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Lo sciopero generale del 29 maggio: una forte giornata di lotta, andata al di là delle aspettative

Quella di venerdì 29 maggio – sciopero generale indetto da gran parte del sindacalismo di base (SI Cobas, CUB, SGB, USI, Adl Varese e altri organismi minori) – è stata una giornata di lotta riuscita al di là delle aspettative (e delle preoccupazioni) della vigilia.

Uno sciopero contro il genocidio in Palestina, le guerre del capitale e l’economia di guerra, il governo Meloni e lo stato di polizia, per affermare le stringenti necessità della classe lavoratrice, a cominciare da forti aumenti salariali e dalla reintroduzione della scala mobile, per difendere il diritto di sciopero e l’organizzazione operaia sui luoghi di lavoro sempre più sotto attacco.

I tre settori proletari maggiormente coinvolti sono stati la logistica, le ferrovie e i trasporti locali.

Nella logistica è stato determinante per la buona riuscita dello sciopero l’impegno del SI Cobas, da anni fortemente radicato in tanti magazzini, anzitutto quelli del centro-nord ma anche a Roma e in Campania, come portatore di istanze di lotta mai chiuse in logiche aziendaliste. E con una particolare sensibilità per la causa palestinese dovuta anche alla sua composizione, di sindacato che organizza proletari/e di tante diverse nazionalità, molte/i dei quali provenienti dai paesi arabi e di tradizione islamica.

Per le ferrovie, i dati ufficiali sono: il 40.3% dei convogli soppressi, il 36,8% delle adesioni, nettamente al di sopra di circa il 25% delle adesioni lo scorso 18 maggio – lo sciopero indetto in solitaria da USB, che ha indubbiamente pesato in negativo (l’Assemblea PdM-PdB aveva indicato una doppia adesione, una perdita di salario significativa).

Nel comunicato dei Ferrovieri CUB Trasporti si registra come l’intreccio tra temi sindacali e temi politici sia stato reale, e non semplicemente dichiarato: molte/i delle/dei ferroviere/i che “ci hanno contattato per porre casistiche da incrociare con le norme tecniche”, si sono al contempo espressi “circa le porcate della guerra, del riarmo e dell’indigeribile finanziamento delle stragi. Si fa strada la consapevolezza che queste scellerate spese sottraggono poi risorse per tutti i bisogni sociali e per il sostegno dei redditi”. Ecco, detto senza vuota demagogia: si fa strada la consapevolezza… E in questo cammino, che è finalmente iniziato, è degna di nota l’instancabile attività di Ferrovieri contro la guerra, a cui partecipiamo come promotori, così come – sul piano sindacale – quella dell’Assemblea PdM-PdB.

Per quanto sia un universo molto più frammentato, anche tra i lavoratori dei trasporti locali questa presa di coscienza sta andando avanti, come testimonia (tra gli altri) il presidio organizzato dall’SGB a Mestre, in piazzetta Coin. In questo presidio – a cui abbiamo partecipato come compagne/i della TIR e del Comitato permanente contro le guerre e il razzismo di Marghera – la denuncia del genocidio di Gaza e della corsa al riarmo e ad una nuova possibile, apocalittica guerra mondiale, è stato tutt’uno con la denuncia degli effetti anti-proletari delle politiche del governo Meloni e dell’Unione europea, e con la forte rivendicazione di salari adeguati al costo della vita, di una sanità che torni ad essere universale e gratuita, del diritto alla casa in mille modi negato, di trasporti pubblici ricostituiti dopo decenni di tagli che hanno peggiorato il servizio e aumentato i carichi di lavoro, e così via.

Lo sciopero, molto debole nelle scuole sia tra gli insegnanti che tra gli studenti (complice la situazione di fine anno scolastico), ha avuto una discreta adesione negli altri dipendenti del pubblico impiego: al momento in cui scriviamo (a fronte dell’1,21% dello sciopero indetto dall’USB il 18 maggio scorso) si registra il 4% delle adesioni – un dato provvisorio, probabilmente destinato a crescere.

Per quanto molto limitata se rapportata all’insieme dei 15 milioni di salariate/i, la riuscita dello sciopero del 29 e delle relative manifestazioni cittadine è una spinta a continuare con tenacia e fiducia nell’iniziativa unitaria.

In molti luoghi di lavoro, inclusi alcuni impianti industriali, si è manifestata una disponibilità a lottare sulla piattaforma del 29 maggio che va raccolta e organizzata. Una delle condizioni fondamentali per farlo davvero è superare la frammentazione che affligge quel tanto di conflittualità operaia e sociale che tuttora si esprime, nonostante una spontaneità operaia e proletaria vicina allo zero.

Ecco perché gli aderenti all’USB dovrebbero chiedersi: a che è servito scindersi da questo sforzo unitario? Lo sciopero separato del 18 maggio ha rafforzato o indebolito la risposta di classe all’asse padronato-governo? Per noi che da anni insistiamo sulla necessità di un fronte di classe anticapitalista unitario e della collaborazione tra i lavoratori e le lavoratrici combattivi al di là delle sigle di appartenenza, la risposta è evidente: l’ha indebolita.

Nel campo dei nemici di classe, invece, l’ultima assemblea della Confindustria ha mostrato un forte compattamento tra governo e industriali. Non è una novità: il governo Meloni ha fin dall’inizio spianato la strada all’offensiva padronale contro i lavoratori – ne è prova la sequenza di ben 7 cosiddetti decreti-sicurezza. Con l’inasprimento delle difficoltà dell’economia italiana a causa della guerra USA-Israele all’Iran, l’asse esecutivo-padronato si è ulteriormente consolidato in chiave polemica verso l’UE. Tuttavia il suo primo bersaglio resta la classe lavoratrice. Guai, perciò, a sottovalutare la direttiva anti-sciopero della Commissione di garanzia che estende alla logistica la 146 – la cui denuncia è stata non a caso al centro della giornata di lotta del 29, e richiede una pratica di lotta coerente con la denuncia. Ogni cedimento volontario a questa delibera strangolatoria sarebbe imperdonabile.

Ripartiamo, quindi, con fiducia dai segnali positivi di questo sciopero generale. Non possiamo certo aspettarci che la ripresa delle lotte parta da CGIL-CISL-UIL di nuovo riappacificate su una linea di subordinazione alle necessità dell’economia nazionale e delle imprese ancor più radicale di qualche anno fa. Né ha alcun senso attendere le mitiche elezioni del 2027, che non risolverebbero nessuno dei gravi problemi che stiamo fronteggiando neppure se vincesse il “campo largo” non meno guerrafondaio ed estraneo alla classe lavoratrice delle destre.

Il quadro internazionale non lascia spazio a illusioni. Le guerre imperialiste e le guerre inter-capitaliste sono e resteranno per un lungo periodo all’ordine del giorno. Per fermarle, per respingere i sacrifici imposti dall’economia di guerra, possiamo contare solo sulle nostre forze.

Dopotutto quelle scese in campo il 29 non sono insignificanti. Dobbiamo consolidarle, organizzarle, allargare il raggio della nostra azione agli enormi settori di proletarie/e giovani e meno giovani ancora fermi a cui finora non riusciamo ad arrivare, batterci uniti contro la repressione, contrastare e vincere gli opportunismi, unire sempre più strettamente l’immediato e la prospettiva futura.

Il lavoro politico, sindacale, di orientamento formazione organizzazione da fare, non manca.

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Di seguito, i report che la redazione ha costruito sulla base delle informazioni ricevute da Milano, Torino, Napoli, Alessandria, Modena, Bologna, Appennino bolognese, Roma, Mestre e Padova (non abbiamo alcuna pretesa che sia esauriente).

Milano

A Milano lo sciopero generale ha bloccato i principali centri logistici: SDA, GLS, DHL Hanno scioperato anche i lavoratori delle linee della Metropolitana: la 1, 2 e 3 sono rimaste chiuse al di fuori delle fasce di garanzia, e anche la 4 è rimasta in funzione solo per un tratto; gran parte dei treni regionali non hanno circolato, a conferma della forte adesione dei ferrovieri e delle ferroviere allo sciopero

Per dare concretezza alla lotta contro riarmo e politiche di guerra, e al sostegno alla lotta per una Palestina libera dal fiume al mare, oltre che la difesa del salario taglieggiato dall’inflazione provocata dalle guerre, SI Cobas, GPI e Sumud Flotilla, TIR, FGC, Rete Libere/i di lottare, T28, Panetteria occupata e Giovani contro la Guerra hanno organizzato un presidio ai cancelli della DSV di Pioltello, un hub intermodale collegato alla ferrovia per il quale passano anche spedizioni militari rivolte ai teatri di guerra, verso Israele come verso l’Ucraina. Il centro logistico è stato presidiato da centinaia di lavoratori e solidali dalle 7.30 al primo pomeriggio.

Nel presidio forte è stata anche la denuncia della delibera della Commissione di Garanzia che sottopone la logistica alle procedure anti-sciopero della legge 146 del 1990, e l’opposizione a qualsiasi tipo di accordo che faccia propria la logica di quella delibera, il cui scopo evidente è quello di soffocare la lotta nel comparto industriale che negli ultimi 15 anni ha dato più filo da torcere al padronato.

Qui sotto il blocco di uno dei tre cancelli della DVS

Scioperi con presidi si sono tenuti anche alla SDA di Landriano, alla Ingram e presso diversi magazzini logistici.

Alessandro Zadra, coordinatore del SI Cobas di Milano, ha commentato in questo modo la giornata: “Una grande dimostrazione di forza del SI Cobas Milano oggi con la giornata di sciopero generale. In centinaia tra lavoratori e realtà sociali e politiche presenti ai cancelli di DSV Pioltello, mentre prosegue lo sciopero alla Ingram di Settala. A Pioltello lo sciopero si è chiuso con una vittoria, perché l’iniziativa politica si è unita a quella sindacale, la lotta contro la guerra ed economia di guerra a quella del Cobas del magazzino, e i lavoratori hanno avuto conferma che tutte le loro richieste sono state accolte. Davvero una bella dimostrazione di lotta di classe! Per il diritto di sciopero (e contro chi ce lo vuole togliere), contro guerra ed economia di guerra, uniti si vince!”.

Nel centro di Milano, da piazza Scala (ribattezzata “Piazza Gaza”) fino alla Prefettura si è mosso un corteo di diverse centinaia di lavoratori organizzato da CUB, USI, AdL Varese, con gli stessi contenuti, per la Palestina, contro l’economia di guerra e contro l’estensione della 146 alla logistica.

Significativo anche quanto accaduto ad una delle istituzioni culturali storiche della città di Milano, la Scala. Come sottolinea un comunicato della CUB Info spettacolo, per la grande adesione dei reparti tecnici allo Sciopero Generale contro il genocidio in Palestina, sono saltate le prove pomeridiane di Carmen e ieri sera il  Nabucco ha aperto il sipario in maniera  raffazzonata, mancando  importanti elementi scenografici, con addirittura tagli di regia nella messa in scena. Gli addetti ai reparti tecnici, del resto, si sono sempre distinti nella solidarietà con Gaza negli scorsi mesi, partecipando sempre agli scioperi e alle grandi manifestazioni per la Palestina, dal primo sciopero del 20 giugno 2025 a quelli  autunnali.

Torino

In città ci sono state due iniziative che si sono richiamate a vicenda: il SI Cobas, con l’apporto dei compagni della Tir e di un buon gruppo di solidali, ha organizzato dall’alba un picchetto davanti alla Fiorentini alimentari, rimasta bloccata totalmente per molte ore – una iniziativa di lotta con al centro la denuncia del super-sfruttamento del lavoro operaio. Questa fabbrica (che ha oltre 500 dipendenti) costituisce un caso-limite, all’insegna della totale illegalità, di utilizzo massiccio degli operai in appalto, pagati per di più con il contratto-capestro dei multiservizi sottoscritto da Cgil-Cisl-Uil, pur essendo sulle linee di produzione (l’impresa appartiene al settore alimentare). Dal picchetto è stata lanciata una campagna di boicottaggio contro la Fiorentini.

In contemporanea si è svolto un folto presidio organizzato dal Coordinamento Torino per Gaza davanti alla sede torinese della Leonardo, durato alcune ore, che ha preso a suo bersaglio questa impresa-simbolo del “made in Italy per il genocidio di Gaza”. La Leonardo lo è – più in generale – della attiva partecipazione dell’Italia di Mattarella-Meloni alla corsa al riarmo e alla guerra: Torino non si arruola, Leonardo arma la guerra, gli slogan centrali del presidio che ha anche fatto un collegamento molto applaudito con il picchetto in corso davanti alla Fiorentini, esplicitando così il nesso tra le due facce complementari di questo sciopero generale: la lotta contro le guerre del capitale, la lotta per le più stringenti necessità della classe operaia e del lavoro salariato in genere.

Nel pomeriggio un corteo di 1.500-2.000 dimostranti ha rinnovato la solidarietà militante con la resistenza del popolo palestinese, per una Palestina libera dal fiume al mare.

Napoli

Qui di seguito il comunicato del SI Cobas di Napoli-Caserta-Salerno-Benevento che ben analizza e sintetizza la giornata del 29 in città che ha avuto il suo clou del partecipatissimo presidio davanti all’autorità portuale chiamato per protestare contro i licenziamenti per rappresaglia di lavoratori del SI Cobas nei porti di Napoli e Salerno, e per mettere in luce “il ruolo dei Terminal campani nel traffico e nel rifornimento di armi verso lo stato coloniale e genocida di Israele, dunque la complicità oggettiva e attiva dei grandi terminalisti (in primis MSC) nel massacro del popolo palestinese”.

I manifestanti hanno poi proseguito in corteo (foto di testa) passando davanti alle sedi dei grandi gruppi Grimaldi e MSC, dirigendosi poi davanti al Municipio per pressare le istituzioni a sciogliere immediatamente l’ennesimo intoppo burocratico che si è frapposto in questi giorni al cammino di 1.200 disoccupati verso un posto di lavoro stabile e sicuro conquistato con la lotta dal Movimento 7 novembre e dal Cantiere 167.

SCIOPERO GENERALE A NAPOLI: una grande giornata di lotta e di unità di classe!!!

Da stamane centinaia di lavoratori, disoccupati, attivisti e solidali hanno risposto alla chiamata in piazza del SI Cobas, Cub, SGB, centro culturale Handala Ali, disoccupati 7 novembre e Cantiere 167 Scampia.

Il presidio indetto a prima mattina presso l’autorità Portuale ha raggiunto l’obiettivo di essere ricevuto in delegazione dal presidente, dott. Eliseo Cuccaro, al quale abbiamo denunciato il carattere ritorsivo e antisindacale dei licenziamenti alla Logiport di Salerno e alla De Luca di Napoli, rappresentando come essi siano il frutto delle battaglie che come SI Cobas portiamo avanti da anni su tutti i Terminal Campania per la tutela della salute e della sicurezza degli operai.

Il presidente Cuccaro ha dato la sua disponibilità ad approfondire la questiona e ad esaminare l’ampia documentazione che al riguardo abbiamo prodotto in questi mesi.

All’incontro unitario (presente anche una delegazione della Freedom Flotilla Italia che è in queste ore a Napoli e del FGC, nonché il deputato 5 stelle Dario Carotenuto di ritorno dai lager dell’Idf come componente della Sumud Flotilla) abbiamo poi affrontato il tema, finora eluso e silenziato da tutte le istituzioni locali e nazionali con in testa il governo Meloni, del ruolo dei Terminal campani nel traffico e nel rifornimento di armi verso lo stato coloniale e genocida di Israele, dunque la complicità oggettiva e attiva dei grandi terminalisti (in primis MSC) nel massacro del popolo palestinese.

Su tale questione le risposte di Cuccaro sono state decisamente più elusive, a riprova del muro di gomma esistente in Italia e in Europa sulla questione palestinese e soprattutto sui crimini del sionismo (non solo del boia Netanyahu…).

Il presidente ha comunque dato la sua disponibilità ad approfondire la questione in successivi incontri.

Terminato l’incontro, il corteo si è mosso in direzione degli uffici della Grimaldi, gruppo che detiene il controllo di Logiport e quindi responsabile del licenziamento di Ciccio e, indirettamente, di Giuseppe e Salvatore per la De Luca, poi all’esterno della sede di MSC e infine in piazza Municipio, dove i disoccupati 7 novembre e Cantiere 167 Scampia hanno portato la loro rabbia a seguito degli ennesimi intoppi burocratici nell’avvio dei tirocini formativi che dovevano partire stamane.

Grazie alla determinazione e alle proteste della piazza abbiamo strappato un incontro in tempo reale con i dirigenti della Grimaldi al termine del corteo, nel mentre i disoccupati sono saliti in delegazione al comune.

Alla Grimaldi, dopo aver illustrato dettagliatamente la dinamica dei fatti e le cause reali dei licenziamenti, abbiamo chiarito che non accetteremo mai queste rappresaglie, e se non vi sarà il ritiro immediato dei licenziamenti, siamo pronti a bloccare sia il porto di Napoli che quello di Salerno.

Al comune, i disoccupati dopo essere stati in presidio fino al primo pomeriggio sono riusciti a strappare una nota in cui l’amministrazione garantisce la risoluzione immediata delle problematiche burocratiche per tutti i tirocinanti, e quindi l’avvio reale di un progetto frutto di oltre un decennio di dura lotta.

Atteggiamento scandaloso ed evasivo da parte del comune e del sindaco di Napoli, invece, rispetto alla richiesta di incontro formulata unitariamente dai promotori rispetto alla complicità dell’amministrazione nelle attività di partnership culturale con lo stato di Israele: la delegazione non è stata ricevuta, a riprova della complicità dell’amministrazione Manfredi con le politiche genocidiarie del sionismo.

Il dato importante è che oggi in piazza vi fossero lavoratori di svariate categorie, dai portuali ai lavoratori della logistica, dai metalmeccanici ai lavoratori delle ditte di appalto nella sanità alle prese con una lunga battaglia per porre fine al ricatto e alla miseria del CCNL Multiservizi: questi ultimi, contemporaneamente al corteo, erano stamani davanti all’ospedale Santobono in un presidio lanciato dai compagni di SGB.

Ciò è segno inequivocabile che le politiche guerrafondaie, l’inflazione galoppante e lo stato di polizia contro le lotte sindacali e sociali, stanno producendo un primo, per quanto ancora parziale, risveglio dei lavoratori.

Questa giornata conferma che l’unità di lotta e di piazza è capace di abbattere qualsiasi muro di silenzio e di omertà.

Lo sciopero di oggi, partendo dalle rivendicazioni generali come il no alla guerra e all’economia di guerra, la denuncia del colpo di mano operato dalla commissione di garanzia col tentativo di estendere la legge 146 in tutto il comparto della logistica, la rivendicazione di aumenti salariali generalizzati e immediati e il sostegno alla resistenza del popolo palestinese contro il genocidio, ha declinato queste parole d’ordine con alcune delle principali vertenze operaie e proletarie in corso a Napoli.

Ora si tratta di proseguire sulla strada dell’unità di classe e rilanciare con la lotta le istanze sindacali, sociali e politiche poste all’ordine del giorno dello sciopero di oggi.

Solo la lotta paga!

Uniti si vince!

SI Cobas Napoli, Caserta e SalernoCUBSGB

Centro Culturale Handala Ali di NapoliFreedom Flottilla Italia

Movimento di lotta disoccupati 7 novembreCantiere 167 Scampia

TIR – FGCLink NapoliUds Campania

Alessandria

In questo caso l’iniziativa è stata animata dal SI Cobas di Genova, ed è stata centrata sui temi generali dello sciopero intersecati con l’attacco repressivo subito di recente dall’organizzazione sindacale proprio in quella città. La denuncia del genocidio di Gaza e della corsa alla guerra si è intrecciata strettamente con la denuncia dei salari da fame, con la rivendicazione (che ha trovato eco anche nella stampa locale) di forti aumenti salariali e del ripristino della scala mobile. Buona la partecipazione attiva dei lavoratori in sciopero.

Modena, Bologna, e Appennino bolognese

Sulla giornata di sciopero e di significative manifestazioni di piazza di venerdì 29 nell’area Modena-Bologna, riprendiamo il comunicato del SI Cobas.

Il 29 è stato sentito e vissuto come un importante momento di lotta e di mobilitazione anche sull’Appennino bolognese dove l’Assemblea permanente dell’Appennino ha organizzato un corteo a Vergato ed una conferenza stampa con la partecipazione di Carla Biavati (del BDS Italia) e di FRanmcesco Gilli (della Global Sumud Flotilla).

DAI CANCELLI ALLE PIAZZE: BOLOGNA E MODENA IN SCIOPERO CONTRO GUERRA, SFRUTTAMENTO E REPRESSIONE.

La giornata di sciopero generale del 29 maggio ha visto una risposta importante anche sul territorio emiliano.

Le lavoratrici e i lavoratori del SI Cobas, oltre a scioperare per l’intera giornata, hanno portato il conflitto dai luoghi di lavoro alle piazze, dando vita a due cortei: uno al mattino a Modena e uno nel pomeriggio a Bologna.

Lo sciopero generale, indetto insieme alle altre sigle del sindacalismo di base — CUB, SGB, USI-CIT, ADL Varese e le altre organizzazioni aderenti — ha avuto una buona riuscita, mostrando ancora una volta che nei luoghi di lavoro esiste una disponibilità reale alla lotta, nonostante le difficoltà, le contraddizioni e i ricatti che attraversano oggi gran parte del mondo del lavoro.

Possiamo dirlo chiaramente: quella del 29 maggio è stata una giornata di lotta vera.

Una giornata costruita da lavoratrici e lavoratori che hanno scioperato, fermato la produzione, presidiato i cancelli e attraversato le strade, rivendicando concretamente la propria opposizione a un sistema fondato sulla guerra, sullo sfruttamento, sulla precarietà e sull’impoverimento di chi vive del proprio salario.

Al centro dello sciopero ci sono stati temi fondamentali: aumento dei salari, difesa della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro, rifiuto della precarietà e degli appalti al ribasso, responsabilità piena delle committenze, difesa del diritto di sciopero, contrasto alla repressione, opposizione alla guerra e al riarmo, solidarietà alla resistenza del popolo palestinese.

Questa giornata è stata anche una risposta chiara al Governo, che continua ad attaccare e limitare i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, reprimendo, sanzionando e criminalizzando chi si organizza, chi sciopera, chi manifesta, chi si oppone alla guerra e allo sfruttamento.

Dentro questa logica si inseriscono i ripetuti decreti sicurezza imposti da questo Governo: provvedimenti che nulla hanno a che vedere con la sicurezza reale nei luoghi di lavoro, nei territori e nella società, ma che servono a restringere gli spazi di dissenso, di conflitto sociale e di organizzazione collettiva.

A questo si aggiunge, come ulteriore macigno, la delibera 26/88 dell’11 marzo 2026 con cui la Commissione di Garanzia ha esteso il campo di applicazione della legge 146/1990 al settore della logistica, qualificandolo come servizio essenziale.

Una scelta che, dietro il linguaggio della regolazione, mira in realtà a colpire uno dei settori in cui in questi anni lavoratrici e lavoratori hanno saputo mettere maggiormente in crisi il sistema di sfruttamento fondato su appalti, subappalti, ricatti occupazionali e compressione dei salari.

A Modena la giornata è iniziata dalle prime luci dell’alba davanti al magazzino FedEx, luogo simbolico di una dura vertenza portata avanti per settimane per chiedere il reintegro di un lavoratore licenziato solo perché parzialmente idoneo.

Da lì il corteo si è mosso attraversando le vie del centro, portando nelle strade le ragioni dello sciopero e il legame tra le vertenze concrete nei luoghi di lavoro e la più generale opposizione a un modello sociale fondato su sfruttamento, guerra e repressione.

Il corteo si è poi concluso nei pressi del luogo in cui, nei giorni precedenti, diverse persone sono state gravemente ferite da un’auto.

Una scelta precisa, per esprimere solidarietà ai feriti e per respingere con forza ogni tentativo di strumentalizzare quanto accaduto in chiave razzista e xenofoba, colpendo le comunità straniere e alimentando divisioni tra lavoratrici e lavoratori.

Nel pomeriggio, a Bologna, SI Cobas, SGB, CUB, USI e le altre realtà aderenti allo sciopero si sono ritrovate per un secondo corteo, anch’esso partecipato e combattivo.

Lavoratrici, lavoratori e solidali hanno attraversato le vie del centro con interventi che hanno denunciato come i costi della guerra vengano scaricati direttamente sulle classi popolari: salari sempre più poveri, servizi pubblici sempre più deboli, aumento delle spese militari, repressione del dissenso e attacco ai diritti sociali e sindacali.

Nel corso del corteo è stata ribadita con forza la solidarietà alla resistenza del popolo palestinese e la denuncia della complicità dei governi occidentali nel genocidio in corso.

Perché la guerra non è lontana dai luoghi di lavoro: la guerra significa più profitti per pochi, più sacrifici per molti, più repressione, meno salario, meno diritti e meno libertà.

Il corteo bolognese si è concluso davanti alla Prefettura, dove una delegazione è stata ricevuta.

In quella sede è stata ribadita la richiesta di ritiro della delibera che allarga l’applicazione della legge 146/1990 al settore della logistica, riaffermando che il diritto di sciopero non può essere svuotato proprio nei settori in cui il conflitto è più efficace e dove più evidente è il peso reale del lavoro nella produzione della ricchezza.

La giornata del 29 maggio ha dimostrato che, nonostante le difficoltà, la paura e le contraddizioni, esiste ancora una forza collettiva capace di scioperare, bloccare, attraversare le piazze e indicare una prospettiva diversa.

Tanto lavoro resta ancora da fare perché questa giornata non rimanga un episodio isolato, ma diventi un punto di avanzamento, un terreno più solido su cui continuare a costruire organizzazione, conflitto e partecipazione.

Dai cancelli ai cortei, dalla logistica alle piazze, la risposta delle lavoratrici e dei lavoratori è arrivata forte e chiara: contro guerra, sfruttamento e repressione, la lotta continua.

SI Cobas Bologna e Modena

Qui di seguito, invece, il testo dell’intervento che le attiviste e gli attivisti dell’Assemblea permanente dell’Appennino hanno letto al corteo di Bologna (grazie alla compagna Giusi per avercelo inviato).

“Sono qui per portavi i saluti dell’Appennino. Stamattina alle 10 alcuni compagni dell’Appennino hanno aderito alla chiamata per lo sciopero generale convocato per oggi, organizzando un corteo che ha attraversato il paese di Vergato. 

“Siamo una realtà eterogenea, e composita che ha deciso che l’essere presente sul territorio in cui vive o lavora fosse la priorità per costruire conflittualità anti-imperialista e anti-capitalista. 

“Anche non raggiungendo numeri che possano sembrare incisivi, riusciamo sempre a essere presenti, motivati e determinati. 

“Abbiamo costituito un’assemblea territoriale permanente che si ritrova ogni 15 giorni che rappresenta questa eterogeneita’ e diversità di pratiche e posizioni, ma quello che può sembrare un limite è diventato nel tempo il nostro punto di forza. 

“Sono qui anche per denunciare un fatto gravissimo, di cui probabilmente non parleranno i giornali, impegnati soprattutto a vedere la vetrina della rinascita dell’Appennino sbandierata dal neoliberalismo del campo largo che sta facendo del nostro territorio una grande periferia-dormitorio con annesso parco giochi per avventurosi cittadini. 

“Durante il tragitto sulla statale porrettana comunicato alla questura e alle “forze dell’ordine” presenti, un automobilista a cui è stato permesso di forzare il blocco ha tentato di investire alcuni compagni che solo grazie alla loro prontezza non hanno riportato danni. Fermato dai carabinieri, l’autore della provocazione ha pensato bene di scappare, inseguito dai carabinieri e poi portato in caserma. 

“Ma noi che eravamo presenti sappiamo bene che chi lì doveva vigilare sulla manifestazione autorizzata ha volutamente permesso che ciò accadesse.

“Sono qui perché c’è un unico filo che lega l’Appennino alla città e non è l’autostrada. È filo impercettibile e invisibile agli occhi di chi non vuole vedere. 

“È un’idea di città che caccia i ceti popolari, le contraddizioni sociali che dormono sulle panchine, gli studenti non omologati agli studentati stile happy days dell’ergo, i migranti esiliandoli in un territori senza servizi, senza trasporto pubblico locale, senza possibilità di occupazione, se non lavoro precario, parcellizzato, sfruttato del terziario turistico.  

“Invitiamo individualità, collettivi, realtà cittadine, sindacati di base a costruire insieme percorsi di lotta e di riappropriazione di territori e quando possibile a partecipare e contribuire alle iniziative che di volta in volta si svilupperanno in Appennino. 

“Contro guerra e carovita la resistenza non è finita.”

Roma

Sullo sciopero di venerdì a Roma caratterizzato contro il carovita, il precariato, le guerre e la repressione di chi lotta per i propri diritti, ecco delle immagini che ci sono pervenute sul presidio organizzato dal SI Cobas alla CDF di Passo Corese.

Mestre Padova

In Veneto la giornata di sciopero generale del 29 maggio è stata un po’ sottotono. Non tanto per quello che concerne l’adesione allo sciopero, che è stata decisamente massiccia tra i lavoratori e le lavoratrici dei trasporti urbani, come ha dovuto riconoscere anche la stampa locale. Quanto piuttosto per quel che riguarda le manifestazioni cittadine. Purtroppo non è stato possibile dar vita ad un corteo regionale che ponesse, accanto ai temi generali della giornata, il tema specifico della produzione di morte e dei traffici di morte a Venezia e dintorni (sul “modello” della manifestazione unitaria molto riuscita del Primo Maggio 2024, che si concluse davanti alla Fincantieri di Marghera). Tuttavia nei presidi di Mestre (a piazzetta Coin) e di Padova (vicino al Bo, sede centrale dell’ateneo) questa tematica è stata centrale. Del primo abbiamo già detto nella introduzione. Il secondo, organizzato dai GPI, ha visto anche la partecipazione, oltre che di compagni/e della TIR, degli universitari per Gaza, dei Sanitari per Gaza, della Global Sumud Flotilla, di Docenti per Gaza. Nel corso del presidio è stato lanciato anche l’appello a partecipare il 6 giugno alla manifestazione indetta da un’ampia area pacifista (e/o “pacifista”) ad Aviano.

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