golpisti, ma non per questo ne può cambiare la natura di classe e la funzione tutt’altro che anti-imperialista. L’”Africa ribelle” da cui ci aspettiamo sviluppi rivoluzionari non è certo quella dei generali golpisti.
Parlando dei recenti colpi di stato militari in Africa Occidentale, il primo articolo contrappone “questi gallonati ufficiali che fanno leva sulla miseria e sulla crescente ostilità delle masse lavoratrici contro lo sfruttamento spudorato e le guerre neocoloniali per meglio vendersi ad altre potenze straniere” all’esempio di due militari rivoluzionari, Thomas Sankara e Jerry Rawlings. Essi cercarono di realizzare, rispettivamente in Burkina Faso e Ghana, una rivoluzione democratica nazionale e antimperialista, ma furono schiacciati o impastoiati proprio dalla corruzione e dall’affarismo degli ufficiali degli “eserciti neocoloniali”, gli stessi che oggi cacciano l’arrogante potenza ex coloniale e neocoloniale francese per legarsi ad altre vecchie e nuove potenze imperialiste, o comunque capitaliste d.o.c., con cui condividere i frutti dello sfruttamento del proletariato e delle risorse naturali. Tra queste non solo Russia e Cina, ma anche India, Turchia, e petromonarchie. Lo stesso imperialismo italiano, che non ha ritirato i propri militari dal Niger, è oggi invitato dai golpisti nigerini a sedersi a tavola – “ce n’è anche per voi!”. E giustamente Crosetto e Meloni se ne fanno vanto.
L’articolo sul Sudan, invece, fornisce un interessante quadro anche analitico che mostra la penetrazione “multipolare” delle potenze imperialiste vecchie e nuove in Sudan, divenuto un epicentro delle rivalità inter-imperialiste che hanno portato alla repressione del movimento democratico popolare e ai massacri in corso. Per chi volesse avere un’idea di un capitalismo globale divenuto interamente “multipolare”, ecco qui un’ottima istantanea: il Sudan di oggi lacerato, insanguinato, sbranato dai lupi mannari imperialisti e capitalisti dell’Ovest e dell’Est.
Entrambi gli articoli costituiscono una chiara denuncia delle posizioni campiste di quanti vedono nel multipolarismo delle nuove potenze del capitale che scalzano le posizioni delle potenze occidentali come un fattore automatico di progresso, se non addirittura come una vittoria di un presunto fronte “antimperialista”. Il fatto che queste posizioni vengano da compagni africani indica come in questo antico, ma sempre giovane continente sia in corso un risveglio delle forze di classe e internazionaliste. (Red.)
Sui colpi di stato militari in Africa occidentale – FM Togo Democratie
Alcune riflessioni su putsch e putschisti.
I vari colpi di Stato militari che si sono verificati negli ultimi tempi nel nostro continente, soprattutto nella regione del Sahel, suscitano continuamente polemiche, anche all’interno della comunità africana in Europa e negli Stati Uniti.
Alcuni si sono dichiarati decisamente favorevoli a questi colpi di Stato e, come giustificazione, richiamano l’esperienza di Rawlings e Sankara, che descrivono come una rivoluzione in Africa e che ci invitano a seguire…
Riportiamo alcune riflessioni che vorremmo condividere con gli ascoltatori e i lettori della nostra web radio fmtogodemocratie.com.
È vero, John Jerry Rawlings e Thomas Sankara hanno saputo dare speranza al popolo africano, ed è proprio questo che vediamo ancora oggi, in tutti coloro che vogliono rifarsi a loro, in tutti coloro che dicono di assumerli come riferimento. Dobbiamo però riconoscere che la maggior parte di coloro che azzardano questi paragoni non si sono presi la briga di studiare le loro esperienze, sia per la loro portata che per i loro limiti, per poterne poi trarre i giusti insegnamenti. A nostro avviso, spetta quindi a noi impegnarci per colmare queste lacune e contribuire così a dissipare eventuali equivoci in merito.
È a questo scopo che riteniamo necessario parlare di ciò che furono Rawlings e Sankara, le loro azioni e di ciò che li rende così diversi dai putschisti militari di oggi; esamineremo poi le loro azioni per inquadrarle nella questione della rivoluzione, il che ci consentirà di trarre alcuni insegnamenti generali sul fenomeno rivoluzionario.
I – Patrioti dediti al proprio popolo.
Rawlings e Sankara si contraddistinguono per una serie di qualità che li accomunano.
Patriottismo; forti convinzioni antimperialiste, anticolonialiste e antineocolonialiste; da qui i grandi sforzi che fecero per formarsi politicamente in tal senso, con lo studio e la frequentazione di esponenti di spicco delle organizzazioni democratiche antimperialiste; odio per la corruzione e l’ingiustizia; consapevolezza della miseria del popolo.
Tutto ciò spiega perché l’alta gerarchia militare li ha sempre tenuti in sospetto, perché li ha sempre puniti e perché c’è stato un conflitto continuo tra di loro. Fu proprio dopo un violento conflitto con questa gerarchia che furono portati al potere da un gruppo di ufficiali e soldati che condividevano le loro convinzioni. Non si trattava di soddisfare ambizioni personali o interessi egoistici.
Ciò non ha nulla a che vedere con i putsch a cui assistiamo oggi, con il consenso attorno all’alta gerarchia militare che ricicla vecchi personaggi politici.
Né ha nulla a che vedere con i gallonati capi di questi eserciti neocoloniali che, dall’oggi al domani, issano la bandiera della rivoluzione, o meglio ancora, della rivoluzione marxista-leninista!
Nulla a che vedere con questi gallonati ufficiali che cavalcano la miseria e la crescente ostilità delle masse lavoratrici contro lo sfruttamento spudorato e le guerre neocoloniali per meglio vendersi alle altre potenze straniere. Tutto ciò esaspera le rivalità inter-imperialiste.
Rawlings e Sankara facevano sul serio. Ma possiamo definirla rivoluzione? È quanto vedremo in questa seconda parte.
II – Una rivoluzione?
Rivoluzione significa, non dimentichiamolo, la fine di un sistema e lo smantellamento di tutte le strutture e gli strumenti del potere neocoloniale, compreso l’esercito che rappresenta, nel nostro contesto, il braccio armato di questo sistema! A questo proposito, dobbiamo riconoscere che la loro lotta si è fortemente scontrata con forze retrograde dell’Africa e dell’Occidente e non è stata in grado di resistere.
In Ghana, sappiamo che è stata necessaria una profonda epurazione dell’esercito per permettere a Rawlings di rimanere al potere per realizzare il suo programma minimo, che era quello di risollevare l’economia ghanese! Quindi la prima opposizione alle politiche di Rawlings era all’interno del suo stesso esercito, dove c’erano ufficiali che erano uomini d’affari, agenti di potenze straniere e corrotti fino al midollo! E sembra che non sia riuscito a liberarsene!
Per quanto riguarda il Burkina Faso, nell’agosto 1983 vennero istituiti i CDR (Comitati di Difesa della Rivoluzione) e i TPR (Tribunali Rivoluzionari Popolari) per processare pubblicamente alcuni funzionari corrotti.
Tuttavia, questa epurazione è stata indubbiamente sopravvalutata e incompleta, e si sono rapidamente formati dei clan intorno e all’interno dell’esercito burkinabé. Oggi tutti ne conosciamo gli esiti!
A fronte di questi esiti, dobbiamo ammettere che né in Ghana né in Burkina Faso c’è stata la Rivoluzione!
Coloro che continuano a definire questo periodo come una rivoluzione si sbagliano di grosso, perché queste lotte, che rappresentavano le speranze della gioventù africana, non hanno avuto successo! È perché costoro non vogliono fare lo sforzo necessario per comprenderne il motivo. La domanda che dobbiamo porci se vogliamo andare avanti è: perché?
III – Quali lezioni possiamo trarre?
Il motivo è che né Sankara né Rawlings avevano un’organizzazione democratica rivoluzionaria in grado di svolgere i compiti di una vera rivoluzione. Per questo motivo, subito dopo l’allontanamento di questi due leader dal potere, gli agenti del neocolonialismo hanno ripreso il potere a scapito delle masse popolari in Burkina Faso e in Ghana.
La seconda ragione, legata alla prima, è la conferma di questa verità, e cioè che gli eserciti neocoloniali in Africa non rappresentano e non possono difendere gli interessi degli oppressi e che non abbiamo alcun interesse a fare affidamento su di loro.
In breve, l’esercito, che è un’istituzione non eletta dal popolo, non può ovviamente partecipare (come struttura autonoma) alla liberazione dei popoli oppressi dell’Africa, né tanto meno guidare tale lotta.
L’esperienza delle lotte popolari ha confermato che nei conflitti sociali in cui gli interessi di classe diventano antagonisti, gli eserciti neocoloniali scelgono sempre il campo della classe dominante. Perché lo fanno? Perché la maggior parte degli ufficiali è stata formata nelle scuole militari di Francia, Israele, Stati Uniti e Russia. È in queste scuole che imparano le varie tecniche del terrore che poi usano contro i movimenti sindacali, le rivolte popolari e le organizzazioni democratiche che sfidano l’ordine costituito. E sono gli esponenti della classe dominante che detengono il potere politico, economico e finanziario nei nostri Paesi e altrove.
È questa classe dirigente filo-imperialista che il più delle volte paga profumatamente gli ufficiali e altri militari di rango per svolgere il ruolo di mercenari al servizio del potere neocoloniale e delle multinazionali che organizzano il saccheggio sistemico in Africa (si veda la guerra civile reazionaria attualmente in corso in Sudan tra i due putschisti ABDEL FATTAH AL-BURHAN e HAMDAN DAGALO alias HEMEDTI. Questa guerra civile conferma la natura di classe degli eserciti neocoloniali in Africa).
Per avere un’idea basta osservare quanto sia diverso l’atteggiamento e il comportamento di un uomo in armi nella vita delle nostre società rispetto a quello di un semplice funzionario, di un civile o di un comune cittadino, soprattutto quando si tratta di affari pubblici: il più delle volte, questi militari di carriera sono al riparo da qualsiasi ammonizione, anche in tribunale! Sono semplicemente al di sopra della legge! Di fatto, gli eserciti neocoloniali sono strutture estranee alle nostre società. Non possiamo chiedere loro di adoperarsi per trasformare le nostre società!
Ma per contro – in questa lotta di liberazione nazionale e sociale – non neghiamo che alcuni elementi coscienti di questi eserciti neocoloniali possano individualmente unirsi ai ranghi del popolo, mettendosi al servizio di organizzazioni democratiche e antimperialiste.
Per fare ciò, è indispensabile che questi uomini in armi si mettano sotto la direzione di quadri politici per lavorare alla caduta del potere e soprattutto per demolire questo sistema mafioso che oggi è chiamato neocolonialismo.
Tutto ciò costituisce il quadro del programma di trasformazione democratica, un compito enorme che i patrioti e i democratici rivoluzionari devono assumersi pienamente affinché le lotte di liberazione nazionale e sociale in Africa abbiano successo. Devono liberarsi dall’idea che possa essere l’esercito a conquistare il potere per poi affidarlo al popolo.
È questa falsa idea che viene attualmente propagandata da alcuni opportunisti e illusionisti di ogni genere che affermano di sostenere i putschisti saheliani con il pretesto che questi ultimi godono attualmente del sostegno delle masse popolari.
Diciamo apertamente che coloro che utilizzano come pretesto questo presunto sostegno popolare ai putsch lavorano contro la rivoluzione, contro la nostra lotta di liberazione nazionale e sociale. È un modo per distoglierci da una lucida analisi critica delle fruttuose esperienze di Sankara e Rawlings, ma anche per ritardare la presa di coscienza della necessità di un’organizzazione politica e militare delle masse lavoratrici, che sole possono porre fine al neocolonialismo!
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Le Togo en lutte – togoenlutte@gmail.com.
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Perché in un singolo Paese come il Sudan si concentrano tali e tante rivalità inter-imperialiste?
“I capitalisti si spartiscono il mondo non per la loro speciale malvagità, bensì perché il grado raggiunto dalla concentrazione li costringe a battere questa via, se vogliono ottenere dei profitti.” Questa citazione costituisce la spina dorsale delle idee sviluppate dal rivoluzionario russo Lenin nel suo libro “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo”. In quest’opera, Lenin spiega, con precisi fatti economici, che il capitalismo del XIX secolo è caratterizzato dall’esportazione di merci (…) e che quando questo sistema capitalistico raggiunge la fase imperialista, a predominare è l’esportazione di capitali dai Paesi industrializzati che si apprestano a spartirsi il mondo attraverso il dominio coloniale.
Questa breve sintesi dimostra ampiamente che le idee di Lenin sono ancora attuali e ricche di insegnamenti per individuare e comprendere il brigantaggio e la guerra economica che si svolgono sotto i nostri occhi! E questa feroce competizione sta accentuando le secolari rivalità tra le potenze imperialiste nel continente africano, in particolare in Sudan.
– In termini di superficie, il Sudan è il secondo Paese più grande dell’Africa; la sua posizione geografica è uno dei principali fattori di instabilità politica. Il Paese si trova in una regione strategica chiave per i vari poli imperialisti, che lottano aspramente per rafforzare la propria influenza e allo stesso tempo proteggere i propri interessi economici in ogni modo possibile. Sulla mappa del continente, si trova tra il Mar Rosso, il Sahel e il Corno d’Africa. Il Sudan confina anche con il Sud Sudan, la Somalia e la Libia.
– Sul fronte economico. La questione agraria è di fondamentale importanza in Sudan. Come nella maggior parte delle neo-colonie africane, la terra non appartiene ai contadini. È nelle mani di compagnie straniere e di proprietari terrieri semi-feudali o capitalisti. In Sudan, infatti, gli EMIRATI ARABI UNITI e l’ARABIA SAUDITA hanno messo le mani su oltre 500.000 ettari di terreni agricoli. Di questa vasta area, 12.000 ettari sono utilizzati esclusivamente per la coltivazione di mangimi per il bestiame destinato agli Stati del Golfo e al Medio Oriente. Questa confisca di terre da parte delle monarchie ricche di petrolio è un vero e proprio freno all’industrializzazione del Paese.
– Sempre sul fronte economico: a parte lo sfruttamento di gas, petrolio e oro, secondo gli specialisti borghesi: “Circa il 12% del commercio mondiale passa attraverso il Canale di Suez e il 10% attraverso Bab El-Mandeb. Entro il 2050, si prevede che il PIL della regione del Mar Rosso raggiungerà i 6.100 miliardi di dollari, mentre il volume degli scambi commerciali sarà di circa 4.700 miliardi di dollari”. Un altro dato economico riportato dall’Agenzia Ecofin: nel gennaio 2022, Perseus Mining, un gruppo australiano, ha annunciato l’acquisizione di una partecipazione in Orca Gold, proprietaria del progetto aurifero Block 14 in Sudan (…) Secondo i termini dell’accordo firmato con la società canadese, Perseus dovrà pagare 198 milioni di dollari canadesi (155 milioni di dollari Usa) per rilevare la quota dell’85% che ancora non possiede. Questo corrispettivo, insieme ai 17 milioni di dollari pagati per acquisire una partecipazione nella società, porta il valore di Orca a 215 milioni di dollari (168,5 milioni di dollari).
– In questa incessante guerra economica tra vari gruppi capitalistici, troviamo anche il gruppo marocchino Managem, presente in nove Paesi africani. Tra questi, la RDC, la Costa d’Avorio, l’Etiopia, il Mali e il Burkina Faso. Il gruppo marocchino sta sviluppando diversi progetti nel settore aurifero. In Sudan, Managem è in partnership con la società cinese Wanbao Mining. L’obiettivo di questa partnership è sviluppare un progetto aurifero nel blocco 15 della miniera di Gabgaba. L’obiettivo è produrre quasi 5 tonnellate d’oro all’anno nel medio termine. Per raggiungere questo obiettivo, è stato effettuato un investimento di 250 milioni di dollari per modernizzare gli impianti di produzione.
– In sintesi, l’economia sudanese si basa sull’esportazione sistematica di materie prime e di prodotti agricoli sul mercato mondiale, il che implica un importante trasferimento di valore, in altre parole un supersfruttamento del Paese a vantaggio dei Paesi industrializzati.
– Date queste feroci competizioni economiche in Sudan, si comprende perché l’imperialismo statunitense abbia capito molto presto che la destituzione dell’autocrate Bashir era una vera e propria manna, un’opportunità per migliorare le relazioni con i putschisti e il governo di transizione. Ricordiamo che Hamdok e il suo governo avevano ricevuto un sostegno finanziario d’emergenza di 700 milioni di dollari da parte del governo yankee e, soprattutto, un consistente sostegno finanziario da parte della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale.
– Tutti questi interventi finanziari diretti o indiretti del governo statunitense non hanno alcun carattere filantropico. Piuttosto, sono serviti a svalutare la sterlina sudanese rispetto al dollaro e ad aprire il mercato sudanese alle imprese e alle multinazionali statunitensi.
– Il blocco UE e l’imperialismo tedesco in Sudan. La visita ufficiale del presidente tedesco Frank Walter Steinmeir nel febbraio 2020, in un momento in cui la lotta popolare contro i putschisti era al culmine, tre anni fa, è stata molto simbolica per l’imperialismo tedesco, che cercava di guadagnare un vantaggio sui suoi rivali britannici e americani! Sebbene la Germania sia uno dei tre Paesi (insieme a Cina e Qatar) che investono di più in Sudan, la sua diplomazia rimane discreta in questa regione del Mar Rosso e del Medio Oriente. Va da sé che questa discrezione non è altro che una manovra per nascondere le incessanti attività della sua industria militare in questa regione del continente africano.
– In effetti, il governo tedesco ha continuato a firmare enormi contratti di armamento con le potenze regionali che operano in Sudan. Si tratta dell’ARABIA SAUDITA, degli EMIRATI ARABI UNITI e dell’EGITTO, che si sono alleati per sabotare la lotta popolare sostenendo fermamente i putschisti. Oggi questi tre paesi, clienti delle fabbriche di armi tedesche, sostengono parti opposte in questa guerra civile reazionaria. Prendiamo il caso dell’Egitto, alleato del generale Abdel Fattah Al Burhan. Questo Paese, guidato dal tiranno Al Sisi, ha potuto acquistare dalla Germania diverso materiale bellico (sistemi di difesa con cannoni terra-aria e missili, quattro sottomarini U-209 e quattro corvette Meko) per un valore di oltre 3 miliardi di euro. Otto mesi fa, Olaf Scholz e i dirigenti dell’industria degli armamenti hanno deciso di revocare le sanzioni imposte all’ARABIA SAUDITA e agli EMIRATI ARABI UNITI sulle importazioni di armi dai Paesi UE. Il regno saudita, che sta intervenendo in Sudan, è stato autorizzato ad acquistare dall’industria militare tedesca pezzi di ricambio e armi per gli aerei da combattimento Typhon e Tornado per un totale di 36,1 miliardi di euro. La stampa specializzata ha inoltre annunciato la vendita agli EMIRATI ARABI UNITI di sei aerei da trasporto tattico A400M, il cui contratto non è ancora stato convalidato. Un’altra potenza regionale è il Qatar, che nel 2019 ha commissionato all’industria della difesa tedesca equipaggiamenti militari per un valore di 165 milioni di euro. Parallelamente all’intervento della sua industria militare nel Corno d’Africa e con le monarchie del Golfo, l’imperialismo tedesco ha mobilitato la sua cosiddetta “Squadra Europa”, che comprende le istituzioni e gli Stati della Ue, per sbloccare una somma colossale di 770 milioni di euro in aiuti allo sviluppo.
– Da parte loro, Putin e i suoi oligarchi non fanno mistero dei loro obiettivi. La RUSSIA si è posizionata come principale fornitore di armi al governo sudanese. Nel 2019, il Sudan è diventato il secondo acquirente di armi russe in Africa. Le ricche e preziose risorse naturali del Sudan rappresentano un affare ghiotto per gli uomini d’affari russi. Il terzo produttore d’oro del continente, il misterioso gruppo paramilitare Wagner, non ha mai smesso di partecipare al saccheggio tramite la società M Invest di Yevgeny Prigozhin e la sua filiale Meroe Gold, che si è insediata in Sudan nel 2017. La maggior parte delle miniere è nelle mani delle FSR (Forze di Supporto Rapido) di Hamdam Dagolo alias Hemedti. La suddetta filiale di Meroe Gold collabora apertamente con la società ASWAR, gestita dai servizi segreti militari sudanesi. Nonostante il presunto embargo economico nei confronti della RUSSIA, ecco come l’industria dell’oro sudanese sta rafforzando surrettiziamente l’economia russa durante il confronto militare con il blocco NATO in UCRAINA. E non è tutto! Oltre all’addestramento degli ufficiali da parte di istruttori russi, nell’apparato militare sudanese ci sono anche esperti russi che proteggono le comunicazioni e analizzano le e-mail, i siti web di notizie e i social network per conto dello Stato Maggiore del generale Abdel Fattah Al Burhan. Oltre a questi esperti militari, va segnalata la costruzione di una base militare russa a Port Sudan, sul Mar Rosso. Secondo alcuni esperti militari, questa base militare russa può ospitare più di 300 uomini e navi da guerra a propulsione nucleare. Il suo obiettivo principale è quello di tagliare la strada alle flotte americane e francesi, scortando il traffico petrolifero iraniano e siriano.
– Sebbene Cina e Russia abbiano interessi contrastanti nel continente africano, in Sudan le due potenze emergenti sono d’accordo su una cosa: il controllo e lo sfruttamento illimitato delle risorse naturali del Paese. Nel 2020, il governo cinese ha firmato un accordo con il Sudan. Questo accordo economico dà alle imprese cinesi pieni diritti di esplorazione e sfruttamento di oro, cromite, sabbia nera, marmo e cobalto che abbondano nel sottosuolo sudanese. Oltre alle risorse naturali, le società cinesi sono attive anche nei settori dell’agricoltura, dell’industria, dell’edilizia, dei trasporti e dell’energia. Nel settore energetico, la stampa internazionale ha rivelato che “la Cina, attraverso la sua compagnia nazionale China National Nuclear, ha partecipato alla costruzione di un reattore nucleare” e della diga di Merowe, situata a 350 km a nord di Khartoum. La diga ha una potenza di 1.250 KW. È la seconda diga più grande sul Nilo. Su un altro fronte economico, il totale dei prestiti finanziari concessi al Sudan dal governo cinese per progetti legati all’energia è valutato in oltre 5 miliardi di dollari. Oggi gli investimenti cinesi ammontano a più di 20 miliardi di dollari. Il minimo che si possa dire è che tutti questi investimenti da parte di capitalisti cinesi confermano che il Sudan sarà in passivo per diversi anni a venire! Ecco perché, dall’inizio di questa guerra civile ultra-reazionaria, il governo cinese ha cinicamente tenuto aperte due alternative: finché gli affari sono stabili e positivi, che vinca il migliore – dei due fascisti!
– L’uomo d’affari Oktay Ercan, capo indiscusso della Holding Barer, rappresenta oggi da solo le ambizioni politiche ed economiche della Turchia in Sudan. La sua società, Holding Barer, è attiva in un’ampia gamma di settori, tra cui l’estrazione mineraria, l’aviazione, l’allevamento e il tessile militare e la balistica. Oltre alle attività della sua famosa Holding, Oktay Ercan aveva creato, ovviamente per le esigenze della causa in Sudan, un’altra società internazionale chiamata SUR (International Investment Group). Curiosamente, gli azionisti del SUR sono partner dell’esercito sudanese nella produzione di tessuti militari, un settore vasto e redditizio. A queste attività si aggiungono vari investimenti in infrastrutture sul Mar Rosso e soprattutto la costruzione di un nuovo aeroporto a 40 km da Karthoum. Sempre in tema di infrastrutture, il Qatar, alleato della Turchia in Sudan, ha investito 4 miliardi di dollari nella ristrutturazione del porto di Suakin.
– In ambito militare, l’industria militare tedesca ha fornito alla Turchia i carri armati Leopard e l’assistenza tecnica per costruire localmente sei sottomarini U-214. Dal 2014, la Turchia ha organizzato diverse manovre militari in Sudan e navi turche si trovano a Port Sudan, vicino al Mar Rosso. Ecco cosa riporta la stampa turca sulle ambizioni di Erdogan in Africa: “Le ambizioni turche in Africa orientale non si limitano al Sudan e al Mar Rosso. La Turchia ha costruito la sua più grande base navale estera in Somalia, per un costo di quasi 50 milioni di dollari, con l’obiettivo di addestrare migliaia di soldati somali e turchi“.
– In questa guerra politica, economica e militare tra le potenze predatrici che governano il Sudan, la Turchia di Erdogan è chiaramente l’anello debole, perché dopo la caduta dell’autocrate Bashir – che era un solido alleato della Turchia – i rapporti di forza sono cambiati con l’arrivo al potere di nuovi attori. Per preparare la loro vendetta, gli scagnozzi legati al vecchio regime sono fuggiti in Turchia per ricompattarsi, organizzarsi e prepararsi a riprendere le redini del potere in Sudan. Questa lotta per riportare al potere gli uomini di Bashir sta ulteriormente esacerbando le contraddizioni politiche tra l’esercito e i paramilitari. Tutto ciò fa da sfondo a questa guerra civile reazionaria.
