
Per documentare quale ritmo incalzante ha preso la corsa al riarmo, e quindi alla guerra, dell’Unione europea nel suo insieme e dei suoi singoli stati europei, ci limitiamo a mettere in fila una serie di dichiarazioni pubbliche di alti funzionari del capitale europeo e della NATO. Si tratta di dichiarazioni degli ultimi dieci giorni.
Lasciamo aprire le macabre danze al ministro degli Esteri svedese Tobias Billström: la “priorità assoluta” della politica estera svedese sarà continuare a fornire armi e denaro all’Ucraina, “fino alla fine”, cioè fino all’ultimo ucraino vivente. La Svezia finora non ha certo lesinato inviando ben 14 pacchetti di “aiuti” all’Ucraina (aiuti a suicidarsi) per un valore di circa 30 miliardi di corone (circa 3 miliardi di euro), in gran parte attrezzature militari, sistemi d’arma e denaro.
“Sostenere l’Ucraina è il nostro compito principale per i prossimi anni. La causa dell’Ucraina è la nostra causa! La Svezia continuerà a sostenere l’Ucraina fino a quando sarà necessario, dal punto di vista politico, umanitario, militare ed economico”, ha tuonato costui al Riksdag (il parlamento nazionale del regno di Svezia) mercoledì 14 febbraio. Ribadendo un’altra “priorità assoluta” della politica internazionale svedese: l’adesione alla NATO.
Segue a ruota il primo ministro danese, Frederiksen: “i nostri F-16 attraverseranno presto i cieli dell’Ucraina. Stiamo anche inviando la nostra artiglieria in Ucraina e vogliamo incoraggiare tutti a fornire munizioni”. Festa grande!, se non accadesse che in Ucraina, dopo il massacro degli ultimi due anni, scarseggiano gli artiglieri. Nessun problema. Il ministro della Giustizia ucraino Denis Malyuska ha avuto un’idea geniale: arruolare anche carcerati e condannati in attesa di scontare la propria pena, che fa il paio con quella non meno geniale e libertaria dell’alto ufficiale Anatoly Stuzhenzo: sparare alle ginocchia degli arruolabili che cercano di sfuggire alla cattura per strada.
Il venerdì 18 febbraio il segretario della Nato Stoltenberg ha fatto il bilancio della “Conferenza sulla sicurezza” appena tenuta a Monaco in questi, inequivocabili, termini : “Putin deve realizzare che non otterrà quello che vuole sul campo di battaglia; per avere una pace stabile bisogna quindi continuare a fornire all’Ucraina quello che le serve”. E poi: “dobbiamo passare da un sistema industriale a passo lento, da tempi di pace, a uno dall’alto ritmo, tipico dei conflitti, per produrre di più“. Parola dell’ex-capo del Partito laburista norvegese Stoltenberg. “Tutto ciò non aiuterà solo l’Ucraina ma anche la Nato, con la creazione di posti di lavoro di qualità (!!), come qui in Baviera, dove saranno costruiti i missili Patriot”.
Non gli è stato da meno il socialista spagnolo Borrell, ministro degli esteri dell’UE, che nelle stesse ore ha premuto il piede sull’accelerazione del riarmo europeo, definendolo urgente: “Finalmente tutti si sono svegliati. In Europa abbiamo disarmato in silenzio per molto tempo. Lentamente stavamo perdendo capacità militari. Ora abbiamo iniziato ad aumentarla: in un anno, le capacità militari sono aumentate del 40%. Non è ancora sufficiente, ma abbiamo iniziato a muoverci in questa direzione. Non avremo un ruolo politico significativo se non avremo un’industria militare rivitalizzata. La difesa è un affare dei membri dell’UE, perché sono i membri dell’UE a possedere l’esercito e le capacità militari. Dobbiamo aumentare il nostro coordinamento ed essere in grado di mobilitare le nostre forze armate quando necessario”.
Commentando la conferenza di Monaco, Der Spiegel ha presentato Zelensky come esausto e disperato, ma nello stesso tempo intento a “dissipare i dubbi di tutti i decisori in Europa e negli Stati Uniti sul fatto che l’Ucraina possa sopravvivere alla guerra con la Russia” – dubbi che derivano dalla situazione sul campo, con l’esercito ucraino che non riesce a tenere in più punti del fronte, e non solo ad Avdiivka. Questa presa d’atto smentisce clamorosamente la propaganda di guerra di un intero anno sulla “imminente controffensiva delle forze armate ucraine” che avrebbe dovuto riconquistare all’Ucraina, e soprattutto ai suoi soprastanti statunitensi ed europei, perfino la Crimea. Ma chi s’illude che questo evidente fallimento della NATO porti alla fine della guerra, o almeno ad una tregua, è totalmente fuori strada, come abbiamo spiegato nei giorni scorsi in un altro nostro pezzo.
Il risultato di questa presa d’atto è infatti una corsa sfrenata, dall’una e dall’altra parte dell’Atlantico, a sanare quella che Zelensky ha chiamato “una artificiale penuria di armi”, e – ovvio – a profittare della “disperazione ucraina” per porre condizioni ancora più strangolatorie per i futuri “aiuti”. Dopo l’accordo imposto a Kiev dal Regno Unito qualche settimana fa, ecco arrivare un secondo accordo decennale di sottomissione, questa volta siglato tra l’Ucraina e la Germania. L’accordo, voluto dal socialdemocratico Scholz (sempre a proposito di sinistre europee, eh), stabilisce che “Berlino fornirà a Kiev un sostegno finanziario e militare di oltre 7 miliardi di euro nel 2024”, a titolo gratuito immaginiamo, e si impegna a non frapporre ostacoli all’adesione dell’Ucraina alla NATO (una clausola evidentemente dettata da Washington). Investimenti? Certo, nel “complesso militare-industriale ucraino”. Garanzie? La parola non compare nell’accordo, sembra, ma la Germania assicura: si prenderà cura della “resilienza delle infrastrutture critiche dell’Ucraina, comprese quelle energetiche”, “svilupperà un meccanismo di risposta di emergenza per le necessità urgenti di difesa dell’Ucraina”, e “assisterà Kiev nei suoi sforzi per ritenere la Russia responsabile e risarcire le perdite subite”. Se non è un’annessione completa del paese alla Germania, è solo perché altri avvoltoi non meno rapaci dei capitalisti tedeschi volteggiano sulle rovine ucraine.
Ma attenzione alle rovine prossime venture che saranno estese ben oltre l’Ucraina! Un assaggio di quello che ci attende nel resto dell’Europa se non daremo forza alla lotta contro queste decisioni di guerra, è in ciò che a Monaco ha proposto il primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre, anche lui laburista: portare i paesi della UE e della NATO ad accrescere la produzione della loro industria bellica “fino a raggiungere il livello di produzione della seconda guerra mondiale“. Chiaro? Con questo preciso impegno per quel che riguarda il suo governo: “Dobbiamo aumentare la nostra capacità di produzione di armi, dobbiamo iniziare a produrre munizioni e missili Patriot, è un compito molto difficile. Pensiamo di aumentare la produzione di automobili o di sci, ma la produzione di armi è diversa… In parlamento presenterò una proposta per il più grande aumento della spesa per la difesa, strutturalmente e in volume, che dovrebbe essere il più grande dalla fine della Seconda Guerra Mondiale”. Più facile a dirsi, senza dubbio, che a farsi. Ma la von der Leyen, vecchia trafficante di affari per l’industria bellica tedesca, ha immediatamente raccolto la sollecitazione proponendo di creare un Commissario per la difesa europea, e affrettandosi a varare il tredicesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia. Né intende restare indietro l’Italia del duo Meloni-Mattarella, che tra i suoi pochi primati in ambito imperialista ha proprio quello della produzione bellica (ne parliamo in un altro articolo).
Sulle conseguenze di questa affannosa, e insieme sfrenata, corsa al riarmo parlano chiaro la carneficina di soldati già avvenuta in Ucraina, che già si conta a centinaia di migliaia di morti e feriti ucraini, russi e di altre nazionalità (consiglieri, mercenari, etc.), e il genocidio di palestinesi in corso a Gaza, per non parlare delle altre sanguinosissime guerre nascoste in quanto pressoché interamente per procura (Congo, Sudan, etc.). Ce n’è abbastanza per giustificare l’impegno permanente che abbiamo assunto nell’assemblea di Milano dell’11 giugno 2023 di tessere una rete internazionale di forze disposte a battersi contro questa corsa alla guerra e contro tutte le guerre del capitale in svolgimento, in totale autonomia dai due kampi imperialisti a scontro. Il 24 febbraio è un primo passo in questa direzione.
Contro le guerre del capitale, lotta di classe internazionale!
